Il Centenario. Spunti di eroismo e di sacrifici – Puntata n° 3 di 4

Il cedimento della difesa

Riandiamo a Caporetto. Il gen. Emilio Faldella (la Grande Guerra da Caporetto al Piave [1917-1918], Nordpress Edizioni, Chiari – BS 2004) rende bene la situazione del momento prefigurando una struttura che si regge su quattro pilastri promettenti una salda difesa dall’irruzione austro-tedesca che si estendeva dalla Stretta di Saga al Monte Polovnig. Si trattava dello schieramento della 43a divisione del gen. Farisoglio (IV corpo d’Armata), del tratto di fronte che il VII corpo d’Armata occupava dal Monte Matajur al Kolovrat, al Monte Xum e del complesso del Globocak.
L’aspetto tragico del teatro di battaglia si rivelò nel corso della notte tra il 24 e il 25 ottobre 1917 allorché crollarono i due pilastri settentrionali, non già per offesa del nemico, ma sorprendentemente in seguito a una dinamica autodistruttiva.
Il primo accenno del cedimento fu rappresentato dall’abbandono prematuro della Stretta di Saga per opera della 50a divisione del gen. Arrighi.

Immediate conseguenze furono le enormi difficoltà sopraggiunte alle truppe sistemate sul Polovnig nel tentativo di portarsi a valle, la trascurata protezione del ponte di Ternova che valse ad affondare le speranze di evacuazione per il grosso della 43a divisione e, infine, la sopravvenuta condizione di isolamento per le truppe della zona Rombon-Cukla che, rimaste saldamente al proprio posto, affrontarono con valore e coraggio estremo le pressioni esercitate dalla parte avversa, costrette in ultimo a eleggere il passaggio impervio della Sella Prevala (la foto è del dr. Marco Mantini di Monfalcone, per g.c.) e del Monte Canin quale unica via d’uscita all’incombente accerchiamento. In quel tragitto di sofferenze e di incessanti combattimenti furono queste ultime formazioni di resistenza a doversi fare largo con la forza della disperazione fra gli agguati tesi dalla CCXVI brigata austroungarica della divisione Edelweiss che le inseguiva e le sopravanzava.

La 43a divisione poté, al limite della resistenza, ritirarsi dalla conca di Drezenca, cadendo purtroppo nella trappola tesa presso il ponte di Caporetto ormai in mano nemica. Neppure la 46a divisione del gen. Amadei riuscì a porsi in salvo: le sue compagini furono letteralmente decimate in scontri cruenti.

Alla luce di questi avvenimenti si riaffaccia l’interrogativo pungente, ripreso anche da Emilio Faldella, quello del perché le brigate Taro e Spezia avessero deciso di ritirare le proprie truppe dalla linea di difesa quando la pressione esercitata dagli avversari non era ancora avvertibile. Spostandoci poi all’esame delle competenze affidate al XXVII corpo d’Armata comandato al gen. Badoglio, si viene a constatare che anche in questo caso il reparto ripiegò in seguito a ordine ricevuto, non già perché il nemico avesse imposto una minaccia ravvicinata e inarrestabile. Tant’è che l’avanzata della truppa austro-tedesca per tutta la giornata del 25 ottobre non eccelse per rapidità né per impeto aggressivo. Diciamo piuttosto che i nostri avversari quasi dappertutto si limitarono a inseguire e a occupare i vuoti lasciati dai nostri in ripiegamento, non trascurando affatto che il ripiegamento stesso comportò il divampare anche furioso di notevoli scontri a fuoco.

Per restare ancora sui fatti del XXVII corpo d’Armata vale la pena osservare che il Comando del medesimo non si fece sentire per quasi tutto il 25 ottobre, così come si rileva dalla relazione della Commissione di Inchiesta.

