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Metodologia della ricerca storica
Relazione sintetica sullo sviluppo di alcuni concetti, dagli scritti di:
F. Braudel – C. Klapisch-Zuber – C. Ginzburg – J. Scott – E.P. Thompson – J. Walkowitz
Parte I di 4
- IL TEMPO STORICO
La storiografia ha sempre tenuto conto di un aspetto della realtà sociale, relativo alla durata sociale, ai tempi molteplici e contraddittori della vita degli uomini. In questa direzione va assumendo grande importanza l’utilità della dialettica della durata, tale quale essa scaturisce dalla pratica, dalla ripetuta osservazione operata dallo storico.
Nulla è più importante, come asserisce Fernand Braudel, al centro della realtà sociale, della contrapposizione intima, viva, indefinitamente ripetuta, tra l’istante e il tempo che scorre lentamente. Si tratta della pluralità del tempo sociale, la consapevolezza della quale è indispensabile per una metodologia comune delle scienze dell’uomo.
La storiografia tradizionale, dice F. Braudel, rivolta ai ritmi brevi del tempo, all’individuo, all’événement, si affidava al racconto frettoloso, drammatico, di breve respiro.
La nuova storiografia economica e sociale, per altro verso, nell’evolversi della sua ricerca, attribuisce priorità alle oscillazioni cicliche e carica di particolare significato la validità delle loro durate. Abbiamo dunque una nuova forma di recitativo, nella quale il passato ricompare in fasce temporali particolarmente dilatate.
Ancora, si dà una storia di respiro più ampio, capace di abbracciare i secoli, la storia di lunghissima durata.
La discussione intrapresa da F. Braudel si colloca all’interno di queste definizioni, fra l’istante e la lunga durata.
Riandando alla prima delle formule menzionate, Braudel ricorda quanto il termine événement sia prossimo al concetto di esplosione, di qualcosa di rumorosamente nuovo ed effimero insieme. Nondimeno esso può caricarsi di significati, di relazioni sino anche ad appropriarsi di un tempo molto più lungo rispetto a quella che è la propria durata. Braudel accorda la preferenza al concetto di “tempo breve”, rispetto a quello di tempo événementiel, riportando l’attenzione al tempo commisurato all’individuo e alla vita di ogni giorno. In considerazione delle sfaccettature della vita di ogni giorno, inoltre, esiste un tempo breve per ognuno degli aspetti di tale vita, in campo economico e sociale come in campo letterario, istituzionale, religioso o politico.
Il passato sembra dunque consistere, dice ancora Braudel, in una massa di piccoli fatti, una massa che, peraltro, non costituisce tutta la realtà: quanto autorizza a nutrire diffidenza nei confronti della storiografia événementielle. La storiografia degli ultimi cento anni, infatti, quasi sempre politica, molto attenta ai “grandi avvenimenti”, ha offerto tutta la propria considerazione al tempo breve.
La recente rottura con le forme tradizionali del XIX secolo ha portato a uno sconvolgimento e a un rinnovamento, di cui l’espressione più notevole è stata l’alterazione del tempo storico tradizionale; nel senso che fenomeni attuali di particolare variabilità e dinamismo, come l’andamento demografico, il movimento dei salari, i problemi alimentari, le congestioni da traffico e via dicendo, richiedono il ricorso a misure più ampie e all’adozione di scale di nuovo tipo. Il nuovo modello di racconto storiografico che viene richiesto assume dunque i caratteri di un “recitativo” del ciclo o, meglio, dell’“interciclo”. Tuttavia, riferisce F. Braudel, il superamento che avrebbe dovuto condurre alla lunga durata non è stato la regola; anzi, si verifica un ritorno al tempo breve, forse per qualche urgenza che consiglia di cucire insieme la storia “ciclica” e la storia tradizionale a tempo breve, a tutto svantaggio della proiezione verso l’ignoto. Si ha esempio di un tentativo di legare insieme un nuovo stile, riferito alla drammaticità economica di breve durata degli avvenimenti storici caratteristici della Rivoluzione francese, e uno stile vecchissimo, relativo alla drammaticità politica delle giornate rivoluzionarie: un esempio di tale genere si ritrova in Ernest Labrousse (Comment naissent les révolutions, Congresso internazionale di Parigi, 1948).
