Dio da dio, dio da Dio
Parte III di 6
Interrompo momentaneamente il filo della dissertazione che mi ha condotto fin qui perché vorrei parlare di un argomento di altra fatta, quello dell’identità attribuita nei millenni all’Entità prima, perché nell’uomo preme la necessità di conoscere anche ciò che egli sa di non poter conoscere e allora, sospinto da un senso ricorrente di mistero, si costruisce immagini passibili di rivestirsi di identità variabili, a seconda delle condizioni storiche, politiche o di quant’altro intervenga a molestare i suoi giorni su un Pianeta martoriato da mille piaghe.
Io sono cresciuto in un ambiente cattolico e, per quanto le mie convinzioni in merito a un indirizzo confessionale abbiano subito modifiche e revisioni a seconda del mio peregrinare culturale fra ideologie e impostazioni dottrinali, sono ancora a chiedermi che cosa me ne faccio degli indottrinamenti impostimi in età infantile. Non ne ho tratto vantaggi sul piano spirituale, come sarebbe stato invece auspicabile e non ho raggiunto quella serenità che mi era stata a mezza voce promessa. È così che mi sono affidato alla mia mente e a lei ho rivolto gli interrogativi più pressanti, ben sapendo che neppure lì avrei scovato le risposte attese.
Un giorno, preso forse anche da pura curiosità, mi immersi nella lettura della Bibbia e, con il procedere fra le pagine, venni a trovarmi con la descrizione di realtà dai risvolti incomprensibili e con episodi segnati da forte contraddizione, sia all’interno dei concetti espressi dalla trama testuale sia qualora li avessi posti a confronto con la morale e con la logica di cui ci nutriamo ai giorni nostri. Notai che affiorava dal contesto una fondamentale dicotomia, successiva a quella già percorsa del Dio/dio. La riscontrai nella diversificazione qualitativa dell’idea che gli uomini avevano di Dio nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, Apparve chiaro, alla constatazione che lì per lì affiorava, che il Dio del Vecchio Testamento non era come quello invocato nel Nuovo Testamento, anzi, non era proprio quello, aveva cambiato in modo radicale la propria identità e il proprio atteggiamento verso gli uomini, come se si fosse trattato di un’altra persona, completamente irriconoscibile.
Iniziamo dalla Bibbia veterotestamentaria. Vi troviamo, senza molta fatica, la figura di un Dio padrone più che padre, un Dio all’occasione persino violento e crudele, poco benevolo verso il popolo eletto qualora questi non gli abbia attribuito gli onori dovuti, un Dio dispensatore di ostilità, di avversione, geloso e iroso al punto da scatenare episodi di crudeltà, di vendetta, seguiti da stragi e da copioso spargimento di sangue, un Dio pronto a mandare maledizioni su tutta una progenie, ma protettore, allorché se ne fosse presentata la necessità, nelle lotte ingaggiate contro i propri nemici. Ne riporto alcuni brevi esempi riferiti a quando il suo popolo aveva peccato di infedeltà, e Dio si era alterato tanto da dimostrarsi furibondo nei suoi confronti:
“Perché li voglio distruggere con la spada, con la fame, con la peste. E li verrò a trovare con quattro flagelli: la spada per ucciderli, i cani per sbranarli, gli uccelli del cielo e le bestie della terra per divorarli e disperderli. E farò venire i tuoi nemici da una terra che tu non conosci, perché nell’ira mia s’è acceso il fuoco, e divamperà sopra di voi. Una gran tempesta sorgerà dall’estremità della terra e gli uccisi del Signore in quel giorno saran da un’estremità della terra all’altra, giaceranno sopra la faccia della terra come concime. Ecco il turbine del Signore, il furore erompente, la bufera impietosa piomberà sul capo degli empi e sbranerò le loro interiora fino al cuore. Periscano sotto la spada, i loro bambini siano sfracellati, le loro donne gravide sventrate”.
Non occorre aggiungere altro, credo. Troviamo la descrizione di queste terribili promesse divine nei profeti Geremia e Osea, per chi vuol saperne di più. Per altro verso il Dio dei profeti vestiva all’occasione la corazza del combattente e interveniva personalmente nella mischia delle guerre fra popoli. Così si dice citando Giosuè che, sconfitti cinque re cananei a Gabaon, entra in scena testimoniando: “I nemici furon dunque tagliati a pezzi… li percosse, li uccise e li impiccò. Presa Macera, la passò a fil di spada, fino allo sterminio… uccise tutto quello che poteva respirare… Il Signore Dio d’Israele combatté per lui”.