Si concludeva la giornata del 25 ottobre con un episodio clamoroso: la destituzione del gen. Cavaciocchi dal comando del IV corpo d’Armata e la sua sostituzione con il gen. Gandolfo. Dopo tutto quel che era successo fu Cavaciocchi a essere considerato, da Cadorna in persona, il primo e solo responsabile della disfatta di Caporetto, qualcosa che riporta il pensiero al mito, sempre a pronta disposizione, del capro espiatorio.

Faldella non esita a bollare con il termine “abulia” il comportamento di gran parte dei Comandi italiani e la dimostrata mancanza “di energia, di volontà di reazione” e di consapevolezza circa l’urgenza decisionale nei momenti più critici. Troppa inerzia, dunque, nella maggior parte dei comandanti ed eccessiva premura nel decidere operazioni di ritirata, come successe a San Paul – sempre nell’analisi fatta dal gen. Faldella – dove le artiglierie erano state abbandonate già la sera del 24 ottobre quando invece gli austro-tedeschi ne raggiunsero le postazioni appena nel pomeriggio inoltrato del 25.

Mi piace concludere questa breve carrellata sul 25 ottobre 1917 con una appropriata osservazione tratta dalla descrizione, ancora, del gen. Faldella: a fatti compiuti il gen. Capello, comandante in capo la 2a Armata, ebbe modo di far notare che il fronte era stato sfondato sulle linee di competenza dei corpi d’Armata IV e XXVII, con questo riconducendo ai nomi dei rispettivi comandanti, i generali Cavaciocchi e Badoglio. Sul testo stilato dalla Commissione di Inchiesta, peraltro, l’accenno al XXVII corpo d’Armata era del tutto volatilizzato, lasciando il campo al solo IV corpo d’Armata. Riporto questo particolare, senza volermi soffermare più di tanto sulla sparizione – notizia che si legge da più fonti – dal testo della Relazione di Inchiesta di ben tredici pagine, precisamente quelle che trattavano la parte svolta dal XXVII corpo d’Armata nei giorni 24 e 25 ottobre 1917.

Saga, fu vera gloria?

S’è detto e scritto molto sulle disavventure occorse in quel della Stretta di Saga dopo la disfatta di Caporetto e su questo argomento sono corsi fiumi di parole in ambito storiografico. Ma, una domanda: che cosa successe realmente in quel settore del confronto armato?

Iniziamo con il fare il punto sulla dislocazione geografica. Siamo in Slovenia, sull’estremo confine occidentale verso il Friuli, un esteso saliente che offriva promettenti possibilità alle forze austroungariche di affacciarsi in territorio italiano.

Per raggiungere la Stretta di Saga, da Tarcento si risale verso nordest sino a quota 633 nella piccola località di Musi, poi si svolta recisamente verso est per raggiungere il Passo di Tanamea, culmine della salita, a 853 metri s.l.m. Di lì il percorso prende a discendere e conduce al piccolo centro di Uccea, 645 metri. Ci troviamo dunque in Valle Uccea. Ancora forse un paio di chilometri ed eccoci sul confine, dove si apre la famosa Stretta di Saga, così denominata perché da quella posizione, sempre verso oriente, s’intravedono i caseggiati di Saga (Žaga) dominati dalle alture del Monte Polonig (Polovnik), 1478 metri e bagnati dall’Isonzo.

Questa fu l’area contesa dal 24 ottobre 1917 in avanti nell’insieme dei fatti verificatisi a Caporetto. Già un mese prima il generale austriaco Krauss aveva predisposto tutto quanto sarebbe occorso per un’invasione efficace in terra italiana. Non gli interessava più di tanto sguinzagliare truppe a iosa su per i crinali montani; la sua strategia era per un’infiltrazione rapida da effettuarsi sui fondi valle. Quel che successe sul fronte di Sella Prevala non valeva a galvanizzare la sua attenzione, quanto piuttosto lo erano i possibili spostamenti da attuarsi proprio lungo la Valle Uccea, che avrebbero consentito una rapida discesa percorrendo la Valle di Resia sino a raggiungere il Canal del Ferro. Di qui sarebbe stato quasi un gioco costringere in accerchiamento le nostre truppe a presidio della Zona Carnia nel momento in cui quelle affrettavano il passo per cercare una probabile uscita sulla via di un più sicuro ripiegamento.