Una prima chiave per introdurre alla storia di lunga durata è rappresentata, secondo Braudel, dalle considerazioni offerte dalla “tendenza secolare” alla quale si interessano gli economisti nell’analisi delle crisi strutturali. Una seconda chiave è indicata con il termine “struttura” che risponde ai concetti di organizzazione, di coerenza, di rapporti stabili tra realtà e masse sociali. Struttura è sinonimo di connessione, di architettura, soprattutto di realtà che permea molto a lungo il tempo storico. Le strutture sono al tempo stesso sostegni e ostacoli: in questa seconda accezione si pongono come limiti che vincolano l’uomo e le sue esperienze (ad esempio: i quadri mentali, le costrizioni spirituali, le realtà biologiche, la produttività).
In campo economico emerge una innegabile difficoltà, allorquando vengono prodigati sforzi nel tentativo di scoprirvi la lunga durata, dove i vecchi modi di pensare e di agire si rivelano come schemi duri a morire, talvolta contro ogni logica. Le caratteristiche principali del capitalismo mercantile nell’Europa occidentale, ad esempio, un fenomeno definibile di lunga durata, presentano alcuni tratti comuni immutabili, all’interno di un insieme denso di rotture e sconvolgimenti forieri di rapidi mutamenti.
La lunga durata, vista alla lente dei diversi tempi della storia, si presenta come una realtà ingombrante, complicata, spesso inedita, difficile a incontrare consensi, per il fatto stesso che richiede un cambiamento di stile, di atteggiamento, un mutamento di mentalità, una concezione del tutto nuova dei fatti sociali, un doversi affidare a un tempo rallentato, a volte quasi al limite della immobilità. Ma è proprio per questo che, per lo storico, è lecito liberarsi dall’esigente tempo della storia, per uscirne e quindi rientrarvi con un altro modo di vedere, con rinnovata curiosità e anche con altre inquietudini. Tutto ciò consente di ripensare la totalità della storia, come a partire da una infrastruttura.
La storia, nella valutazione di F. Braudel, è la somma di tutte le storie possibili, un insieme di tecniche e di punti di vista di ieri, di oggi, di domani. Il problema sta sempre nel cogliere tutto l’insieme; l’errore risiederebbe nel voler scegliere uno solo degli indirizzi possibili, trascurando gli altri.
La nuova “scienza” storica ha visto gli albori in Francia, a partire dal 1900, con la “Revue de Synthèse historique” e con le “Annales” a partire dal 1929, con l’orientamento intenzionale dell’attenzione su tutte le scienze dell’uomo, le quali si richiamano reciprocamente, parlano e possono parlare lo stesso linguaggio. Si tratta, in ogni caso, di definire una gerarchia di forze, di correnti, di movimenti particolari e, in seguito, di riafferrare degli insiemi. Si tratta di una ricerca che richiede di distinguere tra movimenti lunghi e pulsioni brevi, tra immediatezza causale e ampio respiro temporale. È così che ogni “attualità” comprende in sé movimenti di diversa origine e di diverso ritmo, prova ne sia che il tempo di oggi risale a pieno diritto a un passato prossimo, a uno più lontano e a uno remotissimo.
Se ammettiamo, con F. Braudel, che non è tanto la durata a essere una creazione del nostro spirito, quanto piuttosto il frazionamento di questa durata, e che questi frammenti si ricompongono alla fine del nostro lavoro, è da dirsi, allora, che lunga durata, congiuntura, avvenimento, si connettono fra di loro senza difficoltà, per il fatto che essi si misurano in base alla stessa scala.
Nella prospettiva impostata da Edward P. Thompson (Società patrizia, Cultura plebea, 1981), è consolidato che gli anni compresi tra il 1300 e il 1650 abbiano fatto registrare cambiamenti importanti nella percezione del tempo all’interno della cultura intellettuale dell’Europa occidentale. L’immagine dell’orologio, in questo periodo, viene a occupare una posizione di privilegio, dando forma a una scena completamente diversa da quella che si può attribuire alla vita dei popoli primitivi, dove il calcolo del tempo è per lo più collegato ai processi familiari lungo il ciclo riempito dal lavoro e dalle attività domestiche.
