Clemente LEQUIO – Il comandante della Zona Carnia

Il 12 novembre 1916 il tenente generale Clemente Lequio di Assaba, il “nostro generale” come con affetto lo chiamavano i Carnici e i soldati, viene sostituito dal tenente generale Giulio Cesare Tassoni nell’incarico di Comandante della Zona Carnia e trasferito al Comando del 26° Corpo d’Armata dove rimane fino al 5 aprile 1917 quando viene collocato, per età, in posizione ausiliaria.

Nato nel 1857 a Pinerolo, il generale Lequio, brillante ufficiale di Stato Maggiore ha modo di distinguersi nella guerra italo-turca (1911-13). Con il grado di generale di brigata parte per la Libia. Qui viene incaricato del comando di una Brigata Mista di cui fa parte anche il battaglione Alpino Tolmezzo dell’8° Alpini agli ordini del colonnello Cantore. Si distingue al Gebel Garlan e al ritorno in Patria ottiene il grado di tenente generale per meriti di guerra e la croce di commendatore dell’Ordine Militare di Savoia.

Allo scoppio della Grande Guerra, nel 1914, è Ispettore delle Truppe da Montagna e viene designato a comandare la Zona Carnia. In tale veste, prima ancora della dichiarazione di guerra all’Austria, Lequio dirama una serie di direttive alle unità preposte alla difesa del settore di frontiera assegnato, che si estende dal M. Peralba al Montemaggiore, per orientarle sulle attività da compiere. In tali direttive, con lungimiranza tutta alpina, conoscendo la reale situazione in cui versa la Carnia e il contermine Canale del Ferro, decide di ricorrere all’aiuto dei civili – interpreti, portatori e portatrici – per risolvere soprattutto i numerosi problemi connessi all’alimentazione delle unità schierate lungo la frontiera con l’Austria a causa della insufficiente viabilità. Assumendo la responsabilità della Zona Carnia, il gen. Lequio si getta a capofitto nella realizzazione di rotabili, mulattiere e sentieri, ricorrendo a lavoratori locali, la maggior parte dei quali è appena rientrata dall’estero, in particolare dall’Austria e dalla Germania. L’impiego di questi lavoratori, destinati altrimenti alla disoccupazione, contribuisce a dare una boccata d’ossigeno alla asfittica economia locale.

Nella pianificazione della viabilità maggiore e minore, il gen. Lequio ricerca sempre soluzioni idonee a servire non solo per il tempo di guerra ma anche per il dopo-guerra, allo scopo lungimirante di rilanciare l’economia locale. La sua azione è quindi improntata a criteri decisamente moderni avendo egli ben presente il complesso problema connesso con la salvaguardia e la valorizzazione della montagna.

La conferma di quanto scritto viene anche dall’autore del libro “Le Divisioni della Carnia di fronte all’invasore”, Vittorio Prunas Tola, che così recita: “Mentre sul principio della guerra scarseggiavano quasi completamente le vie di comunicazione, per l’opera assidua e organizzatrice di S.E. il generale Lequio comandante della zona, lunghe strade solcavano le valli, si arrampicavano sui pendii delle montagne, facilitando i traini d’artiglieria e ogni genere di rifornimenti. Il generale Lequio era stato il piccolo re della Zona Carnia: non ho udito un ufficiale che lo ricordasse senza rimpiangerlo”.

Un’ulteriore conferma si ricava dalla pubblicazione “Omaggio alle Portatrici Cariche Cavalieri di Vittorio Veneto” edita dall’A.N.A. di Udine in occasione della 56a Adunata Nazionale del 1983: “Nelle nostre valli mentre gli uomini validi vennero mobilitati sui diversi fronti, donne e ragazzi carnici vennero adibiti con pala e picco come valido aiuto nella sistemazione e completamento di strade, mulattiere, di sentieri… A fianco delle ferrovie a scartamento ridotto, sorsero le grandi vie di comunicazione da Tolmezzo a Zuglio, a San Francesco, a Villa Santina sui contrafforti del Lovinzola, ad Illegio di fianco all’Amariana, da Paluzza a Timau, a Paularo, a Comeglians. Quindi le strade di montagna sul Crostis, sul Tersadia, sul Dauda, sul Tamai solo per citare alcune del settore più importante, quello del But-Degano”.

Oltre ad avere a cuore i problemi della popolazione carnica, il Comandante della Zona Carnia, profondo conoscitore della montagna nei suoi aspetti più difficili, affronta e risolve nel migliore dei modi gli onerosi problemi legati al benessere del soldato alle sue dipendenze. In merito così si esprime il suo Capo di Stato Maggiore, colonnello Douhet: “In Carnia, il soldato non mancò di nulla. Dovunque fosse, fra le nevi o sui picchi più alti, aveva il suo ricovero, la sua stufa, i suoi bagni. Dovunque fosse, sentiva che fino a lui giungeva la cura ed il pensiero del Comandante”.

