Nella valle c’è un Cimitero – La morte degli Alpini in versi

Quelle che vanno a seguire sono mie riflessioni e considerazioni su che cosa può essere la guerra per chi la combatte e su una certa propaganda oziosa, ipocrita, ingannatrice che si sforza di snaturare una realtà atroce, quella del perdere la propria vita per uno scopo che non si conosce o che è stato reso in un certo senso credibile in un’ottica propagandistica, impositiva, autoritaria e delirante. 

Per meglio esprimere quanto desidero chiarire in me e invitare a tanto chi mi vuole seguire nel corso di questi pensieri, allo scopo di far emergere le contraddizioni che affiorano in abbondanza da quanto s’è sempre detto in tema di sacrifici dei Combattenti in guerra, prenderò come spunto alcune declamazioni tratte dai versi di una serie di canti alpini, ravvisandone la scarsa o nulla rispondenza alla realtà delle situazioni richiamate nel contesto.

In cominciamo dalla “Leggenda del Piave”. La guerra era appena iniziata, si cita il fatidico 24 maggio, che i nostri ragazzi attorno ai vent’anni o poco più venivano mandati avanti “per far contro il nemico una barriera”. Una barriera? Chi dovevamo arrestare, da chi dovevamo difenderci? Non eravamo forse noi ad aver dichiarato guerra all’Austria-Ungheria? A noi urgeva il compito di gettarci in terra straniera per strappare all’avversario i territori da tempo contesi, più pretestuosamente per arrivare in breve tempo a Vienna, così si diceva. E, dunque, semmai la barriera sarebbe stata preoccupazione primaria dei nostri ex alleati di poche settimane addietro, succubi della minaccia italiana. Gli Austriaci erano sulla difensiva; gli aggressori eravamo noi. In un passo seguente si declama “non passa lo straniero”: qui un altro stravolgimento di una visuale storica dai tratti incerti. Dove doveva passare lo straniero? Oltre il Piave, per invadere la pianura piacentina, per prendersi l’Italia intera? Mi suona un po’ svilente questo quadro strategico dove noi, conquistatori della prima ora, ci dovemmo atteggiare a difensori dell’ultima. Uno straniero che temeva minacce di invasione nella propria Patria e che ora è lui a minacciare di entrarci in casa? Chi legge e chi ripete nel canto questi versi non si chiederà quali condizioni avessero mai portato a una mutazione così repentina degli eventi? No, perché si aprirebbe doverosamente un ampio capitolo sui comportamenti dei Comandi militari e delle correnti politiche responsabili della situazione venutasi a creare. E, allora, ecco emergere il pericolo incombente che molti fra i soldati si sarebbero potuti immedesimare nell’affermazione di uno fra loro, un pericolo scaturito dalle righe di lettere inviate dal fronte ai familiari: “La patria è cosa ben diversa di questi quattro delinquenti per i quali combattiamo, illudendoci di combattere per un ideale… Ci hanno riempito la testa di balle, il nemico ci stava alle spalle”. D’altra parte è sufficiente scorrere le pagine del testo “Soldati e prigionieri italiani nella Grande guerra” di Giovanna Procacci, dal quale ho tratto le testimonianze testé citate, per farsi un’idea dell’atmosfera di menzogna nella quale erano stati cacciati i nostri soldati.

Versi successivi della Leggenda del Piave, ancora, intimano: “Mai il nemico faccia un passo avanti… Voleva ancora sfamarsi e tripudiare come allora”. Qui, dopo la disfatta di Caporetto, sì che si trattava veramente di difendere i sacri confini, ma i versi del canto di guerra inneggiano piuttosto alla denigrazione, al disprezzo nei confronti di un così detto nemico allo stremo delle proprie forze. 

La vita dei nostri Combattenti, in ogni caso, era considerata cosa di poco conto, l’individuo veniva catalogato alla stregua di un numero, presente soltanto nelle rilevazioni statistiche di Caduti negli scontri armati, carne da cannone, “proiettili umani” nella definizione del Generale Emilio Faldella, e la morte di ciascuno veniva presentata come qualcosa di meravigliosamente ambito. Non importava veder cadere centinaia, migliaia di giovani, per loro ci sarebbe comunque stata la gloria dell’aver sacrificato la propria vita per la Patria. Qui dovremmo aprire una parentesi per fare ampia chiarezza sull’apparenza semantica di questo termine, Patria. Ma lascio ad altro contesto le disquisizioni che ne dovrebbero seguire. Per il momento valga la definizione sopra citata dalla lettera di un Combattente al fronte.