La zona considerata, insieme al resto territoriale della Conca di Plezzo, cadeva sotto la responsabilità, da parte italiana, del generale Arrighi, comandante la 50a divisione del IV corpo d’Armata (gen. Cavaciocchi).

Il mattino del 24 ottobre, contemporaneamente all’avanzata della 22a divisione Schützen, le forze sottoposte al comando del gen. Krauss attaccarono quelle disposte dal gen. Arrighi a difesa del valico nominato. Arrighi era informato di quanto succedeva al Gruppo Cantoni sul Rombon dove gli Alpini dei battaglioni Borgo San Dalmazzo, Dronero e Saluzzo stavano eroicamente dibattendosi per liberarsi dai vincoli di una trappola via via più insidiosa. Per questo temeva di subire la stessa sorte e di cadere vittima di un aggiramento mortale, vista anche l’inaspettata rapidità con la quale gli avversari muovevano sul campo di battaglia. Avrebbe potuto o dovuto chiedere ordini al suo superiore, il gen. Cavaciocchi, ma pensò bene di doversela sbrigare di propria iniziativa. Decise dunque di abbandonare la Stretta di Saga quando ancora le minacce nemiche di aggressione non erano prossime.

C’è da dire, subito, che quella Stretta, come anche lo stesso nome lascia immaginare, era veramente un passaggio limitato, obbligato, facilmente presidiabile affidandone la difesa ad alcune postazioni di mitragliatrici sistemate con i dovuti criteri di sicurezza e affidabilità.
Tutto accadde verso le ore 18 di quel 24 ottobre. Si venne poi a sapere che il gen. Cadorna aveva ordinato di garantire la tenuta della Stretta di Saga con un’intera divisione, ma, per quali motivi non è dato sapere, ciò non avvenne. Altre informazioni lasciano intravedere il passaggio custodito, prima dell’arrivo degli austrotedeschi, da un plotone appena di Finanzieri e che prima ancora la zona fosse occupata da tre battaglioni Alpini forti di una bella dotazione di bocche da fuoco. Con tutto ciò i nostri avversari, giunti sul posto, si trovarono di fronte a un terreno sgombro e per loro fu facile proseguire verso il Passo di Tanamea e di lì gettarsi a valle.

Da una parte va osservato che una difesa con buone possibilità di riuscita sarebbe stata possibile perché la Stretta di Saga era ben munita con trinceramenti in roccia e con postazioni per mitragliatrici in caverna, capaci di tiro incrociato. Dall’altra occorre notare sia la disparità di forze in campo, ossia la 50a divisione del gen. Arrighi contrapposta a due divisioni avverse, sia le difficoltà estreme di comunicazione a motivo degli intensi bombardamenti che avevano interrotto e divelto in più punti il sistema di collegamenti predisposto. Non ultimo subentrava il dubbio ormai fattosi certezza di non poter riporre speranza sull’intervento delle riserve, vista la notevole distanza alla quale erano state sistemate. Un altro neo si poteva ravvisare, su più ampia scala, nello scompenso della distribuzione relativa alle nostre forze: notevole intensificazione per la 3a Armata de Duca d’Aosta a sud e sensibilissima rarefazione per la 2a Armata del gen. Capello a nord, in specie nel tratto da Tolmino a Caporetto, proprio quello prescelto dai nostri avversari per invadere il territorio italiano.

La caduta della Stretta di Saga in mano agli austrotedeschi, oltre a favorire questi ultimi nella discesa verso la Valle del Fella, precluse nello stesso tempo al Gruppo Cantoni, impegnato sulle falde del Rombon, l’utilizzo di quella via per l’inevitabile ripiegamento e impose la conseguente necessità di optare per la Sella Prevala, con tutti i tragici risvolti occorsi nei micidiali scontri a fuoco e nell’infernale traversata del massiccio del Canin.

