La Natura e noi, un amore reciproco

Finisce l’estate, finiscono le ferie e le vacanze, la gente torna alle “usate opre” nella speranza che le cose in generale comincino a migliorare almeno sui tre versanti critici della vita quotidiana: pandemia, cambiamenti climatici e crisi dell’occupazione.

Accendo il televisore il mattino di martedì 21 settembre 2021 e scorro le notizie sul servizio Televideo. Attrae la mia attenzione, in particolare, l’insieme delle affermazioni del presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi che ha da poco fatto ricorso alla minacciosa parola “catastrofe” per indicare quanto avverrà molto presto come conseguenza del surriscaldamento del clima planetario. Così si è espresso il capo del Governo partecipando alla tavola rotonda sul clima tenuta a New York: “L’Italia farà la sua parte. Siamo pronti ad annunciare un nuovo impegno economico per il clima nelle prossime settimane. L’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite ci ha detto che la nostra azione dovrebbe essere immediata, rigida e su larga scala. E se non agiamo per ridurre le emissioni di gas serra, non saremo in grado di contenere il cambiamento climatico al di sotto di 1,5 gradi. È emergenza di uguale entità del Covid”.

Parole rassicuranti, persino un po’ consolanti quelle del premier, ma sussiste un abisso tra il momento della loro enunciazione e il fare pratico. Già, il “fare”, sappiamo che cosa in molto vago su ciò che dovremmo e dovremo fare, ma nulla sappiamo del “come fare”. Agire, inoltre, in modo tempestivo, da subito. Tutte queste plausibili obiezioni non portano con sé certezze e lasciano un vuoto di comprensione su che cosa e con quali mezzi portare a realizzazione. Ma l’Italia ce la farà, è ed è sempre stata il Paese dei miracoli e anche in questa occasione troverà la via del rimedio.

Agli avvertimenti di Mario Draghi fa eco, il 22 settembre 2021, il rincaro della dose da parte del segretario Onu, Guterres, alla 76a Assemblea delle Nazioni Unite: “Il mondo non è mai stato più minacciato o più diviso, siamo sull’orlo di un abisso e ci muoviamo in direzione sbagliata”. Tra le crisi che minaccia l’umanità cita in primo piano il Covid, il riscaldamento climatico, l’Afghanistan, l’Etiopia e lo Yemen. Poi considera un “atto di accusa morale” la disparità sul fronte vaccini che definisce “Una oscenità” perché la maggioranza del mondo più ricco è vaccinata, mentre il 90% degli africani aspetta ancora la prima dose.

Un’altra voce portatrice di sventure si leva dal Centro Euromediterraneo in tema di cambiamenti climatici (Cmcc): entro il 2080 la città di Napoli andrà a rischiare novanta giorni consecutivi nella morsa del caldo torrido, contro i cinquanta previsti qualora si applichino le politiche climatiche concordate. Anche Venezia corre gravi rischi, a pari condizioni, oltre alle ondate di calore anche piogge intense e allagamenti sempre più frequenti con innalzamento del livello dell’acqua. L’analisi del Cmcc si concentra su sei città, assumendo a esempio Milano, Roma, Torino e Bologna. Ci portiamo in pieno ottobre 2021, al 14 del mese e possiamo leggere sulle fonti di informazione notizie che vanno ad appesantire la serie già gravosa di eventi preoccupanti. Mi riferisco al monito lanciato dal rapporto annuale Iea (Agenzia Interazionale dell’Energia): “Il progresso dell’energia pulita è ancora troppo lento per portare le emissioni globali a un calo sostenuto verso lo zero netto”. È necessario perciò “un segnale inequivocabile di ambizione e azione da parte dei governi che si riuniranno a Glasgow” per la Cop26. Con le misure attuate fino a oggi “le temperature medie globali risulteranno ancora in aumento quando nel 2100 raggiungeranno i +2,6 gradi rispetto ai livelli preindustriali”. Siamo alle solite, parole che si accavallano a parole, un “copia-incolla” di edizioni precedenti, senza che qualcosa si sia tradotta in azione. Buttiamo per aria raffiche di parole e intanto la Natura si restringe sempre più su se stessa come per difendersi dagli interventi devastanti dell’uomo, così ancora fino a quando il punto di non ritorno si ritorcerà sulla nuova progenie fermando la colossale macchina che con i suoi ingranaggi contorti finirà per distruggere se stessa.

Ma qualcosa sta cambiando? Sono tornati in piazza, in Italia e nel mondo, i giovani che manifestano per il clima, dopo lo stop per la pandemia. Il corteo dei FFF (Friday for Future) chiedono che si taglino le emissioni della CO2 del 12% all’anno, così da arrivare a un quasi “zero” nel 2030.

