Potere e sopravvivenza – Parte 2 di 2

Siamo così piccoli… 

In questi ultimi spiragli dell’anno 2022 sono portato, ancora una volta, a chiedermi qualcosa sul significato dell’uomo e della sia esistenza su questo nostro Pianeta. L’idea mi viene da quanto pubblicato su COELUM Astronomia che qui riporto fedelmente in quanto ritengo la pubblicazione di importanza cruciale per indurre le persone attente e meno attente in più profonde riflessioni. 

Un’immagine che fissa un pensiero nei cuori

L’immagine che segue e che non ha bisogno di commenti, spinge a porci una domanda: chissà se tacere, di fronte a un sogno o all’immensità, non sarebbe finalmente la scelta giusta?

L’immagine è stata ripresa da una delle quattro telecamere montate sul modulo di servizio ORION della missione Artemis 1. Ammirandola, non si può fare a meno di provare stupore e restare immobili, incapaci forse di concettualizzare tutto ciò che sta racchiuso in quella piccola sfera blu.

“Si chiama “overview effect”, la reazione dell’essere umano nel vedere la Terra dall’esterno. Scoperto e studiato fin dal 1987 da Frank White, questo stato di meraviglia e di timore reverenziale, di unità con la natura, di trascendenza e di fratellanza universale ha avuto un’influenza importante anche sulla nascita dei movimenti ecologisti. “La vista della Terra dallo spazio presenta le ben note caratteristiche naturali ed umane da un punto di vista remoto e offre una visione della Terra totale, che oscura le differenze demografiche e i confini nazionali. Prese insieme queste caratteristiche possono disporre lo spettatore ad un accresciuto senso di unità internazionale e forse anche di attitudini umanitarie”. (tratto da “Psicologia Spaziale” a cura diRemo Rapetti, Coelum Astronomia n° 259, dicembre 2022/gennaio 2023).

Eppure la mente si porta su quella realtà lontana nello spazio, dove un mondo azzurro comunica sensazioni di pace e di serenità. Se un lontano visitatore si avvicinasse sino a porre piede sul suolo terrestre rimarrebbe a dir poco inorridito di fronte a un Pianeta abitato da uomini che giocano a scannarsi reciprocamente e fanno a gara a chi darà l’ultimo tocco alla distruzione fisica del Pianeta. Dovremmo tutti, e soprattutto coloro che detengono le chiavi del potere, portarci nella posizione del modulo Orion e iniziare a riflettere sulla demenza, sulla ferocia, sulla follia che dominano il genere umano incapace di pensare, di fermarsi a riflettere.

L’immagine sopra riprodotta, tratta da Coelum Astronomia, vorrebbe augurarsi che con il lancio di Artemis 1 le riprese di questo tipo dallo spazio prossimo serviranno finalmente a instillare desideri di coesione e di fratellanza fra gli uomini, soprattutto fra coloro che si lasciano trasportare dalla prepotenza, dalla presunzione, dal mito dell’onnipotenza. Perché, in fin dei conti, contiamo sulla scena universale poco più di un nulla.

L’immagine seguente può servire a condurci qualche po’ al di fuori del nostro Io personale, del nostro egoismo, della nostra presunzione, del nostro infimo contesto esistenziale, se soltanto abbiamo la compiacenza di osservare attentamente. Sembrano luminarie di Natale, in realtà sano Galassie, ognuna delle quali conta qualche miliardo di stelle, come e più grandi del nostro Sole. E di Galassie nell’Universo conosciuto ce ne sono a miliardi. E di altri Universi ancora nulla sappiamo, possiamo soltanto ipotizzarne la presenza. 

Si chiamano UDG e sono galassie a bassissima densità: le maggiori sono grandi come la nostra Via Lattea. Abell2744 è un ammasso galattico distante 4 miliardi di anni luce, nella costellazione dello Scultore. È tra i più massicci e disturbati gravitazionalmente. Pullula di UDG. 

Il team di ricerca ha puntato in questo ammasso gli specchi di Hubble Space Telescope in grado di ottenere immagini molto profonde e lenti gravitazionali. Il risultato conta ben 76 nuove UDG: 41 nell’ammasso e 35 in un campo parallelo. Ad oggi, le UDGpresenti in Abell 2744 sono ben 2.100.

Gas e polvere di Abell 2744 (da Unione Astrofili Italiani)

“Il telescopio ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) osserva la sua galassia più distante e la scopre anche piena zeppa di polvere derivante dalla morte delle primissime generazioni di stelle. La galassia si chiama A2744_YD4, risale a un universo di 600 milioni di anni ed è stata scoperta da un team di astronomi della UCL: si tratta della galassia più distante nella quale siano stati trovati ossigeno e polvere. 

“La distanza è stata confermata dallo strumento X-Shooter a bordo del Very Large Telescope. 

