Alpini nella Grande Guerra
Parte III di 3
Relazione Riassuntiva del Superiore Comando italiano del 30 dicembre 1916. “Nella giornata del 23 i battaglioni Feltre e Monte Rosa conquistarono la vetta del Gardinal a 2354 metri. Il 25 settembre il battaglione alpini Monte Rosa, scalate le ripide rocce a nordest del Cauriol, dopo quattro ore di accaniti assalti espugnava una forte posizione in cresta 2318 metri di altitudine”. Il 6 ottobre 1916 il battaglione alpini Monte Arvenis assaliva ed espugnava la vetta 2456 nel massiccio di Busa Alta. Gli austriaci tentarono di riprendere il terreno perso, “ma i nostri saldi alpini ressero virilmente agli effetti del terribile fuoco del nemico e ne ricacciarono ogni volta con impeto le ondate di assalto”. Il 9 ottobre 1916 il battaglione alpino Monte Berico superava le pareti a picco del Dente del Pasubio, ingaggiava un furioso corpo a corpo conquistandone la parte meridionale. Ancora il 9 ottobre gli austriaci spinsero 33 battaglioni di truppe scelte da montagna e riuscirono a occupare alcune nostre trincee sulle pendici di Cima di Bocche, ma “bersaglieri e alpini, gareggiando in valore, ruppero ogni volta l’impeto del nemico, indi lo contrattaccarono e fugarono alla baionetta infliggendogli perdite grevissime e prendendogli 37 prigionieri”.
“Il Re chiuse il 1916 facendo una lunga distribuzione di medaglie d’oro e d’argento al valore a trentotto reggimenti, segnalatisi per atti di valore collettivo”. Fra le tante veniva assegnata, per l’art. 2 del reale decreto, la Medaglia d’Argento al 2° Reggimento Alpini, con i battaglioni Val Varaita, Val Maira, Argentera e Monviso, accompagnata dalla motivazione: “Sin dal primo giorno di guerra, con indomito valore i battaglioni Val Varaita e Val Maira, concorsero in lotte aspre e sanguinose contro preponderanti forze nemiche alla conquista e alla tenace difesa delle importantissime posizioni del Pal Piccolo, Freikofel, Pal Grande (24 maggio – 4 luglio 1915). Fulgido esempio di valore e di virtù militari, i battaglioni Val Maira, Argentera e Monviso, resistettero tenacemente con gravi perdite a superiori forze nemiche, mantenevano importantissime posizioni a Monte Fior e Castel Gomberto (6-7 e 8 giugno 1916)”.
Nella notte sul 4 giugno nuovi tentativi di incursione furono portati dagli austriaci sul Vodice, su Gorizia e sul San Marco, sempre respinti dalle nostre truppe. Così pure si verificò sul Carso, con l’attacco al Dosso Faiti, a Castagnevizza e al Versic. Nella guerra di montagna fu il battaglione alpino Val Baltea ad attaccare la forte posizione di Corno Cavento (3400 m), espugnandola. Si ottennero successi sull’Ortigara, in Valle San Pellegrino, sul Monte Rombon, sul settore di Tolmino, sulla rotabile di Chiapovano e nei pressi di Castagnevizza. Con la conquista dell’Ortigara, il 19 giugno, la 52a divisione italiana catturava 936 austriaci di cui 74 ufficiali. L’azione per la conquista del Monte Ortigara aveva avuto inizio il 10 giugno allorché “colonne di alpini occupavano il Passo dell’Agnella e risalivano di là alla punta di quota 2101 dell’Ortigara”, potente caposaldo austriaco, “punta di congiunzione tra le difese dell’altopiano e quelle di Valsugana”. Tra il 13 e il 15 giugno gli austriaci tentarono senza esiti di riprendere la posizione persa.
