- Tiziano. Alt! Eccola qua la parola. Ognuno di noi ha immaginato per un attimo di essere l’ape in quel frangente. L’ape ha superato un filtro, ha perso qualcosa, non se n’è accorta, credeva di sapere, ma non vede più ciò che credeva di aver visto… non ricorda!
- Mirach. Non è poi così fuori luogo la tua metafora. Si tratta solo, se vogliamo, di capire in che cosa possiamo accostare il significato della nascita dell’uomo alla presenza di un filtro con buchi calibrati. Potremmo plausibilmente rimandare all’idea di una indefinibile tipologia di trauma che si porta dietro la conseguenza inevitabile di una perdita. Resta il sentore dell’oggetto perduto, tutto il resto è ingoiato dall’oblio. C’è di più, se ci piace la metafora. C’è che l’ape, poi, che fa?
- Tosco. Se ne torna bella bella al lavoro, sui fiori, come sempre, come tutte le api.
- Tiziano. Avendo l’imenottero perso il proprio bottino, possiamo noi definire questa nuova uscita per procacciarsene altro, questo modo di riparare a una carenza, con un sostantivo?
- Tosco. Vediamo… può essere qualcosa come… come… come un recupero, direi.
- Tiziano. Va bene recupero. Per l’ape è un fare e rifare routinario. Per l’anima, invece, è un produrre sforzo, un creare tensione.
- Almach. Da qui in avanti non mi sento di condividere l’evoluzione della disquisizione platonica. Per Platone l’anima dura grande fatica, ma soltanto per ritrovare, nel tentativo di recuperare, per meglio dire, concetti che già possedeva e dei quali si è spogliata entrando in un corpo. Per me è più edificante pensare a un’anima che non ha bisogno di frugare in un deposito per certi versi quasi inaccessibile; l’anima, per me, i concetti li crea, le idee le formula per uno sforzo creativo, a partire dalla sua stessa e sola energia creatrice. E qui sono con Tosco. Non mi soddisfa tanto l’immagine dell’anima come di una creatura vagante in balia dei brutti tiri dell’oblio e che, soltanto perché qualcuno, qualche forza o qualche fato l’ha destinata, in un momento e in un luogo ben distinti, a partecipare della natura sensibile e degli interessi terreni di un corpo, incontri la cattiva sorte del gettare dietro di sé tutte le conoscenze che possedeva per poi dimenticarle. Vedo in siffatto procedimento di pensiero un atteggiamento di comodo, un modo rapido e risolutivo per giustificare teoreticamente una cosa che non si riesce a spiegare. Per conto mio l’anima è intelligenza, è una bolla di energia che si espande, che ruba spazio al vuoto, che riproduce e autoriproduce le proprie capacità di creare idee, senza limitazioni, senza bisogno di tenere in mano una canna da pesca e starsene lì a scandagliare un piccolo lembo di stagno, immobile, involuta, in un’attesa passiva e senza fine.
- Tosco. Senza andarci a chiedere che cosa sia questo mondo dell’oblio, di quale natura siano le idee di Platone, che cosa significhi che l’anima è immortale. Perché scateneremmo un impegnativo procedimento induttivo che ci darebbe ben poche soddisfazioni immediate. E tuttavia sarebbe altamente consigliabile, dal momento che, al di fuori di un procedimento induttivo ben impostato, il pensiero pare girovagare fra le segrete di un castello del quale ogni anfratto e ogni aspetto sono dati per scontati. Mi piacerebbe poter demolire i bastioni di quel castello, per poter vedere oltre, volare oltre.
- Ottero. Tutto questo ci porterebbe molto lontano. Socrate è peraltro chiamato, nel suo Fedone, a risolvere la questione in modo apparentemente semplice: poiché tutti i corpi e le sostanze che si possono chiamare composti possono anche essere scomposti nei loro elementi costituenti, andrebbe da sé che ciò che non è composto non potrà mai dissolversi. L’anima rientra in questa seconda categoria: essendo semplice e, quindi, non composta, essa non può dissolversi, pertanto gode dell’immortalità. Ora diventa anche più facile, per Socrate, distinguere un mondo che si caratterizza per elementi che si uniscono, dando origine a organismi complessi, e che si ri-separano, causandone la decomposizione, da un mondo popolato da enti uniti fra di loro per affinità di pensiero, immutabile e da sempre uguale a se stesso. Il primo mondo partecipa della natura, descrivibile nelle sue forme mutevoli; il secondo partecipa dell’eternità, incoglibile e indescrivibile. L’anima, i concetti, le idee sono in questo secondo mondo, sono in quanto sono. Le figure sensibili del mondo naturale, per altro verso, non “sono” nel senso dell’essere eterno e immutabile, ma “appaiono”. La vera essenza sta nel mondo delle idee; tutto il resto, quello che ci circonda e che crediamo di percepire, non è altro che fenomeno, divenire, immagine, riflesso di qualcosa che ci sfugge.
