Sprazzi di luce sulla Grande Guerra
Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana
Frat.i Treves Editori, Milano 1932
Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.
La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.
Parte VI di 20
Dal 6 novembre si registravano successi in Valle Daone e in Val Cordevole contro il formidabile baluardo del Col di Lana. “L’attacco al Col di Lana era stato iniziato alla metà di luglio dal Vallone di Andraz, su per le pendici di Salesei e di Agai” con la nostra conquista del costone che scende a Pieve di Livinallongo e su Livine, contro le truppe sceltissime di Kaiserjägers, oltre il Monte Sief (2426 m). Il 7 novembre si compiva la conquista del Col di Lana, cima che era stata così importante per gli austriaci, come presidio per la strada delle Dolomiti da Falzarego al Passo Pordoi, fino alla nostra strada verso Caprile. La conquista del Sief, importante punto di osservazione, avvenne nella notte fra il 7 e l’8 novembre 1915. I nostri conquistarono non solo il Monte Sief, ma anche la cresta che unisce il Sief al Settsass.
Famosa e menzionata da Cadorna fu la conquista della “trincea delle frasche” a opera della Brigata Sassari, con il primo assalto del sabato 13 novembre. Il 18 novembre continuava il duello delle artiglierie. Secondo quanto scriveva Carl von Wiegand, corrispondente del New York World da Berlino, sulla lotta fra l’Armata dell’arciduca Giuseppe e gli italiani per il possesso dell’altipiano di Doberdò, “… per un attacco generale sul fronte di Boroevic, di circa 80 chilometri lungo l’Isonxo (sic) dall’Adriatico a Tolmino, Cadorna concentra la maggiore proporzione della sua artiglieria qui calcolata a 1500 cannoni , e il maggiore impeto della sua Armata, contro l’altipiano di Doberdò e le alture attorno a Gorizia, cioè su un fronte non superante i 16 o 20 chilometri… (la benzina costava quasi £ 5 ogni 4,5 litri)… La chiave della linea austriaca era l’altipiano di Doberdò… La chiave non soltanto di Gorizia, ma dell’intero fronte austriaco dell’Isonzo era il Monte San Michele”.
Combattimenti disperati si svolsero sulle pendici del San Michele, del Podgora, del Sabotino. Se gli italiani fossero riusciti a prenderli, ciò avrebbe significato la perdita di Gorizia per gli austriaci e la probabilità che l’intera linea presente non sarebbe stata più tenibile.
L’arciduca d’Austria confermava la presenza di 1500 cannoni italiani, di cui 150 di grosso calibro e che in certi giorni gli italiani avevano sparato 70.000 proietti sul suo settore. “Vi è un posto sul San Michele dove le trincee italiane e quelle austriache sono vicine una trentina di metri le une dalle altre. Il bombardamento diurno e notturno dell’artiglieria italiana, splendidamente servito da un personale di primissimo ordine, sorpassa tutto ciò che ho visto durante le offensive dal giugno al settembre sul fronte occidentale, come pure a Tarnow e a Gorlice, dove gli austro-tedeschi spinsero per la prima volta risolutamente indietro il pesante congegno russo. Il numero degli uomini caduti durante gli assalti ripetuti contro le posizioni dominanti sulle erte pendici è la prova irrefutabile dell’eroismo italiano. Se il generale Cadorna riesce a sfondare il fronte dell’Isonzo, l’effetto morale in Austria-Ungheria sarebbe enorme e obbligherebbe subito il Comando Supremo a richiamare rinforzi dai fronti serbo e russo. Quasi tutti i giorni nei vari punti si accendono terribili lotte corpo a corpo con gli assalitori che invadono le nostre posizioni”.
L’inviato del “Berliner Tageblatt” scriveva che sull’Isonzo gli avversari si trovavano spesso vicinissimi prima degli attacchi: “… gli italiani si sono trincerati a 15 metri dagli austriaci”, tanto che a volte potevano persino guardarsi negli occhi. Ancora da Wiegand: “Gli austriaci stanno avvinghiati colle unghie e coi denti alla vetta del Podgora, del Sabotino e delle altre alture circostanti Gorizia, mentre gli italiani hanno il possesso dell’ampia vallata dell’Isonzo e spingono gradualmente le loro truppe sulle pendici”.
