Isonzo, acque di gloria e di morte

Nel corso delle 11 Battaglie dell’Isonzo non ottenemmo grandi conquiste, se non in occasioni di breve durata e sostanzialmente inconcludenti. Al contrario, si trattò di una spinta continua al massacro di giovani vite, una vera e propria campagna di logoramento nella quale i sacrifici dei nostri soldati al fronte si univano alle miserie in cui venivano stritolate le famiglie sul fronte interno, molto spesso sino alla disperazione per la mancanza dell’indispensabile a sopravvivere e per il dolore seguito alla perdita dei figli.

Qui mi pare utile ed esemplificativo impegnarmi in una rapida carrellata su quanto successe nelle 11 Battaglie, non sulla dodicesima in quanto si tratta di un argomento che, a causa delle sue valenze storico-militari, richiederebbe di essere trattato a parte e con particolare attenzione. Procederò pertanto con uno sguardo assai fugace che mi consenta tuttavia di soffermarmi su alcuni particolari soltanto, portati in evidenza per la lor pregnanza di significato.

Il nemico acerrimo dell’Italia, in seno alle Forze Armate austro-ungariche, era il generale Conrad von Hötzendorf il quale, un mese prima che iniziassero le operazioni militari della Grande Guerra, guardando lontano con raffinata capacità di previsione, aveva subodorato un possibile movimento di riscossa da parte dell’Esercito italiano perché, si sapeva, la questione di ottenere per l’Italia i territori di Trento e Trieste non era affatto una novità. Fu così che Conrad ricorse a deliberare provvedimenti tempestivi cercando di munire le frontiere con l’Italia, creando fortificazioni adeguate e richiamando dai Carpazi sette divisioni (circa 100 mila uomini) già impegnati nel conflitto con la Russia, per distribuirle sulla linea frontaliera e per occupare i punti strategicamente più favorevoli nel caso di uno scontro armato. Da subito non gli andò fatta perché il generale tedesco suo alleato Erich von Falkenhayn, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, non accettò la richiesta di sostituire quelle sette divisioni sui Carpazi con equivalenti forze germaniche. Sicché il contingente austriaco a baluardo dei confini con l’Italia non dimostrava quel potere di contenimento che Conrad avrebbe sperato.

Alla vigilia dello scoppio della guerra, sulla linea che dal Monte Nero corre fino all’Adriatico, ancora non munita di opere fortificate, stavano all’erta non più di 24 battaglioni austriaci ossia una forza di 20-25 mila soldati con la dotazione di un centinaio di bocche da fuoco. Per di più quei militari non erano del fior fiore in quanto a preparazione, si trattava nella maggior parte di soldati ancora ragazzi a fianco di gente attempata, trattenuta lontano dai più aspri combattimenti, spesso per aver subito ferite o traumi.

Il debutto dei tentativi italiani di fare irruzione in terra austriaca diede inizio alla prima Battaglia dell’Isonzo, iniziata il 23 giugno 1915 e protrattasi sino al 7 luglio. Fu un’esperienza desolante per le nostre truppe che, spintesi con insolito ardore, pervennero infine a un nulla di fatto. Si era parlato di una “passeggiata a Vienna”, come se portarsi al di là dell’Isonzo sarebbe dovuto apparire come un gioco da ragazzi. Invece la passeggiata terminò, prima ancora di conseguire risultati di rilievo, con l’amara constatazione che le cose non sarebbero state così facili come lo Stato Maggiore Italiano e gli ufficiali di reparto andavano sostenendo. Nonostante le nostre truppe si trovassero in vantaggio per entità numerica e per dotazione di artiglierie, gli sforzi prodotti dalla 2a e dalla 3a Armata italiana erano risultati vani. Perdemmo 13.500 uomini nella battaglia e circa 10 mila furono le vittime austriache: una vera corsa a un confronto di decimazione sul campo. A conti fatti si parlò poi del doppio delle perdite per entrambi i fronti. Lo scoglio in cui si erano imbattute le nostre forze era stato rappresentato dalla 5a Armata austro-ungarica comandata dal generale Boroević.

La 3a Armata del duca d’Aosta poteva disporre di 558 bocche da fuoco e della forza di 125 battaglioni, l’equivalente di circa 120 mila uomini, al seguito dei quali restavano come riserva ancora 49 battaglioni. La 2a Armata era dotata di 9 corpi d’Armata con 25 divisioni, 61 brigate, 350 battaglioni.

