Scuola italiana in crisi – Il dirigente scolastico: ultima speme?

Si è parlato molto, negli ultimi tempi, di Buona Scuola e dei poteri attribuibili al dirigente scolastico. Mi torna fra le mani una mia riflessione che composi tempo fa, ero in pensione da due anni e i problemi della Scuola li vivevo intensamente. Dunque riporto quanto scrissi allora, tale e quale, dacché mi avvedo che le considerazioni ivi contenute non suonano così estemporanee nemmeno ora, nel 2021, se accostate a quanto emerge nel dibattito politico.

Nulla di nuovo sotto il sole quando ti capita di leggere, sui quotidiani del 4 dicembre 2007, che l’ultima inchiesta OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) sulle competenze-conoscenze in ambito scientifico caccia gli studenti italiani quasi in fondo alla graduatoria: al 36° posto su una scala occupata da 57 Paesi partecipanti all’inchiesta. Non è una bella notizia, e neppure una piacevole strenna per il nuovo anno ormai alle porte, a maggior ragione se si va a considerare il 27° posto dei tre anni precedenti, già di per sé piuttosto preoccupante.

Il rapporto PISA (Programme for International Student Assessment) mette a nudo una realtà non solo triste nei risultati, ma bensì penalizzante per via della diversa distribuzione di opportunità che, pare, il sistema scolastico italiano offre all’utenza sull’intero territorio nazionale. Sono infatti gli studenti del Centro-Sud e delle Isole a far registrare i risultati peggiori, mentre qui da noi ci si porta appena di poco al di sopra della media OCSE e al Nord-est si raggiungono livelli di eccellenza. Permane scoraggiante il fatto che, comunque, la media degli studenti italiani testati si collochi sensibilmente al di sotto della soglia standard.

Sotto processo ancora la Scuola italiana, sempre la nostra povera Scuola ormai additata da molti nel segno dell’impotenza acculturante. Una scuola che dovrebbe insegnare ai ragazzi a ragionare e a pensare da se stessi e che, per un retaggio antico duro a morire, continua a offrire “pacchetti” di conoscenza e manufatti culturali preconfezionati da mandare a memoria perché siano quanto prima abbandonati all’oblio.

Prof. Howard Gardner – Harvard University

Mi viene in mente Howard Gardner, docente alla Harvard University e alla School of Medicine della Boston University, allorquando (1989) poneva una netta distinzione fra un approccio mimetico e un approccio trasformativo all’educazione, quando faceva notare come la Scuola in genere richieda prestazioni meccaniche, ritualistiche o convenzionali, il vero deleterio controsenso di quella cultura che, in scuola, dovrebbe essere acquisita nel segno di una “comprensione vera” (H. Gardner, Aprire le menti, Milano, Feltrinelli, 1991).

Avremo mai una Scuola capace di dare agli studenti la possibilità di capire perché debbano imparare certe cose e come le potranno utilizzare in contesti diversi, la possibilità di scoprire ragioni utili per desiderare di conoscere? Obiettivi grandiosi, ambiziosi, forse lontani, ma realistici. Se la Scuola, come sostiene Gardner, ha il compito di trasmettere concetti, reti di concetti, strutture concettuali e forme di ragionamento disciplinare, se lo studente può dirsi competente nel momento in cui si è impadronito della capacità di usare in modo appropriato abilità e concetti, della capacità di pensiero critico e creativo e giunge a possedere una disciplina mentale sicura, ecco allora che prendono chiara sembianza gli obiettivi ai quali, con alta priorità, dobbiamo puntare.

Abbiamo dunque bisogno di una Scuola rinnovata, che raccolga le sfide del modo di essere attuale nel mondo, che sappia rispondervi con argomenti adeguati. È a questo punto che gli occhi di tutti convergono sul dirigente scolastico, colui al quale la Normativa che dà un indirizzo nuovo alla politica scolastica (D.L.vo n° 165/2001, art. 25) ha devoluto precise responsabilità in funzione del miglioramento della qualità del servizio scolastico e dell’offerta formativa.

