Aldous Huxley – La Filosofia Perenne (Parte 5 di 5)

Nella mente dei Pensatori

Adelphi Editore SPA – Milano 1995
Originale: The Perennial Philosophy, Mrs. Laura Huxley 1945
Stampato Ottobre 1995 da Techno Media Reference S.R.L., Milano

Una critica più serrata. Realtà divina: è conoscibile? In che cosa consiste? Se qualcuno è arrivato a conoscerla, perché non ce ne descrive i requisiti, nel modo che siano intelligibili a tutti? La stessa cosa vale per la conoscenza intuitiva (non razionale) del divino Fondamento immanente e trascendente l’intero Universo. Ma stiamo semplicemente parlando di Dio, di un’Entità indescrivibile di cui nessuno ci può portare testimonianza. Come possiamo allora continuare a usare la parola Dio se non sappiamo a chi o a che cosa ci si riferisce, se non plasmandola di una nostra convenzione concettuale? Ma allora non facciamo che parlare di qualcosa di giustapposto, di inventato, di non corrispondente alla realtà. Attorno a questa parola, svuotata di qualsiasi significato immaginifico e patinata di elementi fantastici e posticci, si va a creare tutta una enorme teorizzazione di pseudo verità. Ma la realtà è che noi parliamo di un Dio di cui nulla sappiamo, se non escludiamo il bisogno pressante di attribuire a Lui ogni cosa che cade sotto i nostri sensi. Così è che non dovremmo neppure nominarlo, non avendolo ancora conosciuto, altrimenti ci affidiamo a pure metafore e a una consolatoria costruzione mentale. Parlare di Dio è veramente troppo facile ma, se badiamo alle affermazioni del Maestro Eckhart “Perché vai cianciando di Dio? Qualsiasi cosa tu dica di Lui non è vera”, nel tentare di farlo possiamo servirci sia dell’intelletto sia della ragione. Sarebbe dunque possibile arrivare alla conoscenza unitiva di Dio, prima di tutto, rinunciando a nutrire opinioni e, in secondo luogo, a passare all’uso della ragione, ossia dal formulare indagini e discorsi verbali all’affidarci all’intelletto inteso nella accezione di intuizione immediata, di penetrazione intima della verità. – Per me è difficile rinunciare a formarmi opinioni personali; preferisco sviluppare quelle che fanno parte della mia cultura, modificarle e sostituirle alla bisogna, nel momento in cui nuove scoperte giungono ad attribuire un’impronta più promettente alla mia mentalità. Inoltre mi lascia abbastanza perplesso questo richiamo incessante all’intuizione immediata: secondo me si tratta di un privilegio di pochi fortunati, una cosa che ti capita quando meno te l’aspetti e che t’illumina di luce aprendo istantaneamente i tuoi occhi a una conoscenza rivelatrice. Per ora non so che cosa sia e il mio stile di ricerca continua a fare affidamento sul solo strumento che conosco e con il quale riesco relativamente a destreggiarmi: la ragione.