Il 20 giugno sul Piccolo Laguazoi i nostri fecero esplodere una mina che ebbe ragione del presidio austriaco. “In seguito, appoggiati dal fuoco di artiglieria, i nostri alpini, con ardito slancio, conquistarono la cima di quota 2668”, come riferito dal Bollettino del 21 giugno. Sul Piccolo Laguazoi (2779 m) la vetta era tenuta dagli austriaci. Più in basso correva la così detta Cengia Martini, occupata dai nostri. Gli austriaci avevano cercato di annientarli facendo brillare una mina il precedente 4 gennaio 1917, ma il tentativo si era concluso con un insuccesso. Di riscontro i nostri prepararono una poderosa mina sotto la posizione nemica di quota 2668, che esplose distruggendo l’intero presidio austriaco. “Subito dopo, protetti dal fuoco di sbarramento dell’artiglieria, i nostri alpini scalarono la ripida parete sopra la cengia e occuparono stabilmente la cima 2668.
Nella notte sul 15 giugno “un distaccamento di due battaglioni (37° Bersaglieri e alpini Cervino) e reparti ausiliari, sorprendendo completamente l’avversario, forzava il passaggio dell’Isonzo tra Saga e Bodrez, sistemandosi in una improvvisa piccola testa di ponte sulla sinistra del fiume”. Il 4 giugno si ebbero scontri cruenti sul San Marco, sul Dosso Faiti, nelle posizioni tra Versic (sic! intendi Vršič) e Jamiano, dove rifulse il valore, fra gli altri, del 1° e 2° reggimento Granatieri di Sardegna.
Nel settore più a nord dell’Altipiano di Asiago la 52a divisione con i suoi raggruppamenti alpini conquistava, dal 10 al 19 giugno, il Passo dell’Agnella e il massiccio dell’Ortigara (2105 m). “Con arditissime scalate, nella seconda metà di maggio e nella prima di giugno, nuclei di alpini occupavano parecchi punti dominanti alla testata della Val Zebrù (Ortler) e il 15 giugno, col concorso di reparti skiatori, espugnarono, tra le vette dell’Adamello, il Corno di Cavento, caposaldo delle difese austriache di Val Fumo e di Val di Genova”.
Tra il 26 e il 27 luglio infierivano scontri cruenti sulla Bainsizza: “Sull’altopiano della Bainsizza l’intensità della lotta è aumentata. Le nostre truppe affrontano risolutamente le nuove resistenze nemiche e le hanno in più punti travolte. Si distinsero per eroico contegno i battaglioni alpini Monte Tonale e Monte Pasubio”, con la cattura di oltre 500 avversari.
Sugli Altipiani di Asiago, nella giornata del 15 novembre 1917, dopo la disfatta di Caporetto, il battaglione alpini Marmolada, investito da tre violenti attacchi di forze austro-tedesche al Monte Tondarecar, contrattaccava ricacciando gli attaccanti. La mattina del 16 il IV battaglione del 57° reggimento galiziano tentò di passare il Piave a Folina (sic. – Follina è un comune italiano di 3513 abitanti della provincia di Treviso in Veneto), inutilmente. Un comunicato del 19 novembre diceva degli austro-tedeschi avanzati sino alle Melette, a Monte Tondarecar, all’Altipiano di Asiago, a San Marino in Valsugana e sui monti tra Brenta e Piave.
Erano spinte avanti quattro divisioni austro-tedesche, con almeno 50 battaglioni. Gli attacchi furono neutralizzati dalla brigata Perugia e dai battaglioni alpini Stelvio, Saccarella (sic, battaglione alpino Monte Saccarello), Pasubio, Cervino. Anche l’attacco al Col Berretta fu rigettato, distinguendosi il I battaglione del 6° Fanteria (brigata Aosta) e la 263a compagnia del battaglione alpini Val Brenta.
