V.G. – Una formula non magica
Terribile si mostra l’esperienza offerta dai documenti televisivi di questi giorni, riferiti alle manifestazioni di protesta che si sollevano in numerose parti del modo. Molto vicino a noi, in Francia, ma, per quel che ci riguarda, a casa nostra, Milano in particolare. Si resta allibiti nell’assistere, attraverso lo schermo televisivo, a scene scatenanti violenza a oltranza. Non si riesce a dare risposte esaurienti al momento di chiedersi “perché?”.
Vado seguendo alcuni reportages televisivi, disponibili al momento, del tipo TG2 Post e Lo stato delle cose su Rai3. La linea comune, come ci si aspetterebbe, è la condanna indiscussa della violenza. Vengono sollevati, nel corso dei dibattiti, molte situazioni devianti e molti problemi che starebbero alla base dei comportamenti anti-sociali esibiti, soprattutto di fronte alla degenerazione delle dimostrazioni di protesta in atti veri e propri di furia distruttiva.
Siamo comunque alle prese con una generazione di giovani e preadolescenti travolti da una realtà che essi non possono accettare così come loro si presenta. Si fa visibile l’impreparazione tutoriale ad affrontare le questioni riguardanti l’educazione e la formazione culturale dei giovani, ma anche il supporto di una fede in un futuro che sempre meno si dimostra trasparente e sempre più sfuggente. Disagio, certo, disagio psicologico e malessere sociale.
I politici, come sempre capita, hanno afferrato l’opportunità per esprimere i proprio punti di vista. Ognuno dice la sua, ma il problema rimane, sempre uguale a se stesso. Altri personaggi, psicologi e sociologi in prima fila, accennano a un’esplosione, ma non ben definita, di una rabbia sociale. Contro chi? Contro che cosa? Viene da chiedersi. Contro tutto e contro tutti, potrebbe essere la risposta, perché serpeggia e preme un malcontento cumulativo, derivato da come il mondo sta avanzando, anzi, regredendo.
Stiamo assistendo a sfoghi di rabbia ingestibile che si sommano alla violenza nei comportamenti esibiti. È un dato di fatto: vetrine e arredi di pubblica utilità ridotti a uno sfasciume, incendi, forzature di negozi e di esercizi commerciali. Si è risvegliata una protesta che, con il passare delle ore, stava assumendo l’aspetto di una vera e propria guerriglia. La scena è andata aumentando in intensità e, in numerosi casi, si è trasformata in corsa alla devastazione. C’è persino chi fantastica interventi sobillatori esterni mirati alla strumentalizzazione e chi si abbandona a premonizioni funeste: “C’è un mondo che si sta preparando a una Guerra mondiale”.
Superato un primo momento di incredibilità e di profondo sgomento, si trova lo spazio per risalire al motivo o ai motivi a monte di tali disordini. E, allora, si vanno a collocare le cause scatenanti in un diffuso disagio familiare e sociale, nelle paure indotte dalle guerre dilaganti, nell’insicurezza conseguente alla lievitazione dei prezzi al consumo. Sono tutti tentativi di scovare reali cause probanti, che possano interessare gli aspetti situazionali sia psicologici e sociali sia motivazionali, ma anche di taglio educativo e persino emozionale.
Poi sopravvengono, in massa pletorica, i pareri, i consigli elargiti, le risposte di ripiego, di ristabilimento del clima di sicurezza nelle strade e nei luoghi pubblici. Si parla di misure di intervento drastico e risolutivo che potrebbero essere enunciate da un decreto sulla sicurezza, attraverso l’indicazione di previsioni attente sui movimenti sociali, di fermo preventivo, applicato anche ai minori. Tutte misure restrittive che sarebbero pensate per contrastare le devastazioni, i danneggiamenti collettivi, finanche all’adozione del divieto di aggregazione fra clan di giovani, e per impedire la formazione di blocchi stradali. L’insieme dei comportamenti devianti, si dice, deve essere debellato cercando il modo adeguato a impedire che si verifichino episodi incivili e reati come quelli sopra elencati.
C’è anche chi inneggia all’opera catartica della Scuola, demandando a essa la facoltà di equipaggiare i giovani di buoni principi e di ottimi propositi. La Scuola, si osserva, dovrebbe essere il punto di partenza, per non perderci in un’altra domanda che resta senza risposta: “Dove va il mondo?”.
