IL  PENSIERO – Strategie e categorie – Parte 3 di 3

Analisi e studio su
Jerome  S.  Bruner
Jacqueline J. Goodnow, George A. Austin, Roger W. Brown
IL  PENSIERO
Strategie e categorie
Roma, Armando Armando Editore, 1973
(Orig.: A Study of Thinking, John Wiley & Sons Inc.,
New York, London, Sidney, 1956  –  Trad. e note di Emanuele Riverso)

Parte III di 3

Capitolo ottavo

Uno sguardo d’assieme

Ci sono alcune strategie che in certe condizioni hanno una discreta efficacia informazionale, impongono uno scarso sforzo cognitivo e sono quasi garantite contro l’insuccesso. Tale è la messa a fuoco conservativa. La strategia in questione non richiede che si conservi una grande quantità di informazioni nella memoria né l’esecuzione delle inferenze a essa legate. Inoltre, se non sono imposti limiti al tempo o al numero di decisioni consentite, questa strategia non importa alcun rischio, perché il successo è assicurato. Si tratta di una strategia molto adatta a un soggetto in condizioni di agio, che tuttavia cerchi una soluzione efficace. Ma quando vi siano condizioni di urgenza e limiti imposti al numero dei casi controllabili, allora la strategia di messa a fuoco conservativa diviene meno appropriata perché chi ne fa uso si espone al rischio di un completo insuccesso. C’è anche una strategia di messa a fuoco variabile; essa ha molte proprietà in comune con la strategia di messa a fuoco conservativa, almeno per quanto riguarda lo sforzo cognitivo; la differenza è che ciascuna decisione che viene presa, o porta ad assimilare una notevole quantità di informazioni o a non assimilarne per nulla. Se il numero delle decisioni che una persona può prendere per conseguire il concetto è limitato, questa strategia ha la proprietà di accrescere le probabilità di conseguirlo, mentre la strategia di messa a fuoco conservativa ne ha poche. Quanto maggiore è la limitazione imposta, tanto più notevole è la differenza fra le due strategie. Per usare queste due strategie come esempi troviamo che, se si impongono al soggetto delle restrizioni circa il numero dei casi che egli può controllare, tanto maggiore sarà la probabilità che egli passi da una strategia di messa a fuoco conservativa ad una strategia di messa a fuoco variabile. Il primo punto generale: le strategie possono essere individuate e descritte e con lo stesso mezzo si può descrivere il passaggio da una strategia ad un’altra e lo si può rapportare ai cambiamenti riguardanti le esigenze del compito proposto.

Un secondo e più importante risultato: è possibile dimostrare l’effetto di rilevanti condizioni circa gli effetti misurabili delle strategie di categorizzazione.

Un terzo risultato generale: quando si utilizza qualche nuova tecnica di sperimentazione e di analisi in problemi piuttosto vecchi, c’è la probabilità di imbattersi in certe tendenze generali circa il comportamento d’acquisto e d’uso delle informazioni, che sono degne di nota. Una di queste è la tendenza a ripiegare su un criterio di verosimiglianza nell’uso e nella valutazione degli indizi per la categorizzazione. Vale a dire che nel tentativo di distinguere gli esemplari di una categoria dai non esemplari di essa, in assenza di altre informazioni, si tende a ripiegare su indizi che per il passato sono sembrati utili in situazioni analoghe o diverse. Questa “persistenza della previsione”, per la quale si valutano gli indizi sulla base della loro apparente rilevanza passata, può risultare un ostacolo fondamentale all’adozione di strategie informazionalmente efficaci.

Un’altra tendenza generale è l’incapacità o indisposizione dei soggetti a usare efficacemente l’informazione basata su casi negativi o derivata dal controllo indiretto di un’ipotesi. Ambedue queste circostanze esigono la trasformazione dell’informazione.