Il dirigente scolastico, allora, o Preside o Direttore didattico o Capo di Istituto come si diceva pochi anni addietro. In questa intesa mi propongo di affidare la mia modesta analisi a una sorta di tecnica dicotomica, qualcosa che sa forse un po’ di manicheo. In parole povere, cercherò di mettere sui piatti della bilancia gli aspetti positivi e negativi attribuibili al soggetto trattato, per trarne quindi le possibili inferenze.

I fattori positivi riguardano più che altro ciò che si richiede al dirigente scolastico, ciò che egli dovrebbe realizzare, rimanendo all’uso del condizionale per evidenti carenze dei presupposti politici, strutturali e organizzativi necessari nel muovere verso gli obiettivi preposti. I fattori negativi discendono, ovviamente, da quest’ultima amara constatazione.

Incominciamo dalla nascita del dirigente scolastico, sancita con la frequentazione di un corso di formazione svoltosi nel periodo 1999/2000 per un impegno di 300 ore. Un corso che offriva molti spunti per un buon dirigente d’azienda ma che rivelava contemporaneamente tutta la propria debolezza, quasi estraneità, di fronte alle frequenti richieste specifiche dei partecipanti, richieste inerenti ai mille problemi insorgenti nell’atto di svolgere la funzione dirigenziale. Il “fai da te” e il raro consultarsi con qualche collega su tematiche specifiche di lavoro si dimostrarono assai più efficaci della valanga di parole profuse per tutta la durata di quel corso. Io credo che gli esperti inviati a istruirci in aula, qualora posti in una scuola e invitati a far fronte pur semplicemente alla quotidianità ordinaria, con tutto il bell’insieme delle loro tabelle e formule semi-magiche si sentirebbero ben presto spiazzati e giungerebbero premurosamente a decidere che sarebbe meglio per sé “cambiare aria”.

Con tutto ciò pongo il Corso per la Dirigenza fra i fattori positivi perché si è comunque trattato di un tentativo che si proponeva di dedicare ai Capi di istituto un percorso obbligatorio di formazione.

Vediamo qualche altro po’ di positivo, se possibile. Un primo rilievo, e non è da poco con i tempi che corrono, va riferito all’incolumità fisica garantita al dirigente scolastico nell’esercizio della sua funzione. Sì, perché, se da qualche tempo a questa parte si sente parlare di aggressioni fisiche alle persone di docenti e dirigenti, ci capita di sapere che nelle nostre sorelle scuole di Francia la situazione non è certo più rosea, là dove i capi di istituto sono esposti alla violenza come soldati impegnati in prima linea. Se il rischio di cadere vittime di atti di violenza, in Francia, è del 3% per un docente nel corso di un anno, il tasso sale al 13,5% per quel che riguarda i capi di istituto. Nelle stesse scuole transalpine, inoltre, il dirigente viene rivestito piuttosto di un ruolo amministrativo anziché essere considerato promotore di linee pedagogiche all’interno del proprio istituto. Qui da noi non cambia molto, ma forse è lasciata – o tollerata – quel po’ di discrezionalità che basta a permettere al dirigente scolastico di farsi coinvolgere anche in tematiche pedagogico-educative, oltre a fare il passacarte di giornata.

Oggi in Italia si chiede al dirigente scolastico, al di là della gestione del quotidiano, di porsi come punta avanzata di cambiamento, come stimolatore di idee innovative e della loro pratica concretizzazione in iniziative volte al miglioramento della scuola, nella consapevolezza della propria responsabilità a livello organizzativo, gestionale e amministrativo. Il dirigente viene sempre meglio definito come colui che pone particolare riguardo alle trasformazioni che inducono sviluppo nella propria Scuola, attraverso la presenza competente nelle fasi di programmazione, di gestione delle risorse, di politica scolastica interna ed esterna, di valutazione e di correzione di rotta là dove le analisi del caso lo consigliano. Non si può dire che nell’enunciato manchi l’apprezzamento per questa figura di leader, in particolare quando si afferma che il responsabile primo dell’istituto scolastico ha la facoltà e il compito, sostenuto in ciò da uno staff efficiente, di innovare la cultura della propria Scuola e di orientarla verso il futuro. Forse quel timido tentativo fatto dalle forze politiche in ambito ministeriale, con la firma di un’Intesa per un’azione pubblica a sostegno della conoscenza, portato avanti il 27 giugno 2007, farà crescere qualche germe di speranza perché le parole da sé sole non rimangano l’unico supporto all’azione onerosa e spesso coraggiosa dei dirigenti scolastici.

