Più ricchi, più poveri – Parte 2 di 5

De Pauperibus

Parliamo dei poveri e iniziamo dal Vangelo di Matteo: “E chi avrà dato da bere, anche un solo bicchiere d’acqua fresca, a uno di questi piccoli, perché mio discepolo, in verità vi dico, non perderà la sua ricompensa” (Mt. X, 42).

La povertà di oggi. Non abbiamo invero bisogno di spingerci troppo lontano sulla geografia che teniamo sott’occhio, fermiamoci piuttosto alle nostre usate contrade. Le stridenti disuguaglianze sociali che affliggono l’umanità imperversano con insistenza anche qui da noi. E non è un fenomeno circoscritto soltanto alla nostra epoca: esiste da sempre, da quando l’uomo s’è accorto di poter imparare a servirsi della forza e dell’ingegno per soggiogare altri suoi simili e accaparrarsi i beni più ambiti.

Oggi noi possiamo vantare l’organizzazione benefica di un certo numero di Enti preposti a occuparsi dei ceti più bisognosi. Con un distinguo tuttavia, che da quelle fasce di individui economicamente indigenti e/o bisognosi di assistenza non tutti accedono agli aiuti messi a disposizione. Un congruo stuolo di persone non si reca agli appelli per la distribuzione di vivande, di vestiario o di denaro: prova vergogna a farsi vedere in veste di questuante, per un notevole senso di amor proprio, di dignità personale e rinuncia, trincerandosi nell’ignoto. Se qualche persona di cuore si fa avanti e, privatamente, offre aiuto, quelli, che proprio ne avrebbero bisogno, ancora si ostinano nel rifiutare: non sia mai detto che si sono ridotti a ricevere l’elemosina.

Il tempo passa, tutto scorre, ma i problemi come quello della povertà si ripetono nel corso della Storia.

Scorrendo le pagine di una interessantissima pubblicazione, “Porte. Storia, leggenda e vita vissuta (realizzato dal Comune di Porte – TO – con il supporto di: Regione Piemonte, Provincia di Torino, Fondazione CRT, stampato da Alzani Editore, Pinerolo – TO 2011), vado a leggere notizie su quanto accadeva, in materia di povertà, nella zona del Pinerolese e Vallate attigue, corrente il secolo XVIII, e mi pare degno di attenzione un confronto ravvicinato con la situazione da noi vissuta attualmente.

Allora il problema veniva definito con il termine “pauperismo” e costituiva una grave fonte di preoccupazione per i regnanti che temevano per l’insorgere di probabili minacce a danno della stabilità sociale, dovute al girovagare sempre più intenso di poveri, vagabondi e senza lavoro, soprattutto all’interno delle città. Era già allora da farsi una distinzione netta fra i veri poveri che, malgrado la loro operosità, non ce la facevano a sbarcare il lunario, e gli accattoni oziosi; erano questi ultimi a costituire una minaccia per l’ordine costituito. Fu così che, per soccorrere a tale situazione anomala, apparve sulla scena storica del Piemonte la figura di un regnante, Vittorio Amedeo II duca di Savoia dal 1675 al 1713, re di Sicilia dal 1713 al 1720 e re di Sardegna dal 1720 al 1730. Amedeo II fu promotore di una serie di riforme che andarono a interessare i meccanismi dell’assistenza pubblica. L’intesa era quella di prestare aiuto agli indigenti effettivamente bisognosi e, nello stesso tempo, rieducare al lavoro i vagabondi e gli accattoni il cui stato di salute non impediva loro di prendere in mano gli attrezzi da lavoro e di darsi da fare. Per questi ultimi sbandati vennero creati dei veri e propri istituti di lavoro e di internamento, una sorta di lager-scuola a fini educativi si potrebbe dire, a imitazione di quanto già era stato realizzato in Francia e in Germania.

A questo punto s’introduce nel discorso una seconda figura di spicco, il padre gesuita Andrea Guevarre al quale fu commissionata l’opera di riorganizzazione dell’ospedale di Chambéry nella fattezza di istituto caritativo. A quei tempi non c’era da scherzare, a partire dalla disponibilità di derrate alimentari: si languiva, si deperiva, si moriva letteralmente di fame; all’economia dall’andamento assai precario andavano sovente a sovrapporsi carestie, contagi, alluvioni devastanti alternate a micidiali periodi di siccità. Il Guevarre, per quel che riguarda il Pinerolese e le sue Valli, ingaggiò da subito, sotto l’egida di Vittorio Amedeo II, una vigorosa lotta al pauperismo dilagante. Bisognava ripulire, questo il termine appropriato per i tempi, le città e le campagne dal vagabondaggio e dall’accattonaggio. Nel 1717 Amedeo II incoraggiò l’impresa del padre gesuita, dando per parte sua piena attuazione a quella mini crociata che ebbe il nome di “sbandimento della mendicità” e, dunque, padre Guevarre ebbe la strada aperta per poter vietare con assolutezza di termini l’accattonaggio e le elargizioni individuali di elemosine, nella convinzione che quell’andazzo comportamentale non avrebbe sortito altro risultato se non quello di incoraggiare e incrementare l’oziosità e il vizio. Furono eretti persino muri ideologici quando, con l’editto dell’agosto 1716, Vittorio Amedeo II diede l’ostracismo all’accattonaggio nella città di Torino e sbarrò la strada a mendicanti, vagabondi e forestieri che ne avessero tentato l’ingresso.

