Karl R. Popper
LOGICA DELLA SCOPERTA SCIENTIFICA
Il carattere autocorrettivo della scienza
Torino, Giulio Einaudi, 1970, 1995 (orig. ’34 ’59 ’66 ’68)
Parte I di 4
Premessa
(Giulio Giorello)
Talete, agli occhi di Popper, sarebbe stato l’instauratore di una tradizione che non solo “tollera la critica [ma] la incoraggia attivamente”. Tale tradizione, esauritasi “dopo due o tre secoli”, sarebbe stata “riscoperta” da Galileo Galilei (XVI secolo).
Per Popper la conoscenza è “risultato di congetture” e consiste “di ipotesi piuttosto che di verità definitive e certe”.
Dai “Dialoghi” di Novalis: “Le ipotesi son reti, pescherà soltanto chi le getta… Lunga vita all’ipotesi – soltanto ella resta nuova in eterno, per quanto spesso si sconfigga da sé”.
Da Popper: “… da un sistema… esigerò che la sua forma logica sia tale che possa essere valutato, per mezzo di controlli empirici, in senso negativo: un sistema empirico per essere scientifico deve poter essere confutato dall’esperienza”. Deve cioè essere falsificabile.
La differenza con la concezione kantiana: Kant, che assegnava ai ricercatori il compito di ‘trovare la verità’, si domandava come fosse possibile ‘cadere in inganno’. Per Popper, invece, senza errori non ci sarebbe nemmeno la ‘scienza’. Il carattere irrimediabilmente ‘fattibile’ della nostra conoscenza non ci consente di stabilire la verità, ma solo, nel migliore dei casi, di riconoscere l’errore.
Karl Raimund Popper (1902-1994) si è impegnato sui due “problemi fondamentali della teoria della conoscenza”: induzione e demarcazione. Demarcazione tra le teorie scientifiche (come quella di Einstein) e le teorie pseudoscientifiche (come quelle di Marx, Freud, Adler).
Scartare l’induzione e ripensare la demarcazione in chiave deduttiva doveva essere il programma di Popper.
Nella ‘Logica’ leggiamo:
“Con l’idolo della certezza (…) crolla una delle linee di difesa dell’oscurantismo, che sbarrano la strada al progresso scientifico. Perché la venerazione che tributiamo a quest’idolo è d’impedimento non solo all’arditezza delle nostre questioni ma anche al rigore dei nostri controlli. La concezione sbagliata della scienza si tradisce proprio per il suo smodato desiderio di essere quella giusta. Perché non il possesso della conoscenza, della verità irrefutabile, fa l’uomo di scienza, ma la ricerca critica, persistente e inquieta, della verità.
Prefazione alla prima edizione – 1934
Uno scienziato impegnato in una ricerca particolare, ad esempio in fisica, può affrontare direttamente il proprio problema. Può andare diritto al cuore della materia.
Non affronta una struttura organizzata, ma piuttosto qualcosa che ha l’aspetto di un cumulo di macerie. In realtà, una delle questioni che oggi ricorrono più sovente nei circoli filosofici è se la filosofia arriverà mai a porre un problema autentico.
Prefazione alla prima edizione inglese – 1959
Gli analisti del linguaggio credono che non ci siano problemi filosofici genuini, o che i problemi della filosofia – ammesso che ce ne siano – siano problemi concernenti l’uso linguistico, o il significato delle parole. Invece Popper è convinto che esista almeno un problema al quale sono interessati tutti gli uomini dediti al pensiero. È il problema della cosmologia: il problema di comprendere il mondo, compresi noi stessi e la nostra conoscenza, in quanto parte del mondo.
