Sprazzi di luce sulla Grande Guerra
Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana
Frat.i Treves Editori, Milano 1932
Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.
La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.
Parte I di 20
VOLUME PRIMO
Argomentando sulla formazione dello Stato italiano siamo soliti parlare del primo Conflitto mondiale come della quarta Guerra dell’Indipendenza, sennonché si potrebbe più precisamente considerare una diversa suddivisione ossia in cinque fasi anziché in quattro. Infatti, la sollevazione per rendere l’Italia unita ebbe inizio riconosciuto con la prima Guerra dell’Indipendenza Italiana, datata al 23 marzo 1848. Meno lunga rispetto alla precedente fu la seconda fase dei combattimenti che coincise con i movimenti del 12 marzo 1849 catalogabili con il nome di seconda Guerra dell’Indipendenza Italiana protrattasi fino al 23 marzo con l’episodio di Novara e la pace di Milano del 6 agosto 1849.
Quella del 1859 fu dunque a buona ragione la terza Guerra dell’Indipendenza Italiana, con la liberazione della Lombardia. La liberazione del Veneto si ebbe con la quarta Guerra di Indipendenza nell’anno 1866 mediante l’alleanza italo-prussiana risalente al mese di maggio, nonostante le tristi vicende di Custoza e di Lissa occorse rispettivamente il 24 giugno e il 20 luglio. “Le guerre italiane, del Risorgimento, contro l’Austria furono quattro: 23/3 – 5/8/48; 12 – 24/3/49; 26/4 – 8/7/59; 18/6 – 26/7/66”. Quella del 1915-1918 si può dunque considerare a buona ragione la quinta.
A far seguito dall’anno 1866 si protrasse un periodo di pace fra Italia e Austria. Mancava Roma, e la situazione pareva insolvibile poiché alle rivendicazioni italiane si opposero le armate del Rouher e del Walewsky che respinsero con furore i tentativi coraggiosi dei garibaldini a Mentana, scavando un solco di inimicizia fra italiani e francesi, tanto che, allorché le truppe tedesche travolsero i francesi nel 1870, le nostre forze armate non assicurarono appoggio alla Francia. Ma gli eventi successivi fecero sì che l’Italia si sentisse minacciata su due fronti: a est con l’Austria-Ungheria che, terminato il conflitto russo-turco con il Congresso di Berlino del 1878, si affacciava sul Mar Adriatico con ingerenza sui Balcani; a sud con la Francia insediatasi nella zona di Tunisi.
Allearsi con il nemico? Per premunirsi da cattive sorprese l’Italia si incamminò verso la ricerca di un’alleanza con la Germania, ma anche con l’Austria-Ungheria, che avrebbe dovuto garantire un lungo periodo di pace. L’episodio del martirio del giovane triestino Guglielmo Oberdan, perpetrato dai carnefici austriaci il 20 dicembre 1882, non fece altro che gettare ombra sull’accordo stipulato fra Austria e Italia. Anzi l’Austria non si astenne dal dimostrare ostilità verso l’Italia; lo fece con la soppressione della facoltà italiana nella Università di Innsbruck e con la slavizzazione dell’Istria.
Si rendeva chiaro che l’alleanza con l’Austria era stata una forma di unione di pura convenienza, non certo di stima reciproca. L’Austria considerava l’Italia come una potenza da poter ignorare, al punto che, allorché il 29 luglio 1914 abbracciò la deliberazione di attaccare la Serbia, non ne fece parte assolutamente con l’Italia alleata. Il 4 agosto 1914 l’Italia, in base all’art. 7 del Trattato della Triplice Alleanza (la Triplice Alleanza fra Italia, Austria e Germania, patto militare a carattere difensivo stipulato a Vienna il 20 maggio 1882, nel suo corso di ben 33 anni, fu rinnovata più volte: nel marzo 1887, nel 1897 e il 12 ottobre 1902), si dichiarò neutrale e non sarebbe entrata in guerra a fianco dei suoi due alleati qualora si fosse trattato di un attacco offensivo contro la Serbia.
C’era di mezzo anche il fattore “necessità” in quanto le forze dell’Esercito italiano non avevano ancora raggiunto un adeguato grado di preparazione; si presentava inoltre il caso dell’Inghilterra, in aperto contrasto con gli Imperi Centrali, ma stretta collaboratrice con l’Italia.
