L’inquinamento ha una storia: questo è l’epilogo (4 di 6 puntate)

Dai giornali del 16 gennaio 2015

Leggo su Televideo: “Se il mondo non agisce subito, entro il 2030 ci sarà un miliardo in più di persone in povertà estrema: l’allarme è di mille organizzazioni promotrici della campagna Action/2015. Chiedono ai leader mondiali un impegno concreto per sradicare la povertà, fermare i cambiamenti climatici, rimuovere le diseguaglianze. Secondo la coalizione i summit in programma a New York sullo sviluppo sostenibile e a Parigi sul clima possono fare del 2015 “uno degli anni più importanti per il pianeta”. Con azioni decise, entro il 2030 il numero dei poveri può calare da un miliardo a 360 milioni; al contrario, per quella stessa data, il numero delle persone in povertà estrema potrebbe crescere di 1,2 miliardi”.

Su quale delle due eventualità prospettate scommettereste? Di fronte a necessità così colossali e urgenti, ecco una minicronaca di come si presentano gli impegni assunti dai Grandi:

Era la fine del mese di novembre 2013 che i soliti comunicati del malaugurio dicevano che i due terzi dei gas serra prodotti negli ultimi due secoli erano ascrivibili a una novantina di aziende del settore petroli, gas e carboni, combustibili fossili per dirla in breve.

Sul clima, nel summit di Varsavia, veniva raggiunto in extremis un accordo, con la sottoscrizione di un testo che gettava le basi per l’appuntamento del 2015 a Parigi. Ma non tutto andava liscio, perché India e Cina, i maggiori inquinatori del mondo, con le proprie posizioni intransigenti misero un blocco alle trattative.

Stando alle notizie divulgate il 24 settembre 2013 si poté assistere a un vero e proprio allarme da parte dell’Onu in materia di clima: sarebbero rimasti dieci anni soltanto a disposizione dell’umanità per salvarsi da una catastrofe planetaria. Il processo di cambiamento climatico, diceva il quinto Rapporto diramato dall’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change), la task force dell’Onu, era solo in ‘pausa’ e con tutta probabilità sarebbe tornato trascinandosi appresso effetti ancora più devastanti di prima. Il rapporto sollecitava i governi a correre ai ripari per porre fine, nel giro di dieci anni, all’aumento esponenziale dell’anidride carbonica.

Il 28 dello stesso mese ecco un altro allarme Onu: aumenta il riscaldamento del pianeta. Una triste constatazione che poneva l’urgenza di decisive, drastiche riduzioni delle emissioni di CO2 e altri gas serra responsabili dell’innalzamento della temperatura globale fino a 4,8 gradi centigradi entro il 2100. Proiezione in ascesa anche per i dati relativi all’aumento del livello dei mari nella previsione da 26 a 82 centimetri negli anni che portano al 2100.

Entrava la primavera del 2014: l’inquinamento dell’aria in tutte le sue forme – riscaldamento dei locali e traffico stradale – ha ucciso sette milioni di persone in tutto il mondo nel 2012. A diffondere questa stima fu l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel ritenere che l’inquinamento non risparmia alcuno, né i Paesi sviluppati né quelli in via di sviluppo.

Ma siamo sempre qua, a constatare, ad analizzare, a fare statistiche e a goderci un macabro spettacolo la cui voce si fa sempre più roboante di rovina.