Una seconda tesi:
Il problema centrale dell’epistemologia è sempre stato, e ancora è, il problema dell’accrescersi della conoscenza. E l’accrescersi della conoscenza può essere studiato, meglio che in qualsiasi altro modo, studiando l’accrescersi della conoscenza scientifica. …
E tuttavia sono prontissimo ad ammettere che esiste un metodo che potrebbe essere descritto come l’“unico metodo della filosofia”. Ma esso non è caratteristico della sola filosofia; piuttosto è l’unico metodo di ogni discussione razionale, e perciò tanto delle scienze della natura quanto della filosofia. Il metodo a cui Popper pensa è quello che consiste nel formulare il proprio problema chiaramente e nell’esaminare criticamente le varie soluzioni che vengono proposte.
Il punto è che ogni qual volta tentiamo di proporre la soluzione di un problema dovremmo tentare col massimo accanimento possibile di scalzare la nostra soluzione, anziché tentare di difenderla.
La tesi di Popper è che i metodi dell’“analisi logica” o dell’“analisi del linguaggio” sono ben lontani dall’essere gli unici che un filosofo possa usare vantaggiosamente e che non sono per nulla caratteristici della filosofia.
Tra i molti metodi che possiamo usare, dice Popper, uno mi sembra degno di essere menzionato: consiste, semplicemente, nel tentare di scoprire che cosa gli altri abbiano pensato e detto a proposito del problema che si ha fra le mani; perché abbiano dovuto affrontarlo; in qual modo l’abbiano formulato; in qual modo abbiano tentato di risolverlo. Questo metodo mi sembra importante perché fa parte del metodo generale della discussione razionale. Se ignoriamo che cosa pensino gli altri, o che cosa abbiano pensato in passato, la discussione razionale arriva necessariamente a un punto morto, anche se poi ciascuno di noi può continuare a parlare allegramente con se stesso.
Ma la mia obiezione più grave alla credenza che la “nuova via delle idee” o la “nuova via delle parole” siano il metodo principale dell’epistemologia – o forse addirittura della filosofia – è la seguente.
Il problema dell’epistemologia può essere aggredito da due lati: 1) come il problema della conoscenza ordinaria, o conoscenza del senso comune; 2) come il problema della conoscenza scientifica.
Nell’ambito dell’epistemologia, l’approccio dell’analisi della conoscenza per mezzo dell’analisi del linguaggio ordinario è troppo ristretto ed è destinato a lasciarsi sfuggire i problemi di maggior interesse.
Sono tuttavia ben lontano dal concordare con tutti quei filosofi che sono favorevoli all’altra via d’accesso dell’epistemologia: la via d’accesso che passa per l’analisi della conoscenza scientifica.
Prefazione all’edizione italiana – 1970
Lasci amo parlare Popper: Io scelsi di trattare la ‘conoscenza’ come un sistema di asserzioni, di teorie sottoposte alla discussione. Intesa in questo senso, la ‘conoscenza’ è oggettiva, ed è ipotetica e congetturale.
Questo modo di considerare la conoscenza mi rese possibile riformulare il problema dell’induzione di Hume. In questa riformulazione oggettivistica il problema dell’induzione è un problema che verte sulle relazioni logiche fra asserzioni singolari e teorie universali.
In questa forma, il problema dell’induzione diventa risolubile: non c’è induzione, perché le teorie universali non sono mai deducibili da asserzioni singolari. Ma le teorie possono essere confutate da asserzioni singolari, da descrizioni di fatti osservabili.
Questa risoluzione del problema dell’induzione dà origine a una nuova teoria del metodo della scienza, a un’analisi del metodo critico, del metodo cioè che procede per tentativi ed eliminazione degli errori: del metodo che consiste nel proporre ipotesi ardite e nell’esporle alle critiche più severe al fine di scoprire dove si sia sbagliato.
Dal punto di vista di questa metodologia noi cominciamo la nostra ricerca con problemi. Noi ci troviamo sempre adagiati in un certo orizzonte di problemi e scegliamo un problema che speriamo di essere capaci di risolvere. La soluzione, sempre avanzata per tentativi, consiste di una teoria, di un’ipotesi, di una congettura. Le varie teorie rivali vengono confrontate e discusse criticamente allo scopo di portarne alla luce gli errori; e i risultati sempre mutevoli e mai definitivi della discussione critica costituiscono quello che chiamiamo “la scienza del tempo”.