Il Corriere della Sera del 21 novembre annunciava che su Gorizia “Durante la mattinata del primo giorno furono lanciate 400 granate, seguite da un rincalzo violento e a ondate, quando gli austriaci tentavano di uscire dai ripari e raggiungere i ponti dell’Isonzo”. Tutto ebbe inizio nella notte dal 19 al 20 novembre. Lo sforzo massimo era stato esercitato a nordovest di Oslavia. Le alture di Oslavia rappresentavano per gli austriaci, insieme al Calvario, con la quota 284 del Podgora e con il Sabotino, la linea principale della loro formidabile fortezza di trinceramenti. I nostri avevano respinto i contrattacchi del 20 e 21 novembre.
La soglia di Gorizia rimaneva sempre nostra. Nella mirabile resistenza italiana si distinse la 4a divisione, citata nel Bollettino del Comando, quella che, in tempo di pace, aveva sede in Cuneo. Le nostre truppe avevano tenuto le loro posizioni sulle alture di Gorizia, e avevano espugnato nuove trincee sul Mrzli, sul Vodil e dalle due parti del San Michele. Si profilavano attacchi isolati e profondi degli austriaci per ricacciare indietro gli italiani, tentati su tutti i punti del nostro fronte, dallo Sleme al Mrzli, da Cima Fredda al Vodil, e da questa a Santa Lucia e Santa Maria”.
A muovere dal 1° dicembre 1915, in Valle di Ledro un reparto di alpini conquistava il costone ripido e roccioso a nordest di Prè. Dopo averlo scalato con l’aiuto di corde, scacciandone i nuclei nemici che l’occupavano, i nostri valorosi alpini erano riusciti a impadronirsi di un importante gradino, facente parte del contrafforte sud-orientale della Cima d’Oro. La Rocchetta, la Cima d’Oro, il Parì, erano monti fortificati, per il prolungamento a occidente delle difese di Riva. Si combatteva anche a nordovest di Roncegno in Valsugana. Nella Valle del Rimbianco a oriente del Monte Piana nella direzione di Landro, al Fishbach nella Valle del Seebach a occidente del Predil, ricoveri nemici venivano distrutti a cannonate nella zona di Volaja a occidente del Passo di Monte Croce Carnico.
Il generale Boroevic, con la sua 5a Armata (Quartier Generale a Lubiana), aveva provveduto e provvedeva alla difesa della linea dell’Isonzo da Tolmino al mare, impiegandovi le migliori truppe che la Monarchia austro-ungarica possedesse e sfruttando al massimo grado sia il valore difensivo del terreno, di per sé mirabilmente favorevole a una guerra di trincea, sia l’esperienza acquisita sui campi della Galizia nei nove mesi di guerra precedenti. Il tratto di fronte dal distaccamento d’Armata del generale Rohr (regione di Plezzo-Predil) poteva considerarsi come un trait d’union fra le due maggiori linee degli eserciti dell’Isonzo e del Tirolo: vi si contavano quattro divisioni con ottime truppe da montagna e organizzazioni volontarie che si prestavano bene per la guerra di trincea.
Le truppe che costituivano l’Armata del generale Dankl (Quartier Generale di Innsbruck) avevano, accanto agli ottimi cacciatori tirolesi e ai forti Landesschützen, i tiratori indigeni (Standesschützen) organizzati militarmente in battaglioni, ottimi elementi di difesa per una guerra di posizione, e i soldati del Landsturm, divenuti ormai anch’essi soldati di prima linea. Almeno 25 divisioni si trovavano schierate dallo Stelvio al mare. L’esercito dell’arciduca Eugenio era forte di oltre 500 mila uomini; contando anche le truppe di complemento necessarie pe supplire alle perdite (quasi un battaglione al mese per reggimento), l’Austria aveva impegnato per il nostro intervento almeno 800 mila uomini.
Citazione. Il cav. Vittorio Dellorto, di Saluzzo, maggiore di Fanteria, di antica famiglia saluzzese, era nato il 3 marzo 1866. Apprezzato per le belle qualità di soldato e per il profondo amore allo studio di cose e storie militari, aveva partecipato alla Campagna di Libia. Cadde combattendo sul Carso il 4 agosto 1915 presso le colline di Castelnuovo e fu sepolto a Villa di Sagrado. Suo figlio Giuseppe, primogenito, era tenente di Artiglieria e combatté al fronte.