Ho peccato in eccesso di ottimismo, me ne sto accorgendo, perché ora mi corre l’obbligo di portare sulla scena il fardello degli aspetti negativi che cingono minacciosamente d’assedio la figura del dirigente scolastico con tutte le sue buone intenzioni e ne contrastano sistematicamente gli sforzi prodotti per il conseguimento di risultati gratificanti.

Se vogliamo iniziare dal fondo dell’azione dirigenziale, quella della valutazione del proprio operato, è da subito evidente la solitudine in cui il dirigente scolastico è lasciato di fronte a un compito così arduo. Non c’è altro che l’autovalutazione, ma nessuno insegna come va condotta perché ne scaturisca qualcosa di utile. Non c’è possibilità di confronto, né fra colleghi né con l’istituzione più allargata. Mentre in Inghilterra, per esempio, si dà la possibilità di riscontri e riflessioni più circostanziati, grazie a un sistema di valutazione che prevede la presenza nell’istituto scolastico di cinque ispettori per due giorni, a cadenza triennale, con lo scopo di supervisionare quella che è stata l’autovalutazione della Scuola stessa; mentre in Finlandia, per altro verso, le ispezioni scolastiche sono state abolite perché sostituite da un atteggiamento generalizzato della società nei confronti del sistema-scuola, un atteggiamento che riveste sostanzialmente il significato intrinseco al termine “fiducia”; mentre in Francia la valutazione del capo di istituto viene operata ogni tre o quattro anni; da noi le cose continuano a essere fatte in modo piuttosto artigianale e ognuno si accontenta di come si percepisce riflessivamente e di come si sa o può valutare. Forse anche perché non abbiamo ancora raggiunto quel grado di maturità civile che ci consenta, come già avviene altrove – porto l’esempio della Finlandia – di considerare l’istruzione scolastica alla stregua di un servizio pubblico di assoluta primaria importanza per i cittadini e per la Nazione. Quella che là è la “fiducia”, come ho accennato, da noi sembra pura illusione poiché noi viviamo ancor sempre, purtroppo, di un incallito individualismo che ci tiene lontani gli uni dagli altri, a eccezione dei fugaci momenti in cui gli altri ci servono per soddisfare il nostro personale interesse-benessere-edonismo, dopodiché… “usa e getta” e ognuno se ne va per la propria strada. Là dove fiducia significa anche rispetto e apprezzamento, la controparte costituita dal meno auspicabile individualismo incontra facili consensi nel ricorso alla diffidenza, al deprezzamento, alla separazione o, in modo quanto mai generalizzato, all’indifferenza più bieca.

Per quanto concerne il reclutamento, anche qui noi siamo un po’ anomali rispetto ai nostri vicini. Nel Regno Unito e nei Paesi Bassi il reclutamento del dirigente scolastico è demandato al Consiglio della Scuola, previa offerta pubblicitaria del posto vacante e a seguito di specifica richiesta del candidato. Tale modalità di reclutamento consente di concentrare la scelta del nuovo dirigente in base al suo possesso di qualità specifiche, quelle appunto che si addicono ai bisogni particolari della Scuola richiesta. Sarà poi il capo di istituto a rivestire personalmente il compito di assumere e licenziare il personale della propria Scuola, nel momento stesso in cui anche per lui pende la paventata possibilità di licenziamento per deliberazione del Consiglio.