Si dice di spirito individuale e di Spirito universale, la percezione di identità dei quali dovrebbe portare alla liberazione. Ma, anche qui, in che cosa consiste quella percezione di identità e che cosa è la liberazione? Liberazione, forse, da noi stessi, che non siamo creature ognuno di se stesso, o dal nostro stato di estrema limitatezza che noi non abbiamo scelto a nostra dimora? Così, nel citare l’eternità del divino Fondamento, lo scopo dell’uomo sarebbe di ritornarvi, come se un tempo ne fosse stato cacciato e ora vivesse esule. Cacciato, da chi? E per quale arcano motivo? Il divino Fondamento si trova fuori del tempo e conoscerlo vuol dire annullare l’ego nella sua preoccupazione di se stesso, morire a se stessi nel sentimento, nella volontà e nell’intelletto. Ma questo significa anche autonegazione, rinuncia alla personalità così faticosamente costruita, significa anelare a uno stato di estraniazione da sé, molto simile alla morte o, nel migliore dei casi, a una condizione schizofrenica. Morire alla personalità e vivere allo spirito è il corrispettivo dell’abiurare a qualcosa che ci è stata data alla nostra nascita, a qualcosa che cade sotto i nostri sensi e che perciò possiamo controllare, per anelare ad altra cosa soltanto spirituale di cui nulla sappiamo e che non riusciamo a individuare al di là del binomio significato-significante. Siamo al punto di definire quella che si presenta come la tragedia umana, e qui concordo con Huxley: L’uomo viene percosso dalla sofferenza più grande quando è nella situazione di sapere e di sentire di essere, quando sa e sente non solo che cosa egli è, ma che egli è. Siamo come condannati a soffrire di un dolore insopportabile nel momento in cui riusciamo ad avere conoscenza e sentimento della presenza di Dio, ma anche della nostra lontananza da tale Realtà perché vi si frappone il nostro io che dovrebbe pertanto essere odiato, disprezzato e abbandonato se vogliamo raggiungere la perfezione. Tutto ciò mi sembra alquanto assurdo e contraddittorio perché, se considero il mio io come un dono che mi è stato elargito, perché dovrei odiarlo? Mi sembra molto più intelligente il cercare di gestire la nostra esistenza per migliorare e arricchire il nostro io anziché disprezzarlo e abbandonarlo. Ammesso che il nostro io sia soltanto un mezzo per raggiungere la perfezione, allora facciamo sì di usarlo nel modo più confacente e curiamolo nelle sue possibilità di realizzazione. È attraverso l’io che imbocchiamo la strada della conoscenza, mi sembra veramente blasfemo disprezzarlo e abbandonarlo, come se rifiutassimo qualcosa di vitale che ci è stata data in consegna, seppure per un limitato periodo di tempo.

Quando si parla di liberazione si sostiene che essa possa essere raggiunta soltanto quando abbiamo di fronte la coscienza della Unicità del Sé, ma la conoscenza unitiva del Fondamento avviene soltanto a costo di una spersonalizzazione totale. Ossia devo rinunciare in assoluto al mio io ed estraniarmi da ogni cosa del mondo. Se io sono qui, ora e qui, ciò dovrà pure avere un senso, non sarà tutto dovuto al caso e, se con il mio essere nel mondo ho acquisito una mia personalità e un potenziale raziocinante, vedrei molto riduttiva una disposizione a spersonalizzarmi del tutto, ma anche soltanto in parte, mi sembrerebbe di andare contro natura. Penso piuttosto che non dobbiamo avere la pretesa di conoscere quello che, in termini del tutto astratti, viene definito “divino Fondamento”, già qui sulla nostra Terra nel corso della nostra vita. La vita, credo, deve considerarsi come un itinerario di lavoro mentale, culturale, di ricerca, di avvicinamento anche doloroso al Vero, alla Realtà ultima alla quale aneliamo e che siamo destinati a conoscere successivamente al nostro trapasso dalle fattezze biologiche e temporali. Un passaggio di preparazione dunque, di allenamento, di costruzioni successive alimentate da una speranza incrollabile. Come dire che, se io mi annullo già qui per riunirmi al Fondamento, qualsiasi accezione si voglia accollare a questo termine, io mi dichiaro già morto alla vita terrena che è l’unica che ora possiedo e che mi dà la facoltà di pensare e, diciamolo pure, di formarmi una base di opinioni, vuoi pure in via provvisoria. D’altra parte mi incontro con alcune contraddizioni ravvisabili negli enunciati usati da Huxley, come quando il teologo inglese dice che il fondamento dell’Universo che conosciamo è il nunc atemporale del divino spirito. Lo dice in vera luce ossimorica dacché il termine nunc ha attinenza con lo scorrere e il fermarsi del tempo, benché non appartenga al tempo in quanto definito atemporale.

