Dio da dio, dio da Dio
Parte II di 6
Certo che il Sublime, infinita Sapienza, già conosce ogni nostra parola prima ancora che siamo noi a proferirla, ma ugualmente lo preghiamo per assicurargli che in Lui confidiamo. E questa, l’assicurazione del nostro amore e della nostra devozione per Lui, è forse l’unica cosa che l’Eterno si aspetta da noi senza prevederne in assoluto l’emergere o meno dal nostro animo.
Preghiamo, dunque, come attestazione di amicizia con Lui, come atto di adorazione se vogliamo, come atteggiamento confidenziale e conferma del bisogno che proviamo per il suo accorgersi di noi, in modo più diretto e a noi percepibile. Possiamo anche immaginarci che Egli, Dio in persona, desideri sapere di essere o meno nei nostri pensieri, perché a questo lo sospingerebbe l’atteggiamento di amore che avrebbe per noi, e la nostra preghiera sarebbe un mezzo per stimolare in Lui un atto decisionale, perché forse alcuni problemi li avrà lasciati in sospeso, forse anche Lui colto dal dubbio se porvi attenzione o meno, trovandosi come su un filo teso a limitazione delle proprie scelte, nel pieno rispetto della versione umana nel merito.
È persino un po’ stupido pensarla a questo modo, forse anche un ricadere nell’errore di attribuire all’Eterno prerogative essenzialmente umane. Ecco allora che noi preghiamo, in verità, per sentirci a posto, per assicurarci di aver captato la protezione dell’Onnipotente, per raggiungere una tranquillità d’animo che ci consenta di avere ragione delle nostre angosce e dei nostri timori più assillanti. Se preghiamo, a ogni modo, non dobbiamo credere di doverci rivolgere a un essere nostro simile, ma a un’Entità che assolutamente non possiamo prefigurarci. In questo senso le nostre parole, le nostre formule di invocazione dovrebbero andare a vuoto, perché non siamo sicuri di chi ci starebbe in quel momento ad ascoltare e se il nostro interlocutore possa avere la facoltà di prestarci ascolto.
Io comunque prego, sia quell’atto una pura illusione, sia un qualcosa di effettivo perché, come già detto, mi vedo circondato da realtà complesse e meravigliose, di cui non comprendo il significato né l’essenza; allora prego, anche se non so di preciso chi accoglierà la mia supplica, se ci sarà chi la possa accogliere. Credo che succeda come il simbolo di vita umana sul nostro Pianeta, l’uomo vitruviano di Leonardo, lanciato nello spazio senza una meta determinata: non sappiamo verso dove sarà diretto, quali variazioni di rotta subirà e se qualcuno ne intercetterà la presenza, cercando di interpretarne i requisiti. La mia preghiera, similmente, incontrerà prima o poi un destinatario che ne sappia leggere gli elementi intrinseci. Questa è la mia fede, se posso dirlo. Perché, quando prego, il mio pensiero vola a chi è eterno e immenso, diciamo pure chi o che cosa, ha poca importanza; mi rivolgo comunque a un’Intelligenza inestimabile dalla quale deriva, per motivi a cui non posso risalire, tutta la mirabolante architettura degli Universi, dei mondi, della vita organica, affettivo-emozionale e spirituale.
Dunque mi prefiguro un Essere, non parliamo più di forma o di sostanza, che sarebbe inutile, dispersivo e fuorviante, ma di un Essere, appunto, immenso nelle sue caratteristiche illeggibili, eterno, un Essere che è anche Luce, Potenza, Volontà, Perfezione, Mente e Spiritualità assoluta, il tutto elevato a un coefficiente pari all’infinito, qualcosa dunque priva di confini e di limiti, all’infuori delle categorie di spazio, tempo, causalità e che non si lascia, neppure lontanamente, raggiungere dalle nostre misere possibilità inquisitive. Un Essere che travalica e sommerge nel mare dell’assurdo tutte le rivelazioni e le verità tramandate, che non possiamo percepire con la forza dei nostri sensi, ma che crediamo risieda in noi stessi, nelle nostre opere e in ogni aspetto della Natura esistente.
Sempre, ancora, procede il mio naufragare in dissertazioni impossibili a sostenersi con la logica che abbiamo nelle nostre mani. È difficile, direi addirittura impossibile, formulare un pensiero che riproduca anche soltanto alcune caratteristiche di questa Entità ineffabile. Ma se c’è, come il sillogismo zichichiniano suggerisce, e come sono io stesso incline a voler pensare di poter credere, allora questo Ineffabile si accorgerà anche di me, e di tutti coloro che si dibattono per non assistere alla morte della propria anima, che è l’ultima realtà afferrabile prima di cadere nel Nulla assoluto.
