Più ricchi, più poveri – Parte 3 di 5

Quanto guadagnano deputati e senatori?

Attualmente (inizio 2014) i deputati hanno diritto a un’indennità lorda di 11.703 euro. Al netto sono 5.346,54 euro mensili più una diaria di 3.503,11 e un rimborso per spese di mandato pari a 3.690 euro. A essi si aggiungono 1.200 euro annui di rimborsi telefonici e da 3.323,70 fino a 3.995,10 euro ogni tre mesi per i trasporti.

I senatori invece ricevono un’indennità mensile lorda di 11.555 euro. Al netto la cifra è di 5.304,89 euro, più una diaria di 3.500 euro cui si aggiungono un rimborso per le spese di mandato pari a 4.180 euro e 1.650 euro al mese come rimborsi forfettari fra telefoni e trasporti.

Facendo un rapido calcolo e senza considerare le eventuali indennità di funzione i componenti del Senato guadagnano ogni mese 14.634,89 euro contro i 13.971,35 euro percepiti dai deputati.

Uno studio inglese sugli stipendi dei parlamentari in Europa ha calcolato che il costo di un parlamentare italiano è di circa 120.500 sterline all’anno. Praticamente il doppio dei colleghi inglesi che percepiscono 66.000 sterline, molto di più di quelli dei politici tedeschi e francesi e addirittura sei volte tanto di quelli spagnoli.

Ma, gli Italiani della massa, oggi, come se la passano?

Le notizie diffuse il 14 novembre 2018 rivelano che nell’anno corrente, 2018, abbiamo in Italia 539.000 poveri che non si sono potuti permettere le cure mediche e i farmaci di cui avevano bisogno, mentre sono ben 13 milioni coloro che sono stati costretti a limitare le spese per visite mediche e accertamenti. Questi sono i dati che provengono dal “Rapporto 2018 Donare per curare: Povertà sanitaria e Donazione Farmaci” promosso da Fondazione Banco Farmaceutico e BF Research, presentato a Roma.

Le famiglie povere destinano alla salute solo il 2,54% della propria spesa totale, contro il 4,49% delle famiglie non povere. In particolare spendono 117 Euro l’anno contro i 703 delle altre famiglie. Per le famiglie indigenti la quota principale della spesa è destinata ai farmaci, il 54% del totale.

10 Gennaio 2014. Si apprendeva dalle fonti di informazione che Giorgia Meloni (non intendo portare in campo l’indirizzo politico, mi fermo soltanto al fatto, puro e semplice) andò a suo tempo a toccare certi gangli nervosi assai dolenti, quelli della disparità abissale di trattamento economico, ma fu una voce confusa con le dune di un deserto. Si trattava di alcune persone che, in Italia, godevano delle cosiddette pensioni d’oro costituite da retribuzioni che potevano raggiungere i 90.000 Euro/mese. Quando appresi questa notizia credetti di aver udito male: saranno novantamila annui, pensai, sono già indice di un trattamento speciale, 7.500 Euro al mese mi sembrano già molti, e chi non vorrebbe averli!? No, sono proprio 90.000/mese, cosa incredibile! Poi vado sul sito di Giorgia Meloni per schiarirmi le idee e trovo pubblicato quanto segue: “Alcuni casi, tutti resi pubblici e i cui numeri sono già stati resi noti, sono emblematici: Mauro Sentinelli, ex manager Telecom, prende oltre 90mila euro al mese, mentre il suo ex collega Alberto de Petris è tra i 50 ed i 60mila euro al mese. Ci sono poi casi meno eclatanti in termini di numeri ma che risultano “fastidiosi” per altro verso, come quei baby pensionati ex dipendenti della Regione Sicilia, circa 360, che prendono ben 7mila euro al mese dopo aver lavorato pochi anni. Emblematico il caso di Felice Crosta, che per aver lavorato pochi mesi all’Agenzia dei Rifiuti prende ora una pensione d’oro da 3500 euro al mese: ma originariamente era da più di 40mila euro al mese.

