Analisi e studio su
AA.VV. – A cura di Henri Charles Puech
Storia del Cristianesimo
Giuseppe Laterza e Figlio S.p.A., Roma-Bari 1976-1983
Parte V di 7
Uno sviluppo sorprendente
Qualcosa da osservare
La lettura di Puech ha suscitato in me una serie di considerazioni che desidero riportare qui di seguito, come coronamento alle riflessioni nelle quali mi sono immerso con entusiasmo verso una migliore comprensione del fenomeno “Chiesa cattolica”. Tutto ciò perché mi trovo di fronte a un evento storico che ha tutto del sorprendente, ma che lascia comunque la possibilità di scandagliare fra gli anfratti delle scene trascorse per scoprire, almeno in parte e da lontano, quali siano stati gli elementi sociali-evolutivi responsabili del profilo che la Chiesa è venuta assumendo, fra lotte, controversie e intrighi politici che la portavano in ogni caso molto distante dalla Parola del Maestro e che, tuttavia, non le hanno impedito di sopravvivere per due millenni e di svilupparsi in maniera così ampia e sorprendente.
Da quanto si apprende leggendo la Bibbia veterotestamentaria, trascorrendo le pagine di storia dell’epoca moderna e contemporanea, traendo elementi di valutazione dalle analisi effettuate da molti Autori sull’argomento, mi incontro con una ridda di fattori già responsabili di influssi di notevole portata evolutiva ora a favore, ora a sfavore, del diffondersi della fede cristiana, senza che questa potesse al fine essere eliminata dalla cultura religiosa e storico-sociale dell’umanità.
Intanto, il bisogno di essere tollerati, considerati, ascoltati, di reclinare il capo di fronte a un’Autorità inarrivabile, ma arbitra di ogni decisione partorita dall’umana natura. Il bisogno di Dio, dunque, ma anche la paura della morte, il terrore di essere inghiottiti in un vuoto successivo all’esistenza terrena, al pensiero di non esserci più o al venire sottoposti a una pena eterna in risposta agli errori commessi in vita. La comparsa, pertanto, di un’istituzione mistica che avrebbe garantito una risposta ritenuta sicura e appetibile alle gravi angosce sovrastanti le creature terrestri, fu un evento che trasformò il mondo intero, al cui andamento accordarsi per ottenere consensi di massa. Un’istituzione, di tal fatta, capace di spingere le proprie forze e la propria volontà di imporsi sino alla configurazione di vere e proprie campagne di conquista, con i mezzi che andremo più avanti enucleando. Un’Istituzione pronta a offrire una visione verso il trascendentale, arricchita di promesse inalienabili, abile contemporaneamente nel far defluire nei propri ranghi falangi di fedeli che andavano muovendosi sul ritmo di una indiscutibile ondata emotiva.
Poi la visibilità, costruita attraverso grandi manifestazioni esteriori, cerimonie solenni, uso di parametri e addobbi personali di eccezionale ricchezza, elemento irrinunciabile per penetrare nell’incognita della credulità popolare e della sensibilità spiccata verso l’inspiegabile. La garanzia di salvezza in cambio di una vita ispirata alla fedeltà ai canoni impartiti, la dedizione di ciascun essere vivente all’eterna felicità prodigata da un Dio buono e misericordioso, diedero all’Istituzione cattolica quei tratti di maestosità e di potere che da soli erano sufficienti a imbonire e ammansire le folle. Infine, e soprattutto, il binomio vincente: denaro-potere.
Vedremo questi aspetti, appena accennati, per disvelare le intime forze immesse nel muovere masse di persone verso uno scopo deliberato. Teniamo presente, su questa traccia di ricerca, che lo scopo lo aveva dato già Gesù Cristo, e in modo molto chiaro e incontrovertibile: portare il regno di Dio nel cuore degli uomini e vivere nell’amore e nella bontà.
Per non perdermi in questo, che già dall’inizio si prospetta come un delicato argomento, procederò con l’ausilio delle informazioni tratte dall’opera, sopra considerata, Storia del Cristianesimo di Henri Charles Puech, procedendo dapprima a ottenerne una sintesi per poi andarvi a pescare quegli elementi di cui si diceva, quelli attivati per uno sviluppo più che sorprendente dell’Istituzione oggetto di analisi.