Se soltanto ci vogliamo prendere la briga di mettere insieme le cifre dei morti massacrati enumerabili fra le pagine del Vecchio Testamento, senza trascurare il peso dei termini usati per descrivere le stragi avvenute, allora ci è facile ottenere, sicuramente in difetto, la terribile consistenza di un milione e 80 mila persone passate a fil di spada, così a me è risultato. Si tratta di una cifra che fa rabbrividire se si va ad aggiungere con quali mezzi venivano perpetrati gli eccidi di massa.
Se vi dedicate a scorrere con attenzione le pagine della Bibbia veterotestamentaria, provatevi, magari, a registrare quante volte sono ripetute le parole “sangue, ira, morte, spada, vendetta”. Non ci credete? Impossibile? Blasfemo? Apostatico? Sacrilego? Provate a leggere quei capitoli, ma leggeteli tutti: certo in seguito non vi prenderà cura di rileggerli ai vostri bambini!
A dirla tutta, neppure il Nuovo Testamento è riuscito a liberarsi dalla spinta alla violenza e all’oppressione organizzata, se andiamo a vedere che cosa occorse a note personalità storiche del pensiero, che non condividevano le menzogne e le così dette verità rivelate, nonché a una larga fascia di popolazione caduta nei sospetti delle autorità ecclesiali di tempi trascorsi. Ne abbiamo ulteriori esempi in alcune comunità e Ordini militari religiosi che in una serie di eventi storici si arricchirono sino a rappresentare, oltre una preda succulenta, anche un pericolo per la supremazia di potentati contigui, scomodi e pericolosi assai spesso per la fede di una moltitudine che faceva affidamento non sulla Volontà di Dio, ma sul potere e sulla ricchezza terrena.
Erano, questi ultimi, i “poveri” nella mia personale denominazione, nel senso della scansione sillabica: po-ve-ri ovvero potere-verità imposta-ricchezza. Così avvenne che caddero sotto la mannaia dei potenti del tempo uomini liberi e profondi pensatori, fra i quali vado annoverando personaggi come Giordano Bruno (16 febbraio 1600), Jacques De Molay (18 marzo 1314), Giovanna d’Arco (30 maggio 1431), Galileo Galilei, i Templari, le streghe mandate al rogo a migliaia, le crociate contro gli Albigesi e le sette ereticali, le vittime delle crociate in Terra Santa. Poi il mio sguardo si sposta sui popoli indigeni del Sud-America, su altri ai quali veniva imposto di abbracciare la fede cattolica e, ancora, sulla vendita delle indulgenze, sulla simonia, sull’infiltrazione in traffici finanziari a fine di speculazione e sulla gravitazione all’interno della sfera politica per trarne profitti terreni e sicurezza di dominio. Tutta una congerie di avvenimenti e di personaggi perversi portati in alto nel nome di Dio. Quale Dio?
Si potrebbe continuare su questo tono descrittivo, tanto da incontrarci con eccidi di massa, costituiti da decine e centinaia di migliaia di vittime, ma il mio scopo non è quello di stendere una triste cronaca, quanto piuttosto di sviluppare una riflessione sul canovaccio intrapreso, quello che riguarda l’identità del supposto Dio.
Ecco allora che mi viene da fare il punto su quella dicotomia che mi assilla da un po’ di tempo: il Dio del Nuovo Testamento, tutto amore e misericordia, per quale arcano motivo si differenzia così tanto dal Dio veterotestamentario? Gli hanno cambiato l’abito e i connotati, ne hanno fatto un’edizione nuova, riveduta e corretta, l’hanno depurato da un ignobile fardello fatto di ira, di vendetta, di massacri e lo hanno riproposto agli uomini per la loro tranquillità e per riavere fra le mani la loro fede, e farsene scudo di fronte alle correnti negativiste o teologiche avverse?