Tutto questo a fronte di oltre 7 milioni di pensionati italiani che prendono circa 500 euro al mese, calcolata per la maggior parte dei casi col metodo contributivo.”

Io che sono un povero Cristo mi sto chiedendo: ma che cosa se ne faranno i paperoni degli stipendi d’oro di tutti quei soldi? Un bel problema il solo farne uso. E l’Inps che deve fare i salti mortali per pareggiare il bilancio interno nell’incombenza di pagare a più di 9 milioni di persone una pensione di 495 Euro! A parte il fatto che per guadagnarsi il diritto a farsi corrispondere una pensione da 90.000 Euro mensili i titolari dovrebbero aver versato nella fase attiva di lavoro cifre straordinarie sul fondo pensioni, cifre che, almeno al momento, non è dato conoscere; a parte tutto ciò, dicevo, vogliamo o no una buona volta dare peso a quei concetti di eguaglianza, equità, diritto così da sempre pomposamente declamati? Nel novembre 2018 avevo pubblicato su Facebook una mia nota con la quale affermavo, sostanzialmente, che nessuno, ripeto nessuno, dovrebbe percepire uno stipendio superiore a 5.000 Euro mensili netti e tutti, ma davvero tutti, dovrebbero poter disporre di un’entrata mensile netta non inferiore a 1.500 Euro. Questo per un senso di giustizia sociale e per la dignità della persona umana.

Certo è che una ipotetica riduzione di una pensione da 90.000 a 5.000 Euro farebbe risparmiare 85.000 Euro che potrebbero andare a rinforzare l’importo percepito da ben cento pensionati minimi i quali si vedrebbero come d’incanto una pensione di 1.345 Euro mensili, una somma importante per non morire di fame, sufficiente, ancora a stento, per tirare avanti.

E, infine, se ci volete credere, ci fu chi disse all’uomo: “È più facile per un cammello passare per una cruna d’ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli” (Mt. 19°, 24).

“Dài tutto quello che hai ai poveri”.

Così il vangelo. Lo stesso Papa Francesco si erge perennemente in lotta contro una società che non si scompone di fronte alla presenza e alla diffusione crescente della povertà nel mondo. Proviamo a vedere che cosa sta succedendo, soprattutto in casa nostra, dove la crisi indotta dalla pandemia ha gettato molte fasce di lavoratori in grave situazione economica. C’è da fare una distinzione: da una parte i dipendenti di aziende che garantiscono loro la continuazione degli stipendi, anche a orario drasticamente ridotto di prestazioni lavorative; dall’altra gli artigiani e coloro che vivono della propria capacità lavorativa. Sono questi ultimi che, nel momento in cui l’attività viene meno o si ferma del tutto, restano privi di entrate e, sappiamo, senza soldi in tasca anche lo stomaco rimane a digiuno. Famiglie, dunque, con figli e con tutte le esigenze che un minimo di buona educazione da elargire loro esige. Come faranno? Io credo che una soluzione la si possa trovare: la Cassa Integrazione Guadagni, la famosa CIG che volge a soccorrere i dipendenti di aziende in crisi. Ma qui parliamo di artigiani e di lavoratori in proprio. Ebbene, si fa impellente la creazione di una CIG anche per loro. Sì, ma dove prendiamo i soldi?

Ci sono i soldi, eccome che ci sono, il problema sta tutto nell’errata distribuzione del benessere che favorisce ampiamente una ristretta cerchia di persone e lascia in difficoltà la maggioranza, ma anche negli sprechi e nel cattivo uso che si fa della ricchezza. Possiamo farcene un’idea spulciando fra le notizie diramate dai mezzi di comunicazione di massa. Iniziamo con il parlare di stipendi, visto che nella Pubblica Amministrazione ne sono una prima testimonianza. Al livello più alto stanno gli stipendi dei dirigenti di prima fascia delle agenzie fiscali con 220 mila Euro annui, seguiti dai colleghi di enti pubblici non economici, come Inps o Inail e dei ministeri. La metà o quasi dei super burocrati dell’Inps guadagna 239 mila 800 euro, appena 200 euro sotto il tetto massimo di legge dei 240 mila.

