Casa nostra

Mi guardo intorno, giorno dopo giorno, e non finisco di stupirmi e di preoccuparmi per lo scenario che si presenta ai miei occhi. Poi accendo il televisore e seguo una, due e più trasmissioni dove c’è un conduttore che sottopone ad analisi sociologica e comportamentale i fatti che discendono dalle azioni umane. In tutto il mondo regna una sorta di caos di cui è arduo comprendere i veri presupposti e i motivi che conducono a tracciare determinate fisionomie nel volgersi della vita pubblica. Il mondo mi appare tutto sottosopra: gente che corre, che supera, che scavalca, che procede a calci e a spintoni, gente che viene calpestata e impreca impotente contro tutto e contro tutti. Vedo dappertutto violenze, ingiustizie, sperequazioni, discriminazioni, forti disparità nelle possibilità di raggiungere un benessere minimo garante di giornate e anni sereni. Vedo masse di persone sfiduciate, altre che piegano il capo sotto il giogo della presunzione e della prepotenza, altre ancora che soffrono e muoiono perché oppresse da conflitti armati, da persecuzioni, da malanni contro i quali non hanno modo di curarsi. Mi sembra tutto un grande inferno. E in questo roboante carro di Tèspi della sofferenza una piccola bolla avulsa dal rumore e separata dalle problematiche della miseria, quella di una minoranza di privilegiati che affondano le mani nelle ricchezze di tutti e usano le leve consentite dai meccanismi economici per accaparrare, predare, frodare, arricchire sottraendo il necessario e l’indispensabile ai più. Eppure le cose non dovrebbero andare in questo modo, non ci dovrebbero essere miseria, ingiustizia, sofferenze, guerre, ignoranza, fame e morbilità insanabile. Sì, perché ci sono i governi; ciascuna delle popolazioni cosiddette civilizzate sparse sulla terra si è preoccupata, a un certo punto della propria evoluzione storica, di eleggere un governo che si occupasse di disciplinare l’andamento delle politiche e del buon vivere nel rispetto dei fondamentali diritti sanciti dalle varie Dichiarazioni. Aguzzo ancora la vista e mi rendo conto che le cose, da una svolta all’altra dei cambiamenti storici succedutisi sulla faccia della Terra, non sono affatto cambiate, in meglio voglio dire e, se lo sono state, la mutazione si è avverata in moltissimi casi per un peggioramento o per la sostituzione di un male con un altro male equipotente. Nei secoli bui non c’era da stare sicuri nell’attraversare i vicoli stretti di certi rioni cittadini: si poteva essere aggrediti e ammazzati per un misero gruzzolo di denaro. Nel volgere delle guerre che hanno devastato dipingendone lo sfondo di oscuro, in Europa e nel mondo, il secolo breve, delle vite umane s’è fatto un olocausto inimmaginabile, tremendo. Poi sono subentrati decenni di pace, una pace soltanto declamata perché insanguinata da lotte interne, da atti di odio e di terrorismo, da vendette personali, da frodi e sfruttamenti protratti all’inverosimile, dalla noncuranza e dall’indifferenza per i miserabili sospinti di forza ai margini del contesto umano. Eppure c’erano i governi, e che cosa hanno fatto per portare giustizia e pace fra la gente? Perché sono queste le cose che, prime fra tutte, costantemente, ci sono indispensabili per dare un’impronta reale e un significato ultimo alla nostra esistenza. I governi, dunque, mi pare di non andare errato se ardisco affermare che hanno sempre fallito. Perché? Semplicemente perché l’uomo, in quanto uomo capace di grandi cose, nasce e cresce pungolato senza sosta da una forza irresistibile, quella del voler primeggiare, del dare sfogo alle più basse pulsioni aggressive. Alla luce torva di simili inclinazioni che spingono l’uomo ad agire per puro egoismo scavalcando ogni ostacolo anche con mezzi illeciti è difficile riporre fiducia nella creazione di una società sana fondata sul rispetto e sull’aiuto reciproci. Viviamo dunque in un mondo per molti versi inospitale se ci guardiamo attorno. E, allora, che fare? Soprattutto nella preoccupazione di lasciare in eredità ai nostri successori una realtà che dovrebbe proporsi in modo almeno accettabile. Qualcosa sarà necessario decidere, non è pensabile che l’evoluzione sociale globale vada incontro a un deterioramento progressivo che porterebbe a una catastrofe finale dagli esiti incontrollabili.