Il 25 novembre gli austro-tedeschi puntavano a impadronirsi della linea Monte Pertica – Col dell’Orso – Monte Solarolo – Monte Spinoncia, ma dovettero desistere. Gli austro-tedeschi avevano impegnato almeno quattro divisioni, fra cui l’Alpenkorps germanico. La 22a divisione austriaca, formata dai Kaiserchützen, operava presso il Monte Pertica; la 50a nella zona del Monfenera. Tra il Monte Tomba e il Piave, i battaglioni alpini Val Cordevole e Courmajeur ebbero ragione dei battaglioni dell’Alpenkorps.
Il 26 novembre, in zona Col della Berretta, gli austro-tedeschi, con la loro 3a divisione austriaca Edelweiss, si scontrarono con la brigata Aosta, con la brigata Messina e con il battaglione alpini Val Brenta costringendo gli aggressori alla ritirata. La Divisione Edelweiss era costituita da fanti tedeschi del 142° reggimento di Linz e del 59° reggimento di Salisburgo, più i Kaiserjäger o cacciatori imperiali tirolesi del 3° e del 4° reggimento. Nel frattempo, il 1° reggimento Kaiserjäger attaccava il presidio di Monte Zomo.
Il 6 dicembre il generale Diaz comunicava: “Sul Monte Fior e Monte Castelgomberto alcuni reparti di alpini, rimasti isolati, hanno preferito alla eventualità dell’incerto ripiegamento, il glorioso sacrificio di un’eroica difesa a oltranza”.
Nel Bollettino del 15 dicembre il Comando Supremo comunicava: “Il contegno delle nostre truppe della 4a Armata nella lotta che da quattro giorni si svolge asprissima e cruenta fra Brenta e Piave, è pari alla grandezza dell’ora”. Nella resistenza per il Monte Solarolo si distinsero, oltre alcune brigate di Fanteria, il 3° Raggruppamento alpino e i battaglioni alpini “Monte Pavione, Val Maira che sul fondo di Val Calcino, sbarrando la via al nemico, con glorioso sacrificio hanno affermato ancora una volta l’eroico motto: «Di qui non si passa», insegna e vanto degli alpini nostri”.
Tutto riprese verso mezzogiorno… Le trincee del Monte Valderoa e una parte del Solarolo erano cadute in mano al nemico, quando un contrattacco prontamente iniziato da alpini e da una brigata di Fanteria… ha contenuto i tedeschi e li ha spinti indietro, rifacendoci padroni della linea intera. Gli scontri proseguirono il 18 dicembre allorché gli austro-tedeschi, pressati dalle prime nevicate che minacciavano di metterli in serie difficoltà, mossero dal Col Caprile al Monte Pertica, con assalti sulla zona fra il Brenta e Val Casilla.
La lotta riprese tra il 23 e il 24 dicembre.
. “La combattività dei fanti e degli alpini, ai quali si aggiunsero poi i bersaglieri, fu piena di impeto”, i quali a notte mossero al contrattacco. “Una colonna nemica, che da Bertigo avanzava sulle alture a ovest di Malga Costalunga, venne annientata dal fuoco; un battaglione riuscì a strappare al nemico e a tenere per qualche tempo la vetta del Monte di Valbella, mentre altri reparti, risalite le pendici del Col del Rosso, impegnavano duramente in una lotta corpo a corpo l’avversario sotto la vetta del monte”.
Contro l’Asolone, in mano agli austro-tedeschi, si mossero i nostri il 15 gennaio, irrompendo e facendo 283 prigionieri per la maggior parte del 47° reggimento di fanteria austriaca. “Verso nordest, fra Monte Valderna e il Solarolo, a sinistra di Val Calcino… la titanica resistenza degli alpini e dei fanti ha arrestato l’invasione nemica”.