Mutati gli atteggiamenti e le promesse culturali della società umana, ovviamente non si poteva continuare a proporre un Dio rivestito di furore e di sentimenti profondamente umani o, meglio, bestiali. E, allora, se quel Dio era disposto a farsi identificare a seconda delle convenienze umane del momento, di quale Dio andiamo parlando? Torna qui il senso attribuito nelle mie precedenti considerazioni al titolo che introduce questo mio procedere con il pensiero critico e con la voglia di comprendere, di fare un po’ di chiarezza nel bagaglio culturale che, fin da bambino, mi hanno rinsaldato sulle mie gracili spalle.
Una cosa si impone con tutta evidenza. Il popolo del Vecchio Testamento non credeva in alcun Dio, non aveva un Dio che ne soprassedesse l’esistenza e di pari passo non credeva neppure nella sopravvivenza di un’anima immortale. Fu così che di Dio creò un’immagine a propria perfetta somiglianza, attribuendole i medesimi canoni della vita terrena, affettiva e istintuale, già presenti nell’umana natura.
Non molto diverso fu l’atteggiamento delle compagnie religiose allorché si prostrarono di fronte a una figura mistica che avrebbe dovuto garantire loro una “salvezza” promessa nel verificarsi di alcuni episodi critici. Un salto di qualità, dunque, e una ulteriore creazione immaginifica di un Dio supremo. Un Dio che, tutto amore e misericordia, come detto, non si risparmia comunque dal creare motivi incessanti di dolore e di sofferenza sulla Terra riservandoli a una umanità che lotta incessantemente per salvarsi sia dalle inclemenze geodinamiche, dalle malattie, dalle pandemie sia dalle avverse fortune. Non è possibile a una mente comune trovare una spiegazione al male che imperversa fra gli uomini, enfatizzato dalle inestinguibili guerre in ogni angolo del Pianeta, se su questo terreno che calpestiamo si distende la mano amorevole di Dio. Allora il Dio vero, al quale aneliamo, non sta qui di casa, ma nel mondo empireo delle nostre ricerche, ancora molto lontano da noi, e attende pur sempre una fortunosa apertura delle nostre menti.
Penso che la vita su questa Terra, se non è l’espressione di un passaggio purificatore e di conoscenza progressiva della Verità, sia dominata da un Dio che ha più attinenza con la rappresentazione che ne fu fatta nella Bibbia veterotestamentaria.
Qualcosa in merito ho ricavato nel seguire il pensiero degli Gnostici, dei Catari e di Giuda con il suo Vangelo apocrifo. Gli gnostici, sostenevano, hanno la conoscenza, pensano con la propria testa e non si lasciano ingannare. Sono illuminati da un Dio superiore, che libera, anziché rendere schiavi.
Una veloce distinzione: il cristianesimo ortodosso venera Gesù crocifisso; gli gnostici venerano la scintilla divina liberatasi dal corpo. Chi portava la croce sulla schiena, dice Gesù a Giuda, era Simone; ma chi soffrì e patì le atrocità della passione? Gesù come uomo o un altro uomo con le sue sembianze?
Ogni giorno mi guardo attorno e finisco sempre per constatare, rammaricato e rattristato, che si parla quasi soltanto di delitti, disastri, angherie d’ogni sorta, e guerre, guerre, sempre quelle maledette guerre.
L’eco delle mie letture mi trascinò a interessarmi dei binomi di stampo manicheo “bene-male”, “amore-odio”, “edificazione distruzione”, “perdono-vendetta” e via di seguito. Questa serie di binomi tornava insistentemente a ronzare nelle mie orecchie pungolandomi nel cercare di attribuire un senso alle contraddizioni infinite che incontravo nel corso delle mie letture. Contraddizioni che confluivano tutte nell’enunciato pluri-ossimorico disceso dalle mie letture e riflessioni: “Dio dell’amore” o “Dio della malvagità”?
La Divinità del nostro mondo, sempre nel pensiero degli Gnostici, è un’entità inferiore, malvagia, generatasi a causa di una caduta che si verificò nel buio eterno della sfera prossima all’Altissimo. Sarebbe stato Satanael, il primo figlio di Dio, a ingannare la fiducia dell’Assoluto. E fu questo momento fatidico, l’atto di ribellione di Satanael alla Volontà dell’Altissimo, a costituirsi come l’origine di tutti i mali abbattutisi sugli uomini e sulla loro progenie.