L’agenzia Onu “World Metereologic Organization” ha emesso un rapporto nel corso di una presentazione nella sede di Ginevra. Il contenuto del rapporto parla di un nuovo record negativo dei gas serra, altro che raggiungimento degli obiettivi del Millennio, previsto per il 2015! Un anno fa appena il livello di gas serra nell’atmosfera ha superato il 141% nei confronti di quanto si registrava ai tempi dell’epoca preindustriale. Ancora in primo piano il killer per eccellenza, il diossido di carbonio, il famigerato CO2 che ha un peso preponderante sul fenomeno del surriscaldamento dell’atmosfera terrestre. Il parere dell’Onu è che, a fronte dei 2 gradi centigradi or ora già superiori a quanto ci si potrebbe aspettare, vediamo purtroppo allontanarsi sempre più l’obiettivo che riguarda la riduzione della temperatura globale. E, come se non ce ne fosse abbastanza della natura con le sue avversità, ci mettiamo pure noi a darle una mano. Il Pinatubo, nel 1991, tanto per portare un esempio, riversava nell’atmosfera qualcosa come venti milioni di tonnellate di anidride solforosa nei dintorni delle Filippine. Noi umani, per non essere da meno, all’alba del ventunesimo secolo già riuscivamo a produrre ogni anno ottanta milioni di tonnellate di anidride carbonica. Ma, signori miei, che cosa stiamo facendo? Stiamo continuando a sognare? Oppure ci illudiamo più o meno consapevolmente che basta non farci caso e continuare a vivere come abbiamo sempre fatto? Intanto strade e autostrade straripano di mezzi a motore, le ciminiere sparano nell’aria quantità paurose di veleni, le linee aeree vanno martoriando il cielo con serie di scie chimiche dal volto minaccioso, terra e acqua non ne possono più di ingurgitare sostanze tossiche. Fino a quando? Già, indietro non si torna. Ma stiamo scivolando in un baratro infernale, e ci piace così, come pare. I nostri figli? Vogliamo pensarci per un solo istante?

Poi, la bella primavera del 2014 ci portava l’ennesima triste notizia. Livelli record di emissioni di gas serra, aumentati tra il 2000 e il 2010 più rapidamente che nei tre decenni precedenti. Sono dati provenienti dal rapporto clima presentato a Berlino dal Gruppo intergovernativo di esperti Ipcc, che invitava a “non sottovalutare” le conseguenze sull’inquinamento atmosferico.

Kyoto, un bel dire! Nonostante il Protocollo di Kyoto, nel 2011 è stato registrato il record mondiale delle emissioni di CO2. È stato raggiunto un nuovo primato con lo scarico nell’atmosfera terrestre di 34 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio in soli dodici mesi. La stima era stata operata da Iwr, il Forum economico per le energie rinnovabili. In testa alla classifica dei responsabili di emissioni stava la Cina con 8,9 miliardi, poi gli Sati Uniti d’America con 6 miliardi, l’India con 1,8 e la Russia con 1,7. Nel 1990 la cifra globale si era assestata sui 22,7 miliardi di tonnellate annui. A fine novembre del 2012 la Conferenza Onu sui mutamenti climatici andava affannosamente cercando risposte per l’anno a venire, il 2013, allorquando anche Kyoto ebbe esaurito il proprio mandato per salvaguardare la salute del mondo.

Sì, perché all’epoca il degrado del suolo e dell’acqua minacciava una notevole quantità di produzioni per l’alimentazione umana in tutto il mondo, con il rischio concreto che l’anno 2050 quando, come ci indicano le previsioni, nove miliardi di persone poseranno i piedi sul suolo del Pianeta, non sarà più in grado di fornire cibo sufficiente per il sostentamento delle popolazioni. Un rapporto Fao, l’Organizzazione dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, diceva che, già a fine 2011, era degradato il 25% della superficie agricola mondiale.