I provvedimenti per abbattere il rischio clima, credo, si prospettano su due fronti. Il primo riguarda tutto un enorme sistema di filtraggio e di depurazione per sterilizzare i fumi contenenti gas serra; il secondo ha a che fare con un vero e proprio taglio alle emissioni. Sono due piatti di una stessa bilancia: portare a compimento entrambe le prospettive sarebbe il massimo, ma non vedo, neppure lontanamente, una ferma volontà politica, al di là delle parole e delle buone intenzioni sciorinate a profusione, per portare a tanto. Allora proviamo a immaginare che cosa succederebbe o potrebbe succedere assumendo singolarmente le due variabili accennate:

Prima, i provvedimenti tecnologici. Si tratterebbe di applicare filtri adeguati a impedire la liberazione di gas serra dalle emissioni di ciminiere, di impianti di riscaldamento e di motori a combustione, ma anche di arricchire i combustibili fossili con additivi capaci di ammorbidire l’aggressività originaria sviluppata ai danni dell’atmosfera e dell’ambiente in generale. Si può fare, ma l’esecuzione del progetto richiederebbe molto tempo prima che s’intravedano gli effetti attesi. Inoltre occorrerebbe la capacità di un impianto industriale specializzato per la produzione dei filtri riduttori dei gas serra, e un impianto del genere sarebbe a sua volta inquinante per via dell’energia richiesta e consumata in vista della produzione programmata. Non mi pare sia la soluzione migliore, adatta soltanto a spostare il problema, soprattutto perché abbiamo ormai essenziali esigenze di poter correre subito ai ripari, con ciò che ci sta per cadere addosso, senza attese e rincari.

Seconda, i provvedimenti mirati per il taglio delle emissioni. Questo itinerario di salvaguardia dell’ambiente presenta tempi brevi dal momento dell’attuazione al rilevamento dei risultati, sempre che non ceda la volontà di procedere sul percorso intrapreso, ma si accompagna anche a richieste di enormi sacrifici e la gente, si sa, in generale non ama rinunciare alle comodità e privarsi dei privilegi acquisiti. Qui non siamo più sul piano tecnologico, ma bensì su quello sociale, psicologico e comportamentale. Se vogliamo aria pulita, subito, non resta altro da fare che evitare di insozzarla con i residui della combustione, e questo si risolve nel consumare drasticamente di meno, a tutti i livelli, non solo a quello dell’acquisto di carburanti per far muovere macchinari grandi e piccoli e per mettere in moto una serie incalcolabile di mezzi di locomozione richiesti dai nostri spostamenti. Ossia, a iniziare dai singoli, usare auto e motocicli per il minimo indispensabile, dare la preferenza ai mezzi pubblici, acquistare soltanto il giusto quantitativo che serve a campare, evitare sprechi, lussi, sovrabbondanze, così nel vestire, così nel nutrirsi, così nel trascorrere il tempo libero e i periodi di vacanza. Acquisti ridotti all’essenziale significherebbero minore richiesta sul mercato e conseguente rallentamento della produzione, una vita più morigerata per tutti e una formazione mentale del sapersi accontentare di ciò che la natura ci consente usare per i nostri bisogni esistenziali, eliminando ogni forma di eccesso.