Tornando al concetto di spersonalizzazione, la tesi principale sostenuta da Huxley vorrebbe da parte dell’uomo la determinazione a mortificarsi, a morire a se stesso, così negli appetiti come nei sentimenti, nella volontà, nelle facoltà raziocinanti, nella stessa coscienza, nella nostra memoria personale e nelle energie che abbiamo ereditato e di cui facciamo abituale uso. Il nostro io spogliato di tutto l’essenziale: non ne resterebbe altro che una qualcosa somigliante a un burattino di legno, inanimata. È ben vero che siamo schiavi del tempo che si frappone fra il raggiungimento della Luce, nei termini addotti da Huxley, e la nostra realtà terrena, e che costituisce pertanto l’ostacolo maggiore fra noi e Dio. L’errore in cui l’uomo incorre è quello di considerare Dio come una potenza avvolta nel mistero, di per sé pericolosa se la si contraddice, quindi da tenere calma e favorevole attraverso l’offerta di riti propiziatori, quando invece sarebbe da pensare come Spirito da adorare nello spirito. Ciò significa trasportare, limitare e imprigionare Dio nel tempo, quasi fossimo noi arbitri del suo destino, ossia correre dietro a una credenza superstiziosa, quella per la quale Dio sfogherebbe la propria ira sugli uomini in conseguenza dei peccati-offese commessi e questa credenza è l’equivalente del bestemmiare contro la Natura divina. Si tratta, ovviamente, di renderci conto che viviamo la nostra esistenza in un rapporto sbagliato con Dio, con la Natura e con i nostri simili. Da qui hanno origine le guerre, le rivoluzioni, lo sfruttamento, il disordine. È molto arduo concettualizzare una disposizione siffatta in termini spirituali e, ancora, mi sembra di poter concludere che venga richiesto all’uomo di negare completamente se stesso per entrare nello stato sublime dell’unione, cosa che vedo ancora molto lontana dalle possibilità di comprensione che ci sono state concesse.

Il senso di Dio nel mondo – La dottrina cattolica.

Puntando i nostri sforzi nel cercare la conoscenza di Dio pensiamo di dover essere salvati, liberati, illuminati, dacché la nostra esistenza affonda le radici in un mondo e in un sistema di vita che ci condiziona e ci rende prigionieri. Liberazione vorrebbe dire capacità di svincolarci dall’io singolo e temporale per passare nella dimensione dell’eternità, rifuggire dalla bramosia relativa a un’esistenza egocentrica e separata. L’io separato dal divino Fondamento deve costantemente lottare contro la paura, la preoccupazione, l’angoscia e il suo fare in questa lotta quotidiana predilige come nutrimenti necessari la cupidigia, l’invidia, la superbia, l’ira, i quattro elementi che pervadono la natura umana.

Tutte le creature sono sempre state e comprese nell’Essenza divina. Ricordo per inciso che anche il filosofo Emanuele Severino (Tautótēs, Adelphi Ed., Milano 1995) si sofferma molto sull’eternità dell’essente. Noi esistiamo perché Dio crea nel tempo ciò che era ed è nell’eternità, ma il tempo e l’eternità sono una sola e stessa cosa, forse soltanto modi diversi di presentarsi alla nostra percezione-immaginazione come potrebbero essere la stessa cosa l’infinitamente piccolo (meccanica quantistica) e l’infinitamente grande (teoria relativistica).

Ora mi preme volgere uno sguardo alla organizzazione o ideologia cattolica, a iniziare dalla Chiesa come potere temporale. “Se il corpo ecclesiastico è schiavista – così si esprime Aldous Huxley – o appoggiato alla forza di uno Stato (come nel passato) o se si basa sul capitalismo (come oggi), ha tutto l’interesse di curare la propria crescita terrena, assumendo l’aspetto di partito impegnato in scopi economici e politici”.