Credo che le vie per contrastare il malvezzo imperante siano soltanto due: una strettamente politica e una fondamentalmente educativa. Inizierò da quest’ultima, inoltrandomi coscientemente in un’impresa immane, dai risvolti indefinibili. Ossia vedrei una possibilità di soluzione ai problemi prospettati se si riuscisse a entrare, attraverso i canali educativi, nelle coscienze delle persone, di tutte le persone, da quelle di estrazione sociale più umile a quella dotate delle maggiori possibilità di decidere per sé e per gli altri. Dal come si presenterebbe una situazione aurea di tale fatta non ci si discosterebbe di molto dall’“Utopia” di Tommaso Moro (1515-1516), dove si accarezza l’ideale di una società fraterna, regolata secondo un modello razionale, pacifica, tollerante e organizzata su basi strettamente comunistiche (nessuno si allarmi, qui non c’entrano correnti partitiche o ideologie di parte). Neppure si andrebbe lontani dalle prospettive enunciate nella “Città del Sole” di Tommaso Campanella (1623), dove viene esaltata l’idea di una comunità perfetta guidata e diretta da un rinomato Metafisico al quale fanno ala tre assistenti adibiti alla cura dell’esercito, degli studi e dell’educazione dei bambini. Anche qui l’organizzazione sociale è supportata da codici comunistici alla base dei quali stanno l’abolizione della proprietà priva e dell’egoismo, la caduta della ripartizione tra servi e padroni e il miglioramento della struttura morale e fisica della popolazione. Campanella e Moro, certo, vedevano lontano, troppo lontano perché la gente dei tempi nostri, affetta da miopia protratta, possa seguirli con gli occhi della mente. Non per nulla un termine come Utopia, che Tommaso Moro coniò traendolo dal greco, e che portava il significato etimologico di “luogo che non esiste”, un po’ come l’isola che non c’è di Peter Pan, affiora sulle labbra di tutti noi, oggi, quando vogliamo indicare qualcosa per cui a nulla vale perdersi in pensieri e progetti. Troppo bello sarebbe riuscire a forgiare una comunità sorretta da un ordinamento politico-sociale scevro di privilegi, di abusi e di ingiustizie. Credo, conoscendo l’indole umana dai piedi ben piantati sul suolo del Pianeta, che non ci arriveremo mai, credo che l’educazione a livello globale di tutti gli uomini verso gli ideali di giustizia e di fratellanza resti uno dei propositi più relegati nei limiti della pura utopia, nel senso che oggi siamo soliti attribuire a questo termine.

Abbandono pertanto quella che avrei individuato come “via fondamentalmente educativa” e vado a spostare l’analisi sulla via alternativa, quella “strettamente politica”. D’altra parte mi avvedo che lo stesso Campanella presupponeva uno schema di governo dove c’è un soggetto per così dire supervisore e decisore, coadiuvato da una terna di esperti dei principali aspetti in cui si esprime la società. Emerge, su questa traccia, la figura di un uomo capace di prendere in mano la situazione nella sua totalità e di imprimerle una direzione di buon auspicio. Balza subito in mente, senza remore, il profilo di un dittatore di cui la Storia ci ha ampiamente descritto le caratteristiche e i modi di agire. Vorrei ripulire quella parola, dittatore, dalle scorie rimastele appiccicate, dai connotati orrendi che si è attirata sull’esempio dei guerrafondai che abbiamo conosciuto, magari convertendone l’etimo con una veste diversa, che so, illuminato, superveggente, fiduciario, messia, lasciando da parte tutte quelle coloriture insane che ne fecero, negli anni della Storia moderna e contemporanea, condottieri di eserciti, grandi strateghi, detentori di potere inattaccabile. Il personaggio a cui sto accennando lo chiamerei semplicemente “Colui che” e dovrebbe essere una persona di onestà e moralità assolute, lontana da qualsiasi mania di potere per il potere, lontana da sopraffazione, da egoismo, da tornaconto personale, da clientelismo a scopo di supremazia o di lucro, vulnerabile alla critica per il proprio comportamento qualora incorra in errori. Per questo avrebbe dunque bisogno di una corte di coadiutori e controllori del suo operato, con la quale dichiararsi aperta a un confronto senza restrizioni. Sulla scia del pensiero di Campanella sto pensando a comitati, uno o pochi più, composti da un numero limitato di esperti, anche questi di alta moralità e onestà, votati tutti alla realizzazione del bene comune.

“Colui che” dovrebbe essere un soggetto dotato di mente aperta, di cultura superiore e ampiamente versatile, di un incrollabile spirito altruistico, di comprovata autorevolezza, tale da consentirgli di assumere decisioni di fondamentale rilievo sociale. Tutti mi diranno: credi ancora nel superuomo? Risponderei: credo nell’onestà e nella bontà d’animo di un uomo o donna capace di impersonare il bisogno di pace, di giustizia, di rispetto e di sicurezza per un’intera popolazione. So, tuttavia, che sto ragionando sul terreno dell’utopia, all’infuori del quale le mie aspirazioni non troverebbero certamente spazio. Ma questo è il mio pensiero, e sono felice di poterlo esprimere, anche se pochi avranno l’animo di leggerne la formulazione e se nessuno forse se la sentirà di condividerlo. Avrò scritto questa chiacchierata, ancora una volta, per me stesso soltanto, ma questo vale per chiarirmi, nella mia coscienza, attorno a certi contrasti che intravedo nel modo di condurre la cosa pubblica, quale è il caso delle emergenze dei giorni nostri. Ciò che mi spinge anche a pensare nel modo in cui mi sono espresso è una gran voglia di schiantare la stasi altalenante, inutile, inconcludente e perniciosa del modo di fare politica quale viene rappresentato sotto gli occhi di tutti, vista l’assenza di miglioramenti in quasi tutti i settori della vita in comune, visto anche il deterioramento della consapevolezza che fa da supporto ai Valori umani, unici puntelli rimasti a tenere in piedi il presente e il futuro nostro e delle generazioni che ci seguiranno.

Concludo con il delineare una cornice pessimistica attorno al quadro che ho dipinto, le cui tinte infieriscono contro la pur sempre forte speranza che mi anima: ognuno di noi è nato in un bagno esistenziale intriso di aggressività a oltranza, lanciato in una corsa folle, a piedi scalzi, fra gli avvallamenti di una insidiosa palude, alla ricerca affannosa di appigli e pietre di guado per salvarsi dai continui pericoli affioranti dal fondo melmoso, impazzendo di terrore se non riesce a inventare protesi e attrezzi che gli consentano una corsa più veloce e più sicura, magari scavalcando, spingendo, calcando il piede sul capo altrui. Un futuro offuscato da mille e mille problematiche dunque, una crescente consapevolezza della piccolezza e della impotenza umana verso un domani carico di angoscia.

Immagine di copertina: Il Carro di Tespi, Gustav Klimt, 1888

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