Certamente comportamenti di questo tipo sarebbero immediatamente invisi a quelle famiglie con due o tre componenti e cinque o sei mezzi di locomozione al seguito o a quegli individui che per superare i 100 o 200 metri di strada da casa al bar dell’angolo salgono in auto e fanno ciò per più volte in una giornata. Sarebbero di duro sacrificio per molti che si sentirebbero costretti a rinunciare alla bella vita e a fare e a consumare tutto quello che desiderano. In più, si solleverebbe un grosso problema di ordine sociologico, quello delle disuguaglianze in ordine alla fruibilità dei beni e alle opportunità di accedere a un livello di vivibilità soddisfacente ma senza esagerazioni, per tutti. Il che richiederebbe una equa ripartizione dei beni, un vero pugno nello stomaco per i “Paperoni” che vivono di entrate da favola e che hanno accumulato fortune da sogno. Non che dovrebbero consegnare tutte le ricchezze possedute ai poveri, così penso, ma che potrebbero decidere o essere educatamente indotti a decidere di investire il denaro superfluo per dare lavoro e possibilità di una vita per lo meno dignitosa a chi occupa i gradini più bassi della scala sociale in merito al quoziente-ricchezza. Atteggiamenti di questa sorta porterebbero, su un grafico ideale, i più ricchi a ridimensionare le proprie esigenze, ad accontentarsi chi di meno e chi di molto meno, ma anche i più miserabili – penso ai poveretti che vanno a frugare nei cassonetti delle immondezze per recuperare qualche avanzo da mettere sotto i denti, a coloro che sono loro malgrado senza lavoro, a chi lotta contro la malattia e soccombe perché non ha i soldi per potersi sottoporre a visite mediche o per acquistare medicinali – ai più miserabili, dicevo, perché possano assurgere a un livello più elevato di esistenza. Tornando rapidamente al problema “inquinamento” appoggio la mia preferenza a quanto esposto nel secondo punto sopra analizzato ossia al rallentamento e alla riduzione dei consumi. È inutile pensare a un progresso che porti le Nazioni a “crescere” economicamente. Crescere significa aumentare e garantire la possibilità di avere di più a proprio vantaggio e consumo, per i più fortunati comunque, per i più accorti, per i più veloci ad approfittare delle situazioni che si presentino, per i più scaltri e scanzonati infine. Sto accennando a un evento che costituisce il primo anello di una catena fatta per sgranare l’uno dopo l’altro una serie di passaggi indigesti: incremento dei guadagni per aumentare le possibilità di acquisto; accaparramento di beni di consumo per riprendere ritmo con una vita dai toni più gratificanti; moltiplicazioni dei trasporti e della produzione di veicoli a uso della popolazione, di derrate, di materiale energetico; possibilità di dedicare copioso tempo alle attività libere; offerta più ampia negli acquisti personali, come abiti, attrezzature tecnologiche, arredi domestici e via di questo passo. Le industrie, certamente, sarebbero chiamate a fornire in maggior copia gli articoli richiesti, e smuovere di più l’enorme macchina produttiva significa nello stesso temo chiedere all’ambiente di sopportare ulteriormente le nostre forzature. Senza contare che stiamo consumando, ogni anno, più di quanto la nostra Madre Terra sia capace di offrirci e, di questo andazzo, ci troveremo presto con le mani penzolanti e gli occhi fissi in un interrogativo dalle sembianze catatoniche.

Dicono bene i ragazzi del FFF, tagliare le emissioni, e citano anche una cifra, del 12% ogni anno. Ora ditemi se questo sarà possibile votando favorevolmente per il primo dei due provvedimenti sopra portati a esempio. Eppure, credo, non ci sarà altra via: dobbiamo decelerare nella nostra corsa al benessere e a un’economia brillante per il prossimo futuro perché, così vado cianciando in cuor mio, un’economia brillante non ci sarà, massime per i nostri nipoti. Una delle richieste contenute nel corposo documento finale che arriva dalla conferenza dei giovani sul clima, la Youth4Climate, alla pre-Cop26, è stata quella di chiudere le industrie basate sulle fonti fossili di energia entro il 2030. L’aforisma “tagliare le emissioni” richiama immediatamente i passi che si dovrebbero fare per arrivare a tanto; dirlo è molto semplice, ma, tra il dire e il fare…

Vediamo alcuni di questi probabili passi: innanzitutto gli armamenti; se assommiamo il costo per la realizzazione di un aereo da caccia, di un sommergibile da guerra sottomarina, di un carro armato, di un missile, di una batteria di artiglieria, tutti equipaggiati con le relative dotazioni di funzionamento, possiamo calcolare con facilità quanti ospedali, quante scuole, quanti centri sanitari si potrebbero realizzare con quel denaro. Il contenimento degli sprechi giornalieri sarebbe un secondo passo da farsi. Il terzo, e mi limito a questi tre per il momento, ha a che vedere con l’illuminazione notturna del pianeta. Si fa un uso smoderato dell’illuminazione per dare sfogo alle soddisfazioni e ai piaceri della vita notturna, bruciando inutilmente una quantità indescrivibile di risorse energetiche.

A tratti dovremo persino fermarci perché a contrastare il nostro passo pesante apparirà, con l’esibire un vistoso disco rosso, Madre Natura che sarà la sola protagonista, la sola “prima donna” sulla scena, nel dire: “Basta!”. Ma, dopotutto, una buona notizia giunge dall’Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi forestali realizzato dall’Arma dei Carabinieri con il supporto scientifico della CREA, un “termometro verde” in grado di misurare lo stato di vitalità delle foreste e il loro contributo per mitigare la “febbre planetaria”. Si comunica che la superficie boschiva nazionale è aumentata in dieci anni di circa 587 mila ettari per complessivi 11 milioni di ettari, la biomassa forestale del 18,4%. Questo consente di assorbire 290 milioni di tonnellate di CO2 in più.

