Identità (Dovevamo per forza nascere) puntata 9/16

Anche per Schopenhauer tutto ciò che accade, accade per necessità, per una concatenazione di cause, di tutto ciò che necessariamente si verifica perché tutto ciò che è reale è al tempo stesso necessario. Realtà e necessità coincidono fra loro e, a loro volta, coincidono con un terzo termine, la possibilità, per il motivo che ciò che non si è realizzato non si è realizzato perché non era possibile e per il fatto che erano assenti, sempre per un criterio di impossibilità, le cause che ne avrebbero dovuto giustificare l’esistenza sulla scena immensa della concatenazione delle cause.

C’è un’affinità fra quel che s’è appena detto e il sogno, un’osservazione che non torna nuova. Nel sogno può accadere che un determinato stimolo esterno, pervenuto ai sistemi di afferenza sensoriale, vada a scatenare uno schema complesso e totale di rappresentazioni oniriche, che si sviluppa in un solo istante, a guisa di esplosione vulcanica, ma che, in quell’istante, comprende in sé uno scenario esteso a un considerevole arco di tempo. È in quest’attimo che stanno racchiuse tutte le possibilità le quali, a loro volta, hanno dato forma alla scena onirica. Fin qui s’è parlato di possibilità e di non possibilità. Così in Schopenhauer il quale considera ciò che è reale e che veramente accade e lo identifica con la necessità e con la possibilità. Così in Barbour che definisce l’Universo alla stregua di un contenitore di tutto ciò che è probabile, in un solo istante. L’istante del sogno che, come l’esplosione di un fuoco d’artificio, dispiega una scena in tutta la sua complessità.

Schopenhauer chiarirebbe: solo per il mondo reale che cade sotto i nostri sensi, il mondo fatto di fenomeni, di cose singole; volendo guardare alle cose in generale, sotto un punto di vista astratto, allora assistiamo a una netta separazione fra possibilità, realtà e necessità.

Schopenhauer crede fermamente che le cose che noi chiamiamo oggetti del nostro conoscere siano in primo luogo oggetti dell’intuizione. Il pensiero apparirebbe in un secondo tempo. L’intuizione, in questa prospettiva, è vista un po’ come l’interfaccia fra la semplice sensazione, che può essere giudicata come una facoltà appartenente a tutto il regno animale, e l’intelletto che, proprio per il fatto di essere dotato della capacità di riconoscere il nesso di causa-effetto, getta lo sguardo lontano, verso livelli superiori di astrazione per l’appunto. Quando sopravviene il pensiero, che si presenta come pura astrazione dall’intuizione, succede che la forma di conoscenza, già modellata in un primo momento dall’intuizione, prenda a mutare aspetto, nel senso che si veste di astrazione e si traspone in forma di concetti. Il pensiero, dunque, superando la primitiva intuibilità, crea uno spazio enormemente più ampio di elaborazione mentale. Le intuizioni rivestono, nella prospettiva indicata, il ruolo di materia del pensiero, sulla quale al pensiero è consentito lavorare per elaborazioni e trasformazioni, attraverso la mobilitazione e l’applicazione dei giudizi che sono un po’ come il tessuto del pensiero stesso.

Per certi versi mi sembra che questo ragionamento continui a rivoltarsi su se stesso, come imprigionato in una scatola ermeticamente chiusa. Capisco, fino a un certo punto, come Schopenhauer intenda la materia, qualcosa simile a quel che si dice di “madre terra”, il gran contenitore dal quale tutto ha origine e al quale tutto finisce per fare ritorno, incessantemente. Si può accettare, ma questo non spiega il motivo dell’essere di tale contenitore. Siamo ancora fermi ai limiti dell’intelletto?

Basta un occhio, così si esprime Schopenhauer, un primo occhio che si è aperto e ha iniziato a creare rappresentazioni. Non importa a chi sia appartenuto. Si sarebbe potuto trattare anche di un occhio in un essere unicellulare, soggetto, in quanto tale, intermediario della conoscenza. Se tutto il mondo è soltanto rappresentazione, come sostiene ripetutamente Schopenhauer, esso dipende, per la propria esistenza, da quello che possiamo immaginare sia stato il primo soggetto conoscente.

Sempre la storia dell’uovo e della gallina in parole povere, mettiamola come si vuole: il mondo esiste come semplice rappresentazione solo in quanto c’è un soggetto, e ci fu un primo soggetto, capace di creare rappresentazioni; ma, se ci attardiamo un attimo sul soggetto primordiale, prima di lui cosa c’era? Certamente un subbuglio di eventi che in qualche modo erano già là, seppure al di fuori di qualsivoglia rappresentazione, e che a un dato punto avrebbe dato origine a quel primo occhio. … Oppure quel primo occhio c’era già e non aveva proprio niente a che fare con ciò che noi riteniamo vita biologica, e c’era da sempre?

