Il secondo flagello planetario – Parte 4 di 6 – Tedeschi e Italiani in Russia

La grande offensiva.

L’Operazione Blu ha inizio il 28 giugno e si sviluppa nel territorio fra Kursk e Kharkov. La 4a divisione Panzer del generale Hoth ha la meglio sulle truppe del generale Golikov e prosegue per raggiungere Voronej e il Don. Fra Voronej e Stalingrado sono schierate truppe formate da Ungheresi, Romeni e Italiani, piuttosto carenti di attrezzature e di armamento. A Voronej il generale Rokossowski pone un limite all’avanzata tedesca e l’8 luglio inchioda la Wehrmacht all’altezza di Voronej. L’Operazione Blu prosegue con la spinta della 1a divisione Panzer di von Kleist in direzione di Millerovo. Di fronte a queste minacce Timoscenko adotta la tattica della terra bruciata ripiegando di volta in volta e a Millerovo si getta nel tentativo di arrestare l’avanzata dei mezzi corazzati di von Kleist. Questi, allora, punta a sud verso Rostov, mentre Hoth arriva sul Don a Nikolaievskaya. Rostov cade il 23 luglio e la via del Caucaso, sulla direttrice del Don, è finalmente aperta per i Tedeschi. Puntuale, il 23 luglio, perviene l’ordine di Hitler al Gruppo di Armate A perché occupi l’intero tratto costiero del Mar Nero fino a Batum, per inoltrarsi quindi alla volta di Grosnyi e Baku sul Mar Caspio. Il Gruppo di Armate B riceve il compito di tenere la linea del Don nel tratto tra Voronej e Kakatsc, per impadronirsi poi di Stalingrado e prendere Astrakhan, oltre il Voga sul Caspio. I Panzer tedeschi il 6 agosto sono a Tikharetskaya dove si incontrano le uniche due linee ferroviarie tracciate sul Caucaso settentrionale. Di seguito occupano Voroscilovsk, Piatigorsk e Maikop, ricche di petrolio.

A imitazione di Timoscenko, il generale Lvov ricorre anch’egli alla tattica della terra bruciata, portando la linea difensiva più a sud, sul fiume Terk tributario del Mar Caspio.

Stalingrado.

Un ennesimo siluramento per mano di Hitler: questa è la volta del generale List, ed è Hitler in persona ad assumersi il comando del Gruppo di Armate A. Tuttavia Hitler non può sperare di meglio, anzi, incomincia a temere qualcosa di minaccioso da quando il generale Lvov è riuscito a organizzare in modo più efficace la difesa e da quando ai Russi sono arrivati rinforzi dal Turkestan. Il confronto di forze si fa serrato. Da una parte la 6a Armata di Paulus è riuscita a superare il Don il 21 agosto e, due giorni appresso, ha iniziato la penetrazione in Stalingrado, mentre la 16a divisione corazzata del generale Hube è arrivata in prossimità del Volga. Ma, dalla parte avversa, si vanno schierando, sotto il comando del generale Eremenko, ricche formazioni di soldati pervenuti dagli Urali e dalla Siberia. Hitler non aveva previsto il verificarsi di questo ingente afflusso di forze all’ultimo momento. Come prima conseguenza parte della 16a divisione corazzata tedesca viene accerchiata presso la località di Rynok, mettendo in crisi la 6a Armata nel tentativo di toglierla d’impaccio. Il 23 agosto i Russi si trovano bersagliati da un esteso bombardamento effettuato dall’artiglieria tedesca e dai 900 aerei del generale von Richthofen. Il generale Eremenko corre subito ai ripari nominando il generale Chuikov al comando della 62a Armata sovietica.

Nelle fabbriche di Stalingrado sono a migliaia gli operai armati combattenti per la difesa della città che si riveste di un’importanza eccezionale per i suoi punti forti: la fabbrica di trattori Djerjinski, la fabbrica di cannoni Barricate e la fabbrica Ottobre Rosso. Per le strade della città le rovine e le macerie causate dai bombardamenti sono di grande impedimento all’avanzata dei carri armati tedeschi, e la guerra lampo diventa subito guerra di posizione.

