Obiettività assoluta

Siamo oggi in ambito di conflittualità armata. Non ci avremmo voluto credere, ma è capitato anche a noi, di nuovo, almeno a coloro che, come me, vissero esperienze di guerra al tempo del secondo flagello mondiale. C’è qualcosa che mi sorprende e che mi lascia assai perplesso quando leggo o ascolto certi resoconti dei fatti di guerra avveratisi nel corso della Storia moderna fino a noi. Ne farò solo alcuni accenni; ma chiunque riuscirà a constatare, dalle informazioni che può avere in possesso, l’incredibile facilità con la quale la considerazione che sto per proporre si possa adattare a mille e mille altri casi simili. Passo al dunque.

Oggi ci troviamo con una guerra di aggressione a tutti gli effetti, scatenata senza manco un pezzo di dichiarazione e senza apparenti motivi probanti. O, almeno, di motivi se ne possono trovare a bizzeffe, ma non ne viene fatto cenno oppure vengono camuffati all’occorrenza, restano per lo più sottintesi e chiunque può dare loro una parvenza di visibilità. Ognuna delle parti in lotta, si sa, adduce motivazioni giustificatorie di una fatta o di un’altra a seconda degli interessi che si valuta siano stati lesi. Ma una cosa è certa: c’è un aggressore e c’è un aggredito. Ora l’aggressore, come per una matrice epocale che si ripete, dopo aver percosso la propria vittima giudica se stesso nel diritto di pretendere qualcosa da chi è stato sottomesso e se quest’ultimo risponde di no alle condizioni che gli vengono imposte, allora si vede appioppare sulla fronte l’epiteto di “ribelle”. Questo termine è stato usato e abusato per indicare coloro che non hanno voluto cedere a soprusi e a violenze.

Dal testo Storia degli Alpini del generale Tullio Vidulich (Ed. Panorama, Trento 2002) leggo, alle pagine 237 e seguenti, “… il fatto d’armi più importante avvenne il 1° dicembre 1941 a Plevlja… riportiamo la relazione che il colonnello Arturo Barbieri, comandante dell’11° Reggimento Alpini, inoltrò al Comando Divisione Pusteria all’indomani dei drammatici scontri…”. – Nella sua relazione il colonnello Barbieri fa più volte ricorso al termine “ribelli”. È la stessa cosa che succederà con l’occupazione tedesca in Italia nel secondo Conflitto: i partigiani erano chiamati banditi o ribelli dai nazisti. Ma nella citazione di Vidulich, a Plevlja, i cosiddetti ribelli erano i partigiani locali che combattevano per la difesa del suolo patrio contro gli aggressori. Tutto dipende da quale prospettiva si guarda con il binocolo della Storia. Come dire che, dal nostro punto di vista, noi eravamo penetrati nei Paesi oltre l’Adriatico con declamato pieno diritto di invasione armata, mentre i popoli delle Nazioni invase si sarebbero dovuti piegare, cancellando addirittura il senso ben vivo di Patria e della propria sovranità popolare. Se non avessero condiviso le ingiunzioni di subordinazione e si fossero schierati all’opposizione come legittima e sacrosanta difesa, non sarebbero stati altro che ribelli. Ossia ribellarsi a un sopruso era considerato, da chi aveva in mano l’arma più forte, e solo a questa condizione, un reato.

Scorro le pagine dello stesso volume e mi rincuora l’aver trovato una versione diversa della questione: a pagina 250 del testo citato noto con una certa soddisfazione che il generale Emilio Faldella denomina “partigiani” gli oppressi e non usa il vocabolo “ribelli”; giusta collocazione semantica discendente da una valutazione obiettiva e non di comodo o di tornaconto particolare.

Parimenti, se vogliamo essere ossequienti al senso di obiettività, dobbiamo cercare di guardare alle varie realtà da un’ottica distaccata, avulsa da vincoli emotivi o di appartenenza senza eccezioni, come se osservassimo da una posizione sopraelevata che ci consenta di attribuire determinati caratteri a ciò che accade sotto i nostri occhi. Mi spiego: se due litiganti si affrontano a parole, la disputa si accenderà e finirà con il ricorrere, da una parte e dall’altra, ad epiteti i meno augurabili. Ma in guerra, nelle guerre di aggressione sul filo del discorso che voglio portare avanti, si tratta di chiamare le cose con il loro vero nome. Vi vien fatta la considerazione che va a seguire come chiosa puntuale a una espressione che leggo ancora sul libro del generale Vidulich, rinvenibile alla pagina 233. Qui si ravvisa un’immagine rappresentante la lapide del 7° Reggimento Alpini, sulla quale sono scolpite le parole: “7° Reggimento Alpini – Battaglione Val Pescara – Sul Sacro Tomori consacrato dal sangue nostro s’infranse il tracotante furor greco…” – Guardiamo bene in faccia la realtà: gli invasori eravamo noi; i nostri cosiddetti nemici si stavano difendendo sul patrio suolo e, se vogliamo ben valutare come si stava svolgendo la situazione di belligeranza, in quell’occasione la tracotanza sarebbe potuta essere soltanto nostra. Ma forse nemmeno tanto, perché anche qui erano i nostri soldati spinti a combattere un nemico contro il quale non avevano alcun conto aperto, ma che come tale era stato loro imposto attraverso una propaganda spietata e una sottile coercizione psicologica. Era il 31 marzo 1941 e in quel crudele confronto armato era stata la 287a Compagnia Alpina a sacrificarsi. La scritta riportata sulla lapide di cui s’è detto avrebbe potuto calzare a pennello per noi stessi nei confronti degli Austriaci che erano penetrati sul sacro suolo italiano quando, in particolare, nei fatti d’armi del 1918 ci difendevamo sul Grappa.

È così che va il mondo, e con esso l’uso che si fa di parole penetranti come proiettili letali, per colorare di tinte fosche lo sfondo delle scene che si vuole mettere in risalto sotto la luce che meglio si adatta ai propri interessi del momento.

Immagine di copertina tratta da Superesportes.

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