Analisi e studio su
Fritz Weber, Guerra sulle Alpi (1915-1917)
U. Mursia Editore S.p.A., Milano 1978
Originale: Alpenkrieg, 1935
Traduzione dal tedesco di Aldo Sparagni
Parte II di 2
Monte Peralba.
(Nord di Cima Sappada, ovest di Monte Coglians): inizialmente preso dagli Alpini, “Sono i veri eroi della guerra di alta montagna a compiere l’azione decisiva, uomini semplici, energici montanari che hanno ereditato dai padri la tempra del soldato: otto uomini suddivisi in due pattuglie, l’una al comando del caporale Rudolf Fellner, l’altra del caporale Ludwig Lipoth, conquistano il Monte Peralba in una chiara notte di luna del giugno 1915”. Non riescono a individuare gli italiani, finché Fellner si fa calare con una corda lungo la parete e con due bombe a mano, ha ragione degli Alpini.
“Il bollettino di guerra menziona questa eroica azione. Essa si allinea adeguatamente con le imprese di un Sepp Innerkofler, di un Simon Steiberger, di una Franz Weilharter. Il 7 e l’8 agosto quattro compagnie di Alpini scalano i versanti sud e sud-est per espugnare una posizione che nei primi giorni di guerra avrebbero potuto occupare senza combattere. Invano”.
Tirolo Occidentale e Meridionale
30 Aprile 1915. Per sbloccare una situazione di stallo, gli italiani pensano di attuare “un colpo di mano che non ha l’eguale nella storia della Prima guerra mondiale. Davanti al passo di Fargorida (Folgorida) si apre l’immensa distesa leggermente inclinata del ghiacciaio della Lobbia. Un centinaio di Alpini scende a grande velocità sugli sci lungo il ghiacciaio innevato. Dal Crozzon di Lares il nemico spara furiosamente sugli austriaci e questi a loro volta sparano sul gruppo di sciatori che avanza. Cadono tutti, letteralmente fino all’ultimo uomo. Dal ghiacciaio provengono le grida e i lamenti dei feriti che invocano aiuto. Ma non è possibile soccorrerli perché gli italiani, con la loro tipica insensibilità verso i propri compagni, fanno fuoco su qualsiasi austriaco che si azzardi a uscire allo scoperto”.
“Quando, dopo combattimenti durati alcune settimane, il sopraggiungere dell’inverno (1915) costringe gli italiani a sospendere le operazioni, malgrado tutti i sacrifici di sangue essi non hanno conquistato un solo punto della linea difensiva principale”.
1916
“Il movimento comincia nelle valli del Sud Tirolo già nel febbraio del 1916. L’Austria-Ungheria prepara il colpo decisivo contro l’Italia.
15 Maggio 1916.
Gli austriaci attaccano e avanzano pe 2-3 km catturando 2.500 prigionieri e sette cannoni. Soltanto la minaccia russa distoglierà dagli Altipiani una intera divisione. “Reggimenti interi tornano indietro, l’offensiva viene interrotta”.
Gli austriaci occupano il Monte Cimone che gli italiani vogliono riprendersi scatenando un micidiale bombardamento, il 20 luglio 1916, della durata di diciotto ore consecutive, facendo cadere nel settore di un solo battaglione oltre 40 mila granate. Le fanterie italiane vengono però respinte dagli Hessen e dai Rainer. Si decide un colpo di mano per il 23 luglio. Gli Alpini scalano la parete sud. Si scatena una furiosa lotta corpo a corpo. Protetti dal fuoco dell’artiglieria, gli italiani si impadroniscono della vetta. Era il primo pomeriggio del 23 luglio. Il 4 agosto gli austriaci contrattaccano, scalano la parete orientale e si impadroniscono della cima del Monte Cimone, ma ne vengono ricacciati dall’artiglieria italiana.
Gli austriaci decidono di far saltare in aria la montagna per trasformarla in una fortezza. “Sono trascorsi tre mesi da quando i Kaiserjäger sul Col di Lana restarono sepolti sotto le rocce della vetta, e ora avrà luogo la rappresaglia per il loro sacrificio: “Alle ore una (del 23 settembre) la camera è riempita fino al soffitto con 14.200 kg di esplosivo. La vetta salta in aria lasciando una buca di 50 metri di diametro (Col di Lana: 1° ovest di Cortina – Monte Cimone: 30 km S-SE di Trento). Ma il nemico (noi!) si mostra duro anche contro la sua stessa gente. Non passa neppure un’ora e si scatena un terribile fuoco di artiglieria contro la vetta, causando nuove vittime specialmente tra i molti feriti sparsi sul terreno. Un parlamentare austriaco che dalla Val d’Astico raggiunge le linee italiane con la proposta di una tregua di tre ore per poter soccorrere i sopravvissuti viene bruscamente respinto.
Tuttavia i Rainer lavorano con commovente dedizione per salvare quei nemici così terribilmente colpiti dalla sorte. Gli ultimi sepolti vengono salvati quando è ormai trascorsa una intera settimana dall’esplosione. Il Monte Cimone resta in possesso degli austriaci sino alla fine della guerra”.