Il “Canto dei Bersaglieri” in guerra esemplifica in modo assai netto i concetti fin qui enumerati là dove recita, accennando al Combattente caduto sul campo di battaglia: “perché se cade fra rocce e fiori, non gli importa di morir”. È qualcosa di raccapricciante, se soltanto ci premuriamo di andare a fondo del peso portato dal lessico usato. È come imporre una sicura condanna a morte che non dovrebbe avere effetto alcuno sull’insieme delle emozioni di chi combatte e va a morire.

Nel canto “Bandiera Nera”, poi, la constatazione di quanto veramente accadeva a chi si apprestava ad affrontare un passo senza futuro: “la meglio gioventù che va sotto terra” là dove “La Vojussa, col sangue degli Alpini, s’è fatta rossa”.

Dal “Monte Cauriol” si leva una sola voce: “Genitori piangete, piangete, vostro figlio è morto da eroe”, ed era quello che più di ogni altra cosa contava per gli esiti della guerra: molti eroi e molti figli di mamma ammazzati, per lasciare spazio a un dolore muto, assordante, incolmabile. 

Non che tutti i comandanti fossero insensibili di fronte ai sacrifici estremi affrontati con un coraggio sovrumano dai soldati. Nel canto “Il colonnello fa l’adunata” si ravvisano i sentimenti ravvivati nell’animo dei dipendenti, ma anche un’intima disperazione nel prevedere la fine alla quale interi reparti venivano condannati. Ecco allora il colonnello che incita a “sacrificarsi ma non mollare”. Nonostante che gli Alpini, consci del dovere che li attendeva, mandavano a dire al comandante che mancavano pane, vino, scarpe, che c’era da sopportare un freddo tremendo, che scarseggiavano le munizioni, che la posta non arrivava, che il battaglione era stato ridotto alla consistenza di un pugno di uomini. E “Il colonnello co’ veci Alpini” termina con uno sguardo lugubre: “…tutti era morti, ma i era là”.

Il canto alpino “Monte Nero” traccia un profilo di netto contrasto nel porre di fronte la morte degli Alpini sul campo con ciò che per loro era stato riservato: “Abbiam perduto molti compagni, tutti giovani sui vent’anni. La sua vita non torna più. Colonnello che piangeva a vedere tanto macello: fatti coraggio alpino bello che l’onore sarà per te”. Un invito vacuo ai genitori, alle spose, ai figli dei Caduti, tutto, anche la vita, in cambio dell’onore. E agli Alpini sarebbe stato sufficiente, d’obbligo, farsi coraggio, come chi con le gambe tremolanti e la bocca muta salisse al patibolo per incontrare la mannaia del carnefice. 

Concludo queste mie osservazioni con la citazione dei versi di un canto alpino molto toccante, “Ortigara”, dai risvolti terrificanti nell’attesa di un vuoto che avrebbe preso il sopravvento. Tristi sono le aspettative: “E domani si va all’assalto, soldatino non farti ammazzar. Quando poi si discende a valle, battaglione non ha più soldà. Nella valle c’è un cimitero. Cimitero di noi soldà. Cimitero di noi soldà, forse un giorno ti vengo a trovar”. È l’epilogo di una vita colma di rosee aspettative, abbattuta nei suoi anni più floridi, con le speranze, con l’ardore, con gli entusiasmi, con i progetti che l’accompagnavano. 

