Succedeva cento e cinque anni fa (Con passo leggero sui campi di battaglia – puntata 9 di 15)

Slovenia – Zona Cukla-Rombon
(da “Il Battaglione Saluzzo” di Mario Bruno – 2013)

16 Settembre 1916, ore 8,15. Dopo breve azione delle nostre artiglierie tre compagnie del battaglione Saluzzo balzarono all’attacco della linea austriaca dei Pini Mughi a quota 1582. Arrestati dal fuoco terribile delle artiglierie e delle numerosissime mitragliatrici che infuriavano dalle trincee intatte, gli Alpini resistettero sino all’imbrunire, quando infine giunse l’ordine di ripiegamento.
Lo stesso 16 settembre si scatenò anche l’offensiva dell’artiglieria italiana contro le postazioni austriache sistemate sul Monte Rombon, causando reazioni di pari intensità.

Alla medesima data un ordine di operazione, Protocollo Riservato, inquadrava il battaglione Saluzzo fra i battaglioni Borgo San Dalmazzo a sinistra e il Valcamonica a destra. Il fronte d’attacco era determinato fra quota 1583 e il salto del costone dei Pini Mughi. Da qui il battaglione Saluzzo avrebbe dovuto proseguire verso quota 1826 spingendo una compagnia sul costone di quota 1838. La 21a avrebbe avuto a disposizione due bombe a mano e una stuoia per ciascun soldato, più 50 pinze tagliafili.
Il Saluzzo, partito all’attacco nella zona dei Pini Mughi (v. foto a fianco) a quota 1583, dovette fermarsi di fronte al fuoco infuriato delle mitragliatrici austriache. La giornata si era conclusa con la perdita, tra morti, feriti e dispersi, di 13 ufficiali più il comandante di battaglione e 278 Alpini nel solo battaglione Saluzzo.
Il 16 settembre 1916 sarebbe dovuto passare alla storia come il giorno che, in seguito all’attacco al Rombon, annoverò il maggior numero di caduti cuneesi nel volgere dell’intero grande Conflitto mondiale. L’immane strage fu attribuita a una serie di fattori negativi quali l’insufficiente preparazione dello scontro, l’ubicazione dei pezzi italiani d’artiglieria in posti facilmente circoscrivibili dall’avversario e pertanto, da parte di quest’ultimo, l’adozione delle misure necessarie alla neutralizzazione della loro efficacia offensiva e la facilità con la quale i mitragliatori austriaci potevano colpire d’infilata gli Alpini costretti a superare passaggi obbligati e a inerpicarsi su improbabili strapiombi rocciosi.
Sul tratto di fronte che da quota 1700 digradava verso il sentiero serpeggiante per Goricica Planina, in direzione ovest su quota 1583 era appostata, sino al 15 settembre 1916, la 15a compagnia del battaglione Borgo San Dalmazzo. La sera stessa di quel 15 settembre giunse sul posto la 21a compagnia del battaglione Saluzzo per sostituire la 15a del Borgo. Gli Alpini del Saluzzo avrebbero dovuto costituire la prima ondata d’assalto alle linee nemiche e pertanto si erano sistemati in trincea ben forniti di bombe a mano, pinze tagliafili e stuoie.

Il comandante della 21a, tenente Giuseppe Tornatore, prese con sé tre plotoni, ridiscese un vallone che separava le due posizioni avversarie e si avvicinò sino a circa duecento metri dallo sbarramento austriaco. Avanzavano, i suoi Alpini, a piccoli gruppi, con passo felpato e incedere felino e parve persino strano che nessuno dall’altra parte si fosse accorto della loro presenza, tanto più per il fatto che c’era una bella luna a rischiarare il terreno e perché, nonostante tutte le cautele prese per l’occasione, non era possibile escludere del tutto quel po’ di fruscio che il calpestio dei piedi provocava nell’insinuarsi guardingo. Le cose procedevano bene e il quarto plotone della 21a era arrivato a occupare ad ampio raggio tutta la trincea avanzata, mentre le altre due compagnie erano in procinto di scattare per la seconda e la terza ondata d’assalto. La 22a scorreva lungo i camminamenti e la 23a si era acquattata a circa centocinquanta metri in piena luce lunare. Il movimento degli Alpini era iniziato sotto un’ondata di fuoco tremenda da parte dell’avversario, ma le compagnie del battaglione Saluzzo non esitarono a balzare fuori dai loro appostamenti, tutte insieme alle ore 8,15, nel tempo in cui le nostre artiglierie, rinforzate dalle bombarde, che avevano iniziato il fuoco alle 6,30 precise, continuarono a tuonare gettando scompiglio fra le posizioni austriache. La compagnia che precedeva le altre era ancora la 21a, al comando del tenente Tornatore. Questi, con i tre plotoni che aveva portato in prossimità della barriera di fuoco avversaria, mosse decisamente all’attacco. In stretta sincronia anche il quarto plotone si lanciava dalle trincee per portarsi avanti; gli faceva seguito la 22a compagnia al completo. La 23a, intanto, con movimento rapido serrava sulle trincee facendo avanzare tre plotoni per dare manforte alle due compagnie all’attacco.
La reazione della fucileria, delle bocche da fuoco e delle mitragliatrici avversarie fu spietata, caddero molti Alpini nella coraggiosa avanzata, ma il grosso del battaglione Saluzzo non demordeva e superò il terreno martoriato dai colpi portandosi assai vicino alle difese accessorie austriache. Il fuoco incrociato sviluppato dalle linee opposte era preciso ed efficace, il bersaglio anche molto evidente, le vittime fra gli Alpini sparse numerose sul campo di battaglia. Nonostante l’ardimento e la foga guerresca dei nostri, l’urto contro le difese austriache non consentì tuttavia di superare la fronte di sbarramento. L’attacco frontale stava per risolversi in un massacro.

