Sull’Altopiano si spara e si muore

Asiago e dintorni

Da parte austriaca era il XX corpo d’Armata della divisione Edelweiss ad assumere l’impegno di spaccare il fronte difensivo italiano sull’Altopiano di Asiago. Il XX corpo era composto da reparti di Kaiserjäger, dai reggimenti Hessen di Linz, dal reggimento Rainer di Salisburgo armati con 250 pezzi d’artiglieria.

Il generale Conrad von Hötzendorf aveva architettato bene il proprio piano: se fosse riuscito a superare le resistenze italiane sugli Altipiani di Folgarfia per portarsi oltre Lavaredo e Asiago, avrebbe avuto buon agio a raggiungere la pianura vicentina e di là a sorprendere a tergo l’Esercito italiano di stanza sull’Isonzo per abbatterne la potenzialità combattiva. Aveva bisogno, il generale Conrad, di notevoli rinforzi per dare attuazione alle proprie vedute, ma il suo alleato tedesco von Falkenhayn non ne volle sapere. Conrad si gettò dunque con due Armate austriache, la 3a comandata dal generale Kövess Kövesshaza e l’11a del generale Dankl. Il suo tentativo incontrò seri ostacoli a motivo della resistenza opposta dalle forze italiane.

Il 15 maggio 1916 l’artiglieria austriaca proruppe in un roboante fuoco di preparazione. Era qualcosa come 370 bocche da fuoco che vomitavano ordigni letali. Al seguito era pronta a scattare dalle posizioni di partenza una falange di circa 220 mila uomini. Per nostra mala sorte le difese apprestate non erano in grado di sostenere l’impeto della pressione avversaria: le nostre trincee avevano una consistenza di poco superiore a quella offerta da una serie di muretti a secco; mancava il cemento per la saldatura delle pietre di risulta e persino i ricoveri in gallerie erano disponibili con estrema rarità.

Verso la fine di maggio 1916, in piena Strafexpedition, il generale Cadorna istituì un reparto speciale, il “Comando Truppe Altipiano” (CTA) ponendone a capo il generale Clemente Lequio, alle dipendenze della 1a Armata del generale Guglielmo Pecori Giraldi.

Il 27 maggio 1916 Arsiero cadde in mano agli Austriaci e il 28 toccò stessa sorte ad Asiago. Nonostante il verificarsi di episodi di epica resistenza, come quello dei Granatieri di Sardegna sul Cengio, l’avanzata austriaca procedette verso l’ultima linea italiana, a Sud degli abitati di Asiago, il 29 maggio, e di Cesuna. Fu a questo punto che la resistenza italiana ebbe definitivamente ragione dell’offesa austriaca. Fra il 12 e il 16 giugno 1916 le nostre truppe riconquistarono Arsiero e Asiago.

Il Monte Cengio, a Sudovest di Asiago, con i suoi 1351 metri di quota fu teatro di aspri combattimenti. La cima era stata occupata dal 1° reggimento Granatieri di Sardegna, con la 3a compagnia al comando del capitano Alberto Trionfi. Un posto di primo piano fu occupato dal IV battaglione capeggiato dal capitano Federico Morozzo della Rocca. L’aria intorno al Monte Cengio s’infiammò il giorno 31 di maggio 1916 con un forte attacco sferrato dalle truppe austro-ungariche. Ma i Granatieri, dopo aver respinto la forza d’urto degli avversari all’aprirsi del primo giorno di giungo, finirono malauguratamente per trovarsi sempre più a corto di viveri e di acqua che mancarono per tre giorni consecutivi, ma anche di munizioni, in una situazione disperata che li costrinse a lottare furiosamente sino alla morte. Il Cengio, infine, dovette essere ceduto alla caparbietà degli assalitori, nonostante l’eroica difesa opposta dai Granatieri del generale Pennella.

Era stato il bombardamento devastante del 3 giugno, sostenuto da centinaia di cannoni di tutti i calibri, ad aprire la strada alle truppe di Fanteria, mentre le nostre artiglierie parevano assenti, a parte qualche sporadico segno di reazione di breve durata. Si contarono le perdite per il periodo dal 29 maggio al 3 giugno 1918: fra morti, feriti e dispersi furono 10.264 uomini sacrificati.

Di gran lunga temibile continuava a essere l’avanzata degli Austro-ungarici sull’Altopiano dei Sette Comuni. Tra il Monte Cengio e l’abitato di Cogollo del Cengio sorge tuttora una borgata con nome “Casale”, da riportare alla memoria come ultimo baluardo per scongiurare l’intrusione nemica che stava imprimendo una pressione intensa nella Conca di Arsiero, a Sudovest di Asiago, lungo il Valdastico. Una parte consistente degli attaccanti arrivò pertanto in prossimità della borgata Casale, ma dovette ridimensionare repentinamente le proprie aspettative di sopravvento perché dalla piana sottostante stavano affluendo nuovi rinforzi nello schieramento italiano. La pianura, per gli Austriaci, rimase ancora lontana e lo sarebbe stata senza dubbio, irraggiungibile.