Sono dati provenienti da un aggiornamento Aran. Tra i meno pagati i presidi (63 mila annui), i “semplici” dipendenti sui 30-40 mila Euro, con il Personale ATA della Scuola in coda (22 mila). Ciò che balza agli occhi, da subito, è che lo stipendio più alto vale dieci volte di più rispetto a quello più basso. Si dirà: chi svolge un’attività che richiede maggiori responsabilità deve essere pagato di più. Può andare bene, ma non nella misura rilevata.

Il 22 dicembre 2017 veniva alla luce una notizia bomba: gli stipendi d’oro per i dipendenti di Camera e Senato possono arrivare fino a 480 mila Euro. Lo stipendio dei consiglieri parlamentari arriverà a 358 mila euro l’anno. Non esiste infatti più il tetto agli stipendi e ai vitalizi introdotto nel 2014 che, per l’anno in corso, avrebbe garantito un risparmio di oltre 23 milioni di euro.

Ma poi non sono da sottacere i denari erogati per pagare i trattamenti di fine rapporto: in testa nei compensi lordi 2012 c’è l’amministratore delegato delle Generali: forte di una liquidazione di 10,6 milioni, supera quota 11,5 milioni includendo il compenso tradizionale.

Passando alle banche, l’ex direttore generale del Monte dei Paschi ha lasciato l’istituto senese il 12 gennaio 2012 con un’indennità di 4 milioni di euro. Sospendo la rassegna, sarebbe troppo lungo portarla avanti.

E che dire delle spese per i cappellani militari? Eh, sì, ci sono anche loro ad attingere dalle casse dello Stato, e non di poco. Sono numerosissime le posizioni con remunerazioni fra i 250.000 euro e i 350.000 euro. Per i cappellani militari lo Stato spende oltre 20 milioni di euro, tra retribuzioni, tredicesime, benefit e pensioni. Anche nel 2017 dalle tasche dei contribuenti sono stati prelevati quasi 9.580.000 euro per il pagamento degli stipendi dei Cappellani militari: i sacerdoti con le stellette.

Nel 2015 fra effettivi e ufficiali “di complemento” solo di stipendi i 205 cappellani sono costati oltre 10 milioni di euro. E chissà che direbbe il Papa, che puntualmente tuona contro l’arricchimento del clero, se sapesse (ma sì che lo saprà!) che l’arcivescovo Santo Marcianò, che lui stesso ha nominato ordinario nel 2013, in virtù dell’equiparazione a generale di corpo d’armata può contare su 9.545 euro lordi al mese, che con la tredicesima diventano 124 mila l’anno?

Ancora sulla povertà in Italia. Il segretario della Cei, mons. Russo, in un messaggio alla Consulta Nazionale Antiusura, con il quale ha voluto lanciare un forte allarme, indica (ottobre 2020) la cifra di sei milioni di famiglie italiane che si trovano in sofferenza economica a causa del Covid. Le stime aggiornate parlano di due milioni di famiglie in stato di sovra-indebitamento e di altri cinque milioni appena in equilibrio precario tra reddito disponibile e debiti ordinari. Nel novero di questi dati si contano 800 mila persone e 350 mila famiglie irretite nell’area usura.

E, su un altro fronte ma sullo stesso terreno, è la corruzione a dilagare.

Da molte delle fonti di informazione diramate quotidianamente si apprende che stiamo bruciando un Paradiso terrestre. Sì, perché tante risorse vanno in fumo, quante basterebbero per lenire i più pesanti mali sociali da cui siamo affetti. L’accenno è per lo spreco di ricchezza nazionale soltanto guardando alla corruzione dilagante.

Si legge su un sito Internet (Network – L’Espresso Corruzione, disastro italiano: ci costa 230 miliardi l’anno, 6 dicembre 2018): “È l’Italia il Paese con il più alto livello di corruzione in Europa. Ogni anno perdiamo infatti 236,8 miliardi di ricchezza, circa il 13 per cento del prodotto interno lordo, pari a 3.903 euro per abitante”. Sono i dati di uno studio pubblicato dal gruppo dei Verdi europei, basato sulle analisi condotte dalla Ong americana RAND per il Parlamento europeo.