Comunque siano andate le cose, certo è che appare molto problematico valutare quella decisione abbracciata dal gen. Arrighi, volta all’abbandono della Stretta di Saga. Fu ignoranza di ordini superiori? Ma di quali ordini si poteva mai parlare se i collegamenti erano saltati in ogni dove e non si sarebbero potuti ripristinare? Dunque una soluzione doveva essere cercata, e senza remore perché le orde nemiche stavano avanzando a passi da gigante. Una ferra interpretazione del codice d’onore militare avrebbe imposto di continuare a presidiare la posizione assegnata, come si dice, a oltranza, sino all’ultimo uomo. Si sarebbe potuta rivelare una scelta di possibile felice esito visto che la Stretta non consentiva facili aggiramenti, era un passaggio obbligato e, per giunta, anche assai angusto, caratteristica che ne avrebbe esaltato di gran lunga le possibilità di una efficace difesa.

Il gen. Arrighi, tuttavia, sommerso dalle notizie pessimistiche conseguite allo sfondamento su Caporetto e alla impressionante avanzata delle truppe imperiali, si fece certamente prendere da un timore estremo: la sua divisione, in caso di fallimento sulla Stretta di Saga, sarebbe incorsa nel pericolo di un incontrollabile annientamento. Meglio sarebbe stato cercare riparo in una zona più sicura, il Monte Stol per esempio, che non distava molto dalla Valle Uccea, in attesa di uno sviluppo favorevole della situazione. Molto probabilmente il gen. Arrighi valutò sul momento l’inutilità di assestarsi a una difesa a oltranza e la migliore opportunità di salvare la divisione onde poterla impiegare più tardi e in circostanze garanti di maggiore efficacia combattiva per arrestare l’invasione delle forze avverse. Tuttavia non calcolò o non volle darsene per convinto, che quell’andarsene dalla Stretta di Saga sarebbe stato l’equivalente dell’aprire la porta al nemico per una sua facile penetrazione nelle pianure friulane e venete. Oppure si sarebbe potuto attendere l’avvicinarsi della minaccia, tentare i primi assaggi difensivi nella speranza, sempre, che da qualche parte fossero giunti rinforzi, per poi, nella peggiore delle eventualità, ricorrere al ripiegamento come estrema soluzione.

Sta di fatto, comunque, che nel momento dell’ultima presa di posizione sulla Stretta di Saga, a sbarrare il passaggio al nemico, non c’erano i battaglioni e le batterie a suo tempo vantati né la divisione comandata dallo stesso capo dello Stato Maggiore dell’Esercito, gen. Cadorna, ma soltanto quei cinquanta Finanzieri agli ordini del maresciallo Vincenzo Cartelli, che rappresentavano un ostacolo del tutto irrisorio al superamento della Stretta.

Il gen. Arrighi, per parte sua, addusse a sostegno del proprio comportamento l’impossibilità di stabilire comunicazioni fra i Comandi, dopo che la furia dei cannoneggiamenti aveva sconvolto in modo disastroso le linee di collegamento. Soltanto aveva avuto ordine verso le ore sedici dal gen. Montuori, comandante l’ala destra della 2a Armata, di abbandonare la Stretta, cosa che attuò poco dopo le diciotto con la deliberazione di allontanare la 50a divisione da un prevedibile disastro.
Si potrebbe anche sostenere che l’abbandono della Stretta di Saga sia stato il secondo grave atto della disfatta di Caporetto, una conferma ulteriore di un temibile concorso in causa che avrebbe portato allo sfacelo finale e completo. Numerose presero forma le opinioni fra i critici sull’evento della Stratta di Saga.