Nelle società contadine un efficace orientamento nella misura del tempo era organizzato in base al compito; tale uso giocò un ruolo di rilievo nelle attività domestiche e sociali e spinse molto avanti nel tempo la propria persistenza.
L’orologio fece la sua comparsa sui campanili e sui palazzi comunali dal secolo XIV in avanti, senza tuttavia soppiantare le meridiane, garanti di precisione e attendibilità. Un notevole progresso nella precisione degli orologi domestici si registrò in seguito al 1658, con la comparsa del pendolo. Intorno al 1800 l’orologio aveva raggiunto ormai una notevole diffusione, ma è presumibile che la misura meccanica del tempo costituisse un privilegio riservato alla piccola nobiltà di campagna, agli artigiani, ai commercianti di un certo livello sociale, tanto che gli orologi venivano considerati articoli di lusso e, pertanto, tassabili. Soltanto verso la fine del secolo XVIII l’enfasi andò spostandosi dal “lusso” all’ “utilità”. Un forte impulso alla diffusione degli orologi venne dalla richiesta di una maggiore sincronizzazione del lavoro, derivata dalla rivoluzione industriale.
Nel lavoro, l’attenzione rivolta al tempo dipende in grande misura dalla necessità di sincronizzare il lavoro stesso. Per tutto il tempo in cui l’attività manifatturiera continuò a essere gestita su scala familiare o di piccola bottega, in assenza di complesse suddivisioni dei processi di lavorazione, il grado di sincronizzazione non assumeva un peso rilevante e pertanto favoriva un orientamento in base ai compiti. Un fattore concomitante a questo tipo di orientamento era una certa irregolarità della giornata e della settimana lavorativa, che diventava, in occasione del succedersi di feste tradizionali e di fiere, una più vasta irregolarità dell’anno lavorativo. La giornata di un bracciante del XIX secolo poteva essere una somma di lavoro a cottimo e di lavoro salariato, ma nella economia contadina il lavoro che richiedeva più fatica e che occupava più tempo era quello della moglie del bracciante. Una parte del lavoro della donna, in particolare quella riguardante la cura dei bambini, era di gran lunga la più orientata in base ai compiti: una situazione, questa, ancora vera ai giorni nostri allorché la madre di bambini piccoli, ancorata a una percezione imperfetta del tempo, non può evitare di risentire di convenzioni appartenute alla società “preindustriale”.
Thompson non pone attenzione soltanto ai cambiamenti delle tecniche di produzione che pongono l’esigenza di maggiore sincronizzazione del lavoro e di una maggiore precisione nei ritmi orari, ma anche al modo in cui tali cambiamenti sono stati vissuti nella società del nascente capitalismo industriale. Così le scuole dovevano insegnare i valori dell’operosità, della frugalità, dell’ordine e della regolarità a scolari che erano costretti ad alzarsi di buon’ora e a osservare gli orari con estrema puntualità. Così il bambino, già all’età di sei o sette anni, doveva essere abituato al lavoro e alla fatica. Esortazioni alla puntualità e alla disciplina si trovavano nei regolamenti di tutte le scuole dell’epoca. Quello della scuola diventava, per i bambini, un nuovo universo del tempo disciplinato.
L’attaccamento alle antiche abitudini di lavoro non fu senza reazioni a questa nuova disciplina del tempo: una semplice resistenza, come poteva essere all’inizio, si trasformò ben presto in lotta, non contro il tempo, ma intorno a esso, con le prime conquiste di riduzione dell’orario di lavoro.
In seguito, vennero prodigati ingenti sforzi perché la disciplina del tempo fosse interiorizzata. Si doveva usare il tempo con economia, perché il tempo equivaleva al denaro e, per tutto il secolo XIX, la propaganda sul risparmio del tempo continuò a investire la classe operaia, mentre le classi agiate iniziavano a scoprire il “problema” del tempo libero delle masse.
Thompson fa notare come una forma di rivolta nel capitalismo industriale dell’Occidente si sia spesso manifestata nel deridere l’urgenza dei rispettabili valori temporali. Con il venir meno della valutazione puritana del tempo, contemporaneamente al dissolvimento della povertà, può darsi, si chiede Thompson, che agli uomini venga meno anche quella urgenza irrequieta di consumare il tempo in modo produttivo che ha oppresso così a lungo la classe lavoratrice.
Immagine di Copertina tratta da APT.