All’interno dello Stato italiano si agitavano pareri discordi sull’evenienza di un conflitto armato di prossima deflagrazione. Da una parte gli interventisti: il partito socialista riformista che il 6 settembre 1914 fece udire la propria voce, il Comitato centrale dell’Associazione nazionalista nella medesima giornata; il giorno successivo il partito repubblicano. Da non sottovalutare gli stimoli provenienti dall’esterno, tesi a portare l’Italia dalla parte della Francia e dell’Inghilterra che vedevano in essa un’amica comune e la consideravano alla stregua di un notevole fattore di equilibrio politico nel Mediterraneo.
Non mancavano accorte sollecitazioni dalla parte opposta, fatto cenno all’Austria-Ungheria: fu l’ex ministro ungherese, conte Giulio, Andrassy, a cercare di far riaffermare l’Italia in seno alla Triplice, facendo pubblicare nel suo intervento sulla Neue Presse di Vienna un articolo in tal senso. Un altro articolo, apparso sulla Neue Hamburgische, spingeva l’Italia a determinarsi perché il suo atteggiamento di favore all’una o all’altra parte incominciava a destare seri dubbi. Sul fronte avverso agli Imperi Centrali erano la Francia, l’Inghilterra e la Russia a costituire nella dichiarazione di Londra del 4 settembre 1914 la Triplice Intesa. L’Italia avrebbe dovuto dunque pronunciarsi senza remore, rivelando quale sarebbe stata la sua politica sull’Adriatico, a Valona e nell’Alto Adige dove la popolazione era dichiaratamente di estrazione italiana.
Contro la politica intrapresa dagli Imperi Centrali si sollevavano in Europa voci di indignazione e di protesta, soprattutto per il feroce attacco tedesco al Belgio, per il bombardamento tedesco della preziosa cattedrale di Reims, per i devastanti bombardamenti, effettuati da aerei e da dirigibili “Zeppelin”, di obiettivi con la morte di donne e bambini, e per gli attacchi da sottomarini tedeschi, come quello che causò l’affondamento del transatlantico “Lusitania” nel maggio 1915, che impose il sacrificio di almeno 1.200 vite umane. Gli Imperi Centrali si facevano sempre più minacciosi, per di più con l’intervento della Turchia al loro fianco, con l’accrescersi della minaccia turca all’Italia per il possesso della Libia, in spregio del trattato di Ouchy del 1912.
In Italia Benito Mussolini fondava un giornale, “Il Popolo d’Italia” con lo scopo di trascinare le folle alla consapevolezza di una guerra immediata. Il 23 ottobre 1914 l’Italia occupava il porto e la città di Valona per spingersi con una missione a carattere militare-sanitario nell’intento di combattere la miseria, la fame e le epidemie, ma sotto sotto questa occupazione aveva carattere politico: era una dimostrazione per affermare i diritti italiani sul dominio dell’Adriatico. C’era stato anche un tentativo, da parte della Russia, affiancato alla proposta di consegnare all’Italia un contingente di prigionieri austriaci di nazionalità italiana prelevati nei fatti di guerra in Galizia e nei Carpazi, ma alla condizione che non mettessero piede in Austria, una proposta dunque volutamente indirizzata al mantenimento della neutralità italiana. Ma il Governo Salandra la respinse.
Il giorno 10 luglio 1914 a capo dello Stato Maggiore Generale dell’Esercito fu nominato il generale Luigi Cadorna in sostituzione del generale Pollio morto improvvisamente a Torino per una sincope. Non mancarono però le prime difficoltà: già dal 3 ottobre 1914 dilagarono notizie circa la mancanza di identità nella valutazione dei provvedimenti militari, posti a confronto con la disponibilità di bilancio, fra il Ministero per la Guerra e il Comando dello SME, disaccordi che furono alla base delle dimissioni presentate dal generale Tassoni, sottosegretario di Stato per la guerra, con la sostituzione a favore del generale friulano Vittorio Zupelli l’11 ottobre 1914.