Ma, per disgrazia ulteriore, non siamo i soli. Complessivamente l’Unione Europea perde per corruzione 904 miliardi di euro di prodotto interno lordo se si includono nel calcolo anche gli effetti indiretti, come le mancate entrate fiscali e la riduzione degli investimenti esteri. Recuperandoli, che cosa si potrebbe fare con quei soldi? Un rapido bilancio suggerisce che sarebbe possibile porre fine alla fame del mondo con l’impiego di 229 miliardi; fornire educazione primaria a tutti i bambini dei 46 Paesi più poveri del globo costerebbe 22 miliardi; 4 miliardi per eliminare la malaria; 129 miliardi per offrire acqua pulita e fognature a tutti gli esseri umani. Con riferimento al nostro Paese, lo studio mette in evidenza come le risorse così sprecate potrebbero da sole risolvere le maggiori emergenze sociali. La perdita di ricchezza dovuta alla corruzione è infatti pari a oltre una volta e mezza il budget nazionale per la sanità pubblica; a 16 volte gli stanziamenti per combattere la disoccupazione; a 12 volte i fondi per le forze di polizia e addirittura è di 337 volte più grande della spesa per le abitazioni sociali. Per non parlare degli investimenti sull’istruzione, che con quei soldi potrebbero essere più che triplicati. Altra fonte di informazione comunica che ogni anno decine di miliardi di euro (dai 30 ai 60 mld, pari all’ 1,5% e 3% del Pil) vengono sottratti alle casse pubbliche; soldi che potrebbero servire per migliorare la qualità di servizi pubblici essenziali come scuola, sanità e trasporti, per le pensioni e i servizi di cura agli anziani, per la manutenzione di ponti e strade, per prevenire il dissesto idrogeologico, per dare una casa ai tanti cittadini che l’hanno persa, e molto altro ancora.