Iniziamo allora dal primo personaggio imputato nella nascita della ideologia cattolica, l’apostolo delle genti, Paolo, il cui impulso a seguire sarà assicurato dal Vangelo di Giovanni (fine I secolo), dalla lotta di Ireneo, vescovo di Lione, contro le eresie (II secolo) e dalle vicende occorse all’imperatore romano Costantino (IV secolo). Secondo il mio modesto punto di vista fu questo quartetto a costituire le quattro colonne portanti di un edificio dalle dimensioni enormi e proiettato in crescendo fino ai giorni nostri.
Paolo di Tarso, allora, fu il primo, fra i seguaci di Gesù, che, fra l’altro, personalmente non ebbe la ventura di conoscere, ad attribuire al Messia un’aura divina, il Cristo-Dio venuto presso gli uomini con un messaggio di salvezza. In questo fare e in questo dire Paolo si scontrò con Pietro e con i discepoli che l’epoca di Gesù la vissero, praticamente e concretamente con lui ma che, come pensava Paolo, ne avrebbero travisato la percezione e avrebbero investito il loro Maestro della figura di Messia, termine che all’epoca voleva indicare un re e condottiero, sorto per liberare il popolo palestinese dall’oppressione imposta in seguito all’occupazione romana.
Ciò che proviene da Paolo, il quale si allontana alquanto dalla Legge di Mosè e dai suoi obblighi, per rivolgersi ai cosiddetti “Gentili” ossia a persone di cultura ellenica e romana, fu qualcosa come un’esplosione di fede in ossequio a una serie di verità che avrebbero esercitato una potente attrazione sul bisogno di risposta che ognuno provava nei confronti dei propri dubbi, delle speranze e delle attese verso qualcosa di fondamentalmente promettente. Tant’è, come riferisce Puech, che, soltanto nel giro di un trentennio, si assistette a un’intensa proliferazione di Chiese in odore di cattolicità. Il II secolo fu veramente un periodo di fermento per il diffondersi del Cristianesimo, nonostante le avversità di cui si dirà. Ne fu testimone la comparsa dei primi, seppure in numero limitato, santuari cristiani.
Non solo, ma pure l’organizzazione richiedeva, in questo colosso che iniziava a dar segno della presenza di sé, l’ergersi di un sistema gerarchico, con vescovi e diaconi, che si fossero rivestiti della responsabilità di condurre il “gregge” al sicuro, e questo fenomeno ebbe i primi inizi a partire proprio dal II secolo. Non si poteva parlare ancora di un complesso religioso, in quanto all’inizio del II secolo la Chiesa cattolica si presentava ancora come una diffusa ripartizione di sette. Soltanto con l’entrata nel III secolo l’istituzione religiosa poté assumere la fisionomia di “Chiesa”, viva partecipe sui piani sociale, politico e culturale, oltre farsi detentrice della missione di diffondere la parola di Gesù Cristo attraverso la propagazione dei messaggi evangelici.
Non dappertutto, però, vigeva lo stesso atteggiamento spirituale e culturale verso il vertice della gerarchia ecclesiastica. Si sa di un certo Menandro, infatti, che già verso il concludersi del I secolo ossia all’epoca grosso modo della creazione del Vangelo di Giovanni, sosteneva la presenza, nell’alto dei Cieli, di una dicotomia: un Dio primordiale in contestazione diretta con un certo nucleo di angeli, dichiaratamente bollati come ribelli alla Volontà divina e artefici, nella loro malizia e malvagità, di un’alleanza nefasta con gli uomini del Vecchio Testamento. Menandro, gnostico di Capparetea nella regione della Samaria, fu probabilmente discepolo di Simon Mago, poi maestro di Saturnino e di Basilide. Quella che Menandro predicava da Antiochia, dove risiedeva, era una dottrina emanantistica, infarcita di formule magiche. Egli sostenne di essere stato inviato dagli eoni, creature spirituali del Dio supremo, con il compito di portare la salvezza all’umanità. In quanto allo gnosticismo, si trattò di un movimento religioso che assicurava l’approccio alla conoscenza della verità soltanto agli individui che avessero aperto la mente alla realtà celeste, in virtù di una scintilla divina che avrebbero fortunatamente ricevuto.
Poco di seguito, fu Saturnino, successo a Menandro, che agli inizi del II secolo configurò nello stesso Yahweh del Vecchio Testamento la persona del principe a capo della schiera degli angeli ribelli capaci di creare e di seminare il male.