Al Ministero per gli Affari Esteri il 5 novembre 1914 fu nominato Sidney Sonnino, già due volte presidente del Consiglio, nel 1906 e nel 1909-1910. Di Sonnino si conosce un profilo morale tracciato da Vincenzo Morello, detto “Rostignac”, che si conclude con questa valutazione: “L’onorevole Sonnino non è un audace, non è un uomo da panca e da piazza: è un uomo fine e discreto, e adoperato non riescirebbe (sic) ombra. Ma la finezza, la discrezione e, aggiungo, la scienza e la coscienza, non sono qualità che possono avere fortuna nella rizza Camera italiana”.
Il 3 dicembre 1914, alla Camera dei deputati, Salandra parlò di una neutralità “poderosamente armata e pronta a ogni evento” per la difesa degli interessi, delle aspirazioni da affermare e da sostenere, appellandosi alla solidarietà di tutti gli italiani. L’ordine del giorno di Salandra fu approvato da 413 deputati su 462 presenti. La spinta favorevole all’interventismo appariva sempre più chiara. Chi intervenne nel tentare di intrattenere l’Italia nella Triplice Alleanza fu von Bülow con queste considerazioni (riportate da un’intervista dello scrittore norvegese Bjoernson per la “Norden”): “Credo che il popolo italiano commetterebbe il più grave errore della sua storia se si lasciasse indurre dalle influenze inglesi, francesi e russe a prendere un’attitudine ostile a riguardo dell’Austria-Ungheria… Un’azione dell’Italia contro l’Austria-Ungheria, dopo decine d’anni di alleanza, sarebbe una violazione del diritto delle genti, quale il mondo non avrebbe mai veduto”.
IL 5 dicembre 1914, alla Camera, Giovanni Giolitti parlò del rifiuto rivolto all’Austria nell’agosto 1913 dopo la richiesta all’Italia di partecipare a un attacco promosso dall’Austria contro la Serbia. Giolitti sconfessò la declamazione austriaca secondo la quale l’attacco alla Serbia sarebbe stato da interpretare nel senso di un’azione difensiva, poiché nessuno aveva aggredito l’Austria. E soggiunse: “Finché non sorga la necessità di scendere in campo per la tutela dei nostri vitali interessi, noi dobbiamo tutti osservare lealmente la neutralità”, declamazione seguita da segnali di approvazione da parte dell’Assemblea… “Perciò s’impone a tutti la necessità della massima prudenza”. Con queste parole Giolitti dimostrava di essere non un “neutralista a ogni costo”, ma un “neutralista condizionale”, come presumibilmente la maggioranza del Paese.
A infervorare lo spirito interventista sopravvenivano due fatti tragici: la morte in battaglia di Bruno Garibaldi la cui salma fu traslata a Roma il 6 gennaio 1915 e la successiva morte del fratello Costante, entrambi figli di Ricciotti Garibaldi (che nel 1870-1871 aveva comandato la IV brigata dei Volontari nei Vosgi) ed entrambi caduti nella battaglia delle Argonne. Persino il partito cattolico, dichiaratamente neutralista, attraverso la voce del conte Giuseppe Della Torre, presidente dell’Unione Popolare dei Cattolici Italiani, volle porre in chiaro che la neutralità propugnata dai cattolici non si sarebbe dovuta confondere con quella predicata dal Papa. Pertanto, come si espresse il Della Torre affermando che, qualora il diritto all’esistenza e allo sviluppo dell’Italia nel mondo fosse stato vilipeso e oppresso “nella legge cristiana di civiltà, eguale per tutti i popoli, è ammessa e accettata la necessità dolorosa della guerra”.
Il 7 gennaio 1915 venne costituito un “Comitato lombardo di preparazione” con l’attribuzione al Governo del compito di preparare l’Esercito per averlo pronto a difendere la Nazione. Nella conferenza d’inizio della Lega Nazionale Italiana l’avvocato Bertrand-Beltramelli si era espresso con termini avversi al germanesimo e a favore della latinità e dell’intervento italiano in guerra, dichiarando fermamente che il sogno della Germania era quello di soggiogare il mondo. Su tutti, quindi, incombeva il pericolo del pangermanesimo. L’11 gennaio, in un colloquio fra il barone Sonnino e il principe von Bülow, questi informava che la Germania avrebbe inviato a Vienna il conte di Wedel per spingere il Governo austriaco a cedere il Trentino all’Italia, ma il 14 gennaio Sonnino dichiarò a von Bülow che l’Italia non si sarebbe accontentata del solo Trentino. C’erano in ballo Trento e Trieste. Von Bulow rispose NO per Trieste, perché l’Austria avrebbe preferito la guerra piuttosto che cedere Trieste.