Il Dio del Vecchio Testamento, in questa ottica, nominato El, sarebbe accompagnato da due entità esecrabili: Nebro o Nebroel o Yaldabaoth o il Ribelle lordo di sangue, e Saklas, un’entità dotata di pura stupidità, figlio di Sophia, la Sapienza. Lo stesso Saklas avrebbe ingiunto ai propri angeli subordinati di creare “un uomo a somiglianza e immagine”.
Si sa che persino Saturnino, già all’inizio del secondo secolo dopo Cristo, si permise di indicare in Yahweh, il Dio del Vecchio Testamento, il principe malvagio di quegli Spiriti celesti che presiedono al nostro mondo.
Anche i Catari erano dell’idea che il nostro fosse il regno del male, governato da Satana. Per loro il Dio della storia ebraica non è altro che il diavolo in persona, grande maestro di seduzione e di perdizione. Noi, dunque, saremmo figli di un Dio minore, figli del demonio, eredi del male.
Sia i Catari sia gli Gnostici valutavano la Chiesa cattolica come un’istituzione asservita ai voleri di un padrone malvagio, Satanael o Yaldabaoth che instupidisce e inganna gli uomini con promesse fallaci di godimento terreno e di potere materiale.
Persino Giovanni, nel proprio Vangelo (8°, 44-47), fa dire a Gesù rivolto ai suoi discepoli: “Voi avete per padre il diavolo… A me perché vi dico la verità non credete… Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio”.
Egoismo, voracità, furore e sopravvivenza. Nel mondo c’è tutta una corsa a perpetuare la vita, a prolungarla, a renderla più confortevole e ricca, quasi dappertutto a dispetto di altri esseri viventi. Le piante crescono per cercare la luce e fanno questo sopprimendo quelle rimaste in ombra; catturano gli insetti con l’astuzia e l’inganno, si dotano di sostanze velenose per non essere divorate. Negli animali, i predatori cacciano e catturano le proprie prede per cibarsene e queste ultime sviluppano strategie maliziose per sfuggire alla cattura. Il mondo, tutto, è qualcosa che si potrebbe paragonare a un grande stomaco: un terreno di battaglia dove vige una lotta continua che ognuno ingaggia per assicurarsi di poter mangiare e fare di tutto per non farsi divorare.
In queste dinamiche si può notare la presenza di un’Intelligenza capace di creare programmazione progressiva.
Non solo intelligenza, ma malizia, calcolo, previsione degli effetti, espressione raffinata delle personali capacità convogliate alla trasmissione della vita, in una lotta incessante.
Tornando a piè pari allo scenario veterotestamentario, mi viene da affermare: o questo Dio, nel suo essere e dimostrarsi spietato, assetato di sangue, grondante odio per i nemici dichiarati, un Dio che arma il proprio popolo di altrettanto odio e di furore sadico spingendolo a massacrare i propri simili, o questo Dio, dicevo, è l’incarnazione stessa del male, quindi non è il Dio che cerchiamo e a cui aneliamo, ma Satana in persona; oppure è nulla di tutto ciò, ma semplicemente una metafora a cui qualcuno ha dato un volto umano perché gli serviva come realtà metafisica generatrice della volontà universale.
Torniamo al nocciolo della questione: nel procedere alla ricerca del significato racchiuso nella parola “Dio”, in base al credo cattolico, la via da seguire pare essere senza dubbio quella dei Vangeli. Di essi si conoscono bene i quattro canonici, ma si è trovato che esistono molte altre versioni di Vangeli, che assurgerebbero a una quantità di 21 e oltre.
Abbiamo a disposizione una discreta possibilità di ricorrere a quanto si dice anche nei Vangeli apocrifi. Sempre che, non potendo giurare sulla autenticità e sulla persona che li compose, non decidiamo di chiamare apocrifi anche i quattro testi dichiarati canonici, quelli dunque approvati dalla Chiesa cattolica. Qui, però, mi pare doveroso andare a curiosare fra le righe di alcuni reperti ritrovati dopo un lungo loro silenzio perdurato sedici secoli e oltre.
La versione che ho trovato di un certo particolare interesse è, a parer mio, quella esposta nel documento a cui fu data la titolazione “Vangelo di Giuda”.
Immagine di Copertina tratta da TicinoLive.