Dunque, visto che ho accennato allo gnosticismo, dirò, in linea con Puech, che tale corrente religiosa costituiva al tempo uno di tre fattori contrari alla crescita del proto-Cristianesimo, in quanto la Chiesa nascente ancora non accettava di condividere lo status della cultura greco-romana.
Altro fattore fu lo scisma marcionita, che assume la denominazione da Marcione, sostenitore, verso la seconda metà del II secolo, della esistenza di due divinità immense: quella del Vecchio Testamento, in negativo per valori attribuiti, e quella del Nuovo Testamento, in positivo.
Il terzo intruso, foriero di minaccia per l’integrità del Cristianesimo, era rappresentato dal montanismo che, nella medesima epoca, anelava a una religione proiettata a superare il Cristianesimo nell’assicurare verità più solide e credibili. I tentativi di queste correnti deviazionistiche, tuttavia, non ottennero ciò che volevano; anzi, riuscirono solo a conferire più forza all’episcopato della Chiesa imperante.
Da Roma, intanto, i vescovi che si succedevano già cercavano di volgere l’occhio a Oriente per trarlo nella propria sfera di influenza. Si andava verso il concludersi del II secolo allorché il vescovo Vittore diede mostra della propria autorità sul piano morale e, con questo, propalava un primo abbozzo di quella che si costituirà in una monarchia papale, con congruo anticipo sulla realtà dei fatti. Alla formazione di un “canone” contribuirono le prime traduzioni in latino, in copto e in siriaco dei testi risalenti al Vecchio Testamento e dei nuovi scritti prodotti in epoca neotestamentaria. Di concerto veniva elaborata la prima formula trinitaria, verso la metà del II secolo.
Nell’area politica dell’Impero romano, dove erano ormai penetrati, i cristiani godevano della tolleranza da parte dei residenti, benché fossero visti con un certo senso di impopolarità. Le cose presero tuttavia un andamento increscioso con l’inferire delle prime persecuzioni per mano dell’imperatore Settimio Severo agli inizi del III secolo, avveratesi con una progressione altalenante, seguite da un loro affievolimento sotto gli imperatori Eliogabalo e Alessandro Severo, per rincrudelire poi ancora sotto l’egida di Massimino, sempre all’interno del III secolo.
Ma la forza della fede, è d’uopo dirlo, unita alla speranza in un’Entità superiore, benevola e favorevole, fece sì che le Chiese venissero a costituire una parte fondamentale della società romana, della quale l’imperatore non avrebbe potuto più ignorare l’influenza sul volgersi della vita sociale. L’apparenza si trasformò via via in realtà, al limite persino da destare veramente serie preoccupazioni per lo Stato vigente che, a un certo punto, si trovò costretto a scegliere all’interno di un’alternativa pressante: avrebbe potuto distruggere questa forza prodigiosa e sempre più evidente oppure avrebbe pensato di poterla integrare all’interno degli usi civili della società romana; tutto sarebbe dipeso da quali conseguenze si sarebbero profilate.
Nel terzo secolo l’imperatore Decio assunse la determinazione di obbligare anche i cristiani a esprimere il culto nei confronti dell’imperatore. Si tentò anche di far abiurare i cristiani dalle loro convinzioni, e la lotta che ne seguì si risolse nell’eccidio, a metà del secolo terzo, di numerosi cristiani inviati al martirio. Come si dice: la forza della fede, che non venne meno neppure con il proseguire delle persecuzioni a metà del secolo III, promosse da Valeriano. I tentativi di far naufragare il Cristianesimo davano a vedere di una trasformazione incredibile: le Chiese, anziché abbattersi, acquisivano via via maggiore status morale e legale, rafforzando la propria presenza nel tessuto sociale.
Ci furono però risvolti negativi per la Chiesa cristiana, quando molti adepti, per timore delle oppressioni, accettarono l’abiura. Con questo atteggiamento suscitarono l’opposizione drastica di Cipriano di Cartagine (Tascio Cecilio Cipriano, vescovo e martire). Cipriano svolgeva la propria attività nel ruolo di insegnante di retorica. Abbracciò la fede cristiana verso la metà del III secolo. Di lui si ricorda la lotta ingaggiata contro i lapsi ossia gli apostati o cristiani pentiti della loro abiura, e l’avversione per l’eccessiva indulgenza che era stata usata nei confronti del loro pentimento. Cipriano si trovò poi nel volgere delle correnti apportate dallo scisma di Novaziano. Ancora, si oppose alla pratica dei battesimi amministrati dagli eretici, contro l’opposta posizione di tolleranza assunta da papa Stefano, con il quale Cipriano ebbe a scontrarsi in numerose occasioni. Si batté infine per garantire l’unità dei vescovi nella Chiesa e il riconoscimento del primato del papa in generale. Ma la sua perspicacia nel voler tenere fuori dalla Chiesa gli apostati portò al verificarsi di uno scisma nel corso del quale apparvero contemporaneamente due vescovi al vertice della curia romana: uno era Cornelio, l’altro Novaziano, per un periodo di crisi sopravvenuto ad aggravare l’impianto statutario della Chiesa, che si sarebbe protratto per due buoni secoli.