Trascorsero altre due ore o quasi, gli Alpini tenevano la posizione sulla quale si erano assestati, ma pareva che da lì non avessero altra possibilità di movimento. I colpi di fucile e di mitragliatrice, sparati da più direzioni, fendevano sinistramente l’aria già fosca per l’imperversare della battaglia.
Al termine dell’operazione si provvide a recuperare i numerosi feriti, ma per i morti non ci fu nulla da fare, per via di una recrudescenza del fuoco sviluppato dagli avversari verso le ore tre del 17 settembre. Fuoco che nulla valse nel tentativo di scoraggiare due ardimentosi ufficiali, i sottotenenti Lorenzo Gallo della 21a compagnia e Carlo Clerici della 22a i quali verso sera, alla testa di un nutrito gruppo di volontari, avanzarono ancora sino quasi a toccare i reticolati avversari e riuscirono a recuperare quindici salme di Alpini caduti, fra cui due ufficiali. Non ce la fecero a portare indietro i corpi esanimi di altri dodici, dei quali tuttavia presero con sé i medaglioncini di riconoscimento e i documenti personali.
L’entità dei morti, feriti e dispersi ammontava a: 3 ufficiali uccisi e 10 feriti ai quali ultimi si doveva aggiungere il comandante di battaglione; 13 Alpini uccisi, 240 feriti e 25 dispersi.

Galizia, come un barometro

Nello stesso anno dei fatti di guerra sul Rombon e sul Cukla, quattro mesi prima altri fuochi di morte erano divampati a Sud del Trentino, sull’Altipiano di Asiago. La Grande Guerra ci porta a considerare la crudeltà degli avvenimenti nel loro susseguirsi di stragi, distruzioni, sacrifici imposti sia a chi portava il fucile in spalla sia a chi si occupava degli affari familiari in Patria. Ciò che getta una luce particolare sui fatti che si vogliono analizzare è il concatenamento fra detti fatti, come per una rete le cui maglie, tirate o allentate, ripercuotono in certa misura un effetto determinante sulle altre maglie della rete.
Prendiamo l’esempio della Galizia, rivelatasi nel corso della Grande Guerra come il termometro o, meglio, il barometro regolatore del corso di una serie di eventi. La Galizia, con i suoi centri nevralgici di Gorlice e Tarnow per lo svolgimento dei grandi movimenti tattici, occupa uno spazio geografico nella parte meridionale della Polonia, sulle pendici settentrionali dei Carpazi Occidentali.
Vediamo in quale modo questa piccola parte di mondo intervenne nell’imprimere direzioni impreviste al corso del primo Conflitto mondiale. Andiamo allora al 1916 e sostiamo sull’Altipiano di Asiago dove il 15 maggio il generale Conrad von Hötzendorf, capo di Stato Maggiore dell’Esercito austriaco, aveva imbastito un’offensiva in grande stile per prendere possesso dei territori a sud del Trentino e della pianura dominata dalla nostra Vicenza. Bisogna dire che Conrad era e fu considerato l’acerrimo e implacabile nemico dell’Italia, contro la quale avrebbe voluto lanciare le forze austriache già all’inizio del secolo, magari approfittando del marasma politico incorso dopo il terremoto di Messina del 28 dicembre 2008. Conrad non perdonò mai agli Italiani le loro – così da lui teorizzate – ribellioni del 1848-1859-1866 ed era per dare un colpo duro e definitivo all’odiata e ambita Nazione.