Se ci guardiamo attorno, possiamo ben vedere che stiamo trascorrendo ancora un periodo di benessere economico e sociale in ampio senso; eppure, vige un timore crescente e foriero di sventure, proprio fra i nostri giovani e ragazzi ai quali ci premuriamo di non fare mai mancare quanto loro abbisogna, ai quali diamo tutto e persino il superfluo, convinti di costruire così la loro felicità. Ma questi ragazzi sono i primi a essere colpiti dai danni del carovita e dell’incremento dei prezzi per l’energia, in via di moltiplicazione e tali da minacciare la loro libertà e i loro costumi di vita.
Non ci piace pensare che, curandoci di accontentare tutte le aspettative manifeste dei nostri figli, anche quelle prive di significato per una consistente formazione della personalità individuale, abbiamo semplicemente trasmesso loro un messaggio imperativo: avere di più, tutto e subito, superare nei confronti, curare l’apparenza e la popolarità, trascurando tutto quello scomodo contesto di valori indispensabili, che si pongono a garanzia di una salda crescita civile e civica a livello individuale, di appartenenza e di collaborazione.
Abbiamo, oggi, una generazione di ragazzi e giovani intelligenti, molto intelligenti direi, ma le loro potenzialità sono in certo qual modo prive di una direzionalità e di un complesso di componenti costruttive. L’affermazione sopra citata, secondo la quale sarebbe la Scuola a fare miracoli nel costruire menti e personalità ben dirette, mi trova d’accordo soltanto fino a un certo punto. Io stesso sono stato per una vita uomo di Scuola e ho avuto sotto la mia guida uno stuolo di ragazzi, e per questo posso credere di avere qualcosa da dire al proposito.
Chi declama tanto la Scuola come responsabile elettiva del futuro degli studenti fa un solenne errore di omissione; dimentica di considerare la valenza portata dal binomio Scuola-Famiglia, trascurando anzi la realtà evidente che la famiglia viene prima della Scuola, sotto una varietà di aspetti.
Coloro che portano sulle spalle i miei anni ricordano bene che la nostra infanzia e la nostra adolescenza non si realizzarono nel migliore degli agi. Allora bisognava accontentarsi dell’essenziale disponibile, e le figure autorevoli a noi prossime, il Padre e il Maestro, erano punti di riferimento incrollabili, da imitare e da onorare, con riferimento assoluto. Anche qualche scappellotto, invero soluzione emendatrice esecrabile, ce lo siamo preso, ma non per questo siamo diventati delinquenti o destinati all’emarginazione civile. Negli ordini che ci imponevano ossequio, imitazione e ammirazione c’era sempre una componente di livello superiore, quella di una qualcosa che era necessario fare e di altre cose che si dovevano evitare.
Non voglio dire, con questo, che l’educazione da noi ricevuta nel secondo dopoguerra fosse stata la migliore, anzi, molti suoi aspetti dovettero poi incontrarsi con sviluppi e modifiche, per adeguamento a conoscenze più aggiornate e più approfondite sui metodi pedagogici mirati a far crescere in modo sano noi bambini. Per questo, rimpiango qualche volta quelle situazioni e quei momenti del mio trascorso percorso educativo. Per un motivo fondamentale. Vivevamo forse nel timore e in quel po’ di sussiego che ci sovrastavano, ma godevamo di una sicurezza: quella del poter confidare nel sostegno di un adulto, anche e soprattutto nei momenti di difficoltà. Eravamo sicuri di avere una sponda alla quale aggrapparci, un punto di ancoraggio che ci avrebbe tratti in salvo nel sopraggiungere di situazioni problematiche da superare. L’aspetto forse burbero e un po’ altezzoso con il quale valutavamo i nostri educatori era anche la nostra forza, la certezza in una presenza costante e la fiducia di non essere mai lasciati soli.
Al punto in cui mi sono fin qui spinto credo di dovermi decidere a toccare un testo dolente, nella speranza di non essere frainteso; quel che ho appena anticipato lo farà già pensare. Parlerò un po’ portandomi agli eccessi della configurazione concettuale che sto per intavolare, ma con questo nessuna intenzione a fare di ogni erba un fascio.