Hitler intanto dà in smanie: non riconosce l’errore relativo alla dispersione delle forze nella pretesa di raggiungere due grandi obiettivi, la conquista del Caucaso e il superamento del Volga. Al massimo della stizza si sfoga con i suoi generali: dopo aver esautorato i generali von Bock e List se la prende aspramente con il generale Jodl. In quanto ad Hadler, che ha osato presentare agli occhi del capo supremo le gravi difficoltà insorte sul fronte orientale, viene licenziato in pianta e sostituito con il generale Zeitzler. Hitler non ha perso il suo “sacro” furore e invia l’11a Armata di von Manstein a Leningrado, nell’intenzione di chiudere la partita definitivamente con i Russi. Accade però che, il 4 settembre, i Russi siano riusciti ad aprire un fortunato passaggio a sud del lago Ladoga, attraverso il quale possono accorrere in aiuto alla città assediata. Gli sforzi dei Russi si protraggono fino al 2 ottobre, senza buon esito, ma eludendo le speranze dei Tedeschi di impadronirsi della città contesa.

In rinforzo all’azione di Eremenko, Stalin invia a Stalingrado il generale Zukov, e con lui i generali Vassilevsky, Voronov e Novikov per l’Aviazione. Ora l’Armata Rossa può contare su una netta superiorità numerica rispetto alla Wehrmacht: nei pressi di Stalingrado può contare su un contingente di oltre un milione e mezzo di uomini. La flotta aerea russa è in forte ripresa, dagli Inglesi e dagli Americani giungono rifornimenti e materiale bellico che passano da Murmansk, da Vladivostok e dall’Iran. Non ultimi, i partigiani russi concorrono ad arrecare danno e scompiglio nelle fila dei Tedeschi.

Il Volga ha una sola riva.

Alla data del 23 agosto 1942 il generale Eremenko è comandante in capo dei due fronti di Stalingrado. Eremenko ordina al generale Chestakhov di far costruire un ponte sul Volga ma, appena terminato il lavoro, ordina che sia distrutto perché non cada nelle mani del nemico che avanza. Nel cielo ci sono formazioni di bombardieri tedeschi che si dirigono verso la città: sono più di mille e Stalingrado subisce un colpo mortale. La terza città dell’Unione Sovietica, con i suoi 600 mila abitanti e le sue 126 fabbriche subisce 150 giorni di aggressione ed è ridotta in macerie. La sua importanza deriva anche dall’essere il porto fluviale più importante che ci sia sul Volga e dal costituire un nodo di comunicazioni di prim’ordine con ferrovie e strade sino al Caucaso, al Don e Mosca. Di questi tempi è minacciata dal 17° corpo corazzato della 14a divisione Panzer che il 23 agosto si porta a Rynok sul Volga. La situazione si fa grave e il generale Emerenko, nell’attesa che i Tedeschi sferrino l’attacco, dirama l’ordine di resistere a ogni costo. Il contrattacco russo farà infatti retrocedere i Tedeschi di un paio di chilometri, intanto che il 14° corpo corazzato si trova inchiodato nella sua posizione sul Volga. È il generale tedesco von Wietersheim a chiedere di essere autorizzato a ripiegare, ma per tutta risposta il Comado tedesco lo sostituisce con il generale Hube. In quel frangente l’87a divisione di Fanteria sovietica arriva a sottrarre ai Tedeschi il villaggio di Mali-Rossochka. La battaglia di Stalingrado, in definitiva non era ciò che più interessava a Hitler; più interessante sarebbe stata la conquista del Caucaso con il suo petrolio. Dopo il Caucaso Hitler sarebbe entrato in Irak, poi in Siria e in Egitto per congiungersi con l’Afrika Korps di Rommel. Di parere contrario, il generale Halder, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, opterebbe per l’offensiva da scatenarsi contro Mosca. Hitler, con la sua idea fissa del Caucaso, il 13 luglio invia la 4a divisione Panzer della 6a Armata sul Don, in appoggio al generale Kleist, la stessa 4a divisione che sarebbe stata utile a von Paulus in luglio per mettere in ginocchio Stalingrado. È un momento favorevole per le forze tedesche: Rommel, in Africa, raggiunge El Alamein, i sommergibili tedeschi fanno strage di naviglio nemico, l’Esercito tedesco l’8 agosto sottrae ai Russi i giacimenti petroliferi di Maikop e il 25 i primi carri armati di von Kleist fanno il loro ingresso in Mosdok, con il centro di Grosny a portata di mano. In quel di Stalingrado i Tedeschi piazzano un impianto di artiglieria di una potenza mai vista fino allora, tale da costringere il 2 settembre le Armate russe 62a e 64a a retrocedere nei sobborghi della città, mentre l’Aviazione tedesca si sbarazza dei ponti sul Volga, delle strade ferrate e di altre vie di comunicazione. Si parla di 1.500 incursioni aeree al giorno sul centro cittadino e di altre 2.000 sul restante fronte. Il generale russo Dmitriev si trova a opporre la difesa appena a cento metri dalle proprie linee. Di concerto, il generale Rodimtzev stabilisce la formazione di sacche di fuoco nelle quali gli avversari dovrebbero cadere. Si formano pertanto gruppi d’assalto della 62a Armata, al comando di Rodimtzev e di Chuikov, per contrastare l’avanzata del nemico. La superiorità in formazioni di combattenti e in armamento è nettamente dalla parte dei Tedeschi e i suoi effetti si fanno sentire dacché i Russi il 12 settembre vengono ricacciati nei sobborghi di Stalingrado. Lo stesso giorno Von Paulus, accompagnato dal generale von Weichs, si reca al Quartier Generale per conferire con Hitler.