Non trascorsero che undici giorni allorché il generale Cadorna risolse di sferrare un secondo formidabile attacco per trascinare a proprio favore la situazione ora in bilico. Era il 18 luglio 1915 che anche dalla parte austriaca si pensò di correre a maggiori precauzioni: la 5a Armata si stava preparando con lo schierare 9 divisioni ossia più di 100 mila uomini e un impianto di artiglieria costituito da oltre 400 pezzi, un muro già in partenza di per sé insormontabile. Il Monte San Michele (metri 274, poco a Sud di Gorizia), già in possesso di reparti ungheresi che erano stati richiamati dai Carpazi, venne preso a bersaglio dalle artiglierie italiane che lo colpirono ripetutamente con oltre duemila colpi di grosso calibro già a partire dal 18 luglio, primo giorno dell’offensiva. Terminato lo sconquasso dell’artiglieria si mossero le formazioni dell’XI corpo della 3a Armata, che riuscirono a prendere la cima dell’altura; era entrato il 20 luglio. Ma le sorti della tenzone davano a intendere che si sarebbe verificata una debilitante alternanza negli esiti sul campo. Il giorno appresso, infatti, furono i bosniaci della XII brigata da Montagna a spodestare i nostri dalla cima del monte, nonostante le gravi perdite subite al momento della contesa. Il passaggio di mano continuò con sorprendente rapidità: la cima del San Michele il 25 luglio fu ripresa dai nostri soldati che furono infine costretti a cederla ancora il giorno seguente alla XII brigata da Montagna.

Sorgeva il giorno 18 ottobre 1915 ad annunciare l’inizio della terza Battaglia dell’Isonzo. Ancora in piena azione le batterie delle Armate italiane 2a e 3a, con oltre 1.300 pezzi, contro le posizioni austriache lungo il tratto percorso dall’Isonzo. La battaglia infuriò fino al 4 novembre e richiese il sacrificio di qualcosa come quattromila soldati per ogni giorno di fuoco. Si parlò di oltre 67 mila uomini caduti nelle nostre formazioni. Dalla parte opposta la 5a Armata di Boroević ne perse circa 42 mila tra morti, feriti e dispersi.

Il 10 novembre si sviluppò il quarto tentativo con l’obiettivo di irrompere sulle formazioni austriache e di impadronirsi delle posizioni del San Michele, del Podgora e di Plava. Le nostre granate erano purtroppo dirette anche su Gorizia nei giorni 2 e 4 dicembre provocando immani distruzioni. Quando le nostre forze fecero pressione sul Carso, il combattimento si protrasse a lungo senza che si fossero raggiunti risultati importanti, e lo stesso San Michele rimase in mano agli Honvéd ungheresi. Le poche conquiste conseguite dai nostri schieramenti non valevano minimamente le perdite subite e gli sforzi prodotti. Dall’inizio del conflitto erano caduti sul campo di battaglia 250 mila nostri Combattenti la cui vita era stata sacrificata inutilmente. Elena d’Orléans, la consorte del duca d’Aosta, ispettrice nazionale delle Crocerossine, trovandosi presso l’ospedale di Santa Maria La Longa, assistette all’arrivo di automezzi stipati di feriti: erano Combattenti del XIV corpo d’Armata che era stato impegnato sul San Michele il penultimo giorno della battaglia ossia il 3 novembre 1915. In seguito ai sanguinosi scontri armati per Gorizia, il San Michele, il Sabotino e il Podgora, su un terreno infido impregnato di fango e acqua, decimati dal colera che imperversava mietendo numerose vittime, i nostri soldati subirono perdite per quasi 49 mila unità, a fronte delle perdite austriache che superarono le 25 mila unità. Altre valutazioni riportavano che i risultati funesti del quarto tentativo sferrato da Cadorna si leggessero nei quasi 67 mila uomini messi fuori combattimento, fra morti, feriti e dispersi. Sul Sabotino, in particolare, il 6 agosto 1916 furono i Fanti toscani a conquistarne con un assalto repentino la cima, a quota 609, meritandosi per questo l’appellativo di “Lupi di Toscana”. La conquista del Sabotino costrinse al ripiegamento la 58a divisione austro-ungarica che subì il danno della perdita di quasi tutta la dotazione di artiglieria e dei due terzi degli effettivi. Non era stato un gioco da ragazzi. La presa del Sabotino fu realizzata nonostante le gravi difficoltà imposte ai nostri attaccanti nell’affrontare la situazione di avvicinamento dal basso verso l’alto, appoggiati inoltre da un sistema di artiglieria inadeguato al compito assegnato, visto che gli Austriaci erano ben protetti da solide posizioni fortificate e da più ordini di reticolati. Da parte nostra, per di più, scarseggiava la coordinazione dell’intervento fra fanteria e artiglieria e fra le brigate impegnate nell’impresa.