Dunque, non c’è induzione: il nostro ragionamento non procede mai da fatti a teorie, se non per confutazioni o ‘falsificazioni’. … le teorie del metodo che asseriscono che procediamo per induzione, o mettono l’accento sulla verificazione (piuttosto che sulla falsificazione); sono tipicamente lamarckiane; o mettono l’accento sull’istruzione ricevuta dall’ambiente, piuttosto che sulla selezione operata dall’ambiente… Le teorie sono reti: solo chi le butta pesca. – NOVALIS
Introduzione alla logica della scienza.
Sguardo su alcuni problemi fondamentali.
Suggerisco che il compito della logica della scoperta scientifica, o logica della conoscenza, è quello di fornire un’analisi logica di questa procedura; cioè di analizzare il metodo delle scienze empiriche.
Si è soliti dire che un’inferenza è ‘induttiva’ quando procede da asserzioni singolari, quali i resoconti dei risultati di osservazioni o di esperimenti, ad asserzioni universali, quali ipotesi o teorie.
Io sosterrei ancora che il principio d’induzione è superfluo e che non può non condurre a contraddizioni logiche. …
Infatti, il principio d’induzione dev’essere a sua volta un’asserzione universale. Dunque, se tentiamo di considerare la sua verità come nota per esperienza, risorgono esattamente gli stessi problemi che hanno dato occasione alla sua introduzione. Per giustificarlo, dovremmo impiegare inferenze induttive; e per giustificare queste ultime dovremmo assumere un principio induttivo di ordine superiore e così via. In tal modo il tentativo di basare il principio d’induzione sull’esperienza fallisce, perché conduce necessariamente a un regresso infinito.
Il lavoro dello scienziato consiste nel produrre teorie e nel metterle alla prova.
Lo stadio iniziale, l’atto del concepire o dell’inventare una teoria, non mi sembra richiedere un’analisi logica né esserne suscettibile.
Il mio modo di vedere è che non esista nessun metodo logico per avere nuove idee, e nessuna ricostruzione logica di questo processo. Ogni scoperta contiene un “elemento irrazionale” o “un’intuizione creativa” nel senso di Bergson. Einstein parla della “ricerca di quelle leggi altamente universali dalle quali possiamo ottenere un’immagine del mondo grazie alla pura deduzione. Non esiste alcuna via logica, egli dice, che conduca a queste leggi. Esse possono essere raggiunte soltanto tramite l’intuizione, basata su un alcunché che possiamo chiamare immedesimazione con gli oggetti d’esperienza”.
Da una nuova idea, avanzata per tentativi e non ancora giustificata in alcun modo – una anticipazione, un’ipotesi, un sistema di teorie, o qualunque cosa si preferisca – si traggono conclusioni per mezzo di una deduzione logica. In un secondo tempo queste conclusioni vengono confrontate l’una con l’altra, e con altre asserzioni rilevanti, in modo da trovare quali relazioni logiche esistano tra di esse.
Volendo, possiamo distinguere quattro differenti linee lungo le quali si può eseguire il controllo di una teoria: a) il confronto logico delle conclusioni tra loro; b) l’indagine della forma logica della teoria; c) il confronto con altre teorie; d) il controllo della teoria, condotto mediante le applicazioni empiriche delle conclusioni che possono essere derivate da essa.
Con l’aiuto di altre asserzioni già accettate in precedenza si deducono dalla teoria certe asserzioni singolari che possiamo chiamare ‘predizioni’: in particolar modo predizioni che possano essere controllate o applicate con facilità. Tra queste asserzioni scegliamo quelle che non sono derivabili dalla teoria corrente e, più in particolare, quelle che la teoria corrente contraddice. In seguito, andiamo alla ricerca di una decisione riguardante queste (e altre) asserzioni derivate, confrontando queste ultime con i risultati delle applicazioni pratiche e degli esperimenti. Se questa decisione è positiva, cioè se le singole conclusioni si rivelano accettabili o verificate, la teoria ha temporaneamente superato il controllo: non abbiamo trovato alcuna ragione per scartarla. Ma se la decisione è negativa o, in altre parole, se le conclusioni sono state falsificate, allora la loro falsificazione falsifica anche la teoria da cui le conclusioni sono state dedotte logicamente.
