La guerra nel Deserto – Il secondo flagello planetario – Parte 4 di 6

Rommel si trovò più di una volta in contrasto con l’intendenza italiana. Non era solo la R.A.F. (Aeronautica militare inglese) a fargli fastidio, ma anche lo stesso Comando Supremo italiano con gli errori commessi e, addirittura, si disse, per via di un ammiraglio italiano contrario al fascismo, che fungeva da spia agli Inglesi, a tutto danno dei convogli italiani di rifornimenti. Persino i procedimenti di scarico del materiale dalle navi erano attuati con estrema lentezza e così le navi ferme ai porti venivano bersagliate con facilità dagli aerei della R.A.F. Il risultato era che a Rommel perveniva soltanto in minima parte il materiale che il Comado Supremo gli inviava. In vista di un attacco era la penuria di carburante a mettere in crisi tutto il sistema. Il generale Cavallero aveva promesso a Rommel 6 mila tonnellate di carburante, ma le promesse non andavano al di là delle parole. Come accadde con Kesselring che aveva promesso a Rommel una fornitura di 500 tonnellate di carburante al giorno in prospettiva di una crisi militare, fornitura che non arrivò a destinazione.

Rommel pensò tuttavia di fissare la data per l’attacco alla notte fra il 30 e il 31 agosto. Era oltremodo preoccupato; dormiva pochissimo, lavorava con un’alacrità quasi sovrumana, il tutto a danno della propria salute. Già era assillato da emicranie, da dolori di stomaco e di intestino a un livello talvolta parossistico. Fu sottoposto a visita medica dal professor Horster dell’Università di Würtzburg, il quale diagnosticò oppressione da catarro cronico allo stomaco e all’intestino, difterite nasale e disturbi di circolazione sanguigna. Rommel dovette fermarsi e designò come proprio successore il generale Guderian. Hitler non accettò questa decisione e Rommel dovette riprendere le redini del comando.

L’attacco divampò alle ore 22 del 30 agosto 1942 su tutta la linea dal mare a El Mireir. Dopo un bombardamento a tappeto dell’artiglieria le fanterie italo-tedesche s’incunearono all’interno delle difese inglesi fra le mine che scoppiavano e le micidiali raffiche delle mitragliatrici inglesi. Gli scontri si intensificarono sino alla mezzanotte, lasciando quindi la scena agli aerei della R.A.F. La Fanteria aveva aperto alcuni corridoi che consentirono ai mezzi corazzati tedeschi di spingersi in avanti. Alla 44a divisione di Fanteria inglese pervenne l’ordine di difendere a oltranza Alam-el-Halfa, a sud di El Alamein. La 7a divisione corazzata inglese aveva il compito di rallentare l’avanzata degli avversari e di distruggere i carri armati nemici, ma non di impegnarsi in battaglia. Montgomery intendeva evitare perdite di carri armati, affidando l’iniziativa distruttiva all’artiglieria e alle flotte aeree. Emanava ordini precisi per i quali non ammetteva in assoluto libertà di interpretazione: dovevano essere eseguiti alla lettera e basta. Nel trambusto generale la 5a divisione indiana era riuscita a riprendere quasi per intero la cresta di Ruveisat. Rommel dovette subire ingenti perdite in uomini, fra i quali il generale von Biusmarck della 21a Panzerdivision, ucciso, del generale Nehring comandante dell’Afrika Korps e di Kleeman, feriti. L’effetto sorpresa sperato da Rommel, a seguito di una grande velocità di penetrazione, era andato in fumo.

Al comando dell’Afrika Korps era stato nominato il colonnello Bayerlein. Rommel, intenzionato a continuare la lotta nonostante fosse iniziata male, informò Bayerlein sulla decisione di prendere possesso del colle di Ala-Bueid; ordinò pertanto al XX Corpo italiano di fare d’appoggio all’attacco e alla 90a Leggera di fare da collegamento nel settore fra il mare e l’Afrika Korps. E l’Afrika Korps il 31 agosto puntò verso la quota 132. Intanto, sulla linea dei rifornimenti, le petroliere che il generale Cavallero aveva inviato erano state tutte affondate. Il Comando Supremo italiano aveva promesso a Rommel seimila tonnellate di carburante, ma di queste ben 2.600 erano disperse in mare; 2.400 tonnellate restavano in Italia e in Africa ne erano arrivate soltanto mille. Ancora, Rommel stava attendendo invano le famose 500 tonnellate giornaliere promesse da Kesselring. Era ormai il 2 settembre che le forze tedesche non disponevano di rifornimenti che per una sola giornata. Rommel, constatata la situazione, dovette ordinare il ripiegamento alla data del 3 settembre.