Nella seconda metà di dicembre 1917 gli austriaci avevano conquistato la Cima Echele, il Monte Valbella e il Col del Rosso, nel tentativo agognato di raggiungere la pianura, ma furono presi di sorpresa: erano rimasti al riparo nei ricoveri nella certezza che i bombardamenti italiani sarebbero durati più a lungo. I nostri si scontrarono con la 106a divisione Landsturm e con la 6a e 21a Schützen. Si combatté persino corpo a corpo: fanti, bersaglieri e alpini. In fondo alla Val Brenta, intanto, reparti alpini tenevano impegnati gli austriaci per impedire loro la risalita della Valle con lo scopo di portare aiuto alle proprie truppe in lizza.
La lotta riprese il 30 gennaio con vittorie italiane in Val Frenzela, sul Col del Rosso, sul Col d’Echele e sul Monte di Valbella. Gli austriaci dovettero cedere duemila uomini, più di cento ufficiali, oltre a 6 cannoni, un centinaio di mitragliatrici, molte bombarde, migliaia di fucili e abbondanti munizioni e materiali di guerra. Nelle azioni dei giorni 28 e 29, insieme all’eroica brigata Sassari, alla IV brigata bersaglieri, furono i battaglioni alpini Val d’Adige, Stelvio, Monte Baldo e Tirano a distinguersi per eccellenza combattiva.
Sul farsi di queste battaglie l’Agenzia Stefani comunicava: “Alle 3,30 del mattino del 28 le nostre fanterie muovevano contro il fronte Cima Valbella, Col del Rosso, Col d’Echele, Croce di San Francesco, Sasso Rosso, spingendosi verso la Val d’Assa e il Monte Sisemol. Verso le ore 5 nostri reparti alpini avevano già raggiunto la chiesa di San Francesco, nonostante l’accanita difesa opposta dal nemico; a sera la chiesa, il Monte Cornone e quota 1109 di Sasso Rosso erano in loro possesso.
Ancora il Corriere della Sera: “Tutta la preparazione di questi combattimenti è stata curata dal Comando della 1a Armata. È noto che prime puntate contro il nemico furono mosse dagli alpini dal fondo della Val Brenta nella direzione di Foza. Gli alpini uscirono assai prima dell’alba, ancora al lume di luna, si inerpicarono su per le scogliere di Sasso Rosso e di San Francesco. Era una scalata vertiginosa fra rocce e burroni, ma gli alpini del battaglione Stelvio e del battaglione Val d’Adige vi salirono rapidamente, portando le mitragliatrici sulle spalle, e i primi prigionieri del battaglione furono sedici vedette austriache. Gli alpini, dopo di aver conquistata, perduta e riconquistata la posizione della Croce di San Francesco, passarono avanti, vinsero la feroce resistenza austriaca, puntarono su Cima Cornone (1048 metri) e l’occuparono, puntarono su Sasso Rosso e vi conquistarono la quota 1109; e vi sono restati e rafforzati. Hanno avuto stanotte contrattacchi furiosi, ma gli alpini non si sono mossi”. Nell’azione si distinguevano ancora la brigata Sassari e la IV brigata bersaglieri.
“Le alture si presentavano così: a destra il Col d’Echele, sul bordo precipitoso di Val Frenzela, tutto pieno di annidamenti di mitragliatrici; più a sinistra il Col del Rosso; più a sinistra ancora, il Monte Valbella, più alto degli altri. Al di là di queste cime da espugnare passa la strada delle Portecche, l’arteria dei rifornimenti nemici. Lungo la Val Frenzela scende la strada di Stoccareddo, altra via di affluenza avversaria sul Col d’Echele, Bisognava bloccare queste strade. A destra questo compito fu affidato agli alpini, che hanno fatto prodigi. Già da qualche settimana sottili reparti alpini avevano ripassato la Val Stagna, e inerpicatisi sulle rocce paurose del bordo del Sasso Rosso (1196 m), avevano ripreso le scogliere fantastiche del Cornone (1065 m, poco a sud del Sasso Rosso), che strapiombano sulla Val Brenta.