Adorare Dio è il primo Comandamento della fede cattolica, ma purtroppo nel corso della storia il senso vero di questo Comandamento è stato travisato: non si è pensato ad adorare Dio come Spirito assoluto solo nello Spirito e per amor suo. La figura antropomorfizzata di Dio è stata calata nell’ordine del tempo e Dio è apparso come un’entità dotata del potere di creare, ma anche di distruggere, un Dio pericoloso dunque, punitivo e vendicativo rivestito di tutti gli attributi umani più marcati, come ne leggiamo l’espressione diffusa fra le pagine del Vecchio Testamento. Dio portato nel tempo, pertanto, viene adorato con mezzi materiali che corrispondono, nella storia di tutti i tempi, a sacrifici propiziatori e non solo eccezionalmente cruenti per mezzo dei quali si credeva di placare le ire divine e di ottenere benefici materiali. Ancora oggi persistono una serie di teorie dell’espiazione, non ultima quella della Messa cattolica intesa nel senso di sacrificio dell’uomo-Dio ripetuto senza soluzione di continuità. Così è successo che si desse legittimità all’uso della violenza, con la limitazione che poneva il bene dell’uomo nel mondo terreno. Così prese piede il programma repressivo seguito dall’Inquisizione cattolica che agiva con la pretesa di perpetuare un credo ponendo in prim’ordine un tipo di organizzazione ecclesiastica su una matrice politica e finanziaria, una organizzazione nella quale non è difficile disvelare lo scopo immediato e primario, quello della acquisizione e del consolidamento del potere di casta, ben lontano dalla cura di quale destino si sarebbe aperto alle anime dei suoi fedeli.

Quella descritta è una visione di Dio che porta lontano dalla liberazione nell’eternità. La Storia offre chiara testimonianza dell’evolversi del credo religioso fra i secoli XVI e XX allorché la maggioranza delle nazioni europee di fede cristiana si diede a sopraffare, sottomettere e sfruttare le etnie non appartenenti allo stesso credo dei conquistatori. Interessi puramente materiali dunque, camuffati maldestramente da impegno missionario di diffusione di una verità non degna di quel nome. La religione cattolica, così pare, nel corso della Storia si è macchiata della colpa di aver favorito il diffondersi della violenza, delle persecuzioni, delle guerre perché si è presentata come organizzazione idolatra affogata nel tempo, ossequiente a una memoria reazionaria e a una visione utopistica dell’avvenire. Questo è potuto accadere anche per un motivo invero poco analizzato nella critica storiografica: il riferimento è per l’incarnazione divina, avveratasi una sola volta nella genesi biblica, e questo fatto avrebbe portato lontano sulla via del male, addirittura alle Crociate in armi, alle guerre di religione, alle persecuzioni contro gli eretici, alla bestiale “lotta alle streghe”, alle manifestazioni di una sorta di imperialismo sempre in corsa alla caccia di proseliti, in un insieme di comportamenti che richiesero il versamento di molto sangue e l’accendersi di immani sofferenze. In modo del tutto opposto i popoli orientali, fedeli a credo religiosi che contemplavano il verificarsi di molteplici incarnazioni divine nel tempo, rigettavano l’idea di una rivelazione che avesse colto un solo breve periodo storico, come anche quella che avrebbe attribuito un carattere semidivino all’organizzazione ecclesiastica, ragion per cui non sono mai stati attratti dall’idea di infliggere grandi stragi etniche per motivi religiosi. Contrariamente alle religioni insistenti nell’Est dell’Asia che sostengono il diritto di ognuno ad adorare concezioni o aspetti diversi del divino, a seconda delle disposizioni individuali, il cristianesimo si è fatto responsabile di persecuzioni sanguinose, di guerre all’insegna del Crocifisso e di un carattere imperialistico vocazionalmente alla ricerca di proseliti. Vediamo infatti una notevole recrudescenza di controversie all’interno del cristianesimo attorno ai secoli XVII e XVIII, il cui precipitato sul piano dell’evoluzione storica fu la trasformazione del credo religioso in una sorta di idolatria nazionalistica. La presa di posizione descritta si dimostrò uno smacco per la Fede. Lasciandosi trasportare dalle lotte intestine, dal denaro e dalla sete di potere, il cristianesimo fece del male a se stesso.    