L’attacco finale.

Hitler, in grave contrasto con il generale List, non fa altro che esonerarlo dal suo incarico e di porsi egli stesso al comando del Gruppo di Armate Sud. Anche il generale Jodl, vicino alle idee di von List, cade in disgrazia agli occhi del capo supremo.

Paulus e Weichs, giunti a destinazione, espongono a Hitler la situazione critica in cui si trova la 6a Armata tedesca. Hitler non vuole sentire ragioni, si limita a promettere rinforzi per la difesa della linea del Don, servendosi di formazioni italiane e romene. L’obiettivo del momento, per lui, è la presa di Stalingrado e della sponda occidentale del Volga. A Paulus non resta altro da fare se non ordinare alla sua 6a Armata l’attacco alla città contesa. È il 14 settembre e sette divisioni tedesche con 500 carri armati si lanciano all’attacco. Si sviluppa una feroce battaglia di strada in strada con alterne vicende. Due giorni dopo, il Comando russo ordina la presa della collina Momoiev, di importanza strategica e il battaglione della Guardia del capitano Kirina riesce a passare oltre le trincee tedesche. Il 21 settembre sono i Tedeschi a lanciare una nuova offensiva nell’imperversare delle artiglierie, mentre dall’alto si susseguono le incursioni aeree guidate da von Richthofen e dal generale von Kriukhin. I Russi conservano ora una parte assai ridotta della città.

La casa di Pavlov.

Gli scontri feroci esauriscono le energie e causano facile scoramento. Von Paulus chiede a Hitler l’autorizzazione a passare a una linea di difesa diversa e il generale Halder, che si è reso conto della situazione lungo il corso del Don, prospetta a Hitler la possibilità di un ripiegamento, ma nell’un caso e nell’altro il capo supremo pone il proprio rifiuto. La criticità di quanto sta succedendo sta nel fatto che la 6a Armata si trova in grave difficoltà sul fronte proteso da Stalingrado a Voronej. In quel tratto stavano a difesa tre Armate satelliti: la 2a Ungherese, la 3a Romena e la 7a Italiana, i cui soldati scarseggiavano di equipaggiamento, erano prive di mezzi corazzati e di artiglieria pesante su un fronte assai esteso da presidiare. Il fronte in parola, nel settembre 1942, rivestiva un’importanza di prim’ordine: se avesse ceduto, infatti, grossi problemi sarebbero sopravvenuti per le armate di Stalingrado e del Caucaso. Halder, che vedeva chiaro nell’insieme dello scacchiere bellico, continua a insistere presso Hitler, ma questi, stizzito al massimo dall’insistenza, lo destituisce e al suo posto nomina il generale Zeitzler.

Stalin , coadiuvato dai generali Chapochnikov e Vassilievski, si accinge a preparare il contrattacco contro le formazioni tedesche che, alla fine di settembre, constano di 32 divisioni con 600 carri armati, 4.000 cannoni e 600 aerei.