Il carattere dell’uomo e del comandante traspare anche dalla corrispondenza con i familiari. In una lettera del settembre 1915, a essi indirizzata, il gen. Lequio scrive: “Mi curo dei miei soldati e dei miei dipendenti. Faccio lavorare i borghesi, penso a sollevare miserie, aiuto le autorità locali, non vado mai in nessun luogo pubblico, sto sempre in ufficio quando non sono in giro per servizio, e forse sì e no, per cinque minuti nella mattinata o nel pomeriggio, scendo in giardino. La sera poi, dopo aver aspettato gli ultimi telegrammi, vado nella mia camera che ho voluto vicino all’ufficio per essere pronto in qualunque ora e mi addormento stanchissimo. E non sempre dormo tranquillo! Non saprei dare di più al Paese. Non vado mai pel paese e al caffè perché non si deve dire che non lavoro. A Udine invece, quanta gente al caffè e in giro per la città! Fa impressione!”.

Per il suo nobile comportamento e per il suo agire volto sia a salvaguardare l’integrità dei confini sia il benessere delle popolazioni e la loro vita economica e civile, il Consiglio Comunale del capoluogo carnico, nella seduta del 14 novembre 1915, delibera di concedere al Lequio la cittadinanza onoraria. L’avvocato Riccardo Spinotti, sindaco di Tolmezzo, così si esprime: “Ebbene: noi pensiamo che di tanta concordia, di tanta disciplina, di così largo e sereno spirito di sacrificio, il merito sia dovuto, e non in piccola parte, all’Uomo che ci regge. Figlio della montagna, Egli è venuto tra noi; ha compreso la rude ma salda ed incorruttibile tempra del nostro montanaro e di là, dove altri notava freddezza o indifferenza, ha saputo trarre scintille! Onorevoli colleghi! Noi ci lusinghiamo che S.E. il Tenente Generale Clemente Lequio, a cui ci lega ormai un così profondo e diffuso senso di fiducia, accolga di buon grado il desiderio nostro ch’Egli sia considerato cittadino di Tolmezzo e che la vostra deliberazione valga ad attestare a Lui ed agli eminenti Uomini che l’attorniano, la nostra ammirazione e la nostra gratitudine”.

Tutti i Sindaci della Carnia, certi di interpretare l’animo della popolazione, dopo il conferimento della cittadinanza onoraria di Tolmezzo, decidono di fare dono al generale Lequio di una medaglia d’oro con dedica.

Nei momenti di maggior pericolo e quindi di maggior impegno, troviamo il gen. Lequio non già a Tolmezzo, sede del suo Comando, ma presso i reparti a condividerne le sorti e a rincuorare i combattenti. Per questa sua caratteristica e per la fiducia che in lui ripone il generale Cadorna, il 22 maggio del 1916, mentre da sette giorni è in pieno svolgimento nel Trentino la Strafexpedition (Spedizione Punitiva) il Lequio, dopo aver ceduto provvisoriamente il comando della Zona Carnia al generale Salazar, comandante della 26a Divisione, viene inviato sull’altipiano dei Sette Comuni per assumere il comando delle “Truppe dell’Altipiano” da poco costituito in seno alla Ia Armata, comando che conserva fino al 5 giugno quando, per la caduta di M. Cengio, viene sostituito con il generale Mambretti. Secondo il colonnello Douhet, Capo di Stato Maggiore della Zona Carnia, il Generale Lequio viene allontanato dagli Altipiani non appena il gen. Cadorna sente di non avere più bisogno della sua opera e per evitare il dilagare della voce secondo la quale egli aveva salvato la situazione. Infatti, secondo gli storici più autorevoli e la stessa relazione ufficiale austriaca, con il 3 giugno può essere considerata conclusa la fase offensiva della Strafexpedition, con il passaggio dell’iniziativa in mano agli Italiani.

Il gen. Lequio ritorna in Carnia, al suo posto di comando.

Con l’animo ancora dolente per aver dovuto lasciare il Comando Truppe degli Altipiani, appena rimesso piede nella terra alla quale si sente tanto legato, il comandante della Zona Carnia riceve un grosso dispiacere dal battaglione Tolmezzo, dal reparto cioè che gli aveva dato tanta soddisfazione nel 1913 ad Assaba durante la guerra di Libia: “Il 12 giugno, tredici militari della 72a compagnia alpini, fra i quali un sergente ed un caporale, hanno disertato. Costoro hanno compiuto il più grave reato che sia possibile commettere contro la Patria, sono stati condannati con sentenza del 30 giugno del Tribunale di Guerra alla pena di morte, e la infame condanna è stata affissa nei paesi dove nacquero, affinché i loro concittadini su di essi riversino l’onta e l’obbrobrio”.

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