La Commissione di Inchiesta istituita per definirne le responsabilità non condannò il gen. Arrighi come, per altro verso, a conclusione del Grande Conflitto furono invece mandati a riposo – era il 2 settembre 1919 – i cinque generali coinvolti in prima persona nei fatti di Caporetto: Cadorna, Capello, Cavaciocchi, Bongiovanni, Porro, mentre il gen. Badoglio, il comandante delle 700 bocche da fuoco rimaste mute il mattino del 24 ottobre, contrariamente agli ordini impartiti dal gen. Cadorna, non fu sfiorato da alcun provvedimento sanzionatorio; anzi, fu elevato di grado con la promozione a sottocapo di Stato Maggiore nel nuovo assetto del Comando Spremo affidato al gen. Armando Diaz.

Come si suol dire, per concludere: “Ai posteri…”.

(Per saperne di più vedi Mario Bruno “La Grande Guerra. Zona Carnia, Cukla Rombon, Monte Nero”, IBN Editore, Roma 2015)

Sfuggire al nemico

Ed eccoci al 26 ottobre, sempre in quell’infausto 1917. Erano le prime ore del mattino allorché il gen. Cadorna, tratte le conclusioni dall’andamento della lotta contro l’irruzione delle forze austro-tedesche, ordinò la difesa a oltranza sulla linea a suo tempo predisposta. Il capo di Stato Maggiore dell’Esercito aveva ora chiara la premonizione di quanto sarebbe potuto accadere e si fece premura nell’attuare disposizioni particolareggiate all’indirizzo delle truppe della Zona Carnia (quelle che presidiavano la fascia alpina dal Monte Peralba al Rombon) e delle Armate 2a, 3a e 4a. Stava guardando ormai, il gen. Cadorna, a una linea di resistenza che si sarebbe disposta lungo il Tagliamento e, come soluzione estrema, al Piave. Fu realizzato l’arretramento e fu disposto lo schieramento sulle nuove posizioni senza peraltro che da parte avversa insorgessero gravi impedimenti.

Si verificò tuttavia una prima interferenza negativa, quando cioè il Comando del VII corpo d’Armata inviò, di primo mattino in quel 26 ottobre, l’ordine di ripiegamento dalla linea che congiungeva il Matajur con il Monte Xum. Proprio sul Matajur stava la brigata Salerno, ormai in posizione isolata, e su essa premevano le forze austro-tedesche alla cui testa si muoveva il primo tenente Rommel. Le cose si mettevano davvero male per la Salerno tanto che, giunta l’ora del mezzogiorno del 26 ottobre, la brigata poteva contare già il maggior numero di prigionieri fra tutte le altre brigate.

Dal Monte Xum retrocedette la brigata Elba. Una dopo l’altra cedevano le brigate Firenze e Arno, così come il quarantesimo battaglione del 14° reggimento Bersaglieri, vittima di aggiramento.

Un grave lutto doveva colpire, in quel frangente, la 19a divisione del XXVII corpo d’Armata: il comandante della divisione, gen. Giovanni Villani, strenuo difensore della posizione a lui affidata e uno fra gli ultimi a ripiegare, si suicidava. Così scrive il gen. Emilio Faldella (la Grande Guerra da Caporetto al Piave [1917-1918], Nordpress Edizioni, Chiari – BS 2004): “preferì la morte invano cercata sul campo di battaglia, alla sopravvivenza nella sconfitta”.

La brigata Massa-Carrara del XVIII corpo d’Armata ricevette l’ordine di ripiegamento, nella notte sul 26 ottobre, verso la Valle Natisone dove non approfittò, durante tutta la giornata del 26, della posizione occupata per ostacolare l’avanzata delle truppe germaniche le quali ebbero buon gioco per conseguire rapidi successi ai danni delle brigate Vicenza e Jonio. Anche la brigata Genova cadde fra gli artigli del nemico, prima dell’alba del 26 ottobre, nei pressi del Monte Stol. Dallo Stol, contemporaneamente, si ritirava la retroguardia della brigata Potenza, mentre i Kaiserschützen austriaci arrivavano a catturare, in quel di Bergogna, il consistente bottino di cinquemila armati di reparti vari italiani.