Sorse così, lungo tutta la nostra frontiera, dallo Stelvio al mare, la linea alla quale il Comando austriaco destinò tre Armate: quella del generale Dankl nel Tirolo, Alto Adige; l’Armata del generale Rohr, dal Monte Peralba all’alto Isonzo; l’Armata del generale Boroevic lungo l’Isonzo, l’equivalente di nostri circa 12 corpi d’Armata.
Dopo un periodo di sosta generale, il 18 luglio la battaglia si riaccese lungo tutto il fronte dell’Isonzo. Nell’alta Valle fu conquistata gran parte della Conca di Plezzo. A metà ottobre l’offensiva fu ripresa con rinnovato vigore in tutto il teatro delle operazioni. Nell’alto Isonzo fu ampliata la nostra occupazione nella Conca di Plezzo e sul Monte Nero. In Carnia fu mantenuto il possesso della linea di confine, contro gli insistenti attacchi austriaci diretti a incunearsi in questo scacchiere, a minaccia del fianco del nostro Esercito. Con tiri di artiglieria e con ardite irruzioni di fanteria furono disturbate le comunicazioni del nemico lungo le Valli del Gail e alto Fella: fu diroccato il forte Hensel e danneggiato quello del Predil. Sull’Isonzo fu conquistata la Conca di Plezzo sino alle pendici del Monte Rombon e dello Javorcek e fu occupata gran parte del massiccio del Monte Nero. Dalle nostre posizioni sul Vodil e sul Mrzli e dalle colline di Santa Maria e di Santa Lucia avevamo il controllo sulla piazza di Tolmino, che è sotto il tiro e a discrezione dei nostri cannoni. Sul medio Isonzo abbiamo costituito una forte testa di ponte a este di Plava.
Il Giornale d’Italia presentava fra l’altro, il 29 gennaio 1916, un riassunto dei primi sette mesi di guerra: “… l’avversario ha logorato considerevoli forze, ha perduto più di 30 mila prigionieri, 5 cannoni, 65 mitragliatrici, parecchie migliaia di fucili, lanciabombe, munizioni e materiale da guerra di ogni specie”.
Le operazioni di guerra dal gennaio al maggio 1916
Il 1916 iniziava con una serie di successi conseguiti dalle formazioni italiane, sul Carso, sul San Michele, in zona di Riva, nella zona di Monfalcone, in Val Fischlein, sull’Astico, sul Monte Sperone, nell’alta Val Camonica, fra la punta di Ercavallo e il Tonale, presso il Passo do Oregone, nella Valle Köder e Seebach, nella zona tra il Sarca e l’Adige, in Valle Cresta. L’Aviazione italiana dava corso a una serie di bombardamenti in territorio austriaco, come per esempio a Lubiana, residenza del Quartier Generale austriaco e residenza di guerra del principe ereditario della Monarchia, l’arciduca Carlo Giuseppe.

Nella notte sul 18 gennaio 1916 nuclei nemici tentarono di nuovo, nella zona tra la quota 188 e Oslavia, di avvicinarsi alle nostre posizioni, ma furono respinti prontamente. A fine gennaio 1916 le nostre truppe avevano ancora progredito nell’alto Chiarsò, nel settore di Santa Lucia, presso Madonna di Monte Albano a nord di Mori e a Patrich in Valle Terragnolo. Nella Conca di Plezzo il 12 febbraio 1916 “il nemico con attacco di sorpresa eseguito in forze riuscì a penetrare in un nostro trinceramento nella zona del Rombon… ma fu prontamente respinto”. Ancora, il 16 febbraio, “un forte drappello nemico del 27° Landwehr che tentava di sorprendere un nostro posto avanzato fu assalito e respinto”.
Il 18 marzo 1916 una squadriglia italiana di aerei Caproni bombardava Lubiana, capitale della Carniola, nell’intento di colpire obiettivi militari. Furono bombardate anche Adelsberg, Oberlaibach, Opcina, Saule, Salloch. Eroe menzionato della spedizione fu, fra gli altri, il capitano Salomone: “I due ufficiali osservatori che accompagnavano il Salomone, erano rimasti uccisi dalle scariche delle mitragliatrici del Fokker. Salomone era ferito gravemente alla testa: il sangue gli colava sugli occhi. Ciò nonostante, sebbene i cadaveri dei due osservatori gli impedissero di manovrare il timone di elevazione e la leva per il gancio delle bombe, egli riuscì a raggiungere il territorio italiano riportando con sé nella navicella del Caproni i cadaveri dei due compagni. Aveva ottenuto una Medaglia d’Argento al Valor Militare in Libia. Fu decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare dal generale Cadorna.