Filosofi e psicologi di varie correnti speculative hanno speso una vita intera per cercare di abbordare la Verità. Così anch’io, in questo momento, chiedo a quella Sapienza infinita che mi indirizzi sui vettori giusti nella rincorsa a una risposta soddisfacente alla mia esortazione ricorrente: “Fammi capire il senso del mio essere ora e qui”.
So che sto vivendo un ciclo di esperienze in stretta comunione con il mio corpo. Ma io “non sono” questo corpo. Dirò piuttosto che io “ho un corpo” che mi è stato affidato come strumento per attuare i propositi della mia volontà, che è la proiezione inesplicabile di una Volontà universale. D’altra parte, se soltanto poniamo mente all’uso comune che facciamo del linguaggio, siamo soliti sentir ripetere: “Abbi cura del tuo corpo”, “Credo di aver chiesto molto al mio corpo”: è qualcosa come dire di una persona invisibile che ci sta al fianco e che debba prendersi cura di noi, forse il nostro essere spirituale che parla del corpo del quale è partecipe.
Così pensando, vedo la mia mano muoversi e imprimere su un foglio bianco un miscuglio di caratteri grafici: ne ho già riempito alcune pagine, ma a che cosa serve? So che sono io, nella mia essenza, nella mia parte originale spirituale a guidare e a condurre il mio comportamento; e lo faccio consciamente, poiché sperimento un atto di percezione come pura coscienza e perenne consapevolezza allorché impongo alle mie componenti organiche di dare forma visibile ai miei sentimenti, alle mie idee, a tutto ciò che discende dalla mia cultura, dalla mia capacità di riflessione, dall’intera sfera emotivo-affettiva e da una spinta irrefrenabile a costruire sempre rinnovati interrogativi.
Se, pertanto, vogliamo attribuire credito allo spinoziano Deus sive Natura, in questo stesso momento, allora, l’Essere supremo coincide con la mia essenza spirituale, e cioè posso spingermi avanti sereno e sicuro, garantito in qualche modo dalla sua immensa sapienza. Con questo non posso sicuramente affermare di aver conosciuto, neppure per un poco, quell’Entità che sovrasta la mia esistenza. Non so, non conosco alcunché, come se stessi cercando qualcosa di cui non avrò mai la fortuna di appropriarmi. Il mio cercare, tuttavia, lo posso paragonare all’opera dello scultore che, di fronte a un blocco di marmo grezzo e informe, già colloca al suo interno una figura precisa, la intravede, la individua, la definisce, la coglie e si dà a scolpire, a intagliare, a ripulire, a lucidare, così a lungo tempo e per ripetuti tentativi, sino al momento in cui ai suoi occhi appare un abbozzo, non ancora del tutto identificabile, ma ricco di promesse in vista di quel che ne uscirà per mano sua.
Ora, dopo essermi profuso in una quantità di parole, tutte senza esclusione dal peso “zero” in quanto parole, mi chiedo se sia lecito argomentare ancora attorno alla parola DIO, ammesso o non ammesso che il suo referente spirituale esista. Una cosa è certa: non lo conosciamo, dopo che ci siamo fatta un’idea della inaccessibilità in cui si trincea la sua essenza.
Sulla Terra e grazie alla nostra esperienza quotidiana abbiamo sentore di qualcosa che partecipa di una natura tale da poter reggere a un minimo confronto, anche soltanto per lontani significati, a quella divina. Voglio riferirmi alle forze della Natura, a partire dalla gravità sino all’elettromagnetismo e alle forze che governano l’equilibrio degli elementi. Nei libri dedicati si discorre lungamente attorno a queste forze, come se fossero qualcosa di evidente, ma nessuno è mai riuscito a coglierne l’essenza. Proviamoci dunque, per introdurre il discorso, se vogliamo addentrarci nel ginepraio che sta in attesa, a dare un volto palpabile al concetto di “bellezza”. Parliamo di bellezza soltanto quando ai nostri occhi si presenta qualcosa che porta i connotati inconfondibili di attrazione: un bel viso di ragazza, un bel sorriso, un bel tramonto e così via. Ovvero noi ci accorgiamo di un elemento che è bello, e lo ammiriamo, perché così l’abbiamo valutato; in altre parole, scorgiamo la presenza della bellezza in un soggetto che di essa è portatore, ma la bellezza come “cosa in sé”, come identità intima non sappiamo come la si possa conoscere né definire. Alla domanda: “Che cos’è la bellezza? Me la puoi descrivere?” non può seguire risposta alcuna, non vi troviamo una descrizione che si possa avvicinare al suo essere intimo. Possiamo soltanto descrivere un soggetto che di per sé detiene la bellezza ossia argomentare intorno ai suoi prodotti e derivati. La parola “bellezza” reca con sé soltanto la funzione di rappresentare un modo di essere, ma continua a rimanere soltanto una parola. Così per la gravità, così per la forza elettromagnetica: “Che cos’è? Me la puoi definire e descrivere? Me ne puoi procurare una copia fotografica?”. Il nome che abbiamo attribuito a queste entità invisibili è soltanto un nome che, tuttavia, nulla ci dice delle caratteristiche intime dell’entità invisibile.