A fine anno 2012 a Doha, nel Qatar, si riuniva il summit Onu sull’emergenza climatica, con la partecipazione dei delegati di oltre 190 nazioni e di oltre settemila membri di Organizzazioni non governative, il cui compito era quello di preparare il lavoro per la sessione ministeriale fissata tra il 4 e il 7 dicembre. Tra gli obiettivi un nuovo accordo contro i cambiamenti climatici, l’adozione del secondo periodo di impegno del protocollo di Kyoto in scadenza a fine anno 2012 e un nuovo taglio delle emissioni. L’Unione Europea, sostenitrice di un accordo vincolante, e la Svizzera garantirono la sottoscrizione. Ma ecco ancora i recalcitranti: Stati Uniti, Canada, Giappone e Russia si dicevano da subito contrari. Australia e Nuova Zelanda dovevano ancora pensarci prima di arrivare a una decisione. Il gruppo Basic dei Paesi emergenti Brasile, Cina, India e Sud Africa erano del parere che si sarebbe dovuta mantenere una distinzione chiara fra responsabili di Paesi ricchi e di Paesi poveri sulla produzione dei gas serra. Intanto si diffondeva l’ennesimo allarme del programma Onu per l’ambiente: senza interventi rapidi, entro il secolo il pianeta si sarebbe riscaldato di tre gradi. Green-Peace chiedeva che a Doha venissero adottati gli emendamenti del protocollo di Kyoto allo scopo di concludere un accordo vincolante che fosse partito già dal primo gennaio del 2013.

Ma c’è di più in questa corsa che chiamerei ai tentennamenti, a un passo avanti e due indietro. Sì, è vero, a fine 2012, prima che arrivasse a esaurimento, il Protocollo Di Kyoto veniva esteso sino al 2020. L’impegno a ridurre ulteriormente le emissioni di gas serra era tuttavia mantenuto soltanto dall’Unione Europea e da qualche altro Paese. Decidevano di restarne fuori i Paesi “grandi inquinatori” come la Cina, gli Stati Uniti d’America, il Giappone, il Brasile, l’India. Si arrivò a un accordo, il Foha Climate Gateway, ma esclusivamente volto a indicare il percorso da seguire per garantire la sicurezza climatica, senza che si fossero fatti reali passi in avanti.

“Ma i governi devono fare di più”, così si esprimeva il segretario generale Onu, Ban-Ki-Moon commentando l’intesa raggiunta a Doha. “Sono state poste le basi per un accordo completo e stringente da raggiungere per il 2015” contro il riscaldamento climatico, ha spiegato. Le basi, a parer mio, si sarebbero dovute porre almeno cinquant’anni prima. Era come continuare a gettare fondamenta di qua e di là per costruire grattacieli e i grattacieli non si vedevano.

Ma intanto il 2014 recava notizie poco confortanti. Nel mese di settembre l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) delle Nazioni Unite annunciava che le emissioni dei gas serra avevano raggiunto, l’anno precedente, un livello record nell’atmosfera e negli oceani con il maggior incremento di CO2 nel solo arco di un anno rispetto al periodo che andava dal 1984 al 2013. Un incremento dovuto anche a una minore capacità della Terra di assorbire i gas. La stessa deforestazione e acidificazione degli oceani limitava la capacità della biosfera di reagire alle emissioni umane. Poi la notizia, all’inizio di novembre, della concentrazione di gas serra salita ai più alti livelli mai raggiunti nell’atmosfera in 800 mila anni. Tanto veniva annunciato da un gruppo di esperti dell’Onu in materia di clima (Ipcc) nella seduta di Copenaghen. Le emissioni mondiali, si disse, si sarebbero dovute ridurre del 40% sino al 70% (rispetto ai valori del 2010) tra il 2010 e il 2050, per arrivare a un valore prossimo allo zero entro la fine secolo; questo allo scopo di ridurre l’aumento della temperatura globale di 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, nella consapevolezza che tale misura comporterebbe un rallentamento della crescita mondiale dello 0,6% del Pil annuo. Bella prospettiva, vero? Ma intanto la temperatura media della superficie terrestre e degli oceani era salita di 0,85° tra il 1880 e il 2012. L’impegno internazionale sul tema si riprometteva di continuare nel dicembre 2014 a Lima (Perù), ultimo appuntamento prima del summit di Parigi nel 2015.