Alla vigilia dell’azione, un reparto alpino, insinuatosi in fondo a Val Frenzela, si era arrampicato sui dirupi quasi inaccessibili del profondo burrone arrivando a rannicchiarsi sotto al ciglione, presso una balza a picco che si chiama Pizzo Razea a poche centinaia di metri a oriente del Col d’Echele, per cooperare con un attacco di fianco all’assalto del Colle. Assai prima dell’alba, lunedì alle tre del mattino, a notte fonda, alcuni elementi di un battaglione alpino scalavano il versante opposto di Val Frenzela, di fronte al Pizzo Razea, e attaccavano risolutamente, in direzione nord, il costone di San Francesco che è un prolungamento delle alture di Foza, cioè verso le Melette. La conca di Foza era un centro di ammassamento austriaco, e gli alpini si gettavano audacemente a impegnare le riserve nemiche per inchiodarle. Il loro slancio fu così risoluto e rapido che, quando giunsero alla sommità del costone, alla cappelletta di San Francesco, essi avevano catturato più nemici di quanti essi non fossero. Mentre gli alpini dei battaglioni Tirano, Sette Comuni, Stelvio agivano così all’estrema destra, un’analoga azione era compiuta alla estrema sinistra della linea di battaglia del 20° reggimento bersaglieri della famosa IV brigata. Il Col del Rosso fu definitivamente occupato. Il Col d’Echele cedette subito dopo, investito da tre lati, dagli alpini che si erano arrampicati dalla Val Frenzela, e dai sardi della brigata Sassari che assalivano di fronte e di fianco”.
Il Valbella, difeso da un reggimento ungherese, cadeva per ultimo alle ore 10 del martedì. “Intanto gli alpini all’estrema destra, assalivano dal Cornone il Sasso Rosso e si impossessavano del bordo meridionale di quella grande spianata rocciosa”.
L’invasione del giugno 1918 fu arginata dalla resistenza del Pasubio e della Valsugana. Era stato il battaglione alpini Vicenza a lanciare l’assalto sul Monte Corno, impadronendosi della prima guglia a 1765 metri, quando la cima i 1801 metri rimase in mano agli austriaci, Fu qui, a occidente di Monte Corno, che caddero prigionieri il capitano Cesare Battisti e il tenente Fabio Filzi.
In zona Tonale gli Alpini, il 25 maggio, con proseguimento nella notte sul 26, attaccarono la Cima dello Zigolon a 3040 metri riuscendo a impadronirsi del costone delle Marocche, de Passo di Monticello, della Cima Presena a 3069 metri. Si distinsero nell’impresa i battaglioni alpini Cavento, Edolo e Mandrone. Fecero 870 prigionieri, di cui 14 ufficiali e catturarono 12 cannoni, 14 bombarde e mortai da trincea, oltre a 25 mitragliatrici e a numerose centinaia di fucili, con grande quantitativo di materiale bellico. Inutile fu l’attacco sferrato dagli austriaci il giorno 26 in Vallarsa per cercare di sottrarre ai nostri il possesso del Monte Cornone. Anche in Val Posina e al Sasso Rosso i nostri ebbero ragione di alcune pattuglie austriache.
L’Agenzia Stefani emetteva un comunicato nei seguenti termini: “Aspre rocce, ghiacciai perenni e nevi formano il terreno della brillante operazione svolta dai nostri alpini tra la Sella del Tonale e l’alta Valle di Genova”. L’impresa affrontata dagli alpini si realizzò in due fasi. Nella prima era l’artiglieria nostra a sorreggere le azioni dimostrative di pattuglie avanzate, che permisero a nostre colonne leggere di attraversare la Conca di Lagoscuro e di raggiungere la Conca di Presena a quota 3069, sgominando le difese del Passo Maroccaro, prendendo possesso di quota 3052 e del Passo Presena (quota 3011). Nel medesimo tempo altri nuclei di alpini prendevano possesso della cima dello Zigolon a 3040 metri e del costone roccioso delle Marocche proteso verso la Val di Genova. Gli alpini, successivamente, conquistarono la cima di Presena. Di qui prendeva corso la seconda fase dell’impresa. Sempre avanzando, i nostri alpini conquistavano i Passi del Paradiso e d del Monticello, le quote 2609 e 2558, sfidando il fuoco sviluppato dai Kaiserchützen e travolgendone le difese”.