La principale ragione per cui rifiuto la logica induttiva è precisamente questa: che essa non fornisce un contrassegno appropriato per distinguere il carattere empirico, non metafisico, di un sistema di teorie; o, in altre parole, che non fornisce un “criterio di demarcazione” appropriato.
Chiamo problema della demarcazione il problema di trovare un criterio che ci metta in grado di distinguere tra le scienze empiriche da un lato e la matematica e la logica, e così pure i sistemi ‘metafisici’, dall’altro.
Poiché rifiuto la logica induttiva, devo anche rifiutare tutti questi tentativi di risolvere il problema della demarcazione. Il problema della demarcazione diventa importante per la nostra indagine in seguito a questo rifiuto. Il compito cruciale di qualunque epistemologia che non accetti la logica induttiva dev’essere il trovare un criterio di demarcazione accettabile.
Tuttavia sostengo ancora che il primo compito della logica della conoscenza è quello di formulare un concetto di scienza empirica allo scopo di rendere l’uso linguistico, ora piuttosto incerto, il più possibile definito; di tracciare una netta linea di demarcazione tra la scienza e le idee della metafisica, anche se queste idee possono avere favorito il progresso della scienza durante tutta la sua storia.
Tre esigenze che il nostro sistema empirico di teorie dovrà soddisfare: a) esso dev’essere sintetico, così che possa rappresentare un mondo non contraddittorio, ‘possibile’; b) deve soddisfare il criterio di demarcazione, cioè non dev’essere metafisico, ma deve rappresentare un mondo di ‘esperienza’ possibile; c) deve essere un sistema che si distingue in qualche modo da altri sistemi, come l’unico che rappresenta il ‘nostro’ mondo di esperienza.
Ciò significa che lo si deve distinguere applicandogli quel metodo deduttivo che è mio scopo analizzare e descrivere.
Come criterio di demarcazione non si deve prendere la verificabilità, ma la falsificabilità di un sistema. In altre parole: da un sistema non esigerò che sia capace di essere valutato in senso positivo una volta per tutte; ma esigerò che la sua forma logica sia tale che possa essere valutato, per mezzo di controlli empirici, in senso negativo: un sistema empirico per essere scientifico deve poter essere confutato dall’esperienza.
Se aderiamo alla richiesta secondo cui le asserzioni della scienza devono essere oggettive, allora quelle asserzioni che appartengono alla base empirica della scienza devono a loro volta essere oggettive, devono cioè poter essere sottoposte a controlli intersoggettivi.
Se le asserzioni-base devono a loro volta poter essere sottoposte a controlli intersoggettivi, non possono esserci, nella scienza, asserzioni definitive: non possono esserci, nella scienza, asserzioni che non possano essere sottoposte a controllo, e perciò non può esserci asserzione che non possa essere confutata in linea di principio falsificando alcune delle conclusioni che se ne possono dedurre.
Arriviamo così al punto di vista seguente. I sistemi di teorie si controllano deducendo, da essi, asserzioni dotate di un livello di universalità più basso. A loro volta queste asserzioni, che devono poter essere sottoposte a controlli intersoggettivi, devono poter essere controllate in maniera analoga e, così via, all’infinito.
Esigo soltanto che ciascuna asserzione di questo tipo sia ‘passibile’ di essere controllata; o, in altre parole, mi rifiuto di accettare l’opinione secondo cui nella scienza ci sono asserzioni che dobbiamo rassegnarci ad accettare come vere, unicamente perché, per ragioni logiche, non sembra possibile controllarle.
Immagine di Copertina tratta da Dea Scuola.