Quelli sopra descritti rispondono ad alcuni degli elementi contraddittori da me ravvisati a una attenta osservazione dei particolari lessicali, perché è da questi che possono emergere significati sui quali molti fra noi sono avvezzi sorvolare. Io stesso mi unisco volentieri ai canti summenzionati, intonati nel corso delle commemorazioni militari, a ricordo dei sacrifici affrontati dai nostri soldati con superiore nobiltà d’animo, sebbene di fronte ad alcune declamazioni mi senta piuttosto perplesso. Ma la mia partecipazione è volta al riconoscimento di ciò che di più profondo i soldati hanno dato, soprattutto nel condividere con i compagni di lotta un’esistenza difficile, quotidianamente messa in forse. Con questi pensieri in mente mi verrebbe quasi da piangere, come accadde al colonnello “nel vedere tanto macello”, facendo in parte miei i sentimenti che quei giovani immagino abbiano provato al momento dell’attacco. Il mio vituperio, se così si può dire, va a chi comandava quella sterminata serie di massacri, standosene per di più al sicuro e ponendosi a osservare come di fronte a una scenografia teatrale dagli esiti incerti. Tanto più se penso che la maggioranza, forse quasi la totalità dei comandati non sapeva perché fosse stata spinta a sparare contro qualcuno con il quale non aveva alcun conto aperto. Coloro che li mandavano a morire di una morte sicura non si curavano certo delle tempeste cognitive, morali, affettive che avrebbero turbato profondamente l’esistenza dei propri sottoposti. La guerra, forse, era compresa nella sua bieca fisionomia solo da una minoranza che si era bevuto il cervello e che il cervello lo avrebbe gelosamente conservato, trattandosi tuttavia di un cervello bacato. 

Così come, fra il mare di sofferenze che afflissero i nostri soldati in tutte le guerre, molti fra i Combattenti non si domandavano quali fossero o fossero stati i motivi scatenanti di una serie di guerre che nulla avevano a che vedere con la difesa dei sacri confini. Sì, perché per noi, dopo la parentesi risorgimentale, ogni guerra in cui fummo scaraventati fu una guerra di aggressione, là dove nessuno ci aveva mosso una dichiarazione di ostilità. Dunque impensabile l’onere di difendere i confini della Patria già a partire dall’occupazione di Massaua nella spedizione del 1885 in Africa Orientale e dalla guerra di Libia contro la Turchia nel 1911. Forse un’eccezione a questo tipo di constatazione potremmo concedercela per quanto concerne la Grande Guerra 1915-1918, considerata come la quarta Guerra dell’Indipendenza per la realizzazione dell’unificazione nazionale là dove, tutto considerato, dichiarammo guerra all’Austria-Ungheria con la quale avevamo sostenuto un’alleanza, la “Triplice”, per ben trentatré anni, e dove una dichiarazione più che legittima di neutralità, successivamente riconfermata, avrebbe molto più probabilmente risparmiato la vita a settecentomila nostri soldati e sofferenze e fame e miseria e malattie e distruzioni per la popolazione civile. 

Sul tema nel quale mi sono inoltrato desidero rimarcare il concetto della difesa dei sacri confini, l’atteggiamento doveroso e di estremo onore per un popolo soggetto a minacce di invasione. Il secolo breve la dice lunga su questo argomento. Erano gli Etiopici, nel 1935, chiamati a difendere dalle nostre aggressioni i propri confini; era l’Albania nel 1939, erano la Francia e la Grecia nel 1940, infine la Russia nel 1942 a trasformare i propri uomini in partigiani armati per difendere l’incolumità della propria Patria.

In Italia ci pensò il “regime” a gonfiare i propri polmoni nell’erigere verso il cielo monumenti sempre più massicci, possenti, slanciati, a ricordo di chi combatté per “fare grande l’Italia”. Centinaia di migliaia di morti, energie e risorse bruciate, opere dell’uomo distrutte valsero forse a fare grande l’Italia? Oppure a garantire il prestigio e il potere della casa regnante, insieme alle ambizioni di carriera dei sudditi di più alto grado? In ultimo, la contraddizione più esecrabile, quella di qualche decina o di poche centinaia di persone che si lasciano decidere a scatenare conflitti armati devastanti e a prostrare popolazioni intere di fronte al proprio volere e potere. Ancora, e sempre, all’unisono con il grido emesso nel silenzio del profondo dal Milite che giace inerme ai piedi della dea Roma, Simbolo eterno di tutti i Caduti in guerra, non avremo fiato abbastanza per recitare, con le lacrime agli occhi: “Nella valle c’è un cimitero…”.

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