Voglio soltanto accennare di sfuggita al Vertice Onu che si tenne, a inizio autunno 2014, al Palazzo di vetro di New York con oggetto i cambiamenti climatici. L’ennesimo piangerci sulle spalle: secondo i dati del Global Project, citati dal New York Times, le emissioni di gas serra continuavano imperterrite a crescere, del 2,3% a livello mondiale nel 2013 e del 2,9% nei soli Stati Uniti d’America.

Quando Greenpeace e Wwf, nel primo autunno del 2014 organizzarono il convegno “Europa 2030: obiettivi ambiziosi per la lotta ai cambiamenti climatici e l’energia”, posero alla Ue e all’Italia la seguente pressante richiesta: “Il nuovo accordo su clima ed energia deve contenere una riduzione delle emissioni di gas serra che vada ben oltre il 40%, almeno il 55%” insieme a un “obiettivo vincolante per l’efficienza energetica che vada oltre il 30%, si propone il 40%”, portando “le rinnovabili al 45%”.

Correva il mese di ottobre 2014 che il Pentagono Usa esibiva la seguente dichiarazione: i cambiamenti climatici sono una minaccia immediata alla sicurezza nazionale, con l’aumento di rischi derivati da malattie infettive, povertà globale, tempeste, siccità e carenza di cibo. Ma anche disastri di rilievo mondiale, tra i quali l’innalzamento dei livelli dei mari. È “a rischio la stabilità del nostro emisfero” affermava il segretario della Difesa, Hagel: le crisi in molti Paesi spingeranno “ondate migratorie di massa”.

Poi i primi giorni del 2015: si disse allora che l’anno appena terminato, il 2014, era stato il più caldo dal 1891. Secondo i dati elaborati dall’Agenzia Meteorologica giapponese, Jma, il riscaldamento risultava in costante crescita. La temperatura globale superficiale era di 0,63° oltre la media del XX secolo, la più alta in assoluto. Su un periodo più lungo fu registrato un balzo di circa 0,70° per secolo.

Stiamo per essere tirati a fondo da una politica di progettazione energetica che fa acqua da tutte le parti, siamo asserviti a un’ignavia intellettuale che frena in ogni dove il fermento di menti proiettate al futuro e al suo formarsi, ci lasciamo schiacciare dalla nostra stessa incapacità o dalla nostra non-volontà di imprimere cambiamento là dove le cose accennano a degenerare, non ci sforziamo abbastanza di incoraggiare la ricerca in fatto di nuove tecnologie e di utilizzo strategico delle risorse, ma siamo molto bravi a negare tutto e il contrario di tutto a seconda della direzione da cui spira la brezza che più ci aggrada, senza approdare a una conclusione che sia una conclusione.

Figuriamoci! Che cosa poteva succedere come epilogo della valutazione effettuata da un’intelligenza superiore come quella dell’uomo? Vi aspettavate che i buoni propositi, già in partenza non condivisi da qualche Nazione super potente, si sarebbero mutati in realtà concreta? Poco fa ho detto di oltre trentaquattro miliardi di tonnellate di anidride carbonica buttate annualmente nell’atmosfera in tutto il globo: una cifra che da sola fa inorridire, una delle principali cause della febbre del pianeta che stava aprendosi la via verso un decorso patogenetico candidato a diventare cronico. Facciamo trascorrere poco più di sei anni, un discreto margine di tempo per dare attuazione ai provvedimenti pianificati e per raccogliere i primi risultati. Eccoli qua i risultati, ed ecco il vero volto della soluzione al problema: una tendenza del 55 per cento di incremento dei consumi energetici che, come prima conseguenza, vedrà raddoppiare la presenza di anidride carbonica nell’atmosfera nell’arco di tempo che va dagli anni novanta al 2030. L’Europa da sola, nel 2005, produceva oltre 35 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, vedete dove sono andati a finire i trentaquattro miliardi di cui dicevo?!