In soccorso ai bisognosi veri fu aperto, il 24 ottobre 1717 a Pinerolo, un ospizio di carità con tanto di regolamento a supporto e garanzia dell’attività intrapresa. A coloro che non vantavano diritti di assistenza fu inviato lo sfratto immediato, insieme al divieto assai severo, rivolto ai residenti, di offrire agli sfrattati elemosine o riparo in strutture abitabili.

Fu così che Vittorio Amedeo II riuscì a far valere una netta distinzione fra i poveri che si industriavano in tutti i modi nel portare avanti un lavoro sebbene di poco reddito e gli indigenti in forza di lavoro ma fermi nella ricerca di una vita mantenuta dalla carità altrui. I veri poveri dunque, quelli che necessitavano di aiuto da parte della società per pure esigenze di sopravvivenza, nel diritto pertanto di godere degli aiuti elargiti dalle congregazioni di carità, erano per lo più i malati, i vecchi ridotti all’abbandono delle forze necessarie per affrontare un lavoro di braccia, le vedove rimaste sole e senza sostegno alcuno e i padri di famiglie con tanti bambini e adulti inabili a carico. Senza sottacere che la soglia di dignità personale e il senso di vergogna, ancora, impedivano già allora, come oggi, a molti padri di famiglia di mettersi in mostra per ricevere soccorsi.

Detto questo, non credo sia il caso di tornare indietro, nel formulare il tipo di organizzazione sociale più adeguato alle esigenze e ai tempi, ai tre secoli trascorsi. Ma, non guasta mai, possiamo fare un pensierino retrospettivo sui significati più rappresentativi di queste considerazioni? Sono trascorsi trecento anni, ma noi, nella nostra gran scienza e sapienza, siamo così tanto progrediti e abbiamo proprio nulla da imparare?

Chi più… chi meno.

Mi soffermo ancora una volta sul tema “disuguaglianze sociali” per tentare di riflettere sulle anomalie che reggono i nostri sistemi contributivi e sulle assurdità del permanere di sperequazioni vergognose capaci di creare un abisso fra chi vive bene e in salute e altri che annaspano afferrandosi con le unghie e con i denti alla volontà di vivere. Mi sono documentato, all’occasione, su dati rinvenibili sulle pagine Internet. Chi, peraltro, vuole ricalcare quella che è stata la mia ricerca, può digitare su Internet “Stipendi d’oro” e troverà tutto ciò a cui mi riferisco e ancora di più.

Il 27 Novembre 2013 fu varata la Legge di Stabilità: tra le novità, reddito minimo garantito grazie al prelievo dalle pensioni d’oro del 5% fino a 90.000 Euro, del 6% oltre i 90.000 del 12% sopra i 128.000 e del 18% per quelle superiori ai 193.000 Euro.

Il 3 Aprile 2014 emergeva il problema pensioni: il 42,6% dei pensionati percepisce un reddito da pensione inferiore ai 1.000 Euro al mese: sono oltre 7 milioni su 16,6 milioni di pensionati in totale. A parlare sono i dati Istat sul 2012. Il 38,7% arriva tra 1.000 e 2.000 Euro, il 13,2% tra 2.000 e 3.000, il 4,2% tra 3.000 e 5.000. Il restante 1,3% percepisce un importo superiore ai 5.000 Euro: si tratta di 210.000 pensionati. In 11.683 (0,1% del totale) ricevono una pensione d’oro da oltre 10.000 Euro al mese.

Gli stipendi nella Pubblica Amministrazione: al livello più alto gli stipendi dei dirigenti di prima fascia delle agenzie fiscali con 220 mila Euro annui, seguiti dai colleghi di enti pubblici non economici, come Inps o Inail (217 mila) e dei ministeri (178 mila). Sono dati provenienti da un aggiornamento Aran. Tra i meno pagati i presidi (63 mila annui), i “semplici” dipendenti sui 30-40 mila Euro, con il Personale ATA della Scuola in coda (22 mila). Lo stipendio più alto è quindi dieci volte superiore a quello più basso.