In generale pare che l’informazione risultante dalle trasformazioni che si compiono a mente sia considerata con diffidenza a causa della possibilità degli errori che si possono commettere in tali trasformazioni.

Infine, possiamo notare un’altra tendenza; possiamo chiamarla la tendenza a preferire concetti che pongono in evidenza un elemento comune, o congiuntivi, e a usare (spesso inappropriatamente) delle strategie di ricerca di indizi che siano rilevanti per tali concetti. Abbiamo spesso notato l’assunto che una classe o categoria di oggetti debba essere definita mediante un insieme di valori attributivi definienti di tipo additivo; che cioè, per essere esemplare di una classe, un oggetto debba avere questa caratteristica e quest’altra e quest’altra. I concetti disgiuntivi richiedono che si sia abituati al loro uso e, nella ricerca delle loro proprietà definienti, i soggetti spesso ricadono nella loro primitiva concezione di tipo congiuntivo. Non siamo in grado di dire se questa sia una caratteristica universale del pensiero umano o un riflesso della logica e del linguaggio della civiltà occidentale, prevalentemente congiuntivi.

Molte altre cose sono state osservate: la grande quantità di informazione necessaria all’abban-dono di un’ipotesi che sia in armonia con le nozioni generali del soggetto, la tendenza a ridurre il numero degli indizi considerati per collocare qualcosa in una categoria, l’inclinazione a ritenere che nella soluzione di un problema il cambiamento sia un progresso, l’impulso a fare uso di ogni fonte di informazione quando il procedimento diventa difficile, anche se un tale eclettismo schiaccia le limitate capacità del soggetto.

Se un individuo adotta una strategia, come per esempio la lenta strategia dell’esame successivo, egli è destinato ad apprendere da ogni controllo meno di quanto apprende una persona che usi la messa a fuoco conservativa. Non è questione di errore, ma di strategia impiegata. Se una strategia è costruita sul controllo diretto degli indizi, allora l’informazione negativa non è adeguata allo schema usato. Se il soggetto cerca di usare casi negativi, può finire con il confondersi e allontanarsi dalla nitidezza della strategia che sta usando. Gli errori commessi in questo senso hanno il carattere di “statistiche poco efficienti ma utili” in quanto scartano dei dati, ma sono ancora utili ai controlli, finché le distinzioni da fare non siano troppo sottili.

L’ultimo tipo di “errore” (l’improprio giudizio circa il tipo di inferenza da compiere) è ugualmente da non considerarsi errore, ma piuttosto tendenza a risposte sistematiche collegate al tipo di strategia. Noi non troviamo gradite le inferenze disgiuntive, forse perché sono rare e non semplicemente perché sono poco eleganti. Questo vale anche per gli indizi probabilistici; noi talvolta tendiamo a considerarli più certi di quanto non siano, particolarmente se sembrano “ragionevoli” o “notevoli”.

Forse il termine di “errore” dovrebbe invece essere usato per due specifiche forme di comportamento non convenzionalmente etichettate come errori. L’incapacità di una strategia generale a soddisfare le richieste del compito che occorre svolgere, nei limiti in cui è male adattata, è un “errore”. Così possiamo parlare di errore nel senso di una strategia che risulta disfunzionale in una data situazione in cui si affronta un problema.

Facendo un passo verso la formalizzazione sulla descrizione della serie delle decisioni che compongono una strategia, abbiamo introdotto il concetto di strategia ideale. Una strategia ideale è fondamentalmente un artificio analitico usato come unità di misura cui riferire il comportamento degli operatori umani nelle situazioni in cui li collochiamo. Si tratta del nostro modo di concepire la “forma pura” di quella specie di comportamento che abbiamo osservato: il modo in cui avremmo programmato un calcolatore perché facesse ciò che il soggetto sembrava fare. Se volete, è l’opposto dell’ipotesi nulla che stabilisce come una sequenza di risposte di un soggetto dovrebbe apparire se fosse “guidata da numeri casuali”.