Il 15 e il 16 marzo del 2005 si riunivano a Londra i ministri dell’ambiente di numerose Nazioni di tutto il mondo, compreso l’emisfero meridionale, e prendevano di petto la questione in questi termini: si era stabilita una soglia limite, indicata con la quota 400, al di là della quale nient’altro che il precipizio. Il superamento delle 400 parti per milione di anidride carbonica nell’atmosfera terrestre significò – come avvertì Legambiente – che il riscaldamento globale della Terra sarebbe stato più veloce del previsto e avrebbe provocato, come in effetti dimostrò, alluvioni, desertificazioni, scioglimento dei ghiacci. Che significa? Significa che se si arriverà a superare le 400 parti di anidride carbonica per un milione di parti di aria, come dire un bicchiere di veleno in una cisterna di cinque ettolitri di acqua pura, avremo raggiunto quello che è stato indicato come il punto del non ritorno. Ma… coraggio ragazzi, non ci siamo molto lontani: già nel 2004 si sfiorò quota 375. È questo che vogliamo? Il punto di non ritorno?

Sembra quasi un paradosso o, come dire, una presa in giro: in tutta questa tragedia si celebrava, il 22 aprile del 2013, la 43a Giornata Mondiale della Terra, un evento che si tenne in 175 Paesi per promuovere la salvaguardia dell’ambiente: sì, a parole, come al solito, lo stesso che festeggiare un moribondo all’ultimo suo respiro.

E poi, in ultimo, arriva la mazzata: le quattrocento parti si sono superate, e con quale abbondanza! Era il mese di aprile 2014, quello che diede a registrare la maggior concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera di tutta la Storia dell’umanità. Il livello di CO2 superava bellamente e in modo costante le famigerate quattrocento parti per milione. La constatazione si doveva al climacentral.org che valutò doversi avere una concentrazione al di sopra della soglia 400 anche nel mese successivo.

Che facciamo? Vogliamo cambiare la testa ai grandi decisori? Poche speranze, da come si esprime Arthur Schopenhauer (1918): “La ricerca di un’etica e di un principio supremo di essa, che abbiano un influsso pratico e realmente trasformino e migliorino il genere umano, è perfettamente simile alla ricerca della pietra filosofale”.

Ma che mondo è questo?

Esseri che si cibano di altri esseri, che tendono agguati, che inventano strategie aggressive, esseri che badano bene a non trasformarsi in pasto per i loro predatori, che imparano a mimetizzarsi, a immobilizzarsi, a secernere sostanze repellenti, a difendersi con espulsioni tossiche, a cercare l’estrema salvezza nella fuga. È tutta una incredibile lotta per riempire lo stomaco e non finire nello stomaco degli altri. E in questo nostro mondo, che può essere visto realisticamente come un grande stomaco sotteso a una legge imperante con un unico comandamento “Mangiare e non farsi mangiare”, ha finito con l’imporsi la logica della catena alimentare regolata da continui equilibri-disequilibri-aggiustamenti-riequilibri. È stato sempre così, pare, con l’avverarsi di cicli che promuovevano protagoniste carte specie animali, con il sopravvenire di estinzioni e di nuove comparse di vita. Accetto il meccanismo del “grande stomaco”, benché ne intraveda uno sviluppo per quanto disgustoso perché regolato dall’ingordigia, da uno disperato senso di autoconservazione e di continuità, da inspiegabile crudeltà di forme viventi nei confronti di altre forme viventi. Siamo evidentemente ospiti di un mondo ben strano, ma così è. L’aspetto della questione che mi sconvolge, tuttavia, riguarda gli effetti delle manipolazioni che l’uomo opera fra gli anelli della catena alimentare, sconvolgendone l’ordine e distruggendone l’equilibrio. Due sere fa assistevo a una trasmissione televisiva sulla rubrica Presa Diretta, dal titolo già di per sé inquietante assai: “L’ultima Ape”. Si è fatto il punto sui danni che i pesticidi usati dall’uomo in agricoltura arrecano all’esistenza degli insetti, tanto che certe specie in pochi anni sono state quantitativamente dimezzate o peggio. Primi fra tutti gli elementi tossici, i neonicotinoidi che rischiano di portare all’estinzione una massa enorme di insetti, fra i quali le api e altre specie di impollinatori. Possiamo trarre le debite conseguenze da questa mattanza su scala mondiale: impollinazione dei fiori sempre più rara, intossicazione delle colture e dei terreni, permanenti per numerosi anni e letali sia per il mondo animale selvatico sia per il mondo vegetale; dai fiori non impollinati si passerà alla mancanza di forme vegetali eduli in misura sempre più drastica, quindi le nostre tavole con i piatti vuoti. Questo il mondo che lasciamo ai nostri nipoti?