22 dicembre 2017: Ecco la notizia bomba: al 1° gennaio 2018 fine dell’austerity, se così si può definire guadagnare “solo” 240 mila euro all’anno. Gli stipendi d’oro per i dipendenti di Camera e Senato possono arrivare fino a 480 mila Euro. Non esiste infatti più il tetto agli stipendi e ai vitalizi introdotto nel 2014 che, per quest’anno, avrebbe garantito un risparmio di oltre 23 milioni di euro. Questo significa che gli stipendi dei dipendenti di Camera e Senato sono aumentati con l’inizio del nuovo anno, ma non solo; per la metà di essi gli aumenti sono tali da sforare i tetti in vigore fino al 2017.

Gli aumenti riguardano anche i dipendenti della Regione Sicilia, che alla fine di gennaio riceveranno la stessa identica retribuzione dei dipendenti del Senato della Repubblica. La spesa totale, come rimarca Dirstat, è di 175 milioni di euro, con un aumento di 4 milioni e mezzo sul 2017. Tra Camera e Senato saranno 2200 i dipendenti che vedranno, dopo tre anni, aumentare i propri stipendi oltre il tetto prefissato nel 2014. In particolare le retribuzioni del 44% dei 137 funzionari di Camera e Senato, una sessantina, sforeranno il tetto di 240.000 euro arrivando in alcuni casi alla cifra record di 480.000 euro lordi. Centralinisti, uscieri e barbieri non prenderanno più 99 mila euro l’anno, ma arriveranno a guadagnarne 136 mila. Discorso simile per elettricisti e informatici, che passano da 106 mila euro annui a 156 mila. Lo stipendio dei documentaristi arriverà a 237 mila euro, mentre quello dei consiglieri parlamentari a 358 mila euro l’anno. Una busta paga superiore anche a quella del presidente della Repubblica Mattarella o della Cancelliera tedesca Angela Merkel.

Cisl, stipendi d’oro: compensi che sfiorano 300 mila euro. Espulso il dirigente che ha denunciato il caso. Scoppia il caso dei mega-stipendi alla Cisl. Un ex funzionario del sindacato ha denunciato i mega-compensi di alcuni dirigenti dell’organizzazione guidata da Annamaria Furlan e per questo verrà espulso.

Ecco alcuni dei nomi e dei mega stipendi citati dal giornale: «Antonino Sorgi, presidente nazionale dell’Inas Cisl, nel 2014 si è portato a casa 256 mila euro lordi: 77.969,71 euro di pensione, 100.123,00 euro di compenso Inas e 77.957,00 euro come compenso Inas immobiliare. Valeriano Canepari, ex presidente Caf Cisl Nazionale, nel 2013 ha messo insieme 97.170,00 euro di pensione, più 192.071,00 euro a capo della Usr Cisl Emilia Romagna: totale annuo, 289.241,00 euro. Ermenegildo Bonfanti, segretario generale nazionale Fnp Cisl, 225 mila euro in un anno, di cui 143 mila di pensione. Pierangelo Raineri, gran capo della Fisascat Cisl, 237 mila euro grazie anche ai gettoni di presenza in Enasarco, più moglie e figlio assunti in enti collegati alla stessa Cisl»..
 

Ma quanto ci costi, cappellano.

Dirigenti apicali dei cappellani militari di esercito e polizia guadagnano quasi 100.000 euro. Ma anche i 74 altri dirigenti fra i cappellani militari non se la passano male, con oltre 60.000 euro in media. Sono numerosissime le posizioni con remunerazioni fra i 250.000 euro e i 350.000 euro.

Grazie a una legge del 1961, i sacerdoti in divisa sono equiparati agli ufficiali. Per loro lo Stato spende oltre 20 milioni di euro, tra retribuzioni, tredicesime, benefit e pensioni. Anche nel 2017 dalle tasche dei contribuenti sono stati prelevati 9.579.962 euro per il pagamento degli stipendi dei Cappellani militari: i sacerdoti con le stellette.