La guerra dei topi.

Il 27 settembre 1942 i Tedeschi spingono all’attacco tre divisioni rinforzate con 150 Panzer. La battaglia divampa furiosa nella zona della fabbrica Ottobre Rosso, della collina Momoiev e dell’officina Barricate difesa dalla divisione siberiana comandata dal colonnello Gurtiev. Il giorno 28 i Tedeschi si gettano all’assalto, mentre i loro bombardieri Junker 87, l’artiglieria e i mortai pesanti tempestano di ordigni mortali le posizioni nemiche, ma i Russi oppongono una forte resistenza; saranno costretti a cedere ai primi di ottobre, dopo trenta giorni terribili, sotto l’impeto dei carri armati e dei cannoni anticarro tedeschi. Tuttavia è da considerare che la Wehrmacht con il giorno 8 di ottobre si trova a corto di riserve e l’offensiva tedesca deve arrestarsi, lasciando il posto a una guerra di casa in casa, portata avanti da piccoli gruppi di combattenti che si avvalgono persino della rete fognaria della città per eludere la sorveglianza tedesca. Ed è a questo punto che il morale dei soldati tedeschi inizia a flettersi. Von Paulus, comandante della 6a Armata, il 14 ottobre decide tuttavia di sferrare un’offensiva di grandi proporzioni, la più tremenda della battaglia per Stalingrado. A partire dal 23 agosto la Luftwaffe si esibisce in oltre 100.000 incursioni aeree con il lancio di oltre un milione di ordigni e l’artiglieria dirompe con 1.400.000 bombe e granate. L’officina Barricate resiste dopo 80 ore di bombardamenti. I Russi dimostrano notevole capacità di incassare i colpi, anzi reagiscono contrattaccando con alcuni parziali successi, e i Tedeschi hanno appena guadagnato qualche centinaio di metri di terreno, ma fra loro serpeggia già un palese sfinimento. Mancano anche i mezzi materiali per proseguire con gli attacchi e i rifornimenti arrivano con gravi ritardi: le Armate romene 3a e 4a e le divisioni italiane sono collegate da un unico passaggio sul Dniepr ossia da un ponte ferroviario, fattore che diviene causa dei ritardi. Von Paulus chiede rinforzi alle truppe romene, italiane e ungheresi, ma Hitler risponde con un netto rifiuto, nonostante i suggerimenti di Zeitzler, il successore di Halder, di far ripiegare la 6a Armata, cosa che fa infuriare solennemente Hitler. I problemi per i Tedeschi si vanno ingigantendo in Stalingrado, nel Caucaso e nella viabilità invasa dal fango. L’Armata Rossa può ancora disporre di 254 divisioni con notevoli riserve, mentre le riserve di Hitler sono state azzerate nei combattimenti dell’estate 1942.

Entra il mese di ottobre allorché il generale Vassilievski consegna al generale Eremenko un piano di controffensiva contro la 6a Armata di von Paulus. Il 23 ottobre Goering si incontra a Roma con Mussolini per prendere gli accordi richiesti dalla situazione sul fronte orientale e Hitler nel giro di otto giorni vuole impossessarsi di Stalingrado, servendosi del rinforzo di cinque battaglioni di guastatori esperti, mentre von Paulus pospone la data al 10 novembre.

L’ora della rivincita.

Von Paulus sferra l’attacco il 12 novembre prendendo di mira le fabbriche Barricate e Ottobre Rosso, ma gli attaccanti vengono respinti dalla divisione siberiana, la 308a, del colonnello Gurtiev, e dalla 138a del colonnello Ludnikov. Il fuoco divampa sempre più impetuoso dal 12 al 19 novembre fino a che, il 15 novembre, la fabbrica Barricate cade nelle mani de Tedeschi. Il 18 la stessa sorte è destinata alla fabbrica Ottobre Rosso. I Russi ammassano pertanto contingenti possenti sulla riva meridionale del Don e sul Volga per preparare una formidabile manovra di accerchiamento. I Tedeschi piazzano le Armate corazzate, 4a e 6a, a presidio della città contesa e dispongono il posizionamento di truppe romene, italiane e ungheresi a protezione delle suddette Armate.

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