Mentre dilagavano le controversie all’interno del corpo ecclesiale, anche dall’esterno incominciavano a profilarsi pericoli seri per l’evolversi della fede cristiana. Le minacce arrivavano palesi dall’affacciarsi, sulla scena europea, dei Goti, dei Franchi, degli Alemanni e dei Vandali, corrente ancora il III scolo dell’era cristiana. Non solo, ma persino eventi naturali e di ordine sociale si aggiungevano ad aumentare le difficoltà: era la vita economica a lasciare di gran lunga a desiderare, era il dilagare funesto di un’epidemia di peste, era il deflagrare di deleteri disordini sociali.
Nonostante tutte queste avversità, il culto cattolico non arrestò la propria avanzata, dimostrando soprattutto un ruolo che si avvaleva dell’utile motivo consolatore, un motivo che le vecchie religioni di stampo politeista non sarebbero state più in grado di offrire. La Chiesa romana, dunque, cresceva: sempre all’epoca che va ricorrendo nella descrizione, raggiunse nei propri ranghi la notevole cifra di circa 40 mila aderenti, restando alle valutazioni offerte da Puech.
Non solo il basso popolo, ma anche la borghesia delle città si sentiva attratta dal nuovo messaggio di fede, così come accadde progressivamente fra gli appartenenti alla corte imperiale e all’alta burocrazia. Ma, con tutto ciò, non si riuscì a scongiurare il verificarsi di notevoli divisioni, in particolare per la difficoltà di fondo che assillava i fedeli nel tentativo di dare vita a un’assemblea con un unico capo.
Con l’avvento dello scisma novaziano ci si rese conto che erano le masse di popolazione a far conoscere il proprio peso nelle decisioni da assumere, con lo schierarsi a favore dell’indulgenza da accordarsi agli apostati pentiti, i cosiddetti “lapsi”, come ricordato. Fu così che la Chiesa iniziò a guardare più lontano, prolungando l’attenzione agli atteggiamenti delle masse.
C’è da dire anche qualcosa sul potere pecuniario che, sempre nello stesso periodo, era assurto a dimensioni notevoli e aveva fornito la spinta a realizzare rendite di un certo valore. Questo fattore ebbe un’importanza fondamentale nel garantire buona salute al progresso del Cristianesimo. I cristiani, poi, non stavano più rintanati nel profondo delle catacombe, ma si erano sporti avanti nella vita pubblica prendendo in mano, in numerose circostanze, la situazione in atto. L’accettazione e l’avversità che si rivelavano nei confronti dei cristiani si rincorrevano su un processo oscillante che ebbe una fase perniciosa per i cristiani con l’editto promanato da Diocleziano – inizio IV secolo – presso lui sollecitato in prima istanza da Galerio, convinto nemico della nuova fede religiosa; editto dichiaratamente ostile ai cristiani.
Non tutto veniva però per nuocere: l’Impero romano si preparò a fronteggiare una nuova crisi interna che coinvolse la tetrarchia composta da Massimino Daia, Licinio, Massenzio e Costantino, in una vera e propria guerra civile. Fu questo evento critico a lasciare un po’ in ombra l’atteggiamento ostile verso i cristiani.
Sia l’uno sia l’altro dei contendenti in politica, di fronte all’espandersi del Cristianesimo, stavano coltivando l’idea che avrebbero potuto servirsi dell’aiuto di quelle masse, così fedeli ai propri principi e di solido carattere, nelle lotte per conquistare il potere.
Poi l’epilogo: il “segno celeste” che sarebbe apparso a Costantino nell’indicargli il modo di avere la supremazia su Massenzio. Costantino, nella sua valutazione superstiziosa dei fatti, attribuì al Dio dei cristiani l’intervento nella vittoria conseguita e, da quel momento, divenne l’arbitro e il paladino del successo che la nuova fede stava rincorrendo ad ampie falcate.
