Sprazzi di luce sulla Grande Guerra
Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana
Frat.i Treves Editori, Milano 1932
Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.
La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.
Parte XIV di 20
Il Bollettino del generale Cadorna, il 27, comunicava: “Il nemico, superata in più punti la nostra linea di confine tra il Monte Canin e la testata dello Judrio, tenta di raggiungere lo sbocco delle valli”. Gli austro-tedeschi puntavano alla testa della Valle del Natisone e al nodo di comunicazioni del Medio Isonzo. Gli invasori percorsero la Valle del Natisone, la Valle del torrente Rieca, la Valle del torrente Cosizza che confluiscono tutte a Cividale, oltre alla Valle dello Judrio. Gli austro-tedeschi, infranta la barriera italiana fra il Monte Maggiore e la Stretta di Auzza, superarono la Stretta di Saga, di Caporetto e di Rodaxbic, sino alla Vallata del Resia. Il Bollettino italiano del 30 ottobre diceva di distruzioni dei ponti sull’Isonzo per rallentare l’avanzamento del nemico.
Alla presidenza del Consiglio, Orlando sostituiva Boselli e al Ministero della guerra il generale Vittorio Alfieri sostituiva Giardino. In Italia venivano inviate forze franco-inglesi con materiali da guerra. “Londra era concorde con Parigi nella necessità di creare il fronte unico in Italia… in meno di otto giorni i vantaggi rilevanti di diciannove mesi di guerra… erano andati perduti”. Si attuava il ripiegamento sul Tagliamento. Il Bollettino ufficiale del 1° novembre annunciava che l’ammirazione e la gratitudine della Patria andava alla 3a Armata, alle divisioni 1a e 2a di Cavalleria, ai reggimenti Genova e Novara, agli aviatori. Il comunicato Stefani del 4 novembre diceva: “Due nostri carabinieri, nel pomeriggio del 28, nelle vicinanze delle porte di Udine, scaricarono i loro moschetti contro una automobile che portava il generale von Berrer comandante del III corpo d’Armata del Brandeburgo, che era accompagnato dall’ufficiale d’ordinanza von Graevenitz” rimasto ferito, mentre von Berrer veniva ucciso. Gli austro-tedeschi avanzavano oltre il Tagliamento, per il ponte di Pinzano. Il Bollettino del 7 novembre comunicava il ripiegamento verso la Livenza e comunicava l’arrivo a Rapallo delle più alte cariche politiche di Inghilterra e di Francia per analizzare il momento critico sul fronte italiano.
Un comunicato dell’8 novembre affermava la sostituzione di Cadorna a capo dello Stato Maggiore dell’Esercito con il generale Armando Diaz e sottocapi i generali Badoglio e Giardino.
Sui Monti Festa e San Simeone, fra il Tagliamento e il lago di Cavazzo, resisteva la nostra 36a divisione, fino al 7 novembre, fino all’esaurimento delle munizioni, poi subì l’accerchiamento. I nostri facevano saltare le opere del Monte Festa e si lanciavano contro gli assalitori, ma senza esito. Si distinsero nella difesa contro l’avanzata austro-tedesca, la 4a divisione della 3a Armata, le brigate I e II dei Granatieri di Sardegna, le brigate Pinerolo, Catania, Arezzo, Caserta, la III Bersaglieri, le batterie someggiate e da campagna, i reggimenti Piemonte Reale Cavalleria, i Cavalleggeri di Foggia e di Caserta.
Il 10 novembre 1917 il re inviava un accorato appello di fiducia al popolo italiano e all’Esercito. Il 14 novembre l’Agenzia Stefani comunicava l’abbandono del Monte Longara a nord di Gallio sull’Altipiano di Asiago. Gli austro-tedeschi entrarono in Asiago e la mattina del 10, verso le ore 7, almeno otto battaglioni, di cui sei del 1° e 2° Kaiserjäger… si impadronirono di Gallio e del Monte Ferragh, ma nel pomeriggio il 16° Reparto d’assalto, un battaglione del 5° Bersaglieri e uno della brigata Pisa riconquistavano le posizioni perse. Poi dovettero essere abbandonati i forti di sbarramento a nord e a nordovest di Arsié.
Sul Piave “Nuclei nemici sono riusciti a infiltrarsi nell’Isolotto detto Le Grave di Papadopoli a nord di Ponte di Piave… Il 13 corrente alcuni tentativi di infiltrazione nemica a valle di Revedoli (foce del Piave), furono decisamente respinti da un battaglione di marinai… Il 14 mattina cinque siluranti nemiche… dinanzi a Cortellazzo (foce del Piave) furono ricacciate… La mattina del 16… quattro battaglioni austriaci del 92° Fanteria forzarono il passo del fiume tra Fagarè e San Bartolomeo a nord di Ponte di Piave. Furono ricacciati da tre contrattacchi della 54a divisione, distinguendosi la brigata Novara e la III brigata Bersaglieri. Sulla sinistra del fiume era appostata la 29a divisione austriaca, giunta dal fronte russo.