Ma qui stiamo trattando dell’aspetto esteriore del mondo, quello che trova posto nel nostro campo visivo. È l’altro aspetto, quello che non cogliamo, ad avere attinenza con quel primo occhio misterioso. Sto parlando della “cosa in sé” o “volontà” come la chiamerebbe Schopenhauer.

Dunque al primo occhio creatore di rappresentazioni dobbiamo accollare anche attributi di atemporalità, di immobilità, di trascendenza. Ci siamo accorti che stiamo ancora rincorrendo l’astratto concetto di causa prima? E sia, primo occhio, causa prima; detto questo siamo allora finalmente autorizzati a pensare che, con questo primo soggetto conoscente, abbia fatto la propria apparizione il tempo, e con esso lo spazio e la pluralità.

Non precisamente, contesterebbe Schopenhauer, perché non è il tempo ad avere avuto un inizio, ma sono tutti i singoli punti di inizio a trovarsi nel tempo.

Schopenhauer risolleva la vecchia questione, neppure lui potrebbe farne a meno: quella dell’insaziabilità del nostro voler capire. Non ci accontentiamo di sapere che stiamo continuamente creando rappresentazioni, che nel mare di queste rappresentazioni vigono leggi ininterpretabili quanto inspiegabili. Noi abbiamo l’ardire di rincorrere il significato delle nostre rappresentazioni, quel significato che si accompagnerebbe a risposte esaurienti ai nostri puntuali “PERCHÉ?”. In fin dei conti come possiamo essere assolutamente certi che il mondo che ci circonda sia soltanto rappresentazione e non riunisca in sé dimensioni di altra natura o di altro livello conoscitivo?

Sì, ognuno di noi è soggetto conoscente, in quanto tale generatore di rappresentazioni, ma la stessa parte fisica del nostro io, il cervello, che è il veicolo materiale della conoscenza, si riduce ad essere, a sua volta, semplice rappresentazione.

Tuttavia, a detta di Schopenhauer, a noi, oltre le facoltà intuitive dell’intelletto, è data la volontà. Lo stesso nostro corpo, e con esso il cervello dunque, non sarebbe altro che la volontà oggettivata in una rappresentazione. La volontà è l’elemento immediato della nostra conoscenza.

Atteniamoci a quanto afferma Schopenhauer: la volontà si manifesta, sì, in tutti gli individui, ma tutta intera e con tutto il proprio corredo di energia e in ogni singolo individuo, senza frazionarsi e senza ridursi. Schopenhauer non esita a dipingere la volontà nella luce di cieco impulso, di oscura e sorda agitazione, di inconscia aspirazione, ciò che spiegherebbe la presenza delle lotte, delle guerre, degli intrighi nel mondo.

In tutto questo ragionare, tuttavia, dobbiamo stare attenti a usare il termine “ragione”: da quel che si potrebbe intendere, la volontà di Schopenhauer starebbe al di fuori del principio di ragione. Volontà fuori del principio di ragione, volontà affannata che divora se stessa, volontà che spiega l’esistenza dell’avanzata sterminatrice di corpi contro corpi. Ma, dunque, che cosa vuole questa enigmatica volontà?

Nessuno mai ce lo dirà, perché anche gli specialisti del settore, appena appena si rendono conto di una cosa che non si può spiegare e neppure comprendere, te la buttano in un contenitore simile all’isola che non c’è: fuori dello spazio, fuori del tempo, fuori del principio di ragione, fuori di tutto, insomma, di tutto quello che sarebbe a tua portata di mano, e tu te ne resti lì con un palmo di naso, senza neppure avere l’energia di chiederti che cosa stia accadendo.

Ben strana cosa, questa volontà. Soprattutto, a quanto dice Schopenhauer, se è vero che essa sa sempre ciò che vuole in un momento determinato e in un luogo determinato, senza tuttavia sapere ciò che vuole in genere; una volontà che, nel suo insieme, non è indirizzata ad alcun punto di approdo, non possiede un fine. E pensare che volevo accostarla all’idea di Entità suprema. Quanto è comunque limitata la nostra conoscenza! Limitata perché la nostra ricerca non è capace di svincolarsi dal principio di ragione e dalle reciproche relazioni tra le cose che tale principio impone. Un limite invalicabile?

No, a quanto sostiene Schopenhauer. Noi, piuttosto, dovremmo impedire ai concetti della ragione di catturare la coscienza, dovremmo imparare a lasciarci sprofondare nell’intuizione e permettere alla nostra coscienza di immergersi in una tranquilla contemplazione delle forme naturali che si presentano ai nostri sensi, sino a perderci, a dimenticarci di noi stessi per trasformarci in soggetto puro della conoscenza, fuori della volontà, del tempo, del dolore. Tutto ciò incute persino timore al solo pensarci.