“La polvere cosmica si compone principalmente di silicio, carbonio e alluminio in grani delle dimensioni pari a un milionesimo di centimetro, creati nel momento in cui le prime stelle sono morte in spettacolari esplosioni di supernova. 

“Per osservare la galassia è stato sfruttato l’ammasso galattico Abell 2744 e l’effetto di lente gravitazionale a esso legato, in grado di amplificare la luce degli oggetti posti in zone più distanti rispetto alla nostra linea di vista. La luce di A2744_YD4 è stata amplificata di 1.8 volte.

“Per quanto riguarda l’ossigeno ionizzato, invece, si tratta della più distante osservazione mai realizzata a oggi. 

“La quantità di polvere presente è stimata in circa sei milioni di volte la massa del Sole mentre la massa totale della galassia, dal punto di vista stellare, è stimata in due miliardi di masse solari. Il team di scienziati ha misurato anche il tasso di formazione stellare in A2744_YD4 trovando una produzione di 20 masse solari ogni anno, molto alta rispetto alla “misera” stella prodotta annualmente dalla nostra Via Lattea. Analizzando i dati si ritiene che questa galassia sia stata colta non molto tempo dopo la sua formazione, il che può fornire molte indicazioni sui tempi di accensione delle prime stelle dell’universo.

Il tempo richiesto per la formazione di polvere è di circa 200 milioni di anni il che significa che la formazione stellare è iniziata 200 milioni di anni prima rispetto all’età della galassia al momento dell’osservazione”. (La fonte è Phys.org)

Da Televideo 18-11-22. Il nuovo telescopio James Webb (JWST) delle agenzie spaziali di Stati Uniti (Nasa), Europa (Esa) e Canada (Csa) ha immortalato due galassie tra le primissime dell’Universo primordiale, nate tra 350 e 450 milioni di anni dopo il Bing Bang, tra le più antiche fino a oggi conosciute, individuate grazie alle osservazioni del lontanissimo ammasso si galassie Abell 2744 e di due regioni del Cielo adiacenti, il 28-29 giugno. Autrice dello studio Paola Santini, ricercatrice Inaf a Roma.

Un occhio verso lo spazio

Il 26 dicembre 2021, giorno di Santo Stefano, si apprende la notizia che è stato lanciato nello spazio il più grande e potente telescopio mai realizzato fino a oggi. Il suo nome è James Webb Telescope, costruito grazie alla collaborazione tra le agenzie spaziali americana, europea e canadese, al costo di 12 miliardi di dollari. È stato lanciato dal Kourou Space Centre nella Guyana francese. Una delle sue particolarità è quella di aprire le proprie componenti in modo graduale, una volta raggiunto il punto di osservazione, dopo di che la sua superficie può apparire simile a quella di un campo da tennis. Impiegherà quasi due settimane a raggiungere la sua massima dimensione. Si tratta di un oggetto di ricerca e osservazione, nonché di trasmissione dei dati ai laboratori terrestri, adibito a uno scopo da sempre inseguito dagli umani; quello di possedere nuovi dati per fare un passo in più nella corsa a comprendere quali siano state le nostre origini cosmiche e per rispondere all’altro grande interrogativo: la nostra Terra è l’unico pianeta abitato da esseri viventi e intelligenti? Avremo, in qualche remoto angolo dell’Universo, mondi abitati da esseri simili a noi oppure siamo costretti a rassegnarci della nostra solitudine siderale? Sono obiettivi veramente ambiziosi da raggiungere e speriamo che la spesa di quei 12 miliardi valga la pena di essere stata deliberata, nell’ambiziosa attesa di ottenere risposte soddisfacenti. È vero, escogitiamo strumenti sempre più potenti per sondare le vie del cielo che ci sfuggono lontano, ma non viene meno la considerazione che ci porta a stimare la piccolezza del nostro punto di ricerca e dei nostri strumenti di osservazione di fronte alla grandiosità dell’Universo percepito.

Siamo così piccoli!

Provate a spingervi in altura, in un momento di tranquillità, con il cielo notturno limpido e in assenza di fonti di illuminazione. Adagiatevi comodamente e volgete lo sguardo verso l’alto. Lasciatevi andare con il pensiero, immaginate di farvi trasportare verso gli spazi profondi. Siete a bordo di un’astronave che viaggia alla velocità della luce. Sì, perché con mezzi più lenti impieghereste un’eternità a spostarvi nei meandri siderali.

La luce, sappiamo, in un secondo percorre qualcosa come 300.000 chilometri, più di sette volte il giro dell’Equatore terrestre, ossia 9.460 miliardi e 800 milioni di chilometri in un anno. Lasciamo a parte le teorie della Relatività che ci porterebbero in altra direzione e vediamo quali realtà potremmo vedere nel nostro viaggio.