Pasubio
“Il Pasubio divenne il teatro di una lotta che nella storia della Prima guerra mondiale rimane senza pari. Erano impegnati fino a 40 mila uomini di fanteria. Sul Pasubio i combattimenti durarono quasi due anni. Furono sempre i Kaiserjäger a sopportare il peso della lotta”.
I Kaiserjäger “non hanno a disposizione, come il nemico, numerose bombarde e illimitate scorte di munizioni, non hanno neppure elmetti di acciaio per proteggere la testa almeno dai colpi delle pietre. Non ci sono trincee”. Il 17 luglio un assalto dei Kaiserjäger ha la meglio sugli Alpini, ma vengono subito annientati dall’artiglieria. La stessa cosa tre giorni dopo.
Il 10 settembre l’artiglieria italiana prepara l’attacco. “È gente di fegato questa che deve affrontare il temuto nemico: tre battaglioni di Alpini per espugnare la piana, un battaglione di Fanteria e tre di Alpini per l’attacco contro Cosmagon, in tutto cinquemila uomini per la prima ondata, duemila dietro per proseguire l’attacco”. Poi il contrattacco: “Il ten.col. von Fössl, comandante della piana austriaca, ordina l’attacco in forze contro gli Alpini che si difendono disperatamente”. Gli Alpini non raggiungono l’obiettivo del Col Santo, ne vengono ricacciati. “Ma il 9 ottobre, al sorgere del sole, si scatena sul Pasubio un impressionante tempesta di fuoco. Con le posizioni sul Pasubio crollerebbe tutto il fronte tra l’Adige e l’Astico e forse ancora oltre a est, fino al Brenta. Il bombardamento a tappeto dura dieci ore. Dal monte Forni Alti il fuoco dell’artiglieria è talmente rapido da far pensare che lassù ci siano almeno mille cannoni (italiani). Sono le 4 del pomeriggio del 9 ottobre 1916. Il nemico (noi) attacca. Sette battaglioni iniziano la corsa della morte tra la piana e Cosmagon”.
I Kaiserjäger escono dalle caverne e affrontano gli Alpini. L’assalto si conclude con un corpo a corpo: “Talvolta confusi in un unico gruppo, talaltra sparpagliati, combattono per il possesso di una vetta coperta di cadaveri”. Alla fine, gli Alpini si arrendono. “I Kaiserjäger, più di tre quarti sono caduti o gravemente feriti, ma la piana è di nuovo in loro possesso, hanno annientato un intero battaglione di Alpini”.
Si prepara l’attacco decisivo: “Soltanto per il primo urto sono predisposti 16 battaglioni di Fanteria e di Alpini. Il bombardamento a tappeto che il 17 ottobre si abbatté sulla piana e sulle posizioni adiacenti super in durata e in violenza tutte le precedenti preparazioni dell’artiglieria italiana. Ancora una volta è il valoroso tenente Oberguggenberger che, come comandante della piana, si oppone al battaglione Alpini Aosta.
Gli italiani continuano con la cadenza bombardamento-attacco della Fanteria, riprendendo l’avanzata per lo sfondamento decisivo. “Gli austriaci nella notte fra il 19 e il 20 ottobre escono dalle caverne e si radunano per l’ultimo assalto. Ma gli Alpini si dimostrano anche in questa circostanza tenaci e valorosi soldati”. Gli Alpini persero quattromila uomini. “Molte centinaia di morti coprivano la vetta e i suoi fianchi. Nessuno avrebbe immaginato che sarebbero trascorsi ancora 18 mesi prima che la battaglia del Pasubio venisse decisa con la grandiosa esplosione del 13 marzo 1918”.
Guerra sulle Dolomiti nel 1916.
“Gli Alpini occupano le cime delle tre Tofane e hanno spinto gli austriaci sulla Fontana Negra. Soltanto Cima Bòs è invitta”. Per conquistarla si pensa di minare il Castelletto per distruggere la postazione austriaca. “Una volta reso inoffensivo il Castelletto, cadono anche le posizioni su Forcella Bòs e la via per l’alta Val Travenanzes è libera”.
“Il soldato italiano nel suo lato migliore: laborioso e tenace quando si tratta di qualcosa che eccita la sua fantasia, pronto ad affrontare sacrifici e pericoli se viene stimolato il suo entusiasmo. E questa impresa, lo scavo delle gallerie e la mina per fare saltare in aria l’odiato nemico, lo entusiasma”.
Il brillamento (35 mila kg di gelatina) avviene alle 4,30 dell’11 luglio 1916. “Il Castelletto non esiste più. Venti metri di strato roccioso sono stati frantumati, il nemico annientato. L’esplosione della mina ha sepolto 24 uomini, però molti di più sono rimasti. E si difendono con molta decisione, il loro comandante, il coraggioso sottotenente Schneeberger in testa”.
