Famiglia e responsabilità – parte 2 di 2

Quo vadis, fili mi?

Giunto a questo punto, mi inoltro in un terreno delicato. Ossia in ciò che non si dice, che non si vuole sentir dire. Che ne han fatto, una parte degli adulti, del benessere pervenuto a portata di mano? Qualcuno, e dico qualcuno perché voglio continuare a pensare che la maggioranza abbia sempre agito saggiamente, avrà creduto che si siano spalancate le porte dell’Eden, avrà inteso che il potere economico era pure il viatico per la conquista di una libertà d’azione da sempre calpestata, avrà conosciuto lidi insperati di gratificazione personale, si sarà pure incontrato con situazioni che sapevano di proibito, ma irresistibili quando accarezzavano senza posa il narcisismo personale. Si lasciarono andare, come si usa dire, si concessero agli ozi di Capua, ai piaceri dell’Olimpo, non senza incappare in seri guai allorché di mezzo ci fossero state le persone che ne condividevano l’intimità familiare.

Il senso di libertà conquistato era troppo allettante e persino esaltante per non dedicarvisi con le migliori attenzioni. Era la soddisfazione finalmente raggiunta delle aspirazioni edonistiche da sempre sognate, il sentore di una felicità in arrivo, che non si sarebbe potuta lasciar sfuggire. La vita cambiò nei suoi ritmi, nelle sue direzioni, nella scelta di rapporti con gli altri. Era meravigliosa quella sensazione di felicità, ma anche effimera, come doveva presto rivelarsi, e portatrice di postumi indesiderabili: primo, l’inevitabile senso di colpa, il rimbombo di un segnale che rendeva rei di aver tradito. Tradito certe convinzioni culturali ataviche, tradito i doveri verso le persone più prossime, tradite la fiducia che da esse proveniva e le attese che da quelle venivano coltivate in seno a un rapporto affettivo ormai incrinato e ferito dalla sopravvenuta distanza di intese resa insanabile. Di qui, il crearsi di un vuoto pauroso nel mondo dei sentimenti, un baratro nel quale erano state sprofondate le responsabilità personali, infine una paura inspiegabile di qualcosa indefinita che sarebbe potuta accadere.

Vuoto, colpa, paura. Come rimediare a tutto ciò, per sentirsi vivi e padroni ancora del proprio futuro? Semplice: ricorrendo, una volta in più, alle blandizie del benessere; tanto, si era convinti, con il denaro si aggiustava tutto. Cosa particolarmente riprovevole era che, con certi comportamenti troppo compiacenti, veniva snaturata quella figura autorevole di genitore nella sua funzione di ancoraggio e di guida per i figli, da cui discese una distanza in crescendo fra generazioni con l’insorgere di incomprensioni, di insopportazione, di anelito alla fuga. Ma i figli vanno trattenuti, non si possono lasciar andare alla deriva, in quel caso il proprio senso di colpa si ritorcerebbe sul genitore schiacciandolo.

Essendo svaniti certi valori fondamentali, smarriti i mezzi educativi o persino coercitivi per la guida dei giovani, i genitori, quegli “alcuni” ripeto, credettero cosa buona e risolutiva dare mano al denaro, quel mezzo che in molte altre contingenze aveva dimostrato di funzionare molto bene e di risolvere ogni problema. Con il surrogato della valuta in tasca i figli sarebbero diventati pure più autonomi, avrebbero soprattutto lasciato in pace i genitori e questi, non più vessati dalle insistenze alle quali erano dovuti sottostare in precedenza, avrebbero potuto continuare sul sentiero delle gratificazioni personali e a godersi la libertà conquistata. Se il denaro, a un certo punto, non bastava non c’era che da avanzare altre pretese e le richieste dei figli venivano puntualmente soddisfatte.

Questo andazzo non sortì, infine, altro effetto se non quello dell’accrescersi a dismisura del senso fasullo di onnipotenza infantile risorto quale novella araba fenice. Una onnipotenza che confluì nel diniego dell’autorità e nel porre sempre più se stessi al centro delle attenzioni e dei diritti.

Allora, al momento in cui il figlio, o la figlia, si lamenta presso il genitore per aver subito un torto da parte di qualcun altro, il padre non vede altra soluzione che quella di prendere a due mani le difese del figlio. Perché? Essenzialmente per farsi perdonare. Perdonare di averlo lasciato solo nel momento del maggiore bisogno, perdonare per averlo illuso, perdonare per avergli negato la cosa più importante e vitale che suo figlio da lui si sarebbe dovuto attendere: l’affetto nutrito di disponibilità sincera a condividere gioie e dolori. Inoltre c’è sicuramente l’esigenza di trovare un capro espiatorio sul quale scaraventare tutte le proprie nequizie e mancanze, una vera e propria proiezione fantasmatica della parte oscura della propria personalità genitoriale fallita. E un pugno sul viso a un colpevole dichiarato diventa un segno di affetto e di dedizione coraggiosa per un ritorno di fiamma di quell’amore che non c’è.