Dire sempre che il caso che ha il valore più fornito di probabilità sia un esemplare della categoria, e mai che sia tale il caso che ha il valore meno fornito di probabilità. Solo una minoranza dei nostri soggetti può effettivamente mostrare un comportamento conforme a questo tipo ideale; ma pure noi parliamo di soggetti che tendono verso questa strategia ideale. Così anche nel processo di conseguimento di un concetto disgiuntivo, dove noi troviamo un comportamento che tende verso una “ideale” messa a fuoco negativa o una strategia “ideale” dell’elemento comune, parliamo nello stesso modo, sebbene ci siano pochi casi di effettivo comportamento che siano conformi del tutto a questi modelli ideali.

Si noti, comunque, che, mentre abbiamo stabilito le proprietà formali o logiche di varie strategie, abbiamo lasciato completamente aperta la questione di come nascano: se nascano in forza di una legge di associazione, per lo sviluppo di una forza d’abitudine o attraverso la sottile concatenazione di sequenze di fasi nella corteccia cerebrale.

Ci sono tre conclusioni metodologiche a cui ora dobbiamo rivolgerci: la prima ha a che fare con le tecniche per lo studio dei processi cognitivi, la seconda riguarda la definizione di ciò che tradizionalmente è stato chiamato “concetto” e la terza tratta la relazione fra la concettualizzazione, l’inferenza e le altre forme di attività cognitiva.

  1. Anzitutto, per capire la natura intelligente o adattativa del comportamento, bisogna lavorare con unità più ampie di una sola risposta, quale ne sia l’ampiezza “molare”. Inoltre, bisogna lavorare con sequenze di risposte, se si vuole cogliere lo svolgimento delle successive risposte reciprocamente interagenti, in reazione a conseguenze precedenti. Giacché le conseguenze di un atto precedente servono a guidare risposte successive e giacché lo scopo finale che viene cercato dall’organismo determinerà la bontà o meno di una data conseguenza, chi studia un comportamento deve stare molto attento all’organizzazione sequenziale del comportamento che sta esaminando. Se il comportamento dev’essere visto come una strategia, il compito dell’analisi può realizzarsi solo mediante esperimenti che possano fare esteriorizzare all’organismo una certa quantità di elementi interconnessi del comportamento. Se si presenta a dei soggetti un compito di conseguimento di un concetto, dicendogli, tanto per celargli il vero intento dello sperimentatore, che si tratta di un compito di allenamento della memoria, allora il comportamento dei soggetti si adegua agli scopi del compito così come sono stati loro presentati e la loro strategia riflette le esigenze di tali scopi.
  2. Il secondo problema metodologico. Una certa confusione è favorita dalla controversia filosofica sulla natura dei concetti come universali: la controversia se un universale sia qualcosa che risiede negli oggetti e che può essere direttamente conosciuta, o che risiede in un regno platonico degli universali e che può essere colta solo in forma corrotta, o sia qualcosa che la concettualizzazione della mente impone alla regolarità della natura. Ci sono quelli che insistono nel sostenere che un concetto, psicologicamente, si definisce indicando gli elementi comuni a una serie di oggetti sì che raggiungere un concetto induttivamente è più o meno come “arrivare” a una fotografia composita, grazie alla sovrapposizione di casi su di un’unica lastra fotografica, ove infine venga eliminato tutto ciò che è proprio a ciascun caso e rimanga ciò che è comune a tutti i casi. Una seconda corrente sostiene che un concetto non è costituito dagli elementi comuni di una serie, ma è piuttosto qualcosa di razionale, è una relazione fra processi parziali costitutivi. Abbiamo trovato più significativo considerare un concetto come una rete di inferenze da segno a significato, mediante le quali si va al di là di un insieme di proprietà criteriali osservate, presentate da un oggetto o evento, verso l’appartenenza dell’oggetto o evento a una classe, quindi verso inferenze addizionali circa altre proprietà non osservate dell’oggetto o evento.
  3. Ci sono concetti congiuntivi, relazionali e disgiuntivi e ciascuno di questi può essere per natura di un “certo tipo” oppure probabilistico, secondo che gli attributi criteriali indichino con certezza o meno l’appartenenza a una classe. Una classe congiuntiva può essere definita psicologicamente attraverso la congiunta presenza di diversi valori attributivi: quando e solo quando tutti questi valori sono presenti, un oggetto può essere considerato un esemplare della categoria. Questo è un concetto congiuntivo, e ci sono strategie appropriate al perseguimento di tali concetti. Una classe relazionale è una classe in cui la “regola” dell’inferenza esige che i valori di diversi attributi abbiano una specifica relazione. Concetto disgiuntivo. Si può essere membro della University Combination Room a Cambridge, se si è membro della Regent House o membro della direzione dell’Università o eletto dal Comitato Amministrativo o più di una di queste cose. Dal fatto che uno possiede questi attributi, separati o riuniti, si può inferire che è eleggibile, e questa inferenza è certa; ma dal fatto che uno è eleggibile non si può inferire che appartenga a una determinata di queste categorie. Per questo la classe disgiuntiva non ha la comodità della classe congiuntiva né l’eleganza della classe relazionale. Di conseguenza la classe disgiuntiva viene usata con difficoltà.