Nella notte fra il 3 e il 4 settembre Montgomery spinse all’attacco la 20a divisione di Fanteria neozelandese, arrestata tosto dalla forte difesa della 90a Leggera e della brigata Trieste. La stessa cosa successe alla 5a divisione indiana, fermata dal X Corpo italiano. Gli Inglesi in sostanza uscirono vincitori da questo confronto, grazie alla superiore potenza dell’artiglieria, alla abbondante dotazione di munizioni e alla sostanziosa disponibilità di carburante. Così per Rommel svanì l’ultima possibilità di arrivare a Suez, impedito dalla energica produzione dell’industria militare britannica e degli Stati Uniti, ma anche dalla forte azione di disturbo e di sabotaggio esercitata da numerosi commandos britannici. Churchill continuava a essere impaziente: pensava a una potente offensiva da scatenarsi in Egitto. Montgomery si apprestò a preparare lo scontro e lavorò sodo su tre punti necessari al successo: il comando, l’addestramento e l’equipaggiamento. Per quanto riguardava il comando aveva bisogno di ufficiali capaci ed energici, che sapessero guadagnarsi la fiducia dei sottoposti. In tema di addestramento Montgomery era molto rigido: voleva quadri ufficiali in piena efficienza fisica e non disdegnava di ordinare momenti di educazione fisica per tutti gli ufficiali dello Stato Maggiore. In quanto all’equipaggiamento fece sì che decine di navi mercantili raggiungessero ogni mese Alessandria, cariche di tutto il necessario e con abbondanza. Sul piano tattico Montgomery invertì l’usanza adottata ossia quella di mandare in avanscoperta i mezzi corazzati; iniziò invece con il procurare dapprima la distruzione delle formazioni di Fanteria schierate in difesa, per rivolgersi solo in seguito alle truppe corazzate. Montgomery era molto abile nell’arte del simulare e dell’ingannare l’avversario. Nella situazione in atto usava ogni sorta di sotterfugi e diramava false informazioni per confondere il nemico.

In quanto a Rommel, la sua salute peggiorava minacciosamente ed egli fu costretto ad accettare un periodo di riposo in Germania. Sul campo di battaglia lo sostituì il generale dei mezzi corazzati, Stumme. Non perse l’occasione, Rommel, di recarsi a Roma il 23 settembre per sollecitare l’invio di rinforzi in Africa. In seguito, dopo un colloquio con Hitler, da questi ebbe la promessa della fornitura di 40 carri armati Tigre, di pezzi di artiglieria e di 500 mortai lanciarazzi. Rommel dichiarò espressamente che le forze tedesche in Africa avevano assoluto bisogno di 30 mila tonnellate di rifornimenti per il mese di settembre e di altre 35 mila per l’ottobre, ma l’armata corazzata ricevette in tutto per i due mesi appena 20 mila tonnellate. Il 15 ottobre le forze avverse si trovarono frontalmente con una disparità vistosa: 150 mila uomini in prima linea per gli Inglesi e 96 mila per gli Italo-Tedeschi. Inoltre l’aviazione di stanza in Malta si beffava dei mercantili e li mandava costantemente a fondo. La R.A.F., inoltre, insidiava le forze terrestri con incursioni quotidiane e i commandos continuavano con la loro attività di sabotaggio. I genieri tedeschi, guidati dal colonnello Hecker, inventarono un dispositivo di mine sotterrate, chiamato “il giardino del diavolo”: le mine venivano disposte a scacchiera, per migliaia di tonnellate di esplosivo. Su una lunghezza di 54 chilometri furono apprestati oltre 500 mila di questi dispositivi. 

Da nord a sud erano schierati il 20° Corpo italiano con il 12° reggimento Bersaglieri, le divisioni corazzate Trieste e Bologna, il 10° Corpo italiano con la divisione Brescia, i paracadutisti italiani della Folgore, la brigata Pavia con altre formazioni tedesche. La 15° Panzer e la divisione corazzata Littorio furono schierate vicino a Tell el-Aqqaqir. La 21a Panzer e la divisione corazzata Ariete a sud del Qaret er-Abd. La 90a Leggera e la divisine motorizzata Trieste a ovest di Ab del-Rahman. Ma tutte le formazioni, compresi aerei e cannoni, difettavano di carburante e di munizioni.

Stava partendo l’operazione “Lightfoot” ossia la grande offensiva di El-Alamein. Il 23 ottobre 1942 alle ore 21,40 iniziarono a tuonare 120 cannoni. Dopo i primi colpi sulle prime linee tedesche, gli Inglesi allungarono il tiro sino a colpire le casematte, le blockhaus, le postazioni di mitragliatrici e le trincee nemiche. Di notte intervenne anche l’aviazione inglese a gettare morte, attaccando violentemente gli aeroporti tedeschi e italiani. Data la penuria di munizioni Rommel sconsigliava di attendere, perché voleva approfittare dell’occasione per disorganizzare il più possibile l’avversario. Montgomery, per parte sua, lanciò cinque divisioni del 30° Corpo sulle prime linee tedesche, con lo scopo di trattenere la 21a Panzer e la divisione corazzata Ariete. Riuscì ad aprire un corridoio nella cintura difensiva tedesca, attraverso il quale si inoltrò la 1a divisione corazzata inglese e, poco dopo, anche la 10a divisione corazzata.