Il 21 febbraio 1916 arerei austriaci, non meno di 12, bombardarono Desenzano, Paderno d’Adda e Trezzo. Il 25 febbraio si dava notizia di “Efficaci azioni delle nostre artiglierie sulle rotabili dell’alta Rienz e Seebach dove erano segnalati movimenti di truppe nemiche. In Valle del Fella una nostra batteria eseguì tiri efficaci su colonne in marcia da Uggowitz (Ugovizza) a Malborghetto.
Nella stagione invernale nevicava per un’altezza di 5 metri, in qualche luogo anche di 6, ma il Bollettino del 12 marzo 1916 parlava addirittura di 10 metri e oltre. Nel Trentino, in una valle, si raggiunsero i 30 metri.
Alcune posizioni conquistate dagli italiani si trovavano in condizioni critiche: a Oslavia i nostri erano dominati dal Sabotino; sulle pendici settentrionali della collina di Santa Maria di Tolmino erano sotto il fuoco delle artiglierie austriache occultate in caverna, capaci di battere d’infilata le nostre truppe. Così che, per non incorrere in inutili sacrifici, verso la fine di marzo 1916 dovettero retrocedere di 500 metri in posizioni sicure.
Nel pomeriggio del 12 ottobre 1915 un forte attacco alle nostre posizioni dell’alto Chiarsò trovò sul posto una resistenza efficace, ma fu ricacciato anche con l’aiuto di un doppio contrattacco d’ala dal Pal Piccolo al Pal Grande e dal Monte Pizzul al Monte Salinchiet. Il 24 marzo 1916 il nostro Comando Supremo confermava: “In Carnia la notte del 23 un reparto nemico con sopravvesti bianche attaccò la nostra posizione sulla sinistra di Rio Lanza e fu prontamente respinto”.
Sul Grafenberg (era il sobborgo sottostante di Gorizia, prolungamento settentrionale del bastione del Podgora) ebbe luogo una serie di attacchi: gli austriaci tentavano di assalire il Grafenberg puntando sul fianco del Podgora e sul fianco delle alture di Peuma. Si trattava di un obiettivo tattico, come quello di Santa Maria di Tolmino e di Monte Croce Carnico, ma questi attacchi concatenati erano segni dell’esistenza di un piano generale determinato, che sarebbe confluito in una offensiva strategica. Il 26 marzo iniziarono le cannonate sulle trincee del Podgora, ma poi anche su tutto il resto della linea dal Podgora al Grafenberg, alla quota Cave e a Peuma. L’attacco era stato sferrato da tre reggimenti freschi. Sul Grafenberg i nostri furono costretti a ripiegare per 400 metri. La lotta proseguì per tutta la giornata e per tutta la notte del 27.
Anche sul Carso gli austriaci avevano accennato ad attaccare. L’attacco, spiegava il Bollettino italiano del 29 marzo, aveva voluto essere un concorso alla lotta impegnata al Grafenberg. Gli austriaci, battuti dinanzi a Gorizia, respinti sul Carso, contrattaccati anche tra Vermigliano e Monfalcone, “erano in totale perdita”. Ma l’offensiva austriaca c’era e continuava a manifestarsi con assalti violenti e sempre più estesi. L’azione della notte dal 29 al 30 marzo tra le alture di Podgora e del Sabotino era stata la più vasta che si fosse combattuta in questi giorni se si consideri l’estensione del fronte d’attacco. L’attacco austriaco principale si svolse a cavallo del torrente Peumica, lungo le pendici del Sabotino e quelle di Oslavia. Gli austriaci furono messi in fuga lasciando 156 prigionieri di cui 5 ufficiali. Il 29 i nostri si impadronirono del villaggio di Selz, con un bottino di 202 prigionieri tra i quali 7 ufficiali, più 2 mitragliatrici, un cannone lanciabombe, oltre 100 fucili e gran quantità di munizioni e bombe.