Dalla parte della Stretta di Saga, intanto, sempre il mattino del 26 ottobre, una compagnia di Kaiserjäger era riuscita a superare il valico senza incontrare resistenza. Il Montemaggiore, poco più a sud, era allora considerato un baluardo invalicabile per le truppe avversarie, difendibile quindi sino all’ultimo colpo di fucile, ma in realtà non si disse di un’azione di sbarramento vera e propria. Sulla dorsale del Monte, addirittura sino al giorno precedente, non si trovavano nostri reparti a presidio. Soltanto nella notte sul 26 ottobre vi salirono due battaglioni, il Bicocca e il Val Leogra, che da subito si trovarono isolati. Fu facile, per le schiere di Schützen e di Kaiserjäger, impadronirsi in breve tempo della sommità del Montemaggiore, anche perché i due battaglioni di stanza si ritirarono di gran fretta dietro ordine del col. Sapienza, comandante del 2° Raggruppamento. La caduta del Montemaggiore fu come un fulmine a ciel sereno per Cadorna il quale non esitò punto a impartire ordini tassativi per la ritirata in grande sul Tagliamento.

Il grave errore di quel momento drammatico fu, fra gli altri leggibili fra le righe, l’aver trattenuto le riserve della 2a Armata troppo lontano dalle zone d’operazione, addirittura sul medio Isonzo. Tale situazione non consentì dunque di impedire alle forze austro-tedesche di superare il Montemaggiore e di gettarsi sulle Valli del Natisone e dello Judrio.

Armi in spalla, si va al fronte!

Il 1915 era l’anno in cui l’Italia aveva deciso di entrare in guerra. La situazione che si presentava pareva da subito assai strana e contraddittoria: sino al 3 maggio 1915 l’Italia era stata vincolata da un patto di alleanza, la “Triplice” come fu chiamata, con l’Austria e la Germania, un patto che, rinnovato a più riprese, datava i suoi albori al 20 maggio 1882. Dunque 33 anni di alleanza, non senza alterni e vicendevoli motivi di diffidenza, soprattutto fra noi e la vicina Austria, notoriamente nostra nemica storica.
La guerra, iniziata l’anno precedente, avrebbe dovuto assistere, secondo una logica di accordi, a un’eventuale entrata in campo dell’Italia al fianco degli Imperi Centrali. La logica delle dinamiche decisionali volse invece in altra direzione. Si dica, intanto, che l’Austria aveva dichiarato guerra alla Serbia il 28 luglio 1914 e non aveva subìto aggressioni esterne, quanto bastava, sulla base delle clausole stabilite nel Patto della Triplice, per giustificare l’astensione dell’Italia dall’intervento armato nella questione di conflitto.

L’Austria, per giunta, aveva fatto tale passo senza neppure metterne al corrente l’alleata Italia. C’erano inoltre almeno due altri motivi che andavano a creare divergenza di valutazioni tra Italia e Austria in argomento di intervento; il primo aveva a che fare con le reiterate richieste rivolte dal Governo italiano all’Austria onde ottenere benefici territoriali sulla zona alpina di confine e in area adriatica, richieste che ebbero quasi sempre come risposta un reciso rifiuto; il secondo proveniva dalle forti pressioni esercitate dagli interventisti all’interno del Paese e dalle forze dell’Intesa (Francia, Inghilterra, Russia) all’esterno onde ottenere la nostra deliberazione di belligeranza. Ineluttabile era il fatto, infine, che la rivendicazione dei territori richiesti all’Austria sarebbe stata consona a un evidente rispetto per i confini naturali interposti fra i due Paesi: Trento e Trieste erano e sono al di qua del confine naturale delle Alpi. Non ultima, la propaganda spietata di Gabriele D’Annunzio, acerrimo nemico e denigratore del pacifista-neutralista Giovanni Giolitti, che riuscì a trascinare gran parte dell’opinione pubblica in direzione interventista.