Nel 2015 fra effettivi e ufficiali “di complemento” solo di stipendi i 205 cappellani sono costati oltre 10 milioni di euro. E chissà che direbbe il Papa, che puntualmente tuona contro l’arricchimento del clero, se sapesse che l’arcivescovo Santo Marcianò, che il Papa stesso ha nominato ordinario nel 2013, in virtù dell’equiparazione a generale di corpo d’armata può contare su 9.545 euro lordi al mese, che con la tredicesima diventano 124 mila l’anno. Il ruolo di vicario generale, assimilabile a generale di divisione, ne garantisce 108 mila, mentre gli ispettori (generali di brigata) arrivano a 6 mila al mese. Cifre alle quali aggiungere almeno 7 milioni per pagare le pensioni, che grazie ai cospicui contributi previdenziali si aggirano in media attorno ai 3 mila euro al mese. Senza contare gli innumerevoli bonus. Se il sacerdote dei parà si butta col paracadute ha diritto all’indennità di lancio; quello della marina, se non è a terra, all’indennità di imbarco. E poi, fra le tante, quella di trasferimento, il rimborso per il trasporto del bagaglio personale e dei mobili, l’indennizzo chilometrico per gli spostamenti. «E siccome l’orario è quello d’ufficio, una celebrazione dopo le 16,30 viene considerata straordinario», spiega un cappellano. Il cardinale-generale Bagnasco percepisce dallo Stato una regolare pensione parametrata allo stipendio, pari a 9.500 euro lordi al mese, che gli è stata pagata dallo Stato.

Inps, ecco gli stipendi d’oro dei super dirigenti:

Roma, 9 marzo 2017 – La metà o quasi dei super burocrati dell’Inps guadagna 239 mila 800 euro, appena 200 euro sotto il tetto massimo di legge dei 240 mila.

Trattamento di fine rapporto:

In testa nei compensi lordi 2012 c’è Giovanni Perissinotto, amministratore delegato delle Generali fino a giugno dell’anno scorso: forte di una liquidazione di 10,6 milioni, supera quota 11,5 milioni includendo il compenso tradizionale. Dietro di lui Sergio Marchionne con 7,3 milioni e Luca Cordero di Montezemolo con 5,5 milioni. Dopo Montezemolo c’è Sergio Balbinot, ex amministratore delegato delle Generali con 4,2 milioni di cui una parte come indennità di fine carica. Seguono Enrico Cucchiani (amministratore delegato di Intesa Sanpaolo) con 3 milioni e Franco Bernabè (presidente di Telecom) con 2,9 milioni. Dopo ci sono i vertici di Mediobanca: il presidente Renato Pagliaro con 2,5 milioni e l’amministratore delegato Alberto Nagel con 2,4 milioni. 


Passando alle banche, l’ex direttore generale del Monte dei Paschi – Antonio Vigni – ha lasciato l’istituto senese il 12 gennaio 2012 con un’indennità di 4 milioni di euro. Il banchiere Marco Morelli per il 2012 ha ricevuto da Intesa 3,5 milioni, di cui 2,8 milioni come indennità di fine rapporto. 

L’amministratore delegato e direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto, si porta a casa 650 mila euro all’anno. Viale Mazzini: l’ex presidente Anna Maria Tarantola si portava a casa quasi 288 mila euro, mentre oggi Monica Maggioni tocca quota 370 mila.

Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia incassa 599.613 euro l’anno, con una parte fissa a 383 mila euro. L’anno precedente lo stesso toccava quota 950 mila euro.

Un altro ex Rai, Mauro Masi, nella doppia veste di presidente e Amministratore delegato, viene ricompensato con 384 mila euro annui. Non se la passa male nemmeno Maurizio Prato, presidente e amministratore delegato della Zecca dello Stato con i suoi 402 mila euro. Pure Giuseppe Sala, sindaco di Milano ed ex amministratore delegato di Expo, tra i 270 mila euro di compenso fisso e gli 86 mila di parte variabile ha incassato 383.619 euro nel 2014.

Lo segue Cristiano Cannarsa, presidente e amministratore delegato di Sogei: nel 2014 il manager della Società Generale di Informatica ha portato a casa 318 mila euro. Domenico Casalino, ex amministratore delegato di Consip con 318 mila euro arrivati nel 2014 è seguito dall’ amministratrice delegato di Invimit Elisabetta Spitz con 314.583 euro e dall’ex presidente e amministratore delegato di Anas Pietro Ciucci con 307 mila euro. A quota 234 mila c’è Carlo Nizzo di Studiare Sviluppo, mentre di poco avanti (249.567 euro) c’è Gianluca Lo Presti, amministratore delegato di Eur. Compaiono anche i 223 mila euro di Coni servizi che finiscono in tasca ad Alberto Miglietta, seguito dall’amministratore delegato dell’istituto Luce Cinecittà Roberto Cicutto.

Una opinione su "Più ricchi, più poveri – Parte 2 di 5"

  1. Ottima analisi. Servirebbe una valutazione delle professionalità e dell’affidabità reali in quelle funzioni e incarichi così riccamente compensati e, magari, senza alcuna alternanza. In massima parte incarichi nello stato o legate ad esso e pagati con le nostre imposte e contributi. Nessuna sorpresa se, in assenza di trasparenza, l’assenteismo elettorale aumenta e la credibilità della democrazia si riduce.

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