La sera del 24 ottobre il generale Stumme, che aveva sostituito Rommel, mancava all’appello. Due giorni dopo lo ritrovarono, morto per le ferite riportate. Rommel però era tutt’altro che in buona salute, assillato anche dal cattivo esito della battaglia per i rifornimenti, diventata ormai catastrofica, ma non ci pensò due volte a prendere il volo per Roma. Giunse sul campo di battaglia il 26 ottobre per riassumere il comando delle operazioni. 

L’8a Armata britannica riuscì a far passare 700 carri armati nella breccia di dieci chilometri che aveva aperto nel sistema difensivo tedesco e sotterrò i carri nella sabbia lasciando scoperte soltanto le torrette, mentre la fanteria del 30° corpo avanzava lentamente. Il 25 ottobre la 15a Panzer e la divisione Littorio si gettarono contro le forze corazzate britanniche. Un migliaio di bocche da fuoco britanniche ridussero al silenzio i pezzi italiani, mentre l’aviazione inglese spadroneggiava nei cieli. Nonostante la loro forte resistenza la 164a divisione tedesca e la Trento subirono ingenti danni. Gli Australiani riuscirono ad avanzare di 1800 metri tra il 25 e il 26 ottobre verso il mare. Ormai sia i Tedeschi sia gli Italiani stavano per essere travolti da un crollo nervoso. Gli artiglieri e gli aviatori erano succubi della superiorità avversaria.

Da parte italiana, non vedendo una ripresa della lotta da parte inglese, si pensò a una rinuncia, ma Rommel sapeva benissimo che quella pausa avrebbe preannunciato una tempesta ben più forte, portata da un attacco frontale a nord. Chiamò dunque in prima linea la divisione motorizzata Trieste a supporto del 21° Corpo italiano e spostò a nord l’intera 21a Panzer, pur sapendo di essersi cacciato in un serio rischio con il lasciare sguarnito quasi del tutto il fianco meridionale. Ma il pericolo più grave era rappresentato dalla breccia aperta dagli Inglesi, che avrebbe dato adito a un accerchiamento del 10° Corpo italiano al completo. Era arrivato il pomeriggio del 26 ottobre allorché Rommel fece partire all’attacco tutti i mezzi blindati di cui ancora disponeva. Dal cielo era bersagliato da stormi di Aircobra che gettavano bombe e proietti da 40 mm capaci di perforare persino la corazza dei carri. Il 20° Corpo italiano e l’Afrika Korps dovettero fermarsi. Nei due giorni successivi l’Afrika Korps e la divisione Littorio riprovarono ad attaccare, forti di una settantina di aerei Stukas, dell’artiglieria e della contraerea inglesi. Ma ormai il carburante scarseggiava paurosamente e quello finiva per costituire il problema più grave.

Il 28 ottobre riprese a tuonare l’artiglieria con il bombardamento di 500 bocche da fuoco inglesi. A sera tardi la 9a divisione australiana e la 23a brigata corazzata puntarono decisamente verso nord, mentre numerose squadriglie britanniche bombardavano il 125° reggimento di fanteria tedesca e il 12° reggimento Bersaglieri. Al sorgere del giorno 30 la XXVI brigata australiana mosse l’attacco al 125° reggimento, quando anche la petroliera Luisiana e la Proserpina furono mandate a fondo con i loro carichi di carburante destinati alle forze italo-tedesche. Anche perché la maggior parte dei cannoni tedeschi erano stati annichiliti, Rommel decise di fare ripiegare l’esercito su Fuka.

Montgomery, intanto, apportò qualche modifica al proprio piano: non si interessò oltre della direzione verso Sidi Abdel-Rahman e previde di gettare le truppe nel punto in cui si univano le unità tedesche e italiane. Il 31 ottobre gli Australiani erano già ad appena due chilometri dalla linea del litorale, ma il 1° novembre furono respinti dalla 21a Panzer e dalla 90a Leggera. Verso sera furono le 120 bocche da fuoco inglesi a sputare ferro e fuoco per tre ore senza sosta. All’albeggiare del 2 novembre due brigate di fanteria inglese attaccarono in direzione di Tell el-Aqqaqir, dopo un tiro di sbarramento di 190 cannoni. All’avanzata della IX brigata corazzata i Tedeschi e gli Italiani opponevano una accanita resistenza. Rommel era rimasto con soli 90 carri armati, più 140 del tipo M.13 italiani, ma nella battaglia di Tell el-Aqqaqir la disparità era di un rapporto di cinque a uno. Al termine degli scontri agli Italo-Tedeschi rimanevano soltanto 35 cari sui quali fare affidamento. Nella fascia più settentrionale il 125° reggimento era stato costretto a ripiegare. Le comunicazioni erano saltate quasi del tutto. Nel generale frastuono regnante due reggimenti di autoblinde inglesi superarono la minaccia dei cannoni anticarro e si gettarono all’attacco dei depositi di munizioni e di approvvigionamenti, danneggiando le linee di comunicazione e insidiando il passaggio di automezzi diretti verso il fronte. Il messaggio inviato da Rommel al Comando Supremo tedesco diceva chiaramente: “L’esercito è allo stremo delle forze”. Si rese necessario fissare la prima tappa della ritirata a 15 chilometri est di El Daba.

Immagine di copertina tratta da L’Espresso.

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