Mi porto ancora alle notizie della cronaca quotidiana in tema di rispetto per il nostro Pianeta. È altresì del 25 settembre 2021 la notizia che qualcosa si sta muovendo in termini positivi. Gli occhi puntati sulla nostra dimora cosmica, una voce si leva per salvaguardare la salute planetaria: è quella di Legambiente con la proposta di attuazione della 29a campagna titolata “Puliamo il Mondo” che si propone lo scopo di rassettare strade, parchi e spiagge liberandoli dai rifiuti. Iniziativa lodevole sotto tutti gli aspetti: quello ecologico, quello educativo, quello della responsabilità individuale e collettiva, quello dell’amore per la propria terra, quello della condivisione di valori fondamentali. Però, lasciatemi esporre qualche obiezione: pulire, perché? Perché altri hanno insozzato l’ambiente. Io, che sono solito compiere lunghe camminate su strade del circondario per due o tre ore inoltrandomi nelle campagne limitrofe al paese, sono colpito dal triste spettacolo offerto dai cigli delle nostre strade e dal corso dei ruscelletti irrigui che ne scorrono ai lati; non arrivo a contare dieci passi che intravedo di tutto: scatolette, cartacce, astucci in plastica, mascherine, bottiglie, lattine e quant’altro. Sì, va bene, pulire il mondo è un’azione di notevole valore civile, pure un esempio agli altri se vogliamo. Ma pensiamo anche che, esaurito il nostro lavoro, ripassano dietro di noi individui senza educazione che non si fanno scrupolo per riprendere a disseminare sporcizie nei siti testé mondati. E, dunque, a che cosa serve? A educare chi già crede e s’adopra nei comportamenti corretti? Non sono i volontari del mondo pulito ad averne bisogno, anzi, proprio perché mettono mano alle migliori intenzioni, proprio per questo cadono oggetto del disprezzo e della beffa di chi non segue le regole del buon vivere civile. Allora si farebbe impellente, a fianco del lavoro encomiabile di pulizia del mondo, educare i responsabili contravventori.

Educare come? Iniziando dalla famiglia e dalla scuola, sicuramente. Ma poi, dato che per lo più sono gli adulti a uscire dal seminato, allora convincerli a cambiare atteggiamento. Come? Non vedo che un modo: con le sanzioni pecuniarie; soltanto mettendo le mani nelle tasche di certi riottosi si otterrebbe un comportamento più corretto, anche in assenza di convinzione e di un improbabile apporto educativo. Si può fare, con personale vigilante autorizzato a comminare sanzioni assai salate. Ricordo, è un ricordo un po’ attempato che risale a una quarantina di anni fa ma sempre valido, che, transitando per le vie di Gressoney Saint Jean e di Gressoney la Trinité in Valle d’Aosta, circolava per gli abitati personale specializzato al controllo della nettezza pubblica, autorizzato ad applicare sanzioni ai contravventori. Ebbene, le vie di Gressoney apparivano pulite e linde, cosa ammirevole e stupefacente. Forse che una siffatta organizzazione di Polizia ambientale non è possibile, oggi, anche qui da noi? E, allora, ben vengano le giornate “Puliamo il Mondo”!

Il discorso continua, quando mai avrà fine? Sono ancora i giovani ad alzare la voce per un mondo vivibile. Il 29 settembre si racconta che Greta Thunberg ha preso parola alla Youth 4 Climate in corso a Milano con la presenza di 400 giovani provenienti da tutto il mondo: “Le azioni dei nostri leader sono un tradimento delle promesse e delle speranze dei giovani. Sono trent’anni che sentiamo solo parole. Si continuano a cedere licenze petrolifere. Le emissioni continuano ad aumentare. Possiamo invertire questa tendenza, ma servono soluzioni drastiche. Vogliamo giustizia climatica e la vogliamo ora”. Per giovedì 30 settembre l’appuntamento dei giovani per portare proposte alla riunione preparatoria del Cop26 che si terrà a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre 2021 con la presenza dei ministri dell’Ambiente di una cinquantina di Stati. L’obiettivo verterà sul mantenimento del riscaldamento globale sotto i due gradi dai livelli pre-industriali.

Intanto si va parlando dell’aumento dei costi di gas ed energia elettrica. L’Autorità di regolazione per l’energia, reti e ambiente (Arera) rende noto che la dinamica dei prezzi delle materie prime verso i massimi storici e le alte quotazioni dei prezzi di emissione di CO2 avrebbero causato aumenti del 45% dell’elettricità e del 30% del gas. È la prima avvisaglia delle ripercussioni che la crisi climatica ha sul piano economico, concorrendo a convincere gli utenti a ridurre i consumi.

Ultima, ma non meno desolante, la notizia diramata il mattino del 5 ottobre 2021: anche i coralli in via di estinzione. “Pesca con la dinamite, ma soprattutto il riscaldamento globale hanno distrutto il 14% delle barriere coralline a livello mondiale nell’ultimo periodo. I coralli più colpiti sono quelli dell’Asia meridionale e del Pacifico, quelli intorno alla penisola arabica e al largo delle coste australiane”. Sono le rivelazioni fatte da oltre trecento scienziati del Global Coral Reff Monitoring Network: “Il cambiamento climatico è la più grande minaccia per le barriere coralline del mondo”.

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