Nel pomeriggio dell’8 giugno 1917 sul Monte Zebio (m 1819, in zona centrale tra Asiago a Sud e l’Ortigara a Nord) si verificò una disgrazia dagli effetti devastanti. Era il tempo della guerra di mine e le cime dei monti presidiati venivano insidiate con lo scavo di gallerie che, riempite di esplosivo, avrebbero dovuto annientare i reparti appostati a presidio. Era esplosa all’improvviso e all’insaputa una mina in fase di allestimento provocando la morte di numerosi nostri soldati della brigata Catania. Il Monte Zebio costituiva per gli Austriaci un punto particolarmente munito per opporre resistenza all’avanzata delle truppe italiane. Si dimostrava assai arduo costringere gli Austriaci a cederne il possesso, in modo simile a quanto accadeva per l’imprendibile Hermada tra Gorizia e Trieste. L’assedio italiano allo Zebio non ebbe sosta per la durata di oltre 15 mesi.

L’Altipiano dei Sette Comuni fu preso di mira per l’ultimo tentativo di conquista emerso dalla mente del generale Conrad von Hötzendorf. Era il 10 gennaio 1918 quando, dietro proposta dello stesso Conrad, il capo di Stato Maggiore austro-ungarico, generale Arthur Arz von Straussenburg diede vita a un ambizioso progetto che avrebbe previsto tre operazioni di attacco in sinergia per raggiungere finalmente l’ambita pianura vicentina. Pensava, il generale Arz, a sferrare un attacco pilota nel tratto che da Asiago si prolungava sino al Piave, dandogli il nome di Operazione Radetzky, nella previsione di spingere le truppe lungo la valle del Brenta sino a raggiungere il fiume Bacchiglione in terra vicentina. In seconda istanza Arz aveva progettato una parallela azione denominata Albrecht da dirigere contro le difese italiane sulla linea del Piave. Per ultimo aveva intravisto la possibilità di eseguire l’operazione Lawine che avrebbe dovuto svolgere un ruolo diversivo, interessando la zona del Tonale, per tenere impegnate le forze italiane e a distanza dall’obiettivo principale, quello, appunto, affidato all’operazione Radetzky.  Sorgeva l’alba del 28 gennaio 1918 allorché i nostri Combattenti si lanciarono all’attacco contro le formazioni austriache a presidio delle quote nella parte orientale dell’Altopiano. L’irruzione diede risultati positivi, con la cattura di numerosi prigionieri e con la conquista di posizioni prestigiose.

Il 7 giugno 1918 le nostre formazioni sferrarono un attacco poderoso contro i trinceramenti austriaci a difesa del Monte Valbella traendo con sé un buon numero di prigionieri. Il 10 giugno Alpini e Fanti scavalcavano i parapetti delle trincee. Successe il finimondo, poiché a causa della nebbia infittita nelle ultime ore l’artiglieria italiana non riuscì ad accompagnare l’avanzata dei nostri attaccanti. I tiri partivano dalle bocche da fuoco all’insegna del caso e di una pressoché totale imperfezione negli aggiustamenti. I bombardamenti della nostra artiglieria andarono a colpire, purtroppo, i nostri soldati che si accingevano all’attacco. Ne fu bersaglio inatteso la stessa brigata Sassari, nelle trincee della quale ebbe a verificarsi un vero disastro. La strada per la conquista dell’Ortigara era ormai diventata irta di ostacoli.

La furia di conquista imperversò a lungo in un settore critico poco a Est di Asiago, nel circondario di alcuni centri abitati rispondenti ai nomi di Bertigo, Stoccareddo, Sasso, ricordati nelle memorie di valore dei nostri Combattenti impegnati in furiose contese armate andate sotto il nome di “Battaglie dei Tre Monti”. I tre Monti erano identificati, sul settore citato, nel Valbella, nel Col del Rosso e nel Col d’Echele. Il primo di questi scontri ebbe luogo dal 28 al 30 gennaio 1918; il secondo dal 29 al 30 giugno e fu questa la battaglia che decretò la conquista da parte italiana di tutta l’area circostante il Col del Rosso. Era un’ondata liberatrice che avrebbe acquistato via via maggiore vigore in quanto l’offensiva italiana, mossa a partire dal 24 ottobre, spinse indietro le forze austriache che iniziarono a ripiegare su tutta la linea del fronte.

Il 29 giugno 1918, in collaborazione con le forze inglesi e francesi, si sviluppò un’azione di forte contrasto che vanificò il controllo esercitato dagli Austriaci sul Monte Valbella. Il giorno seguente i nostri riuscirono a conquistare il Col del Rosso e il Col d’Echele e a scongiurare gli effetti devastanti di un ennesimo tentativo di attacco.

Immagine di Copertina tratta da BergamoNEWS.

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