Dunque, si parte. Dopo appena un secondo leggermente abbondante sfioriamo la Luna e in otto minuti raggiungiamo il Sole, a debita distanza, per non farci incenerire. Uno sguardo alle nostre spalle: la Madre Terra diventa sempre più piccola, come un palloncino che si stia rapidamente sgonfiando. La nostra bella dimora, ormai vessata da guerre, violenze, sopraffazioni, ingiustizie, inganni, conflittualità perenni e a ogni livello, quell’angolo di orto galattico che impiega ormai un anno a produrre quanto i suoi ospiti consumano in soli otto mesi, dove cresce a ritmo battente il bisogno di cibo, la “fame”. Ecco, un puntino, sempre più piccolo, ora sparisce nel buio immenso, non la vediamo più, la lasciamo nelle sue contraddizioni di sempre.

La nostra astronave prosegue imperterrita: un’ora circa per superare Giove e, poco dopo, eccoci in prossimità di Saturno. Poi cinque ore di vuoto, eppure stiamo correndo a 300 mila km al secondo! Ora eccoci presso Plutone. In 6 ore lasciamo l’ultima frontiera del nostro Sistema Solare. Vuoto, ancora vuoto, per quattro lunghi anni e due mesi, tanto occorre per raggiungere le stelle più vicine al Sole, Proxima e Rigil Centauri.

Facciamo due conti: siamo fuggiti alla bella velocità di oltre un miliardo (1.080.000.000) di chilometri l’ora e abbiamo coperto una distanza di quasi 40 triliardi di chilometri. Una bella corsa, vero? Niente, non è ancora niente. Per un’ipotesi puramente fantastica immaginiamo di mettere in fila i corpi celesti che potremmo visitare: una strategia cervellotica che renderà comunque più comprensibile il computo che andiamo elaborando. Un altro po’ di pazienza e in sei anni arriviamo nei pressi della stella di Barnard, in otto e sette mesi approdiamo alla luminosissima Sirio; 16 anni per Altair, 27 per Vega, 40 per Arturo, 68 per Aldebaran, 88 per Mizar.

Sarà l’ora ormai che ci ingegniamo nel trovare qualcosa di cui occuparci, perché gli spazi si stanno dilatando sempre più e ci tocca superare attese via via più lunghe. Dobbiamo correre senza fermarci per 275 anni, dopodiché raggiungiamo Spica, nella costellazione della Vergine.

Già, dimenticavo, sempre sul filo dell’immaginazione ipotizziamo di poter godere di un’esistenza lunghissima, il viaggio lo richiede!

E quella stella lassù, che dalla nostra amata Terra indicava il Nord, eccola venirci rapidamente incontro dopo appena (si fa per dire!) 350 anni.

Ora puntiamo verso la costellazione di Orione e inoltriamoci fra le luci spettacolari della sua grande galassia M42: sono trascorsi dalla nostra partenza ben 1.600 anni, e non abbiamo rallentato né ci siamo fermati in soste intermedie.

Siamo ai confini dell’Universo? Ma che dico, ci troviamo ancora nella nostra galassia, la Via Lattea, i cui limiti riusciamo a toccare in 20.000 anni.

Ma ora lo stress dell’attesa si sta facendo davvero pesante: procediamo nel vuoto assoluto sino a quando la nostra astronave punta sulla galassia di Andromeda che reca il nome di M31, di uno splendore spettacolare, ma ci sono voluti quasi due milioni e mezzo di anni. Non andiamo oltre, avremmo comunque molti altri miliardi di galassie da visitare, decidiamo pertanto di invertire la rotta: a casa ci stanno aspettando, cosa ci diranno per il ritardo che abbiamo accumulato?

Ecco, è tempo di chiudere gli occhi e pensare al destino degli oggetti che abbiamo avuto la ventura di osservare. Proprio là, attorno alla Stella Polare, si snoda la costellazione del Drago della quale fa parte una stella molto particolare: Etamin, l’occhio del Drago, non molto distante dalla superba Vega della Lira. Etamin, detta altresì Eltanin, nome che deriva dall’arabo “al Ras al Tinnin” (ossia la Testa del Drago), è un affascinante astro di color arancione, 50 volte più grande del Sole e 600 volte più luminosa. Nel nostro ipotetico viaggio l’avremmo potuta incontrare dopo appena 145 anni. Una stella particolare, ho accennato, sì, perché non vuole proprio farci scomodare più di tanto: è lei stessa che pensa ad avvicinarsi a noi e lo sta facendo alla discreta velocità di 28 chilometri al secondo; discreta, ma relativamente lenta rispetto alla nostra astronave se pensiamo che fra un milione e mezzo di anni si sarà avvicinata alla Terra per l’80% dell’attuale distanza e apparirà ai nostri posteri come la stella più luminosa del cielo. 

…Siamo così piccoli…

Immagine di Copertina tratta da NASA Hubblesite.

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