Per cortesia di www.glistatigenerali.com

Il meccanismo italiano è assai centralizzato, come sappiamo, e questo modo d’essere del nostro sistema comporta il verificarsi di continue spaccature che vanno contro corrente rispetto alla necessità logica e funzionale di affidare una scuola a una determinata persona nella considerazione sia della forma data al progetto di istituto sia delle competenze che il futuro dirigente potrà offrire per la realizzazione degli obiettivi previsti in quel progetto. Un bravo amministratore, dunque, il dirigente scolastico, ecco ciò che si vuole sia, in sostanza. Che poi egli senta intimamente la necessità di rendersi conto dei processi che devono portare al compimento delle persone nella costruzione quotidiana della loro personalità culturale, e di incoraggiarne con ogni mezzo la fattibilità, questo poco importa e rimane un’opzione di rilevanza del tutto individuale, non un merito riconosciuto o l’espressione di una competenza necessaria. Una manciata di dirigenti viene di fatto distribuita quasi casualmente, come succede, a occupare i posti resisi liberi, come accade alle palline di un flipper destinate ad arrestarsi nelle buche incontrate sul loro percorso. È così che l’assegnazione centralizzata di un dirigente a una determinata scuola va a creare una dissonanza o un’incongruenza, cosa che si verifica non proprio raramente, fra ciò di cui la Scuola ha bisogno e ciò che il suo dirigente sa e può fare in quella direzione di lavoro. I concorsi selettivi, sia per dirigenti sia per docenti, non fanno altro che valutare livelli di cultura o il possesso di informazioni raccolte e accumulate alla bisogna. Le iniziative di formazione, poi, sono per lo più ispirate al triangolo rosso: dicono al dirigente soprattutto ciò che è vietato, ma non lo incoraggiano a raccogliere sfide per innovare.

Parliamo un po’ di poteri. Il controllo gerarchico sui dipendenti, per iniziare. Non che io sia per un dirigente dittatoriale. Tutt’altro. Ma devo anche sottolineare il fatto che in qualsiasi azienda il dirigente deve detenere un potere e deve servirsene opportunamente. Nella Scuola italiana il potere del dirigente può essere impiegato esclusivamente al servizio della norma che discende dall’alto; consiste dunque nel porsi e imporsi per far sì che la normativa sia rispettata. Potere esecutivo e di controllo, allora, non tanto propositivo o innovativo. Un potere fantasma, tutto sommato, che si riveste di connotati puramente simbolici.

Il sistema che tiene in mano tutti i fili della scena obbliga dunque dirigenti e docenti a doversi adattare giocoforza a situazioni che essi non sempre possono gestire e ad annaspare a fondo per non essere inghiottiti dai nefasti aspetti burocratici della macchina statale. Ecco perché si dice che l’autonomia scolastica, dopo dieci anni dalla sua declamazione in termini di legge, resta una chimera, impalpabile e sfuggente, un grave motivo di delusione per chi in essa aveva riposto qualche speranza. Diversamente da come è d’uso in casa nostra, i dirigenti inglesi, per tornare all’esempio, godono di un’autonomia molto più ampia, benché siano tenuti a rispondere del proprio operato e dei risultati raggiunti al Consiglio di Amministrazione dal quale, fra l’altro, sono stati nominati per la scuola di appartenenza.

Concludo con un’immagine, della cui enfasi onirica mi scuso a priori, ma che a parer mio rende l’idea. Vedo il dirigente scolastico come un nuotatore esperto, dotato di energia non comune e confortato da buoni auspici, impegnato a fondo verso traguardi progressivi da raggiungere e superare, capace altresì di adottare stili diversi di progressione, di mutare rotta qualora il percorso gli consigli di aggirare ostacoli insormontabili. Ma, come per incanto, il pelago limpido in cui si sta muovendo va trasformandosi in una palude, a tratti limacciosa, infestata da canne che rendono difficoltoso il procedere, vero vivaio di alghe filiformi che come lacci carpiscono le membra del bravo nuotatore. Intanto sulla sponda stanno a rimirare la scena spettatori indifferenti, ora distratti ora tutti presi nella preoccupazione di curarsi le unghie e di accomodare per bene le loro poltrone. Inutile dire quale sia la corrispondenza simbolica intrinseca alla scena onirica. Chi gode di buona immaginazione ne ricaverà senza aiuto alcuno il significato. A chi in questo momento sta nuotando, certamente qualsiasi spiegazione al riguardo è superflua.

Accadrà mai qualcosa di veramente straordinario che mi svegli da questo brutto sogno, che faccia in modo da impedirne la trasformazione in termini reali, che getti nuova luce su uno spettro candidato a diventare un incubo per molti?

m.b.

Immagine di copertina tratta da www.invalsiopen.it

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