Ma questa benedetta volontà, di cui Schopenhauer continua a far citazioni come se fosse qualcosa di già conosciuto, alla fine, che cos’è? Siamo, ancora una volta, partiti da un “motore primo” per spiegare deduttivamente tutte le cose? Di che natura è questa volontà? Perché è? Potrebbe non essere? E quali sono, soprattutto, i suoi scopi? Noi, infine, siamo fatti per conoscere soltanto le oggettivazioni della cosa in sé, ma non la cosa in sé per se stessa ovvero l’unico essere di ogni specie che effettivamente esiste. Mi domando: Perché tante specie? Perché quelle e non altre? Già, la cosa in sé trascende il mondo oggettuale; mi spiegate perché mai? Abbandonare il mondo delle relazioni, scordare la nostra individualità per approdare alla conoscenza più genuina… mi sta bene, anzi, non mi sta bene affatto: che ne facciamo della scienza quando, per Schopenhauer, essa non ci porterà mai alla meta, così come accade per la linea dell’orizzonte?

Per me la cosa sta in un altro modo: intanto non credo molto in una meta. Credo che piuttosto la corsa della scienza non sia lineare, ma segua un percorso a forma di spirale che ci riporta sempre, è vero, al punto di partenza, ma da una prospettiva diversa e con una visuale diversa, più allargata, più aperta a nuove conquiste e possibilità di conoscenza. La cosiddetta “idea”, quella strana cosa in sé, invece, è qualcosa di immobile, e proprio per questo non mi attrae molto.
Molte cose si possono, se non proprio spiegare, per lo meno giustificare se vogliamo attenerci alla gerarchia proposta da Schopenhauer: al grado più basso starebbe l’impulso, un moto ad agire più propriamente consono al mondo animalesco; a un grado intermedio, la causa, la quale è preposta a muovere i fenomeni; al grado più alto si porrebbe il motivo. E non è questo, il motivo, quello che cerchiamo così affannosamente? E che, nonostante tutti gli sforzi, non riusciamo a trovare? Ma, sempre con Schopenhauer, mi viene da pensare che la vera considerazione filosofica del mondo, quella cioè che ci guida, oltre l’esperienza fenomenica, verso l’essenza intima del creato è quella che abbandona ogni domanda indirizzata al “dove-quando-perché”, ma si limita a chiedersi il “che cosa” della realtà.

La volontà considerata in se stessa è priva di consapevolezza; a questa si avvicina per gradi, obiettivandosi nel mondo delle rappresentazioni. Essa è volontà di vivere e la natura nel suo insieme è adempimento della volontà di vivere, sicché non è l’individuo ad avere valore per la natura, ma bensì la specie. Ciò che dà forma alla vita o alla realtà non è altro che presente, per dirla ancora con Schopenhauer. Nulla nel passato dunque, nulla nel futuro. C’è, peraltro, chi sostiene la negazione di un momento fermo nel presente. Qui io parlo del contrario.

Quel che voglio dire è che il passato, nell’ottica speculativa che mi accompagna, non è che un sogno partorito dalla fantasia, completamente vuoto. Resta soltanto il presente costituito dal punto di incontro fra l’oggetto immerso nel tempo e il soggetto. Esso è quindi eterno, inscindibilmente legato alla volontà di vivere. Passato e futuro sono ombre riempite di concetti e fantasmi.

Perfetto, però prima vorrei portare avanti ancora un paio di considerazioni sul significato di “volontà” nell’ottica di Schopenhauer, perché all’interno di tale significato vedo ancora tante contraddizioni, anche se le mie obiezioni potranno sembrare pregne di ingenuità. Lo stesso Schopenhauer, infatti, si domanda, a un certo punto, quali vantaggi tragga la volontà da tutti i tentativi posti in atto per realizzare la propria affermazione. È un altro modo, secondo me, di chiedersi perché la volontà c’è. Sta di fatto, questa la spiegazione di Schopenhauer, che la volontà, in tutti i gradi del suo fenomeno, manca di uno scopo o fine ultimo.

Che cosa possiamo capire del nostro essere ora e qui… Dietro la nostra esistenza, dice Schopenhauer, si nasconde di certo qualcosa che non conosciamo, ma che potremmo veramente vedere in volto se solo diventassimo capaci di distaccare il mondo da noi stessi. Eliminando il mondo, le rappresentazioni, la volontà, arriviamo alfine a immergerci nel puro nulla.

Immagine di copertina tratta da Break Notizie.

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