Era anche il tempo in cui l’Italia fu letteralmente messa in ginocchio dal terribile evento sismico del 13 gennaio 1915 con il sacrificio di 25 mila vittime.
Intanto in Austria il clima politico andava cambiando aspetto con la sostituzione del troppo moderato conte von Berchtold a favore del barone von Burian, dallo spirito molto più combattivo e meno conciliante con la politica italiana. Il 18 gennaio 1915 il “Figaro” di Parigi già prevedeva la ripartizione delle forze nel Mediterraneo orientale: l’Italia e la Romania per rivolgere le proprie forze contro l’Austria; la Bulgaria e la Grecia per ridare voce alle armi contro il nemico secolare di Costantinopoli. In quanto alla Germania c’era da attendersi l’azione della Russia contro la Prussia e sul fronte occidentale dove la Germania avrebbe avuto a che vedere con le forze unite di Francia, Inghilterra e Belgio. L’articolo del “Figaro” si chiudeva con una triste previsione: “Sarà allora il principio della fine”. Il 24 gennaio 1915 a Milano veniva convocato il Congresso Nazionale dei Fasci interventisti prevalentemente rivoluzionari, appoggiato agli ideali del partito garibaldino vecchio e nuovo, del partito repubblicano e del partito socialista. Il Congresso reclamò “l’immediata, pubblica e solenne denuncia del Trattato della Triplice come inizio dell’azione autonoma dell’Italia nel conflitto internazionale”. L’alternativa era di sole due parole: “o guerra o rivoluzione”.
I giornali del tempo erano di tendenze contrapposte: per la neutralità l’“Italia Nostra”, per l’intervento l’“Idea Nazionale”. I radicali massoni volgevano per l’azione, mentre la “Nuova Antologia”, scevra da legamenti con partiti, in mano agli intellettuali, era per una politica di riflessione e di prudenza, con il dire: “Prepararci fortemente, vigilare e aspettare”. Si calcolava allora che una guerra contro l’Austria avrebbe assorbito non meno di 100 mila uomini e non meno di 400 milioni di Lire al mese. Con l’uscita dalla guerra di Libia si erano imposti debiti da pagare, pari a un miliardo di Lire oltre un altro miliardo appena emesso per pubblica sottoscrizione al Prestito Nazionale. Il Prestito, al costo di emissione di Lire 97, avrebbe avuto la durata di 25 anni con la rendita del 4,50% annuo. Nella realtà i contributi versati dai privati ammontarono a 880 milioni, oltre ai 500 milioni devoluti da enti bancari.
Fervente interventista era il poeta Marinetti che considerava la guerra come “unica ispirazione dell’arte, unica morale purificatrice” con il sostenere che “Soltanto la guerra sa svecchiare, accelerare, aguzzare l’intelligenza umana, liberarci dai pesi quotidiani, dare mille sapori alla vita” e, rivolto agli studenti, “La nostra grande guerra igienica non è nelle mani di Salandra, ma nelle vostre!”. Per altro verso la Confederazione Generale del Lavoro, di matrice neutralista, il 20 gennaio 1915 in Milano sottolineava la necessità di sostenere la neutralità. Di sicuro sbalordimento per le autorità militari fu l’episodio che ebbe come protagonista l’ing. Angelo Belloni, tenente di vascello. Era il tempo in cui Muggiano (prov. di La Spezia) nei cantieri “Fiat San Giorgio” fervevano i lavori conclusivi attorno alla costruzione di un sommergibile, detto “43” di 250 tonnellate, destinato alla Russia. Per il varo e il collaudo del sottomarino era stato chiamato a dirigere i lavori il Belloni il quale, disattendendo tutte le fasi di programma, fece rotta con il mezzo subacqueo verso Malta per un’azione offensiva ai danni della flotta austriaca. Incontrò però decise opposizioni e l’impresa ebbe termine nel mare di Aiaccio. Il sommergibile fu restituito ai cantieri Fiat e il Belloni venne assolto al Tribunale di Sarzana.