E così per il Sublime inconosciuto. C’è chi proclama di conoscere Dio, di aver ricevuto addirittura le sue parole, i suoi comandamenti, ma chi è Dio? Lo possiamo descrivere? Siamo più o meno sullo stesso piano delle forze della Natura di cui si è detto e che, considerate come “cose in sé”, consentono di postularne l’esistenza soltanto per gli effetti che rilasciano, per le qualità di cui abbiamo percezione, ma non ci si presentano assolutamente come essenza pura. E, allora, diventa fondamentalmente inutile discutere su Dio, rimanendoci soltanto la facoltà di rivolgergli il nostro pensiero dopo aver ammirato le meraviglie e gli abissi di cosmica mostruosità, dai petali delicati di un fiore ai buchi neri insaziabili, che dalla sua Volontà pervengono e che racchiudono in sé il motivo e lo scopo del loro esserci, anche se ancora queste prerogative restano nascoste al nostro voler sapere.
Dunque, un necessario atto di umiltà e di consapevolezza di fronte ai nostri limiti e ai misteri di cui si riveste l’esistenza intera. Pur tuttavia l’uomo, cresciuto nel proprio orgoglio, come vado ripetendo, si è allontanato dall’idea di un Dio supremo e si è fatto adoratore di una miriade di “dio” discreti con cui ha circondato il proprio esserci nel mondo.
Sul nome a cui usualmente si ricorre per indicare lo Sconosciuto, dal quale si vuole far dipendere ogni cosa e ogni evento, possono essere contrassegnate due epoche, e a questo proposito rimando al titolo della presente dissertazione. La prima è quella che ha riferimento con l’affermazione “Dio da dio” ed è quella prossima alla mentalità primitiva, allorquando sparuti ominidi, dotati di una mente embrionale, fuggivano terrorizzati di fronte ai fenomeni devastanti del mondo naturale: fulmini, alluvioni, terremoti, uragani, incendi, inondazioni laviche. In ciascuno di questi fenomeni erano essi stessi inclini a collocare una Volontà superiore, da temere, da riverire e da propiziare. Persino animali fra i più temibili potevano essere decretati sede di una potenza divina sacrale. Ognuno di questi aspetti diventava allora un dio, dalla cui ripartizione sorse tutta la ridondante teogonia abitatrice dei luoghi più maestosi, impervi e irraggiungibili. Poi, qualcuno più scaltro e più provveduto della media dei suoi simili pensò bene di attribuire un’organizzazione ideologica a questi atteggiamenti di paura e di prostrazione, raccogliendone il senso attorno a una legislazione capace di sminuire i timori e di riportare sentimenti e devozioni a un solo Essente, che fu Dio.
Il passaggio dai molteplici “dio” a un unico Essente, detentore di ogni potere, diede luogo al proliferare delle religioni, sia monoteistiche sia politeistiche. L’uomo si nutrì per lunghi secoli di tale sistemazione e si accontentò, perché si sentiva protetto, compreso e persino amato. Ma l’uomo, come è stato dimostrato e come effettivamente accadde, non si accontentò di tale sistemazione del suo esistere al cospetto dei timori e delle domande che affioravano, partorite dalla sua crescente vivacità mentale. Si protese in avanti. Afferrò le opportunità a piene mani e incominciò a dare valore alle proprie richieste sui vari aspetti dell’esistenza umana e del Creato. Si accorse a mano a mano che il tutto era governato da leggi precise, immutabili e affidabili, si sentì pronto per spingersi più avanti ancora, sulle ali delle nuove scoperte che il proprio impulso epistemofilico emergente gli faceva balenare dinanzi agli occhi, insieme alla complessità e alla meraviglia del tutto. Corse adunque sempre di più, con velocità crescente, fiero delle proprie scoperte e delle proprie realizzazioni in campo scientifico-tecnologico, inorgoglito fuori misura dalle proprie conquiste. E si dimenticò di Dio, unico Essere creatore e signore dell’intero visibile.
Così l’idea di un Dio sublime, trascendente e inconoscibile, andò affievolendosi, disintegrandosi persino in molti aspetti di una realtà soggiogata alla volontà dell’uomo e resa al suo servizio; aspetti che, singolo dopo singolo, divennero dio dopo dio, realtà virtuale e utilizzabile, fruibile al fine di una felicità terrena ambita, seppure effimera e sfuggente. Resistettero una serie di correnti religiose, ma l’idea di Assoluto in esse era svanita o deformata, a piacere dei suoi autori.
Immagine di Copertina tratta da The Harbour Gallery.

