L’Italia chiamò – Parte 3 di 3

Considerazioni sulla “fede” dei soldati nei confronti della guerra

La guerra vista da chi ne è vittima

Terminata la Grande Guerra trascorse un periodo di tempo nel quale si esaltarono le conquiste, il valore dei soldati, l’eroismo, lo spirito di abnegazione, l’onore acquisito sui campi di lotta. Gli alti personaggi, Signori della guerra, decorati con pesanti insegne sul petto facevano grande mostra dei fregi loro conferiti. Ma chi fece la guerra vera furono i semplici soldati che scavalcavano i parapetti della trincea per buttarsi contro le raffiche di mitragliatrice, smembrati dai dirompenti ordigni di artiglieria. Si parla poco dei Combattenti di trincea, si dà per scontato che dovessero ottemperare semplicemente e tacendo, sempre, a un dovere, come freddi oggetti di guerra, come vittime sacrificali a completa disposizione degli ordini impartiti. Sono questi, veri protagonisti degli atti di eroismo, a meritare le Medaglie al valor militare, non i loro generali che, quasi tutti, si limitavano a comandare a debita distanza, con i piedi al caldo e in situazione di sicurezza. Sono gli umili soldati, anche coloro che furono condannati e giustiziati per insubordinazione, a meritare la riabilitazione, tutti, perché tutti assaporarono l’orrore amaro e il puzzo fetido della morte che era sempre lì, in agguato. Chi si permette di giudicare dall’infuori del contesto di combattimento dovrebbe andare egli stesso in trincea e provare dal vivo ciò che provarono i nostri soldati e poi, libero di emettere sentenze se ne avrà ancora il coraggio.

Il primo Conflitto mondiale scoppiato in seguito alla dichiarazione di guerra imposta dall’Austria-Ungheria alla Serbia con lo scatenarsi delle ostilità il 28 luglio 1914 fu motivato da una serie di fattori economici, politici, militari, alla cui base serpeggiava in misura incontrollabile un senso di paura coltivato reciprocamente fra le maggiori potenze europee e viciniori. Fu così che, l’una dopo l’altra, tutte le potenze coinvolte in questo circolo vizioso, quello della paura di dover soccombere alla superiorità in armi delle avversarie, finirono per entrare in guerra allo scopo precipuo di difendere ciascuna la propria sicurezza e i propri interessi.

In questo gigantesco scenario fu proprio l’Italia l’unica fra le potenze interessate a entrare in guerra in atteggiamento dichiaratamente offensivo. Ma teniamo presente che fu anticipata, per ambizioni aggressive, dall’Austria contro la Serbia e dalla Germania contro il Belgio e la Francia. Più di quattro milioni di soldati italiani si avvicendarono in quei funesti 41 mesi di sofferenze e privazioni. Guai ad accennare a lamentarsi delle disumane condizioni di vita alle quali i soldati al fronte erano sottoposti, guai a provarsi a ridire, da parte di Combattenti esperti del terreno, su decisioni e ordini di attacco del tutto assurdi e suicidi, impartiti in modo inconsulto. Le conseguenze erano terribili, sino alla decimazione e alla fucilazione dei così detti rivoltosi, a volte persino di interi reparti.

Chi peraltro soffriva le pene della trincea vedeva la cosa nell’unico realistico modo: “Il nemico è il militarismo, questo mostruoso complice dei più bassi istinti di cupidigia e di ambizione”.

Caporetto. Soldati italiani uccisi dal gas)

Altre voci, contrarie alla guerra, erano piuttosto per una “sublimazione paziente e costante di tutte le energie religiose, morali, economiche, di noi stessi, di chi ci sta più vicino, del nostro borgo, della nostra classe, della regione, della patria, con una mano tesa ai fratelli che oltre ogni confine collaborano allo stesso ideale. Noi vogliamo grande e rispettata la patria, ma per virtù di una grande giustizia”. E molti si domandavano quale diritto avessero d’uccidersi l’un l’altro, “quale di comandare d’uccidere, quale d’affrontare la morte”. Dalla trincea provenivano tristi considerazioni: “… resistere con una malinconia senza nome in questo fossato di fango aperto verso il cielo, che si chiama trincea; ricordarsi di essere stato fino a ieri un uomo con un lavoro proprio, una famiglia propria, una responsabilità propria, ed essere ora un numero nel fango, consapevole del proprio sudiciume che non si lava, della propria stanchezza che prostra, del proprio avvilimento che toglie l’intelligenza”.