I nostri conquistarono poi “la formidabile cortina che il nemico aveva steso tra i suoi baluardi di Monte Sei Busi e il Monte Cosich sul bordo del Carso”. Nei cieli si svolgevano combattimenti aerei: il 6 aprile i nostri aviatori abbatterono due velivoli nemici e trassero in prigionia quattro aviatori, tre dei quali ufficiali.
Gli austriaci ripetevano tentativi per riconquistare i trinceramenti perduti a oriente di Selz, tra i Sei Busi e il Cosich. Furono respinti creando disordine tra le loro file, con gravissime perdite.
Si andava intanto profilando la possibilità di una sistematica offensiva austriaca, con probabilità per il 17 aprile, anticipata dagli sforzi austriaci per trattenere il maggior numero possibile di truppe italiane e impedire l’invio di aiuti alla Francia. Gli austriaci pensavano così di impedire l’invio di truppe italiane a Verdun. Essi, infatti, il 15 aprile attaccarono le posizioni italiane dal torrente Larganza a Monte Collo in Valsugana, ma furono respinti, con la perdita di una sessantina di prigionieri di cui due ufficiali. Rinnovarono tuttavia l’attacco il giorno successivo con 14 battaglioni, ma senza sfondare.
Il 16 aprile gli austriaci avevano danneggiato la nostra posizione di San Osvaldo, di Monte Tesobbo. Il giorno appresso avevano operato un assalto su un breve settore di due chilometri circa, ma la posizione del Monte Tesobbo era molto ben protetta sui fianchi dal fuoco delle nostre posizioni di Armentera e del Collo.
Il 18 aprile una poderosa mina italiana fece saltare la vetta del Col di Lana con 164 prigionieri di cui 9 ufficiali e un ricco bottino di armi, munizioni e materiale da guerra. Ne descrisse l’evento il corrispondente di guerra, Arnaldo Frccaroli: “Era il 18 di aprile: martedì. I nostri erano saliti fin quasi alla cima (2400 metri) della montagna il 19 di luglio. Le trincee erano a 50 metri l’una dall’altra. Presso il “Panettone”, le trincee stavano a meno di 40 metri. I soldati si parlavano da una parte all’altra. Si lavora da quattro mesi, giorno e notte. Il Col di Lana, la più alta di tutte le montagne intorno, era l’occhio di tutte le artiglierie nemiche del settore. In questa zona alpina sarebbe stato quasi impossibile fare un passo innanzi se non fosse stato reso innocuo quell’occhio. Un Sottotenente del Genio, un giovane volontario di 39 anni che apparteneva al patriziato romano, fu l’anima dell’iniziativa. Per due mesi il lavoro procedette senza che dall’altra parte gli austriaci avessero mostrato di accorgersi di nulla. La galleria che si scavava nella roccia poteva lasciar passare comodamente due uomini per volta. Ma gli austriaci sulla vetta incominciarono a nutrire sospetti. Sotto di loro la galleria era avanzata per 75 metri. “All’estremo punto della galleria vengono portati quasi 100 quintali di gelatina esplosiva”.
Alle 11,25 il sottotenente azionava il generatore elettrico. “Un attimo. E il piccolo reparto ammassato all’imbocco della galleria si sentì battuto da una ventata freddissima. Subito dopo una esplosione spaventosa, un boato formidabile, un urlo che sembrava uscire dalle viscere della montagna. Il sottotenente del Genio, i minatori, il piccolo reparto di Fanteria, si lanciarono fuori della galleria, balzando al di là delle linee… irruppero urlando nelle trincee nemiche. Le nostre artiglierie tempestarono sulle retrovie austriache e nella insellatura fra il Col di Lana e il Sief per impedire la fuga… Dieci nostri soldati ridiscesero subito con 58 prigionieri disarmati; vi si trovavano quattro ufficiali. Poi se ne portarono giù un altro centinaio con altri cinque ufficiali.
Il sottotenente del Genio, protagonista dell’impresa, che dopo l’esplosione si pose a capo delle truppe lanciate all’assalto, era don Gelasio Caetani, terzogenito di don Onorato Caetani duca di Sermoneta. Il nonno del sottotenente, don Michelangelo Caetani, a capo della Commissione romana, aveva portato a Vittorio Emanuele II in Firenze il plebiscito dell’ex Stato pontificio e per questo gli era stato conferito il Collare dell’Annunziata. Il padre del sottotenente, duca Onorato, era stato deputato e senatore del Regno e ministro degli Esteri nel 1896. Don Gelario era stato ingegnere minerario in America.