Ho poco sopra accennato al superfluo con cui ci illudiamo di fare il bene dei nostri figli. Pare una sciocchezza, ma l’esser pronti a soddisfare ogni desiderio dei bambini, anzi a fare in modo di indurre bisogni fallaci, non fa altro che convincere il bambino del diritto sacrosanto di avere, possedere, sempre e comunque, in seguito alle nostre premura (vuoi questo? vuoi quello?), ad apprendere che nulla è impossibile, che dunque, magari esibendo comportamenti artificiosi e intenzionali, sia loro possibile vedere accontentata ogni richiesta, di fronte a un mondo e a una società che sembrano fatti apposta per garantire il piacere, la soddisfazione, il godimento, senza soluzione di continuità, e questo sarebbe molto probabilmente lo spirito demandato ad accrescere e a perfezionare la loro progressione evolutiva. Finché, un brutto giorno, scopriranno di essere stati soggiogati a tristi chimere e a promesse fatte d’aria bruciata.
Tornando rapidamente al punto centrale di questa analisi, a fronte di un primo bilancio sulle conseguenze di due giorni di scontri, devastazioni e saccheggi, con l’evidenza di numerosi feriti, anche fra le forze dell’ordine, il sindaco di Milano, Sala, auspica una “politica che cerchi le cause, oltre a reprimere la violenza”. Il decreto approvato nell’imminenza prevede il risarcimento dei danni da parte degli aggressori, e dei genitori in caso di minori. Prospettiva non facile ad avverarsi per l’enorme difficoltà di attribuzione di responsabilità a tutti i singoli, non solo ad alcuni soggetti reperibili, ai quali sarebbe richiesto di risarcire a nome di tutti i dimostranti.
Lo specchio delle perturbazioni sociali sviluppatesi in Francia fa tutt’uno con ciò che succede qui da noi, con un’enfasi che ha tutta l’apparenza di una lotta intestina: coprifuoco notturno e mobilitazione dell’Esercito in appoggio alla Polizia, precauzioni imitate dal Comune di Milano con il dispiegamento di 500 militari Paracadutisti impiegati ad assicurare l’ordine nella città.
Sorprende, ma ormai, purtroppo, non più di tanto, la partecipazione di minori agli atti vandalici di protesta: si parla di ragazzini di 10-11 anni, bambini ancora ai nostri occhi disincantati, cose dell’altro mondo. In queste circostanze mi porgo sempre una ricorrente domanda: “Ma, i genitori, dove sono? Sanno dove vanno i propri figli, chi frequentano, che cosa si apprestano a fare?”. E qui ritorno sull’apporto augurabile di educazione, rispetto, legalità, prossimo ai valori generazionali. Si porranno la stessa domanda i genitori di quegli sventurati preadolescenti?
Io penso che stiamo attraversando una fase di erompente degrado sul piano dei rapporti sociali e del bilancio fra diritti e doveri. Non c’è da stupirsi, al solo vedere da come gira il mondo. Però credo di aver capito, da molto tempo ormai, una cosa di rilevante importanza: i nostri figli sono il prolungamento non solo del nostro patrimonio genetico, ma più ancora e soprattutto, dei messaggi che siamo riusciti a trasmettere loro, dei Valori che abbiamo tramandato, dell’apporto affettivo-emozionale con il quale abbiamo garantito la loro crescita sotto tutti gli aspetti di una personalità in linea evolutiva. Essi sono in sostanza parte di noi, il proseguimento di noi, la proiezione della nostra completezza come persone umane, sono il precipitato esperienziale del bene e del male che da noi hanno attinto.
Come piccola conclusione, dunque, di tutto ciò, mi sento di affermare che i nostri figli sono portatori dei Valori Genitoriali, quelli che nel titolo ho contrassegnato con l’acronimo V.G., ma per tutto in realtà, non per una effimera fantasia. Nella loro esistenza siamo vivi noi, con i nostri pregi e con i nostri difetti, e nel loro essere perpetuiamo l’essenza di noi stessi.
Nello sfiorare questi delicati argomenti mi torna in mente un piccolo libro che analizzai nel corso dei miei sudi, una sessantina di anni fa. Si tratta della conosciuta opera di René Spitz, dal titolo Il primo anno di vita del bambino (Ed. Giunti B., Firenze 1962), che riporta parte delle ricerche attuate da Spitz sull’ontogenesi e sulla struttura dell’Io, tramite l’osservazione diretta del bambino e l’analisi del rapporto interpersonale nell’ampia dinamica della vita psichica nascente. L’opera, alquanto datata, ma non per questo superata o reietta nei significati psicologici sui quali l’Autore si dilunga, si dimostra comunque di attuale utilità, ancora, nella valutazione dei rapporti che si interpongono fra aduli e bambino.