Recuperando le somme di cui ho fatto cenno è innegabile che si potrebbero debellare piaghe sociali come la fame nel mondo, la mancanza di istruzione e di formazione in dimensione evolutiva per i bambini dei Paesi più poveri, la malaria e altre malattie letali, la carenza di acqua pulita e di impianti igienici, le spese folli per gli armamenti, arrivando a impiegare appena la metà all’incirca di quella bella cifra sopra accennata di 904 miliardi. L’altra metà potrebbe essere utilizzata per la sanità, per la ricerca medica e scientifica, per la costruzione e l’attrezzatura avanzata di strutture ospedaliere, per l’edilizia scolastica, per la lotta agli inquinamenti e al surriscaldamento del Pianeta, e ancora se ne avanzerebbe. Insomma, abbiamo dinanzi a noi la possibilità di creare, sulla nostra Madre Terra, un ambiente vivibile e gradevole, scevro da ingiustizie e da conflitti distruttivi, con una popolazione globale improntata alla collaborazione e all’operosità. Se, ancora, a quei 236,8 miliardi di cui dicevo vogliamo aggiungere il denaro perso con le evasioni fiscali (c’è chi le quantifica nella somma di 300 miliardi l’anno), con le esportazioni di valuta all’estero, con gli sprechi in politica e nella pubblica amministrazione, vero è allora che potremmo pensare a una vera valle dell’Eden, dove le sofferenze non cesserebbero di infierire del tutto e definitivamente, ma dove incontrerebbero seri ed efficaci rimedi per ridurne le dimensioni alienanti. Purtroppo, però, siamo fermi al punto di constatare che vige ancora, per lo più e diffusamente, un’abitudine al ribasso, come un atteggiamento di rassegnazione coatta e di adeguamento a ciò che va accadendo contro ogni principio morale. Le istituzioni in tutta Europa, quelle che dovrebbero godere di maggior credito, si attirano invece un forte carico di sfiducia, la gente ci crede sempre meno o non ci crede più. Ma ciò non toglie che una notevole fascia di persone, che arriva al 79%, veda nella corruzione un fenomeno perverso da abbattere e sia convinta che la dinamica aberrante potrebbe essere contrastata e annientata con l’uso della forza, ma per questo occorrerebbe la ferma volontà dello Stato, volontà che, a vedere da come (non) si risolvono le situazioni, è assente. Su un lato per così dire opposto della società vediamo i singoli, uomini di buona volontà che, al richiamo di soccorso per un’emergenza, rispondono con immediatezza e con un cuore grande così. Ne abbiamo un fiero esempio nella 30a edizione della raccolta fondi organizzata da Telethon per sostenere e finanziare la ricerca scientifica sulle malattie genetiche rare: la mattina dell’antivigilia di Natale 2019 si leggeva su Televideo il raggiungimento di una cifra pari a 45 milioni di Euro di offerte inviate. Una breve e piccola riflessione: 45 milioni sono un atto eroico che parla della generosità e della sensibilità umana della gente del volgo, attenta alle sofferenze altrui, ma sono pur sempre la punta di un iceberg se confrontati alla massa di denaro annualmente sprecata e quindi inutilizzata per scopi sociali, di gran lunga superiore, diecimila, ventimila volte di più, che sarebbe sufficiente a cancellare ogni genere di problema planetario se fosse utilizzata con un minimo di intelligenza e con un pizzico appena di amore per il prossimo. L’entità degli sprechi e dell’uso delinquenziale della ricchezza è cosa che fa rizzare i capelli, incredibile, inconcepibile, profondamente immorale. Tutti sappiamo, eppure stiamo a guardare, soltanto a guardare, accontentandoci di bofonchiare e di lamentarci fra di noi su ciò che sta accadendo. Tutti sappiamo e preferiamo adeguarci, tanto non cambieremo nulla. L’umana natura porta con sé, fin dalla nascita, quel germe vorace che si chiama avidità aggressiva, egoismo sfrenato, indifferenza assoluta per la sofferenza altrui, mania di potere e illusione di onnipotenza. A fronte di una diagnosi così catastrofica penso che soltanto due eventi potranno mutare la situazione in atto: uno sconvolgimento incontrollabile.

e degli eventi naturali incrudeliti da morbi letali oppure rivoluzioni disastrose fra gli umani per predominare sulle ricchezze planetarie in esaurimento. Forse, dagli indizi che si scorgono, stiamo vivendo una fase già iniziata e in rapida evoluzione.

E, allora, che cosa vien da dire ai politici che si perdono in fallaci diatribe, fingendo di agire su uno scenario inattendibile, inventando e intessendo liti imperiture da “pesci in faccia”, in un ambito ristretto di interessi circoscritti, quando non c’è chi non sappia che nessuno di loro, o quasi, si muoverebbe se non fosse per un tornaconto personale immediato e sicuro? La politica, mi chiedo, quella vera, una delle espressioni più nobili ascrivibile all’uomo sociale, che volge alla tutela del bene di tutti in modo assolutamente disinteressato, dov’è finita? Al suo posto allignano la corruzione e tutto un codazzo di sprechi, di imbrogli, mentre il volgo soffre languendo pagandone il diffondersi e le conseguenze nefaste, senza la possibilità di imprimere una svolta decisiva all’andazzo devastante che lo travolge. Si può pensare a una gestione più demenziale della ricchezza? Non c’è che dire, certamente occorre cambiare radicalmente mentalità, cultura, senso della giustizia e dei propri doveri, puntando a un gruppo dirigenziale che sappia lavorare per il bene sociale in genere, ben lungi da qualsiasi tentazione di tornaconto personale, che sappia dunque dare un alto esempio di onestà, soprattutto ai nostri giovani in attesa di risposte ai numerosi interrogativi che ne offuscano il futuro, ma noi siamo abituati a nuotare in un mare di parole, a udire soltanto maree di parole. Una volta in più vado a constatare quanto è vero il detto “Se la parola attrae, l’esempio trascina”, coniato da una mia parente, Maestra di Scuola Elementare negli anni ’50 del secolo scorso.

Immagine di copertina tratta da IlDenaro.it.

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