Permaneva comunque una profonda incongruenza nelle aspettative di successo, che si poteva ravvisare nelle condizioni della viabilità e della rete ferroviaria che in Austria erano molto bene sviluppate, mentre da noi lasciavano ancora abbastanza a desiderare, in particolare nei punti che avrebbero dovuto consentire un agevole accesso alle zone occupate dai nostri soldati e alle dorsali elette a oggetto di conquista. Al nostro interno era cosa clamorosa constatare la disparità di concentrazione di forze sul fronte isontino: la 2a Armata, quella che subirà l’offesa di Caporetto, disponeva di formazioni armate sei volte inferiori rispetto a quelle dipendenti dalla 3a Armata.

Con tutto ciò fu così che, dopo ripensamenti e dibattiti accalorati, il Governo italiano abbracciò la tesi della guerra, non a fianco della Triplice ovviamente ma, per quanto s’è detto, con le forze dell’Intesa. Scivolarono via alcuni mesi e infine, il 26 aprile 1915, in seno all’assemblea riunita a Londra, l’Italia assumeva la definitiva decisione di denunciare il patto della Triplice Alleanza e di muovere alla dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria. Il 24 maggio, come sappiamo, suonò l’ora del conflitto che sarebbe stato riconosciuto come la Grande Guerra.

Per noi la linea di frontiera partiva dallo Stelvio, valicava tutta la lunga catena alpina e la piana trentina fino alla Laguna di Grado, nell’Adriatico. Presidiavano il settore occidentale di questa linea le Armate 1a e 4a, con compiti prevalentemente difensivi. Sull’Isonzo agivano le Armate 2a e 3a, con disposizioni offensive. La “Zona Carnia” era stata costituita sulla displuviale che andava dal Monte Peralba, collegandosi alla 4a Armata del Cadore, al Rombon in Conca di Plezzo, dove si congiungeva con la 2a Armata.

Terra di poeti e artisti, l’Italia si trasformò rapidamente e frettolosamente in terra di soldati, ma immediatamente si frapponeva alle serie intenzioni una sorta di condizionamenti, alcuni dei quali ostativi come, in prima istanza, l’impreparazione generalizzata dell’Esercito e i frequenti casi di conclamata esitazione-prudenza allorquando i comandanti non seppero utilizzare il tempo che restava loro a disposizione e non si affrettarono ad approfittare delle occasioni opportune per conseguire risultati promettenti.

Già all’inizio delle operazioni si profilava l’esiguità delle riserve di munizioni. Sul versante geografico non eravamo neppure molto ben garantiti, perché il saliente del Trentino, che spingeva la territorialità austriaca fin oltre Riva del Garda, rappresentava un pericolo onnipresente di invasione sulla pianura veneta, un pericolo che era diventato pressoché un’ossessione quotidiana per il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, gen. Luigi Cadorna. Ma anche dalla parte del Friuli non c’era da illudersi, là dove facili valichi avrebbero potuto concedere rapide incursioni di truppe imperiali in territorio italiano.

Intanto fervevano gli sforzi, sia da parte italiana sia da parte austriaca, per munire le linee confinarie con opere e strutture destinate alla difesa-offesa. Anzi, l’Austria non aveva atteso che l’Italia si svincolasse dalla Triplice Alleanza: molto prima, sempre in quel clima di diffidenza di cui s’è fatto cenno, aveva realizzato un poderoso progetto di fortificazioni sui versanti alpini che si affacciavano all’Italia. D’altra parte, che cosa ci si poteva aspettare? Italia e Austria erano state da sempre, nel volgere della Storia europea, nemici acerrimi e la terza Guerra di Indipendenza del 1866 certo non aveva sopito gli animi degli irredentisti e dei politici più accesi.
(Nella foto a lato: una trincea italiana in Zona Carnia).