Ecco la descrizione fornita dal corrispondente giotnalista Arnaldo Fraccaroli: “La conca dei laghi di Presena e i torrioni di rocce nell’arco fra Cima Presena e il Passo del Monticello erano una successione di ridottini armatissimi. Gli alpini dovettero assalirli uno per uno, vincerne la disperatissima difesa, mentre da tutte le altre posizioni ancora austriache arrivavano colpi di mitraglia e fucilate. Sino alla notte del 28 i nostri sostennero numerosi scontri a Capo Sile, riducendo all’impotenza gli avversari”.
L’attacco si svolse nei giorni 12 e 13 giugno. Gli attaccanti, dopo dura lotta, furono respinti ma pare che stessero preparando un attacco ben più poderoso, da effettuarsi in grande stile. Era sullo sbocco della Val Camonica, per poter penetrare nell’alta Lombardia, che il generale Conrad von Hötzendorf puntava, appoggiato dal collega generale Krobatin. All’assalto le formazioni austriache avevano lanciato i battaglioni 5°, 31° e 61° di Feldjäger con reparti di Stormtruppen, ottenendo parziali successi sulle difese di Cima Cady, nonostante la resistenza dei nuclei italiani ne sbarrasse l’avanzata. Nostri reparti alpini si spinsero subito al contrattacco e riuscirono a impedire l’ulteriore avanzata degli austriaci verso le nostre difese del Tonale.
Arnaldo Fraccaroli il 15 giugno scriveva sul Corriere della Sera: “Verso sera gli alpini contrattaccarono nuovamente, si gettarono alla baionetta contro i piccoli posti, perduti a mezzogiorno, e ne riconquistarono due, facendo una ottantina di prigionieri e catturando alcune mitragliatrici leggere. Poi, in un impeto successivo, riconquistarono anche il terzo piccolo posto, asserragliando altri prigionieri e prendendo altro materiale”. Medesima reazione svilupparono respingendo un attacco austriaco mosso nelle ore notturne. Il numero complessivo dei prigionieri catturati dai nostri fu di 11 ufficiali e 185 soldati.
Il Bollettino del 18 giugno parlava delle prove di avanzata degli austriaci su Maserada e su Candelù, tutte vanificate dai contrattacchi dei nostri. Altri attacchi austriaci furono respinti sul Montello e in fondo alla Val Brenta. Contingenti nostri e francesi ripresero il Pizzo Razea e la zona a sudest di Sasso. Fra i numerosi altri reparti si distinsero i battaglioni alpini Monte Clapier, Tolmezzo e Monterosa.
Il 24 giugno la battaglia poteva considerarsi terminata. Il Bollettino ufficiale del 25 luglio (sic, più verosimilmente 25 giugno) parlava della cattura di 18 ufficiali e 1607 soldati austriaci e “Nella zona del Tonale arditi alpini con riuscito colpo di mano catturarono al completo il presidio di un posto avanzato nemico a sudest della Punta di Ercavallo”.
Truppe italiane raggiungevano e superavano Cismon. Alle ore 16,30 del 30 ottobre entravano in Feltre, devastata dagli austriaci occupanti aggrediti dagli stessi cittadini che avevano disseppellito le armi nascoste dando inizio alla liberazione della città prima ancora che arrivassero le truppe italiane regolari. “Coi fanti vi sono entrati superbi alpini che hanno tanti uomini nati in questi luoghi e che ardevano dal desiderio di liberare i loro paesi. Le nostre formazioni proseguivano velocemente l’avanzata ingaggiando scontri armati a Serravalle sul Meschio, nella zona compresa tra Fadalto e Lago Morto, raggiungendo quindi Farra d’Alpego; quattro chilometri a nord-est di Belluno occuparono Ponte nelle Alpi.