Si potrebbe anche dubitare alquanto sulla fede superstiziosa declamata da Costantino nell’aver avuto la visione straordinaria: l’imperatore potrebbe aver inventato una formidabile strategia imbonitrice. Il popolo che, a sua volta, innegabilmente superstizioso, in quella visione avrebbe scorto la vera volontà di vittoria, tanto credette, che vittoria fu. Costantino aveva trovato la via per galvanizzare i propri sottoposti e di questa tattica di sicuro fascino poteva fidarsi, era la carta vincente.
In tutto questo fare vedrei facilmente, ancora, l’eco lontana del “Dio degli Eserciti”, pronto a lanciarsi in combattimento per il proprio popolo, come d’uso nel Vecchio Testamento.
Si era così aperta l’era dei benefici elargiti dall’Imperatore alla Chiesa cristiana, il secondo termine dell’alternativa: sopprimerla o integrarla, quest’ultimo il temine vincente. L’anno 313 aprì una nuova fase di concessioni di beni temporali di notevole entità. Poco dopo si tenne un Concilio ad Arles, in occasione del quale i vescovi invitati furono trattati con il massimo delle attenzioni: trasporto gratuito dalle loro sedi episcopali sino ad Arles, e una scorta di sicurezza per tutti i convitati.
Trascorsi alcuni anni, verso il 321 le Chiese già godevano della donazione di beni ereditari e della edificazione di numerosi templi cristiani, il tutto corroborato da preziose donazioni di fondi. Parlando di trasporto gratuito, la stessa cosa si ripeté nel 325 per l’arrivo dei vescovi partecipanti al Concilio di Nicea. Erano circa 250/300 vescovi, ma soltanto tre o quattro di questi provenivano da Chiese dell’Occidente. Costantino fu così tanto prodigo, che si arrogò il diritto di prendere decisioni di base per quanto attiene al Credo, il pilastro fideistico della fede cristiana, tanto da affermare di sua propria persona la verità della consustanzialità (della stessa sostanza del padre) tra il Padre e il Figlio nel concetto della Trinità. Con le ricchezze e i beni materiali profusi alle varie comunità ecclesiastiche, l’imperatore allontanò da sé ogni minaccia di venire contrastato, tanto più che si fece promotore di una sentenza definitiva, ligia a veri e propri metodi coercitivi, di fronte alla quale sarebbe stata chiara la decisione da dover prendere: chi, fra i vescovi conciliari, non avesse accettato e condiviso il nuovo senso delle verità sulla fede cristiana, sarebbe stato esiliato verso le lontane lande danubiane. Un vero atto di prepotenza, di imposizione dell’assoluta adesione al consenso, perpetrato con la sicurezza di chi sa di avere in mano l’arma più efficace per ottenere i risultati sperati.
Per i vescovi accondiscendenti, al contrario, Costantino provvide a compensarli con l’elargizione di copiose provviste di grano delle quali, fortunatamente, beneficiarono anche i poveri. Chi, fra i vescovi, si sarebbe preso la briga di contestare le decisioni prese da un imperatore così prodigo, nell’insieme minaccioso e attento alle necessità dei propri sudditi? Eppure, ce ne fu uno, Ario, e con lui uno sparuto stuolo di vescovi che non accettarono le disposizioni emanate da Costantino: furono i reietti, allontanati dal gregge.
Costantino, addirittura, aveva avocato a sé l’indirizzo politico in atto, tanto che arrivò a esercitare, come asserisce Puech, “una funzione poliziesca nei confronti della fede”: aveva ormai in mano la situazione. I favori concessi dall’Impero ai cristiani, bisognosi di tutto, con il volgere del tempo accrebbero in quantità e in intensità, tanto che la Chiesa risultò essere, a un certo punto, la maggiore proprietaria di fondi terreni e di oggetti preziosi, potendo al tempo stesso avvalersi di un’ampia disponibilità di manodopera per le edificazioni progettate. La Chiesa cattolica arrivò a eccellere sia sul piano spirituale sia su quello della cultura, dell’arte e dell’insegnamento, allargando la propria influenza dalle classi urbane, medie e inferiori, a quelle agricole nelle quali, in particolare, risiedevano intime predisposizioni a curare il culto delle reliquie e a coltivare la credenza (o credulità) nei miracoli.
Immagine di Copertina tratta da Scuola Ecclesia Mater.