- Tosco. Ma Socrate, almeno nella luce in cui è presentato da Platone nel “Fedone”, è sempre troppo sicuro di ciò che va professando… Professando forse non è il termine adeguato per spiegare il suo atteggiamento. È sicuro nel senso che, con tutta la sua ineccepibile arte maieutica, conduce sempre i suoi discepoli, stimolati da incalzanti domande, a scegliere una certa direzione di pensiero e ad abbracciare, infine, la conclusione che a lui era presente già all’inizio della disputa e alla quale sapeva di dover portare i suoi interlocutori. È pur sempre, secondo me, uno stile pedagogico almeno in parte tendenzioso, in quanto intessuto di finissima arte nell’indurre a persuasione. Con esso siamo ancora nel castello: ci si muove molto, si scoprono segrete inedite e misteriose, ma siamo sempre all’interno del castello. Ancora termini come fede, eternità, realtà incoglibile e indescrivibile. Ho la sensazione che si cerchi in tutti i modi di costruire una dimensione capace di ospitare l’impossibile e, quindi, di garantire una spiegazione e una dimostrazione anche alle teorie meno penetrabili. Tanto non ci sono alternative: o credi a simili dimostrazioni in quanto offerte sul piatto di una logica stringente e condite con una strategia dialettica inattaccabile oppure te ne vai perché, intanto, in quella dimensione empirea non riuscirai mai ad arrivarci, tanto meno a entrarci.
- Ottero. Per Socrate si trattava del suo normale modo di agire, era la sua natura di grande pensatore. Se per noi il movimento del pensiero è un’impresa ardua costituita da piccole conquiste successive, per Socrate esso assumeva piuttosto la forma di una visione globale attorno all’argomento di dissertazione. Ricorriamo a una metafora. Immaginiamo Socrate come un’esperta guida alpina, perfetto conoscitore della montagna che si appresta a scalare, di tutte le sue insidie, delle possibilità di scoprire passaggi e di superare ostacoli inaspettati. E immaginiamo i suoi discepoli come compagni di ascesa, avvezzi alla montagna ma non così esperti come lo può essere la loro guida. Ebbene, Socrate inizia l’arrampicata, supera un primo pendio e si ferma su una cengia sicura. Da qui aiuta la cordata a superare lo stesso tratto e a raggiungere il luogo di sosta dove egli sta in attesa. Poi si sofferma alquanto con il gruppo riunito invitando ognuno a riflettere sui passi fatti sino a quel punto. Quindi riprende su su per un secondo salto di parete, fermandosi solo dove la posizione confortevole del sito consente di restare ancora in attesa e di procurare l’aiuto necessario a ciascuno dei compagni di cordata per il superamento di quel secondo salto. E così via sino alla vetta. Egli conosce la vetta e sa come arrivarvi. – Così accadeva per il suo argomentare dialogico che veniva guidato attraverso il metodo dell’osservare, del cercare di gettare chiarezza, del pervenire a definizioni comprensibili, dell’alternare deduzioni e induzioni sino alla conquista dell’obiettivo finale. – Tornando al monte, quegli stessi scalatori che da soli con forti probabilità non sarebbero mai giunti in vetta, seguendo le indicazioni della loro guida pervengono finalmente alla meta. Non perché la guida li abbia trascinati su, ma semplicemente perché egli sapeva infondere piano piano, in ognuno, la consapevolezza del possesso delle capacità che avrebbero consentito di raggiungere il traguardo atteso. Così, ad esempio, per quanto riguarda la conquista dei concetti morali, Socrate sapeva che essi non erano cose suscettibili di semplice trasmissibilità da una persona a un’altra. I concetti morali, secondo Socrate, sono immanenti alla coscienza; non resta che cercare di trarli fuori e di conferire loro chiarezza mediante un atto di volontà e il lavoro della ragione.
- Tosco. Non ditemi ancora che sono incorreggibile. Le mie perplessità restano. Mi garba molto l’esempio della guida ma, mettila come vuoi, quella guida finisce sempre per portare la cordata di alpinisti discepoli sulla vetta che lei ha scelto, anche perché l’itinerario che vi conduce le è straordinariamente noto. Arte sopraffina, senza dubbio.
- Sirrah. Una gran bella arte, però. Difficile da tessere, sicuramente sorretta da fondamenti inconfutabili.
- Tiziano. Uno stratega del pensiero!
- Mirach. Che non riuscì a convincere i suoi giudici, tuttavia. Anch’essi sapevano a quale conclusione sarebbero arrivati. Forse ha ragione Tosco. Quelli puntavano lo sguardo verso una vetta diversa.
- Ottero. Dobbiamo tuttavia ammettere che Socrate metteva in moto una logica inattaccabile.
- Tosco. E i suoi persecutori una logica politica. Niente può reggere a questo tipo di logica, tanto meno il semplice buon senso!
- Tiziano. Io, in ogni caso, parteggio piuttosto per due dei suoi discepoli, Simmia e Cebete: almeno nelle loro dissertazioni affiorano continuamente i dubbi, e chi è dubbioso, dal mio punto di vista, è più vicino all’essere creativo. A meno che Socrate fosse un mostro di sapienza e, in quanto tale, avesse raggiunto un livello talmente perfezionato di speculazione da non lasciare più adito a dubbi di sorta.