Conclusosi il 1915 con amare constatazioni per le forti perdite subite e per la quasi nullità dei successi raggiunti, ecco profilarsi, all’alba della primavera 1916, la quinta Battaglia dell’Isonzo (11-16 marzo 1916) che si spiegò come un semplice sforzo per porgere un aiuto agli alleati francesi con il costringere gli Austriaci a distogliere forze dal fronte occidentale in lotta aspra con la Germania, là dove il generale Falkenhayn stava producendo una terribile pressione sulle armate francesi nell’area di Verdun, teatro di combattimenti fin dal 21 febbraio 1916. Il nostro Esercito era forte di 350 battaglioni di Fanteria e di una dotazione di quasi 1400 cannoni. Un triste avvenimento, fra gli altri, è annoverato in quell’occasione: il primo impiego dei gas lacrimogeni voluto dagli Austriaci, quindi l’inizio di una più terribile guerra chimica.

La sesta Battaglia dell’Isonzo esplose il 6 agosto 1916 e si prolungò sino al 16 dello stesso mese, quasi un tentativo di protrarre l’esito vittorioso che aveva arriso alla valorosa resistenza della nostra difesa contro le armate di Conrad sull’Altipiano di Asiago, approfittando del fatto che l’Austria era costretta ancora a impegnare numerose forze in Galizia, contrastata dall’Esercito russo. Siamo dunque ancora intorno a Gorizia, dove ottenemmo vistosi risultati nel ricacciare indietro gli Austroungarici da Oslavia e dal Podgora, mentre Badoglio si era spinto sino a conquistare il Sabotino. Il nostro schieramento era forte di 22 divisioni, per una totale di oltre 300 mila soldati. La sera del 6 agosto anche il San Michele, dopo aver richiesto il sacrificio di 112 mila uomini, cadde di fronte alle truppe avanzanti delle brigate Catanzaro, Brescia e Ferrara della 3a Armata. Si parlò per la prima volta di autentica vittoria per il nostro Esercito, ma fu una vittoria pagata a caro prezzo, offuscata dagli immani sacrifici imposti dagli scontri frontali che erano la prerogativa della conduzione tattica voluta fortemente dal generale Cadorna. Il successo conseguito fu dovuto anche a un altro fattore ossia a una vera collaborazione finalmente instaurata tra le Armi di Fanteria, Artiglieria e Genio, che per la prima volta fu sperimentata sul campo di battaglia e che caratterizzò una nuova pagina dell’addestramento destinato alla truppa a un nuovo e più efficace stile combattivo.

Con la settima Battaglia dell’Isonzo si entra nel mese di settembre 1916, per il periodo dal 14 al 17. Sul terreno conteso la 3a Armata poteva disporre di una decina di divisioni formate da circa 150 battaglioni ossia una forza attorno ai 150 mila uomini, mentre la 2a Armata poteva contare su una forza di 14 divisioni con 155 battaglioni, una netta superiorità rispetto alla controparte in campo. Gli sforzi in questa fase del conflitto furono fatti convergere su un punto assai critico, il Monte Rombon in terra di Slovenia, ma di quanto avvenne attorno a questa elevazione già mi sono espresso più dettagliatamente nell’articolo del 6 luglio, a cui rimando. Coinvolta nell’ardua impresa del Monte Rombon, dominatore dell’intera Conca di Plezzo, fu la 2a Armata.

L’ottava Battaglia dell’Isonzo (dal 9-10 al 12 ottobre 1916) costò a Boroević la perdita di 32 mila soldati e rappresentò per l’Italia una fase vittoriosa, nonostante avesse richiesto il sacrificio di altri 60 mila Combattenti. La presa di Gorizia fu considerata alla stregua di una vera impresa d’eccezione: l’Esercito italiano era riuscito, senza aiuti esterni, a sconfiggere l’avversario in campo aperto, un evento che non si era verificato più dai tempi del Risorgimento. Ma si contarono anche le dolorose perdite: 86 mila uomini dei quali 21 mila caduti sul campo.

Nella nona Battaglia dell’Isonzo, dal 31 ottobre al 2-4 novembre 1916, si scontravano 221 battaglioni italiani con 1350 bocche da fuoco e 91 battaglioni austriaci con 543 cannoni. Questa volta si puntava dritto su Trieste, ma la strada si dimostrava ancora lunga e irta di ostacoli.

Con gli ultimi due confronti armati (tre, se consideriamo “Caporetto”) si combatté nel penultimo anno di guerra, il 1917.