La Battaglia degli Altipiani o Strafexpedition come da altri fu denominata con il significato di “Spedizione punitiva”, divampava come epilogo di una lunga e tormentosa pianificazione. Nel 1908 la sua realizzazione era naufragata perché apertamente disapprovata dallo stesso imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, ma ora, dopo altri otto anni, i tempi sembravano maturi. Conrad, tuttavia, operato un bilancio delle forze a disposizione, valutò di dover chiedere qualche reparto armato di rinforzo al suo collega tedesco Falchenhayn il quale non ritenne affatto opportuno aderire alla richiesta. Fu così che Conrad mise in campo le sole forze di cui poteva disporre, ed erano le Armate 3a del gen. Kövess von Kövesshaza e 11a del gen. Dankl, con l’impiego complessivo di 220 mila uomini.

Era il tempo in cui l’Austria si trovava impegnata contro la Russia per il possesso di Leopoli e della Galizia. Per avere abbastanza potenza d’urto contro l’Italia, Conrad fu dunque costretto a prelevare dal fronte dei Carpazi sette divisioni (potevano essere circa 100 mila uomini) per spingerle contro l’Italia. Questa mossa comportò ovviamente un indebolimento delle compagini in lizza con la Russia in quel di Galizia, cosa che di lì a poco richiese un affrettato controbilanciamento perché le sorti del conflitto non ricadessero sugli esiti del confronto armato a svantaggio dell’Austria. Tanto più che l’Austria non usciva da una fase florida e fortunata del conflitto: già aveva subito una dura lezione dalla Russia a Leopoli in Ucraina nell’agosto-settembre 1914. Il 3 settembre 1914 il gen. Brusilov aveva preso Leopoli costringendo gli Austroungarici a ripiegare fino all’alta Vistola e ai Carpazi, infliggendo loro una perdita quantificabile in 250 mila uomini e in oltre 400 cannoni. L’Austria si era poi ripresa nell’estate 1915 con le battaglie di Gorlice e Tarnow dove l’attacco dell’11a Armata tedesca di von Mackensen e della 4a Armata dell’arciduca Giuseppe avevano messo in ginocchio l’Esercito russo costringendolo a ripiegare oltre la Vistola per una ritirata di 300 chilometri con ingenti perdite; ma in questa azione l’11a Armata austriaca aveva subito 90 mila perdite. L’anno seguente, come accennato sopra, l’Austria era in lotta con l’Esercito italiano nel territorio dell’Altipiano di Asiago. La sua avanzata verso Sud appariva oltremodo minacciosa, ma il gen. Cadorna già aveva predisposto una nuova Armata, la 5a, a eventuale sbarramento degli invasori. In piena offensiva austriaca sull’Altipiano di Asiago avvenne che la Russia tornasse a insidiare seriamente gli schieramenti austriaci sui Carpazi: tra il 4 e l’8 giugno 1916, infatti, mosse una poderosa azione offensiva mandando avanti il gen. Brusilov nella tormentata Galizia; al sentore del grave pericolo Conrad si affrettò a inviare rinforzi in Galizia per parare l’urto russo, e quei rinforzi li dovette forzatamente distogliere dall’Altipiano dei Sette Comuni. Quella dei Carpazi fu una campagna disastrosa per l’Austria che da quella enorme emorragia di risorse non riuscì più a risollevarsi.

Lo squilibrio-equilibrio delle forze antagoniste avrebbe ancora giocato nell’intreccio dei movimenti offensivi con protagonista la Galizia. Doveva infatti accadere che nel luglio 1917 il generale russo Brusilov organizzasse l’ennesima offensiva, che fu anche l’ultima, denominata Kerenskij dal nome del ministro russo della Guerra e della Marina. L’offensiva ebbe esiti negativi, così che fu seguita da una controffensiva scatenata a loro volta dai Tedeschi, conclusa con la liberazione definitiva della Galizia Orientale dall’occupazione russa. La Russia stava ormai uscendo dallo scacchiere della Grande Guerra, presa da problemi interni di estrema gravità, così che dal luglio 1917 in poi non avrebbe costituito un ostacolo concreto ai progetti austriaci di rivalsa sui confini con l’Italia. Mancavano infatti appena tre mesi dallo storico attacco a Caporetto e l’Italia si sarebbe trovata quanto mai sola nel tentare di impedire un’invasione sul patrio suolo.
Tutte le considerazioni sin qui esposte vanno comunque viste alla luce del valore combattivo dei nostri soldati i quali seppero far fronte alle minacce e alle aggressioni con coraggio, con determinazione e con spirito di sacrificio degni dell’indole italica. Lo dimostrarono in un caso con la conquista di Gorizia il 9 agosto 1916 nel corso della 6a Battaglia dell’Isonzo e, nell’altro, con le Battaglie del Grappa-Piave che videro il nostro Esercito emergere con una vigoria rinnovata per la riscossa finale del 24 ottobre 1918.

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