Sappiamo e vogliamo credere che la meta e lo scopo della vita umana siano da ricercarsi nella conoscenza unitiva di Dio, ma oggigiorno la religione che viene professata non dimostra di essere altro che una forma di idolatria epocale e locale che può esprimersi vuoi nel nazionalismo, vuoi nel culto dello Stato, vuoi nel culto del personaggio potente o nella pretesa rivoluzionaria. Siamo al punto di credenze assolutamente errate, fondate sulla sopravvalutazione degli avvenimenti temporali e sulla compresente sottovalutazione di una visione perenne e atemporale dell’eternità. Fu la fede nell’assoluta importanza degli eventi storici trascorsi, visti come fine alla salvazione, a dare come risultato l’insorgere di dispute sanguinose per l’interpretazione di documenti che avrebbero dato adito a letture divergenti. Si incitarono gli adepti a credere nella santità e nella natura divina delle organizzazioni ecclesiastico-politico-finanziarie, e ciò comportò l’accendersi di lotte furibonde alimentate dalla sete di dominio. Tutto andava nella direzione della razionalizzazione e della giustificazione degli accadimenti più lugubri inscenati da figure preminenti che trovavano così il modo e la via per procurarsi una posizione di alto prestigio insieme a ricchezze e potere inattaccabili. Questo si verificava all’interno della Chiesa e attraverso la Chiesa.

La dinamica che spiega questo insieme di comportamenti mi sembra abbastanza chiara: i moventi che ne stanno alla base sono tre forme di idolatria: politica, morale, tecnologica. L’idolatria politica è stata quella che con maggiore efficacia si è battuta per colmare un vuoto storico, quello lasciato dall’indifferenza diffusa e crescente per la vita religiosa, ma essa non ha fatto che portare fra i popoli guerre, sopraffazioni, rivoluzioni violente e sistemi di spietata tirannia. Nel mondo sono sorti falsi spiriti animati a loro volta da false intenzioni e da falsa luce, tutto semplicemente perché hanno agito con la pretesa di volgersi a Dio senza prima rinunciare alle attenzioni rivolte al proprio io. Ossia hanno considerato Dio esclusivamente come un mezzo potente che consentisse di elevare se stessi a livelli di grande prestigio sul piano della vita terrena. Da questi atteggiamenti proverrebbero quelle irresistibili passioni dalle quali molti uomini religiosi si lasciarono travolgere, ravvisabili nella superbia, nell’esaltazione dell’io, nell’odio e nelle barbarie commesse a rigore della religione professata. Lo si faceva nel nome di Dio, come se ogni atto criminale fosse lecito perché giustificato da Dio, voci nefaste di una accozzaglia di persone perverse; lo si faceva in tutta tranquillità, declamando di essere nel giusto, delirando quindi e cadendo senza ripensamento in pratiche infamanti tremendamente offensive della natura stessa dell’uomo. Personaggi di tal fatta si avvalevano del potente fattore emotivo per avvalorare le istanze religiose di cui si rivestivano i loro comportamenti, ma una religione che faccia eccessivo affidamento sull’emotività non può esimersi dall’incorrere in una serie di insidie spirituali. I tasselli che ne compongono la struttura sono molteplici: rievocazioni su uno sfondo teatrale di scene dolorose e terribili, stimolazione del rimorso per le colpe individuali, timore reverenziale verso l’autorità religiosa, richiamo costante al senso estetico della ritualità che si scopre nel ricorso alla somministrazione dei sacramenti, nelle cerimonie più o meno fastose, nelle aspersioni di incenso, negli antri oscuri illuminati da rade suggestive luci sacre. In conclusione, tutta questa costruzione scenografica non sfugge al pericolo di decadimento in una forma inferiore di idolatria psicologica che diventa complice di fortissime tentazioni e da queste porterebbe a cadere nella simonia, nella politica di potenza sino all’esasperazione persecutoria, sino alle scelte di diplomazia occulta, all’avvalersi di movimenti legati all’alta finanza e alla collaborazione con i potenti avidi di supremazia a ogni costo.

Immagine di copertina tratta da Vecteezy

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