Il Giornale d’Italia pubblicava un racconto inviato alla propria famiglia dal vicepresidente del Consiglio provinciale dell’Aquila, Giuseppe Jacomini: “L’ordine di operazione venne nella giornata del 17. Alle 23 la cima del Col di Lana sarebbe saltata in aria e le artiglierie avrebbero bombardato con fuoco infernale le cima stessa per soli tre minuti. Dopo di che la nostra fanteria sarebbe andata all’attacco. Il nostro capitano ci aveva fatto graduare 40 colpi per ogni pezzo, che si sarebbero dovuti sparare con fuoco celerissimo nei tre minuti convenuti. Vennero le 23,30. A un tratto nella calma della notte una immensa colonna di fumo digradante a ventaglio si levò dalla cima del Col di Lana e un rombo assordante echeggiò. Tutte le artiglierie aprirono il fuoco. La nostra sola batteria in tre minuti sparò 160 colpi. Il fuoco durò ininterrotto e rabbioso fino alle ore due. I nemici fuggivano terrorizzati e noi li inseguivamo con gli shrapnel”.
Il 7 aprile gli austriaci avevano preparato una contro-mina che esplose sotterrando i minatori italiani, ma nessun morto o ferito grave. I minatori austriaci e italiani erano ormai vicinissimi, due metri appena di roccia distanti gli uni dagli altri. Si sentivano i passi degli avversari. Per mancanza di lampadine elettriche la montagna di gelatina necessaria allo scoppio fu caricata alla luce di alcune candele. Lo scoppio fu uno spettacolo di infernale bellezza. Il tenente Caetani piantò sulla vetta del Col di Lana la bandiera italiana gridando; ‘Viva l’Italia!’. Il tenente Caetani era stato coadiuvato dai tenenti Braisio e Gatta, “Il nemico si era accorto da ben 15 giorni del nostro lavoro e subito aveva cominciato la contromina”. I Kaiserjäger avevano perso la cima del Col di Lana e in 200 si erano arresi. Erano quasi tutti magiari, molti con meno di 19 anni, uno appena di 16.
Il ten. colonnello Luigi Piglione, nato il 28 ottobre 1866 in Corsione di Asti (AL), morto per la conquista del Monte Cukla il 10 maggio 1916, compì i propri studi in Asti e guadagnò la licenza liceale con lode al Liceo Alfieri. Frequentò la Scuola di Modena e fu promosso sottotenente il 27 agosto 1887 nel 5° Reggimento Alpini. Fu promosso capitano il 5 aprile 1905 nel 2° Alpini. Il 13 novembre del 1905 si fece iscrivere all’Università di Torino al corso di Giurisprudenza e si laureò il 19 aprile 1910 ottenendo una splendida votazione.
Gli austriaci preparavano nel Trentino meridionale la famosa offensiva, “da più parti segnalata”. Sul Corriere della Sera del 16 aprile 1916 veniva pubblicata una corrispondenza di Arnaldo Fraccaroli, che parlava di una recente avanzata italiana in Valsugana in direzione di Trento, vista dagli austriaci come un evento assai pericoloso. Gli austriaci perlustravano continuamente tutto il corso del Brenta. Iniziarono a colpire l’abitato di Borgo. “Alla nostra avanzata in Valsugana oltre Borgo, oltre Roncegno, l’Austria oppose la barriera di dodici forti. Per fermare gli italiani, i dodici forti di Luserna dal Belvedere al Fravort non bastavano. L’Austria rovesciò sulla Valsugana grossi contingenti di truppe nuove e vi portò innumerevoli artiglierie”. Gli austriaci si accanivano ancora contro la cresta del Col di Lana, contro il trincerone perso a oriente del Selz. Nella Conca di Plezzo un reparto nemico riuscì a irrompere di sorpresa in un nostro posto avanzato sulle falde del Monte Cukla. Accorsi nostri rincalzi, l’avversario fu prontamente contrattaccato e respinto. Ancora in Conca di Plezzo: “… dopo violento fuoco di artiglieria, le fanterie nemiche accennavano a un attacco contro le nostre posizioni di Ravnilaz; furono arrestate dal nostro tiro di sbarramento”.
Immagine di Copertina tratta da Summit Post.