Sugli Altipiani di Asiago, nella giornata del 15 novembre 1917, dopo la disfatta di Caporetto, il battaglione alpini Marmolada, investito da tre violenti attacchi di forze austro-tedesche al Monte Tondarecar, contrattaccava ricacciando gli attaccanti. La mattina del 16 il IV battaglione del 57° reggimento galiziano tentò di passare il Piave a Folina, inutilmente. Un comunicato del 19 novembre diceva degli austro-tedeschi avanzati sino alle Melette, a Monte Tondarecar, all’Altipiano di Asiago, a San Marino in Valsugana e sui monti tra Brenta e Piave.
Il 20 novembre l’Agenzia Stefani comunicava: “Durante tutta la giornata di ieri si è combattuto furiosamente sul Monfenera. Due divisioni nemiche… L’una germanica, è composta di 12 battaglioni di cacciatori… truppe sceltissime tratte di recente da tutti i fronti, dall’Alsazia, dalla Russia, dalla Romania e dalla Macedonia. L’altra austriaca, conta 16 battaglioni… Da cinque giorni ormai arde la lotta nel triangolo Monfenera – Monte Cornella”… Nel pomeriggio del 17 gli austro-tedeschi concentravano 7 o 8 mila uomini verso Quero, bombardando Monte Tomba e il Monfenera. La mattina del 18 attaccavano il saliente del Monfenera, prendendovi possesso.
Attacchi e contrattacchi nella notte sul 19. Alle 8,45 i nostri ripresero il Monfenera e lo ripersero alle 9,30. Nella mattinata del 21 gli assalti austro-tedeschi si ripetevano su tutta la linea tra Brenta e Piave. Un assalto sferrato verso le 7 veniva ricacciato da una compagnia del battaglione Valtellina. Venivano respinti altri attacchi austriaci nello sbarramento di Val Cesilla e Monte Pertica. Un successivo assalto austriaco veniva respinto a Col Caprile. Il Monte Pertica passava più volte di mano in mano. Violenti attacchi e contrattacchi si svolgevano nel settore Monte Tomba – Monfenera. La stessa cosa si verificava intorno al caposaldo delle Melette, a muovere dal 13 novembre.
Erano implicate quattro divisioni austro-tedesche, con almeno 50 battaglioni. Gli attacchi furono neutralizzati dalla brigata Perugia e dai battaglioni alpini Stelvio, Saccarella (sic, battaglione alpino Monte Saccarello), Pasubio, Cervino. Anche l’attacco al Col Berretta fu rigettato, distinguendosi il I battaglione del 6° Fanteria (brigata Aosta) e la 263a compagnia del battaglione alpini Val Brenta.
Il 25 novembre gli austro-tedeschi puntavano a impadronirsi della linea Monte Pertica – Col dell’Orso – Monte Solarolo – Monte Spinoncia, ma dovettero desistere. Gli austro-tedeschi avevano impegnato almeno quattro divisioni, fra cui l’Alpenkorps germanico. La 22a divisione austriaca, formata dai Kaiserchützen, operava presso il Monte Pertica; la 50a nella zona del Monfenera. Tra il Monte Tomba e il Piave, i battaglioni alpini Val Cordevole e Courmajeur ebbero ragione dei battaglioni dell’Alpenkorps.
Sull’eroismo dei nostri combattenti si formulavano giudizi lusinghieri. La “Morning Post” scriveva: “Gli italiani stanno ora emulando l’eroismo dei francesi sulla Mosa. La Verdun italiana è sull’altopiano di Asiago e tra Piave e Brenta”.
Nonostante la nostra perdita di aerei nei duelli in quota, l’Agenzia Stefani il 24 novembre affermava; “Non meno di cinquantuno velivoli avversari, molti dei quali germanici, sono stati abbattuti dal 22 ottobre al 23 novembre… Il maggiore Baracca ha ottenuto la 28a vittoria, il tenente colonnello Piccio la 17a, il capitano Ruffo di Calabria la 16a, il tenente Ranza la 9a, il tenente Parvis la 7a, il sergente Poli la 6a. Le perdite nostre… diciotto apparecchi non ritornarono ai loro campi, tre precipitarono nelle nostre linee… tre osservatori, uccisi durante il volo, furono ricondotti nei nostri campi dai piloti incolumi.
Il 25 novembre la guerra veniva rinfocolata sull’Altipiano di Asiago. Lo stesso giorno Luigi Barzini raccontava che sul Sisemol i nostri avevano esposto un avviso in lingua tedesca “Di qui non si passa!”. Gli austro-tedeschitentavano una forzatura sul Sisemol, sulle Melette, su Monte Fior, sul Tondarecar e sul Bedenecche che formavano uno sbarramento alla testata della Val Frenzela (tra Gellio e Stoccareddo), per potersi poi inoltrare in Val Brenta allo sbocco sulla pianura di Vicenza. Non avevano neppure portato viveri al seguito, sicuri di sfondare e di servirsi dei beni abbandonati dagli italiani.