Bollettini del Comando Supremo dicevano che le truppe della 6a Armata avevano sorpassato l’Assa tra Rotzo e Roana e avevano espugnato i Monti Cimon e Lisser, proseguendo l’avanzata in Val di Nos. La 4a Armata era diretta verso la Valsugana. “Gruppi alpini della 12a Armata, passato il Piave con mezzi di circostanza nei pressi di Busche, hanno dilagato nella zona tra Feltre e Santa Giustina”.
Il 2 novembre l’Agenzia Stefani comunicava: “Il 29 ottobre il nemico ha ricevuto il suo colpo mortale, il 31 il suo fronte del Grappa è crollato, il 1° novembre quello dell’Altipiano ha cominciato a cedere. A Feltre si sono catturati vasti magazzini di viveri, quattro aeroplani e moltissimo altro materiale. Un lungo convoglio di artiglierie è stato preso nell’importante centro logistico di Rasai, a ovest di Feltre. A Corlo, in Val Cismon, un nostro reggimento ha fatto quattromila prigionieri con un Comando di brigata. Un tenente medico degli alpini racconta che la fuga degli austriaci e degli ungheresi ha il carattere di un disastro: “interi reparti gettano le armi”.
Nella conca di Feltre i nostri giungevano ad Arsiè, diretti verso la Val Cordevole. “Feltre è in continuo fervore di entusiasmo per la sua liberazione. All’imbrunire, nei paesini in festa fra i monti, dove molti alpini dei battaglioni di Feltre e del Cadore hanno potuto riabbracciare le famiglie da loro stessi liberate, nei paesini in festa i razzi illuminati tolti agli austriaci servivano come fuochi di gioia. Un battaglione di alpini che arrivava con alla testa il suo colonnello, passò fra accoglienze entusiastiche. Per attraversare l’Alto Piave a Busche, dinanzi a Lentiai, gli alpini adoperarono scale a piuoli sulle quali varcarono le acque saltellando”.
Nel pomeriggio del 2 novembre il 29° reparto d’assalto e il 4° gruppo alpini, con i battaglioni Monte Pavione, Monte Arvenis e Feltre, abbatterono lo sbarramento austriaco in Val Lagarina presso la località di Marco. In Val d’Assa la 6a Armata avanzava in direzione di Caldonazzo. Il 2 novembre il reggimento Cavalleggeri di Saluzzo metteva fuori combattimento reparti nemici a Tauriano, requisendo molte armi e catturando 300 prigionieri.
“Il patriottismo della nostra gente carnica, cadorina e friulana non potrà mai essere abbastanza glorificato né ripagato di bastante amore. Le campagne e i monti erano pieni di fuggiaschi che quella gente, sfidando ogni pena, nascondeva e soccorreva… Belluno sembra abbia sofferto l’orrore e gli strazi di un assedio, di una pestilenza, di una rivolta, di non so che spaventosa calamità”.
Ancora, commentava l’Agenzia Stefani: “Il contegno delle truppe italiane e delle cinque divisioni alleate che con esse hanno diviso rischi e fortune è stato dovunque splendido… E va ricordata a titolo d’onore la 52a divisione italiana della 12a Armata, tutta composta di alpini che, lottando fraternamente a fianco della 23a divisione francese, passò il Piave, infranse in dura lotta la strenua resistenza nemica, conquistò il Monte Cesen, ridiscese il Piave a monte di Feltre e, trovato il ponte di Busche distrutto, varcò il fiume con passerelle improvvisate continuando instancabile a incalzare il nemico nelle montagne al di là”.
Immagine di Copertina tratta da Reddit.