Dunque, se a partire dal 28 luglio 1914 l’Italia si dichiarò neutrale, in forza del carattere eminentemente difensivo della Triplice, nel maggio del 1915 dichiarò di non condividere la politica aggressiva dell’Austria, contraria alle clausole e allo spirito del patto e voltò pagina in quella che fino allora era apparsa la propria posizione, ora non più suffragata da accettabili motivi di approvazione della condotta di guerra dell’Austria.

Il gen. Cadorna aveva subodorato tempestivamente ciò che stava per accadere. Gettare l’Esercito italiano contro le forti formazioni austriache era tutto un imprevisto. Era necessario capire come si sarebbero svolte le sorti delle operazioni sulla Marna e avere la certezza che anche l’Esercito russo avrebbe contribuito massicciamente a logorare il nemico sul fronte orientale. Cadorna, per conto suo, non credeva a una guerra lampo, anzi pensava, prima ancora di mobilitare l’Esercito, che si sarebbe trattato di un conflitto di lunga durata. La considerazione dell’apporto russo alla guerra era di fondamentale importanza in quanto il progetto di lanciare un’offensiva a est dell’Isonzo avrebbe potuto reggere soltanto nel caso che la Russia avesse tenuto impegnati grossi contingenti austriaci sul fronte orientale.

Non tutto, però, andava secondo le previsioni: le forze dell’Intesa, fra aprile e inizio maggio del 1915, avevano subìto un notevole smacco sia nel tentativo franco-inglese di conquistare i Dardanelli sia a Gorlice in Galizia ai danni dell’Esercito russo. Questo voleva dire che le forze austroungariche, già impegnate sul fronte russo, potevano essere messe a disposizione del Comando supremo e impiegate sul fronte delle Alpi orientali creando a noi seri problemi di tenuta. Tornava ad affacciarsi una impellente minaccia di sfondamento e di irruzione nemica lungo le Valli del Natisone e dello Judrio.

Classe 1899… al Fronte!

L’ultimo grido di Cadorna il 7 novembre 1917, poco prima di essere destituito dal vertice dello Stato Maggiore dell’Esercito, fu: “… dal Piave allo Stelvio, si difende l’onore e la vita d’Italia… morire, non ripiegare”.

Un ordine terribile, che tuttavia fu metabolizzato dai nostri difensori e trasformato in nuova consapevolezza.

33 Divisioni che annoveravano nelle loro fila i “ragazzi del ’99” si preparavano ad affrontare 53 Divisioni austro-tedesche. Era la prima fase della grande Battaglia d’arresto sul Piave, iniziata il 10 novembre e protrattasi eroicamente sino al 26, su un fronte che si estendeva dalla Val Brenta al mare.

Siamo sull’Altopiano di Asiago dove il giorno 10 novembre 1917 il generale Conrad sferrò un poderoso attacco con 7 Divisioni. Lotte furibonde divamparono sul terreno dei Sette Comuni, con irrisorie avanzate dei nostri avversari, tanto che Conrad ci riprovò il 22 mandando avanti 33 battaglioni che si confrontarono con 11 dei nostri.

Il generale Krauss, intanto, si spinse con 9 Divisioni sul Grappa, mentre il suo pari grado Boroevic esercitò forte pressione sul Piave riuscendo a impadronirsi dell’ansa di Zenson.

Si dimostrarono eroici difensori del suolo patrio quei giovanissimi combattenti del 1899, grazie alla vigoria, al coraggio e all’entusiasmo dei quali l’Esercito Italiano poté superare un delicato e profondo momento di crisi. E tutto questo con le sole proprie forze perché gli Alleati, come ben sottolinea il generale Emilio Faldella (La Grande Guerra. Da Caporetto al Piave, 2004), restavano in attesa e tutto si svolse prima che le truppe alleate mettessero piede in trincea. Una vittoria tutta italiana, strepitosa, dunque, da attribuirsi in tutto e per tutto a quei diciottenni mandati al fronte, sotto il peso di uno zaino affardellato e le mani sul ’91, a ricacciare lo straniero dai sacri confini.

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