- Sirrah. Ma, nelle ultime ore che trascorse in compagnia dei suoi discepoli, non avrà provato anche soltanto un minimo afflato di paura?
- Ottero. Ci sarebbe da crederlo, tuttavia dimostrava di avere la forza non soltanto per affrontare la morte, ma anche per consolare coloro che stavano per assistere alla sua fine, e per confrontarsi con i loro dubbi e i loro dilemmi.
- Mirach. Era pur sempre un uomo. E non sapremo mai che cosa si aggira nella mente di un uomo, quali emozioni siano scatenate dal turbinio dei suoi pensieri in momenti particolarmente drammatici.
- Ottero. Socrate era un ottimista convinto, pertanto non poteva temere la paura come spettro alla mente umana. Egli ricordava quanto era stato affermato da Anassagora, probabile maestro di Archelao, maestro a sua volta di Socrate. Anassagora concepiva la mente come un’essenza generatrice e ordinatrice di tutto ciò che è. Da qui Socrate derivò la propria convinzione che all’origine dell’universo intero vi fosse la mente. Una Mente creatrice.
- Tosco. Partenogenesi?
- Ottero. Non sappiamo bene in quale luce Socrate riponesse la funzione della mente e il suo potere generativo.
- Almach. Una cosa è certa, che Socrate poteva affrontare qualsiasi sventura di questo mondo, anche la propria morte, perché egli viveva ormai in un’altra dimensione. Egli sapeva guardare a ciò che conta, per questo il suo sguardo era diretto all’anima, a quell’anima che viene avvolta da fitta nebbia quando ci lasciamo trascinare dall’osservazione delle cose sensibili. Più ci inoltriamo nel mondo dei fenomeni, più la nostra anima sprofonda nel buio. Socrate non vedeva altra via di salvezza se non nel ricusare la ricerca di soddisfazioni nelle apparenze del mondo sensibile, nel distaccarsi dalle sue lusinghe fallaci e nel volgere l’attenzione alla sfera dei concetti che costituiscono la mente.
- Ottero. Con tutto ciò credo che concordiate nel sostenere che Socrate, questionando attorno alle “ragioni” di un argomento qualsiasi, andava sempre cercando di discernere la ragione che, fra tutte le altre, dimostrasse di detenere il maggiore vigore nel resistere ai colpi del pensiero.
- Tosco. Fautore di un metodo deduttivo, in sostanza.
- Ottero. Pare vero, dal momento che egli assumeva uno, fra i concetti esaminati, che sembrasse il più forte e da questo prendeva le mosse per accostarvi le cose che, nel nostro mondo, ne portavano per riflesso i requisiti essenziali. Cose che riflettevano quei requisiti, non già che li possedessero. Li riflettevano soltanto nel senso che, rispecchiando qualcosa dell’idea assoluta, partecipavano di questa idea in sé, con essa comunicando perché da essa pervase, assumendola infine come modello da imitare.
- Sirrah. E questo essere le cose sensibili partecipi dei concetti in sé ci riconduce a considerare come Socrate cercasse di definire la natura dell’anima ponendola in quel mondo delle idee in sé che noi non possiamo cogliere. E ci riporta a discutere sulla stessa immortalità dell’anima.
- Ottero. Bene. Socrate, a questo riguardo, è alquanto esplicito, soprattutto quando propone i suoi arguti esempi.
- Tosco. Vediamone uno! Con l’augurio che almeno si abbassi il ponte levatoio, se proprio non si riesce ad abbattere i bastioni.
- Ottero. Quello del fuoco. Un bosco in fiamme, immaginiamo la scena, sfavillio, crepitio, luce, sprazzi e calore, tanto calore. Il fuoco del bosco in fiamme ha in sé il caldo, partecipa del concetto di caldo. Potrà mai diventare freddo, mentre le fiamme divampano, cioè, partecipare di un concetto diverso da quello che lo permea?
- Tosco. No, come potrebbe! Sarebbe non-fuoco o qualcosa che non esiste per niente.
- Ottero. Esatto. E se quel fuoco viene sovrastato da una pioggia abbondante?
- Tosco. Si spegne. C’era, ma ora non c’è più.
- Ottero. Se può spegnersi, dunque scomparire, ridursi a nulla, allora ciò significa che è mortale.
- Tosco. Non c’è che dire, e meno male che sia così!
- Ottero. L’esempio si adagia al caso dell’anima. Come il fuoco ha in sé il caldo, e non può non avere il caldo, e se non avesse il caldo non sarebbe più fuoco, così l’anima ha in sé la vita. E come il fuoco non può partecipare di un concetto contrario alla propria natura, cioè non può diventare freddo, così l’anima, che partecipa della vita, non può diventare morte. Qui sta la differenza per Socrate: nel momento in cui sopraggiungono i loro contrari, l’acqua per il fuoco, la morte per l’anima, i comportamenti sia del fuoco sia dell’anima sono completamente differenti. Il fuoco muore, si riduce a nulla, mentre invece l’anima fugge via lasciando alla morte il corpo; né si decompone, perché non è formata da elementi, è per se stessa semplice. Può farlo perché è immortale.
Immagine di Copertina tratta da Forbes.