Giovani alla deriva

Si vorrebbe chiudere occhi e orecchi di fronte a tante tristi notizie, ma poi se ne sentono di tutti i colori e non è più possibile passarvi sopra in silenzio. Eccone una: SOS Giovani, Italia ultima in Europa, deserto al Sud. Disagio in 18 test. Possediamo il triste primato negativo nello spazio UE con il 23,4% di giovani che non studiano né lavorano e coloro che hanno conseguito una laurea raggiungono soltanto il 27,6%. Fino alla bella età di 34 anni una folla di ragazzi, si calcola il 64,3%, vive ancora in famiglia, a carico dei genitori. In quanto a tasso disoccupazione siamo al 21,7%, ma nelle aree meridionali si arriva al 35,3%. Le notizie sono state divulgate dal periodico Il Sole 24 ore, 22 Febbraio 2021.

Più di un segnale per capire che qualcosa è andata storta.

Osserviamo i nostri giovani: una parte incoraggiante si dà da fare per costruire il proprio futuro, fiduciosa nelle doti di cui dispone e armata di buona volontà. Ma c’è una fascia che si contrappone per caratteristiche comportamentali, fonte delle maggiori preoccupazioni.

Preoccupante la notizia di una nuova forma di disagio che va diffondendosi fra i giovani, in particolare fra quelli a forte rischio; le hanno dato il nome di Hikikomori. Si tratta di un fenomeno esteso a 100 mila casi per approssimazione e che induce i soggetti colpiti a cercare un isolamento pericoloso, come una fuga dalla realtà. Il presidente dell’Associazione Hikikomori Italia, Matteo Crepaldi, psicologo, ne ravvisa le cause nella pressione sociale di cui sono vittime i giovani, scagionando da pari responsabilità l’uso moderno delle tecnologie a tutti i livelli. Il rimedio: ridurre la pressione sociale sui giovani. Le moderne tecnologie occuperebbero un posto subordinato nel manifestarsi del disagio sociale ai danni della fascia di giovani colpiti. Uno fra i tanti casi che fanno pensare seriamente a quanto sta accadendo: l’ultimo suicidio di un ragazzo al quale era stato negato l’uso della tastiera.

Chi soffre di tale disturbo è in genere un giovane di età compresa fra i 15 e i 29 anni, maschio nel 90% dei casi, presente in gran parte al Nord Italia.

Ma che cos’è la pressione sociale? Può essere una particolare forma di influenza, tale che ci lasciamo influenzare dalle decisioni e dalle opinioni che pensiamo siano condivise da tutti, mettendo in discussione valori personali, fino anche alle percezioni che crediamo di avere. È un atteggiamento nocivo per l’autostima e per la fiducia in se stessi.

Quello dei giovani Hikikomori è il primo segnale sopra accennato, ma c’è dell’altro.

Sempre sui quotidiani del mattino si legge la notizia che i Carabinieri di Cremona hanno eseguito sette ordinanze di custodia, con l’arresto di quattro persone in carcere e di altre tre ai domiciliari. Persone giovani che avevano dato il via, con altri 18 ragazzi sotto denuncia, a un vero e proprio ring sulle vie e piazze della città. Qui si davano appuntamento mediante informazioni sui social per scatenare liti e aggressioni. Sono ragazzi tra i 15 e i 18 anni, per gran parte in minore età dunque, avvezzi a prendere di mira nelle loro provocazioni anche altri ancor più giovani. Si sono contati a decine gli episodi di violenza postati e commentati su Instagram.

Che cosa viene da pensare?

In prima istanza ai genitori: quale il loro ruolo? Quale la loro presenza nell’educazione dei figli? Quale il senso di responsabilità sociale? Quale la soglia dell’assolvimento al dovere di educatore? Quale la considerazione maturata nei confronti dei propri figli, risarciti con puntuali rifornimenti in regali e in denaro sonante per sgravare illusoriamente la colpa di non “esserci”?

In secondo luogo ai figli: costretti a sentirsi senza una guida, palesemente abbandonati, lasciati andare alla deriva nel marasma delle onnipresenti pressioni sociali. Indifesi e male attrezzati per far fronte alla spinta devastante di influenze nei loro aspetti più negativi e fuorvianti.

Infine alle opportunità offerte dal benessere. Oggi la maggioranza delle persone sta sperimentando che basta avere soldi per essere felici e sentirsi la coscienza a posto. Chi regna veramente su questo povero nostro mondo è una divinità malvagia, subdola e ingannatrice, il “dio denaro”, una forza irresistibile capace di penetrare dappertutto e di sovvertire le sorti di una realtà sempre meno controllabile. Non che si possa parlare di un dio del tutto perverso, perché il denaro è necessario; maledettamente nocivo è l’uso che se ne fa in moltissimi casi. Così abbiamo bambini che crescono nella convinzione di essere al mondo per godere, che a loro sia tutto dovuto e subito, che la sfera dei doveri sia impallidita assai di fronte ai sacrosanti diritti irrinunciabili. Così abbiamo giovani illusi sino a una certa età, poi sempre più coscienti di essere usciti da un ambito educativo assurdo e incongruente con le loro attese, frustrati dunque e incapaci di risollevarsi dopo una caduta.