Ogni attività cognitiva è legata al processo di categorizzazione e dipende da esso. In senso più decisivo l’atto di categorizzazione deriva dalla capacità che l’uomo ha di inferire dal segno il significato.

Appendice

Linguaggio e categorie

(Roger W. Brown)

Questa discussione della psicologia del linguaggio si divide in tre parti. La prima tratta del sistema linguistico. La seconda discute il significato linguistico. La terza considera la relazione fra il linguaggio e la cultura. Ciò che dà una unità all’analisi attraverso le varie parti è la categoria cognitiva.

Non si può parlare una lingua finché non si sono formati i concetti non linguistici che la reggono. L’apprendimento della prima lingua, quindi, è qualcosa di più dell’apprendimento di una semplice abilità motoria. È un processo di socializzazione cognitiva.

Socializzazione cognitiva significa assunzione di una cultura. Poiché il linguaggio è così importante nel processo della socializzazione cognitiva, siamo disposti a trovare qualche intima relazione fra la struttura di un linguaggio e la struttura della cultura non linguistica.

La lingua è qualcosa di più di un sistema formale. È un sistema coordinato col mondo non linguistico.

Le articolazioni sono fornite di significato quando sono coordinate a categorie non linguistiche o di riferimento. Cominciamo col discutere l’idea classica che il significato sia un’immagine del referente evocata mediante l’articolazione linguistica. Troveremo che questa idea non soddisfa le esigenze di una teoria del significato linguistico, perciò abbandoneremo la tesi che avere un significato sia evocare un’immagine, assumendo quella secondo cui avere significato sia denominare le cose, distinguendole. L’atto di una tale denominazione è l’operazione per la quale un individuo possiede una categoria.

Un concetto si ritiene conseguito quando un soggetto è in grado di “identificare nuovi casi di quel concetto senza un ulteriore addestramento”. Similmente non si può dire che una parola sia pienamente capita, finché non può essere correttamente estesa a entità che non si sono sentite etichettare.

Le lingue sono forme in cui vengono modellate le menti dei bambini.

Una buona definizione di una cultura è che essa è l’insieme di “tutti quegli schemi storicamente creati per vivere, siano essi espliciti o impliciti, razionali, irrazionali o non razionali e che esistono in un tempo qualsiasi come guide potenziali del comportamento umano” (Kluckhohn e Kelly, 1945). Una cultura includerà, quindi, sistemi diversi come l’arte, la parentela, la religione, l’etichetta, la tecnologia, la moda degli abiti e la lingua.

Immagine di Copertina tratta da Loci Interiors.

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