Erano proprio i soldati cacciati in trincea a sopportare le sofferenze più pesanti: veniva loro chiesto di avere pazienza, di sopportare le sofferenze, le privazioni, l’angoscia. Per loro la vita si risolveva esclusivamente in momenti di attesa: del cambio, del rancio, della posta da casa, dell’attacco. Con gli ufficiali era stato imposto un regime di distacco e di scarsa considerazione che condusse i militari all’apatia, al dubbio, alla sfiducia, alla frustrazione, persino alla spersonalizzazione.

Terminata la guerra si parlò di vittoria, ma i soldati, che la guerra e la morte le avevano viste faccia a faccia, non potevano che dire: “La vittoria di chi? Se tutto era in rovina, territorio, case, morale, economia… La vittoria di quelli che per il potere, la gloria, gli interessi personali o per le loro ideologie hanno mandato i soldati al macello, ripetutamente, fino alla distruzione di battaglioni e reggimenti, carne da macello! Nessun rispetto per la vita… Ci hanno riempito la testa di balle, il vero nemico ci era alle spalle”.

Altri, in seguito a un cruento scontro armato, sostavano su queste parole: “… io non potrò avere il coraggio di uccidere un altro… a che tempi siamo! io non mi so dar ragione che l’omo debba essere uno strumento del suo governo e deve cessare tutto nell’uomo poesia, amori, doveri di padre, doveri di figlio doveri di lavoro per qual ragione?… non è questione di morire, la morte di per se stessa non sarebbe niente ma il vedersi la morte tutti i minuti passare colla sua spettra falce a mezzo centimetro dalla gola e peggio ancora…”.

Dalla parte dei giovani con i piedi conficcati in trincea i punti di vista sulla guerra erano di tutt’altra fatta rispetto a quanto gli ufficiali cercavano di inculcare nelle loro menti. Lì, in trincea, c’era l’attesa spasmodica, c’era la paura di essere fatti a pezzi, c’era l’amara nostalgia per gli affetti lasciati al paese e forse persi per sempre. Successe spesso che reparti, provati duramente da una prolungata opprimente vita di trincea e da confronti a fuoco nei quali avevano visto cadere molti compagni e udito grida strazianti di dolore, di implorazione, di disperazione, privati all’ultimo momento di un breve meritato e indispensabile periodo di riposo, fossero anzi tempo richiamati in linea, abbattuti sin dall’inizio dal crollo di ogni speranza.

La caduta delle illusioni, la tristezza emersa dall’affievolirsi delle speranze di salvezza e di ritorno agli affetti domestici, l’orrore suscitato da scene macabre di corpi smembrati, di sangue sparso tutt’intorno, di lezzi insopportabili esalanti dagli organismi in decomposizione, tutto questo, insieme a un regime di vita gravato da restrizioni anche estreme, da stanchezza, da sfiducia, dall’essere costretti a sopravvivere a un ambiente senza igiene, senza il minimo dei servizi indispensabili alla persona, dal sentirsi traditi negli entusiasmi che li avevano accompagnati fin sulla linea di lotta, fece sì che si superasse, per i soldati, il limite umano di tollerabilità e dirompesse un’agitazione sempre più decisa sino alla ribellione. Si ebbero, in alcuni casi, veri e propri ammutinamenti che costarono, come orrenda conclusione, la vita ai loro attori.

Il Comando Supremo italiano non conosceva altro modo per convincere i soldati a gettarsi nella mischia e a rischiare la propria vita se non quello della coercizione, del terrore e delle punizioni esemplari anche estreme.

Immagine di copertina tratta da.periodicodaily

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