Da quel che ho osservato sin qui pare che buona parte di questi giovani cerchino un senso alla realtà delle loro giornate nella devianza o nella fuga: persi nelle chimere abbattute da nuove crude e desolanti consapevolezze, incompresi e soli nell’affrontare i propri giganteschi problemi, traditi nelle loro speranze, mutilati nelle loro convinzioni. Le notizie dei mezzi di informazione annunciano il 19 agosto 2021: “Viterbo apre un fascicolo sulla morte di un venticinquenne nel lago di Mezzano, in una riserva naturale occupata da un rave (lett: delirio) abusivo. I Pm attendono l’esito dell’autopsia. Morto un altro giovane finito in coma etilico come altri quattro. E anche due stupri. Decine di ragazzi vagano anche nella vicina Pitigliano (GR), affollata da turisti, in cerca di cibo, bivaccando, e dormono in strada. È il quinto giorno per il rave: diecimila partecipanti. L’Asl segnala una situazione grave”. Detto questo, una sola domanda: I genitori, dove sono? Quali situazioni di abbandono educativo hanno spinto i loro figli a cercare un senso alle loro vuote giornate, investendoli con l’inganno?

No Amore

No amore, no rispetto, ma neppure coerenza con i sacri principi.

Il nostro “Pianeta Guerra” è infestato ogni giorno di più da episodi terrificanti. Non molto tempo addietro si leggeva sui mezzi di informazione di seimilacinquecento minori uccisi o orrendamente mutilati dallo scoppio di bombe lanciate in Yemen dalla Coalizione a guida saudita. La stima non è definitiva, potrebbe gonfiarsi ancora. Save the Children informa che, alla vigilia del quarto anniversario del conflitto, più di 19 mila raid aerei, 13 al giorno ossia uno ogni due ore scarse, hanno distrutto scuole, ospedali e case costringendo all’esodo un milione e mezzo di bambini.

Passa un giorno e si legge che, ancora in Yemen, un ospedale sostenuto da Save the Children è stato colpito da un attacco aereo che ha provocato la morte di tre adulti e di quattro bambini; inoltre, otto feriti e due dispersi. Si è trattato di un missile che ha colpito una stazione di benzina posta a meno di 50 metri dall’entrata dell’edificio principale che sorge a 100 chilometri da Saada nel nordest del Paese. L’attacco è stato sferrato nel quarto anniversario dello scatenarsi del conflitto in Yemen.

Come possiamo declamarci membri di un’espressione civile della vita sulla Terra? Questo è l’inferno in tutta evidenza e la cosa più vergognosa è che a pagare l’insania degli uomini siano i bambini. Nessuno interviene? Non è possibile fermare una volta per tutte questo delirio che si impadronisce dell’umanità già di per sé sofferente? Sto pensando: esiste l’Onu la cui lettera fu sottoscritta dai rappresentanti di 50 Stati di tutto il mondo il 26 giugno 1945 nel corso della Conferenza di San Francisco. L’Onu vanta il fine elettivo di “salvaguardare la pace e la sicurezza mondiali”. Bene, e che cosa fa? Perché l’uomo continua a uccidere, ad accanirsi contro i deboli, a distruggere? Dal ’45 a oggi ne sono passati di anni, ben 76 e l’eco dell’ultimo conflitto mondiale ancora non ha terminato di far sentire i propri rantoli di morte nel mondo.

Ma c’è un altro aspetto della questione che riguarda più nello specifico noi Italiani, popolo di poeti, scienziati e navigatori, votati al progresso delle scienze e alla divulgazione di un umanismo rispettoso di ogni creatura. Eppure… ecco la denuncia proveniente da Amnesty International, che si legge nei notiziari: “USA, Regno Unito, Francia e anche Italia continuano a fornire armi agli Stati membri della Coalizione nonostante vi siano prove schiaccianti che esse sono state usate per commettere crimini di guerra”.  Non è ladro solo che ruba, ma anche chi tiene il sacco. Così non è criminale contro l’umanità soltanto chi spara a bruciapelo e lancia ordigni esplosivi, ma anche, nella stessa misura, chi fornisce le armi per commettere atroci delitti contro l’umanità. Vogliamo continuare a essere complici di questi vergognosi traffici? Arricchire la nostra economia sapendo di spegnere con violenza la vita in tante giovani creature e macchiandoci di un reato imperdonabile?

Sarebbe bene, ogni tanto, andare a posare l’occhio su che cosa afferma la nostra Costituzione del 1948. L’articolo 11 declama con incontestabile chiarezza che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Già, ma poi vendiamo le armi per uccidere! Non sarebbe meglio aiutare quei popoli in via di sviluppo, dopo aver concorso a una campagna profondamente umanitaria di esclusione di ogni conflitto armato, con la vendita di macchine agricole, di macchinari per la produzione industriale, di attrezzature mediche per gli ospedali e con la promozione di corsi formativi specifici? Se non altro si farebbe omaggio a un semplice principio di coerenza politica e con i sacri principi di cui ci vantiamo promotori.

Immagine di copertina tratta da Vecteezy

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