Il conte di Monts, tedesco, scriveva il 31 gennaio 1915, sul “Berliner Tageblatt” sottolineando la situazione generale nella prospettiva di un attacco italiano all’Austria: “Non sull’Isonzo, ma sul Reno, sulla Marna, sulla Vistola e forse nell’aria e sotto il mare inglese, si deciderà la guerra” ponendo in evidenza l’inferiorità dei mezzi offensivi di cui disponeva l’Italia nei confronti dell’Austria. A queste considerazioni rispondeva il Torre sul “Corriere della Sera” (giornale moderato di Milano; definiva la Prima Guerra mondiale, per l’Italia, di carattere difensivo nella sua finalità ultima, ma offensivo nell’apparenza): “Se l’Italia può contare così poco sulla bilancia della guerra, perché la Germania e l’Austria-Ungheria si preoccupano tanto di consigliarla alla neutralità?… L’Italia conosce le difficoltà della guerra, e se dovrà affrontarla, sa di dover compiere grandi sacrifici. Noi non ci facciamo illusioni”.
Papa Benedetto XV, nel rivolgersi ai cardinali, così si esprimeva: “Purtroppo i mesi si succedono ai mesi, senza che ne arrida una lontana speranza che questa funestissima guerra, o piuttosto carneficina, abbia presto a cessare”.
Il 24 gennaio 1915, da Cavour (TO), Giovanni Giolitti scriveva, fra l’altro, al deputato Peano (deputato di Barge-CN): “Certo io considero la guerra non come una fortuna, ma come una disgrazia, la quale si deve affrontare solo quando sia necessaria per l’onore e per i grandi interessi del Paese… Potrebbe essere, e non apparirebbe improbabile, che, nelle attuali condizioni dell’Europa parecchio possa ottenersi senza una guerra”. In quanto a Giolitti, si disse che era la prima volta che un uomo politico gravato di pesanti responsabilità di Governo si affermasse come punta di diamante di un programma di neutralità condizionale ossia di una politica fatta d trattative attorno a concessioni che richiedevano la neutralità fino al concludersi della guerra. Il periodico “Perseveranza”, di stampo neutralista e ministeriale, constatava come Giolitti si fosse trattenuto fermo sulla dichiarazione rilasciata alla Camera. Giolitti si era espresso dicendo che esistevano probabilità di ottenere “parecchio” senza l’intervento in guerra.
Avversi al pensiero di Giolitti erano la “Tribuna”, il “Messaggero” (giornale interprete dei gruppi radicali-massonici), i massoni della “Idea democratica” (giornale massonico) e i massoni del socialismo riformista. Il “Giornale d’Italia” il 13 febbraio 1915 scriveva: “È tempo di dire al popolo italiano che sarebbe stolto farsi delle illusioni sul prolungamento indefinito dell’odierno e non conclusivo ordine di cose: è tempo di fare la mobilitazione spirituale del Paese, anche se non si è stimato necessaria e indeclinabile la mobilitazione delle forze armate… L’Italia non può uscire dalla tremenda crisi europea e mondiale come oggi è… il popolo italiano deve unanimemente volere che il destino si compia in modo propizio all’onore, al prestigio, agli interessi della Patria… Prolungare indefinitamente l’attuale neutralità sarebbe proclamare la decadenza dell’Italia dal rango di grande Potenza, consegnarci mani e piedi legati all’arbitrio dei vincitori, all’odio dei vinti” (nota: l’Italia allora contava 36 milioni di abitanti).
I socialisti riformisti italiani sostenevano “che la vittoria dell’imperialismo germanico significherebbe la sconfitta e la distruzione della democrazia e della libertà in Europa”. La “Tribuna” di Roma parlava dell’Austria che non aveva avvisato l’Italia dell’aggressione alla Serbia per timore della disapprovazione da parte italiana, per l’interesse che l’Italia aveva nel mantenere l’equilibrio balcanico, ma con l’aggressione alla Serbia l’Austria era venuta meno alla considerazione degli interessi vitali dell’Italia. Alle incertezze che serpeggiavano in Italia, se entrare in guerra oppure restare neutrali, se appoggiarsi ancora alla Triplice oppure propendere per l’Intesa, si accompagnavano i diritti accampati da Inghilterra, Russia e Francia per la libera manovra nel Mediterraneo e nel Medio Oriente a tutela dei commerci e della sicurezza circa il mantenimento dei possedimenti acquisiti.
Immagine di Copertina tratta da ViaLibri.