Nel ghiaccio eterno
Nell’aprile del 1916 la Marmolaia era già in possesso incontrastato degli Austriaci. La guerra sulla Marmolada continuò dal primo fino all’ultimo giorno con immutata asprezza. Il nemico e la natura si alternavano senza pausa e se non erano le pallottole, le mine, i gas, allora intervenivano le valanghe e il freddo a fare in modo che il peso che gravava sulle spalle e sulle anime di questi eroi nel ghiaccio eterno neppure per un momento venisse tolto o soltanto alleviato. Anche gli Alpini resistettero duramente e infaticabilmente fino a quando la catastrofe sull’alto Isonzo li costrinse, senza colpa, alla ritirata. Qui come ovunque si rivelarono autentici soldati di razza, nemici valorosi e cavallereschi”.
Poi venne quell’inverno del 1916-1917 di cui a memoria d’uomo non si ricordava l’eguale. Il manto bianco sale a tre metri, quattro metri, cinque metri. Il 12 dicembre la temperatura di colpo sale. Il temuto Föhn provoca valanghe, ovunque valanghe. È venerdì 13 dicembre. Quel giorno sacrificò 10 mila vittime alla morte bianca, 10 mila dei migliori soldati delle due parti, trecento uomini in un sol colpo, doveva superare il milione di metri cubi. Nessuno pensa più a combattere, è come se l’orrore del momento abbia cancellato ogni inimicizia. Poi si sfruttarono le valanghe per provocarle con colpi d’artiglieria. Sul fronte alpino si calcolano in quest’unico inverno 20 mila vittime, senza contare i casi di congelamento che a loro volta crearono qualche migliaio di mutilati.
Piccolo Lagazuoi.
Vicino al Falzarego, gli italiani sono saldamente sistemati su una cengia che gli austriaci vogliono far crollare con una mina in galleria. “Nel luglio del 1916 cominciano i lavori di scavo. Il 14 gennaio 1917 le due camere di esplosione austriache sono caricate e tamponate. La camera di esplosione è situata a 200 metri sopra la cengia (per farvi crollare 200 metri di roccia sulla cengia)”.
Dal Monte Averau le batterie italiane battono i camminamenti austriaci, ma questi riescono a trasportare 24 mila kg di esplosivo. La mina scoppia alle 22 del 22 maggio 1917: 130 mila metri cubi di roccia cadono a valle; duecento uomini uccisi sul colpo. I superstiti Alpini scavano anch’essi una galleria di 1100 metri in salita e preparano una mina con 33 mila kg di gelatina, che è fatta brillare il 20 giugno 1917. Cadono molti Kaiserjäger, ma l’assalto degli Alpini sulla cima non ha esito. Gli austriaci prolungano la loro galleria per un’altra carica di 4 mila Kg di ecrasite per eliminare anche la parte orientale della cengia, ancora resistente: altri morti negli abissi del Piccolo Lagazuoi. Questa lotta di scavi continua finché, verificatosi Caporetto (Flitsch-Tolmino), gli Alpini sono chiamati a evacuare le posizioni. “Così finisce senza aver deciso nulla una lotta condotta con inaudita durezza due anni e mezzo”.
Fronti congelati.
“Gli italiani, benché dispongano di forze tre volte superiori, non sono riusciti a sfondare in nessun punto la linea nella quale gli austriaci avevano deliberato di costituire il loro fronte difensivo. Decidono di spostare a oriente il punto di attacco e cioè tra la Valsugana e il gomito dell’Assa. Il 10 giugno si scatena la tempesta. Un bombardamento a tappeto di molte ore manda in briciole le posizioni tra il monte Civaron e lo Zebio (11,30 Est – 45,80 Nord). Il II battaglione del 4° reggimento Kaiserjäger tirolesi ne esce distrutto. Saranno i rinforzi dei Kaiserschützen a ricacciare gli italiani e a riconquistare, il 29 giugno, tutte le posizioni perdute.
Il sogno di Carzano.
Il tenente sloveno Ludjevit Pivko, già ottimo ufficiale, tradisce, tramando di far uccidere il maggiore Lacom. La rivelazione del tradimento viene portata dal cuciniere Urban che avrebbe dovuto mettere veleno nelle vivande. Il piano era già pronto: “Cinque batterie di fanteria (italiane) devono operare il primo attacco, altri nove battaglioni sono pronti per avanzare su Trento dopo lo sfondamento in Valsugana. Quattro reparti di arditi, guidati da Pivko e da altri tre traditori, indossano le uniformi dei bosniaci. L’azione inizia con l’avanzata dei quattro gruppi d’assalto italiani nella posizione e sul torrente Maso ai due lati della località di Carzano. I posti di guardia avanzata, colti di sorpresa, vengono catturati”, ma uno dei bosniaci di guardia riesce a fuggire e a dare l’allarme. Contrastati dalla colonna guidata dal maggiore Lacom, gli italiani retrocedono su Carzano (11,30 Est – 46,4 Nord) dove cederanno all’attacco sferrato loro (9 del mattino) dai Deutschmeister, dagli Standschützen e dal gruppo Lacom. Con Caporetto, Pivko, già detenuto, verrà liberato.
Immagine di Copertina tratta da Storia e