La decima Battaglia dell’Isonzo si svolse in due tempi ravvicinati: dal 14 al 31 maggio e dal 4 al 5 giugno 1917. L’Esercito italiano era a quel tempo formato da 59 divisioni di Fanteria con 21 reggimenti di Bersaglieri, 88 di Alpini e 4 divisioni di Cavalleria, con 8.200 mitragliatrici e 6.600 bocche da fuoco. Ci contrastava, cosa ormai assodata, la 5a Armata di Boroević, formata da 18 divisioni con 215 battaglioni di Fanteria e oltre 1.900 pezzi d’artiglieria. Il generale Capello, a capo della 2a Armata, aveva di mira la conquista delle alture che portavano nomi di santi, attorno a Gorizia: il Monte Santo, il San Gabriele, il San Daniele, parallelamente a un’azione di sfondamento degli schieramenti austriaci di Plava.

Il 18 maggio 1917 è un giorno che annovera la figura di un comandante giudicato spietato e feroce addirittura, il generale Maurizio Ferrante Gonzaga (pluridecorato, Medaglia d’Oro al Valor Militare per la conquista del Vodice, conferita nel 1932, insignito del titolo di marchese del Vodice) che, a capo della 53a divisione con le brigate Teramo e Girgenti (II corpo della 2a Armata), spinse quattro battaglioni di Alpini alla conquista del Vodice, che tuttavia non riuscirono a superare le difese opposte dalla 5a Armata austro-ungarica e dovettero rinunciare a coronare il successo conseguito con precedenti avanzate oltre la linea austriaca.

Le nostre 38 divisioni (circa 570 mila uomini) si erano portate alla distanza di 15 chilometri da Trieste, ma il 3 giugno dovettero scontrarsi con una pesantissima controffensiva che costò la perdita di 157 mila Combattenti e dei territori già fatti oggetto di conquista. La decima Battaglia dell’Isonzo non fu prodiga di risultati: il territorio conquistato fu di una estensione irrisoria mentre, fra gli uomini mandati letteralmente allo sbaraglio, ne caddero ben 17 in media per ogni metro quadrato di terreno. Al termine della battaglia, sia da parte italiana sia da parte austriaca, le forze in campo avevano perso il 60% della consistenza originaria.

Per l’undicesima Battaglia dell’Isonzo (dal 17-19 agosto al 12 settembre 1917) l’Esercito italiano era stato abbondantemente munito: le forze italiane erano distribuite su 51 divisioni (oltre 700 mila soldati) con l’appoggio di 5.200 bocche da fuoco; stavano accantonati, sulla parte occidentale dell’Isonzo, quasi 9 milioni di proietti da cannone, trasportati senza sosta da 24 treni al giorno per rifornire la 2a Armata. Fu la battaglia che decretò la conquista della Bainsizza. Le nostre artiglierie spararono il 17 agosto senza interruzione da Tolmino al mare. Gli Austriaci ne reggevano l’urto da tre giorni e più non pervenivano loro i rinforzi; avevano all’incirca 20 divisioni che avrebbero dovuto fare i conti con la nostra forte superiorità: previsioni macabre per gli Austro-ungarici. I nostri reparti si inoltrarono nel Vallone di Chiapovano e raggiunsero l’Altipiano della Bainsizza. Venne preso il Monte Santo. Cadde in mano nostra anche il San Gabriele. Nel complesso delle operazioni, tuttavia, non fummo capaci di approfittare della nostra superiorità: sarebbe infatti stato possibile, come testimoniò il generale Caviglia, provocare la caduta sia di Tolmino sia dell’anfiteatro goriziano sia del Carso e di Trieste; ma non arrivammo a tanto.

L’undicesima Battaglia rappresenta anche una svolta fondamentale nei modi di concepire le azioni di attacco: si andò gradualmente abbandonando la disciplina ferrea dello scontro frontale, in senso del tutto innovativo; fu lo stesso Cadorna a doversene convincere. Ossia non si mandavano al macello intere brigate nelle sembianze di comodo bersaglio, facilmente abbattute dal fuoco di sbarramento nemico. Si ricorse al movimento di piccole entità, non superiori alla forza di un plotone (30-50 uomini) ben armati con mitragliatrici e pistole lanciabombe, addestrati a infiltrarsi ai fianchi degli avversari, aggirarli, prenderli alle spalle con effetto sorpresa, a volte senza neppure sparare un colpo, come accadde in più di una situazione.

Le perdite nell’undicesima dell’Isonzo raggiunsero quota superiore alle 170 mila unità. Altre fonti di informazione calcolarono che i morti fossero stati circa 143 mila per noi e 110 mila per gli Austriaci.

Immagine di Copertina tratta da World War 1 Live.

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