Il 26 novembre, in zona Col della Berretta, gli austro-tedeschi, con la loro 3a divisione austriaca Edelweiss, si scontrarono con la brigata Aosta, con la brigata Messina e con il battaglione alpini Val Brenta costringendo gli aggressori alla ritirata. La Divisione Edelweiss era costituita da fanti tedeschi del 142° reggimento di Linz e del 59° reggimento di Salisburgo, più i Kaiserjäger o cacciatori imperiali tirolesi del 3° e del 4° reggimento. Nel frattempo, il 1° reggimento Kaiserjäger attaccava il presidio di Monte Zomo.
Dal Col della Berretta gli austro-tedeschi avrebbero minacciato alle spalle lo sbarramento di fondo valle e dato un duro colpo alla difesa del Grappa. Dopo il 26 novembre 1917 le battaglie sostarono su tutto il fronte.
In soli tredici giorni, dal 24 ottobre al 7 novembre, l’Esercito italiano aveva perduto 800 mila uomini (compresi morti, feriti e ammalati), di cui 300 mila sbandati, oltre 3152 cannoni, 1732 bombarde, circa 3 mila mitragliatrici, fucili, aerei e altro materiale di guerra. L’Esercito era ridotto a 20 divisioni organiche, con poche artiglierie. Gli austro-tedeschi invece disponevano di 55 forti divisioni, di cui 7 tedesche, e di numerosa artiglieria. Al comando c’era l’arciduca Eugenio che disponeva di tre grossi contingenti: la 10a e l’11a Armata con 17 divisioni tra lo Stelvio e la Valsugana, comandate dal generale Conrad; un’Armata di 19 divisioni formata da 4 gruppi al comando dei generali Krauss, Stein, Hofaker e Scotti, riuniti sotto il comando del generale von Below; comprendeva le 7 divisioni germaniche e si stendeva al centro del fronte fra la Valsugana e il ponte della Priula; un terzo contingente di 2 Armate comandate dal F.M. Boroevic, sulla sinistra del fronte, da Tezze al mare, con 19 divisioni, dette “la Prima e la Seconda dell’Isonzo”. Ossia gli austro-tedeschi da Vos (sic) alla foce del Piave avevano schierate 29 divisioni, oltre un milione di uomini con 4500 bocche da fuoco e 550 aerei.
Le nostre forze erano così dislocate: 2 divisioni del III corpo d’Armata al comando del generale Camerana fra lo Stelvio e il Garda; La 1a Armata del generale Pecori Giraldi, con 12 divisioni, tra il Garda e il Brenta; la 4a Armata con 7 divisioni, agli ordini del generale Nicolis di Robilant, fra il Brenta e Nervesa; la 3a Armata del duca d’Aosta, con 8 divisioni, fra Nervesa e il mare. La nostra resistenza si prolungò dal 12 al 24 novembre, con un apice nella battaglia del 16 novembre.
Il 29 novembre l’Agenzia Reuter di Londra comunicava: “Per quanto riguarda l’Italia tutto il merito di avere arrestato il nemico prima che fossero giunti gli aiuti degli eserciti alleati spetta esclusivamente all’Esercito italiano”.
Per discutere come proseguire efficacemente la lotta, il 29 novembre si tenne una Conferenza al Quai d’Orsay: per l’Italia il colonnello Papa di Costigliole; la delegazione italiana era inoltre formata dall’on. Orlando, dall’on. Sonnino, dal generale Cadorna e altri; per la Francia il presidente del Consiglio, Clemenceau, il ministro degli Esteri Pichon e il generale Foch; per il Portogallo il presidente del Consiglio, Alfonso Costa; per la Gran Bretagna l’ambasciatore a Parigi, lord Bertie e per la Romania il generale Iliesco; poi il presidente del Consiglio serbo, Pasic e le delegazioni cinese e giapponese; quindi Venizelos per la Grecia; Lloyd George per l’Inghilterra; infine la delegazione americana, il presidente del Consiglio belga, De Broqueville, e Sebastopulos per la Russia. Erano rappresentati 17 Paesi, compresi Cuba, la Liberia e il Siam. In tutto 120 membri. L’inaugurazione dei lavori spettò a Clemenceau che accennò a una “alleanza che nessun intrigo e nessun vacillamento potrà mai menomamente intaccare”.
Lord Northcliffe, direttore del Times e alto commissario inglese negli Stati Uniti, dichiarava che l’America avrebbe fornito all’Europa uomini, trasporti, aerei, acciaio e grano. L’intervento dell’on. Crisi diceva: “Non abbiamo riserve sufficienti… Finora è bastato razionare le province per ottenere il razionamento individuale. Il popolo italiano… ha compreso la necessità di ridurre volontariamente (???) la sua alimentazione e ha accettato con la migliore volontà tutti i regolamenti relativi allo zucchero, alla carne, al latte, al burro e al formaggio ed è pronto a tutti i sacrifici necessari per ottenere la vittoria”.
La Conferenza si chiuse il 3 dicembre, con l’impegno prioritario di ricostruire il materiale dell’Esercito italiano.
Immagine di Copertina tratta da Ferrate 365.