Libro alla mano, allora, mi soffermo sulla considerazione che Spitz dispiega attorno alla situazione di carenza affettiva. Lo psicologo chiama in causa, nella sua analisi, gli effetti da carenza da cure affettive erogate dalla madre o, meglio, dalla “figura materna”, negli stadi più precoci dello sviluppo infantile. Già nei primi due anni di vita del bambino, è dato sapere, una carenza di tal fatta e di rapporti oggettuali “rende impossibile la scarica delle pulsioni aggressive”, motivo che induce il lattante a rivolgere l’aggressione contro se stesso. “Quando non è neutralizzata – prosegue Spitz – la pulsione si tramuta in distruzione – e degli oggetti e del soggetto”.
Porterò un’osservazione, ancora, sul ruolo fondamentale delle dinamiche intrapsichiche responsabili degli esiti in questa fase evolutiva. Dice Spitz: “Il periodo evolutivo che va dall’8° al 18° mese di vita è riservato a un complicato processo di adattamento, che consiste nella organizzazione e nel dominio delle pulsioni da parte dell’Io, con l’aiuto dei ‘rapporti oggettuali’. Per questa ragione il periodo tra l’8° e il 18° mese di vita è il più critico, nel rapporto alla perdita dell’oggetto”.
Sembra paradossale ma, se vogliamo dar credito alla valutazione di Spitz, condotta osservativamente su parametri freudiani, possiamo accettare, o almeno rifletterci seriamente, l’affermazione secondo la quale “Tutti i rapporti ulteriori, quelli amorosi, quelli ipnotici, quelli della folla col capo, e infine i rapporti interpersonali, hanno la loro prima origine nel rapporto madre-bambino”. In virtù dello sviluppo della capacità di dirigere gli affetti fusi su di un oggetto libidico, capacità acquisita nel rapporto madre-bambino, l’essere umano è in grado di formare ogni altro rapporto sociale. I cambiamenti bruschi delle condizioni sociali occorsi nella nostra civiltà occidentale “hanno portato – sentenzia Spitz – alla decomposizione rapida della famiglia nella società occidentale. Ne vediamo le conseguenze nella delinquenza minorile; nell’adulto, nel numero sempre maggiore di nevrosi, di psicosi e di delinquenza”.
In poche parole, fatto un sincero esame di coscienza, ci avvediamo di essere caduti in un errore fatale allorché, credendo di dover dare tutto ai nostri figli per evitare loro privazioni e umiliazioni nei confronti dei loro pari, abbiamo dato, sì, tutto il possibile, ma, nei casi più gravi sopra trattati, li abbiamo deprivati dell’elemento primario e indispensabile per la loro crescita: l’affetto, l’atteggiamento all’ascolto, la trasposizione intergenerazionale dei già menzionati V.G., il tempo e la compiacenza di fare delle cose insieme e di goderne la condivisione.
Mi rendo conto di essermi spinto forse troppo i là del dovuto, vorrei allora correggere subito la mira. Quanto ho riferito sui rapporti oggettuali fra bambino e madre, fra bambino e mondo circostante, nulla di tutto ciò, ripeto, ha di generalizzabile; per fortuna si va a isolare episodi estremi dovuti a una minoranza sofferente, quella che desta maggiormente le nostre preoccupazioni. Ma, una domanda: “Gli stati protratti di carenze affettive sono prerogative assolute dei primi due anni di vita? Non possono verificarsi in altre forme e in successive altre fasi evolutive?”.
Chiudo allora con la considerazione portata da Spitz a completamento e chiusura del suo lavoro, e la riporto come stimolo a riflettere, a muovere da una realtà lontana, ma neppure troppo, dal nostro mondo di oggi, così come ci si presenta.
Eccola, nella versione dedicata ai soggetti che patirono di povertà nei rapporti infantili; rapporti che, nel corso della loro vita, si sono tradotti in penuria dei successivi rapporti intessuti in seno alla società: “Privati del cibo affettivo che era loro dovuto, ricorreranno alla sola via che loro resta, la violenza, la distruzione di un ordine sociale di cui sono vittime. Lattanti senza amore, diventeranno adulti pieni di odio”.
Immagine di Copertina tratta da Il Melograno.