26 Settembre 2019

Queste le mie osservazioni-annotazioni di sei anni or sono. È passato un po’ di tempo, qualcosa è cambiata? Mentre scrivo, 26 settembre 2019, si legge sui mezzi di comunicazione:

A piccoli passi ci avviamo verso l’anno 2021. Stiamo attraversando il periodo natalizio 2020, in piena crisi di pandemia per la rapida espansione in Europa e in tutto il mondo del virus Covid 19. È il Wwf a sentenziare: “Questa pandemia, così come le altre zoonosi (malattie infettive di animali, trasmissibili all’uomo), è la conseguenza del nostro impatto sul Pianeta: siamo noi uomini che dobbiamo cambiare. Un freno al riscaldamento globale si fa urgente. Nel 2050 se non agiremo con forza per contrastare la crisi climatica” le temperature medie marine invernali aumenteranno fino a 1,5/2° C in Adriatico e con esse il livello medio dei mari. Tra 30 anni potremmo dire anche addio alle vacanze sulla neve. – Altro che vacanze, avremo altro a occupare i nostri pensieri! 

E non basta. Terminiamo l’anno 2020 con l’ultima notizia deprimente del 31 dicembre. Il 2020, si dice, è stato un anno di caldo record e i suoi effetti si sono fatti sentire addirittura nel Continente antartico. Là dove impera il freddo più intenso del Pianeta, in meno di nove giorni le temperature hanno raggiunto quota 18,3° centigradi e sono state causa di una drastica fusione delle masse ghiacciate, facendone rilevare perdite fino al 20%. È stato calcolato che, a partire dal 1979 fino al 2017, il volume di ghiaccio perso ogni anno nell’Antartide è aumentato di sei volte. Qualora tutta la calotta glaciale antartica fondesse, il livello degli oceani salirebbe sino a 60 metri dal livello attuale. Il caldo eccezionale ha interessato nondimeno il Circolo polare artico. Basti considerare quanto accade in Siberia dove le temperature sono salite fino a 38,5° centigradi. Le conseguenze immediate sono state lo sviluppo di incendi e la fusione del permafrost (ossia del suolo perennemente gelato, con una temperatura media annua inferiore agli zero gradi centigradi, che in Siberia raggiunge lo spessore di 400 metri).

Sono considerazioni da Apocalisse, e noi che cos’altro abbiamo da aspettarci? Crisi alimentari, penuria di acqua, movimenti antropologici di massa, la gente non soltanto migra, ma fugge, va via lontano, dove non si può sapere, ma fugge. Si diffonderanno malattie, contagi, indigenza estrema, lotte fratricide per la sopravvivenza. Vedo l’umanità gettata verso una sorte simile a quella di quei volatili chiusi in un’uccelliera nella quale siano stati introdotti alcuni rapaci affamati.

Ancora una volta: poveri nostri bambini, che cosa vi abbiamo promesso? Che cosa vi abbiamo preparato? Che cosa vi lasciamo? Dove vi stiamo scaraventando?

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