Identità (Dovevamo nascere?) puntata 6/16

Perché, dal momento che pare ci siano tante possibilità, questa mente si è unita a questo corpo? Parlo come “io pensante”, non come organismo fisico, parlo come mente dotata di individualità e di consapevolezza. Se io, mente pensante, fossi stato qualcun altro? In altro tempo, in altro luogo, in altra situazione? O se qualcun altro fosse stato me? Sarebbe la stessa cosa? Quale differenza fra il me che sono ora e qui e il me di un altro albergato in questo stesso corpo? Dunque cos’è che pesa in questo essere individuo che io sono: il corpo o la mente? Io posso essere sottoposto a trapianti di ogni genere: cuore, polmoni, reni, arti, fegato, milza e chi più ne ha più ne metta. La mia mente resta quella di prima, con la propria cultura, le proprie esperienze, le proprie memorie, le proprie emozioni. Se mi trapiantano il cervello, però, sarò ancora io? E il mio essere individuale a quale sorte andrebbe incontro? Ossia il mio percepirmi, il mio sentire me in me, il mio “essere esistente”. Poniamo che io sia affetto da un grave morbo che mi concede soltanto altri quindici giorni di vita. Autorizzo l’espianto del mio cervello e la morte organica immediata del resto del mio corpo. Il cervello, peraltro, viene tenuto in vita da una macchina che lo irrora con componenti nutrizionali e lo stimola con impulsi nervosi, proprio come accadeva secondo natura prima dell’espianto. In queste condizioni io continuerei a pensare? Creerei nella mia mente un corpo immaginario dotato di originalissimi afferenti sensoriali ai quali assegnerei simbolicamente la trasmissione di input che avverto sotto forma di percezione?

A un certo limite della nostra vita, chi più, chi meno, ci troviamo a porre a noi stessi domande mai prima formulate. La vita è una cosa strana e bizzarra; se ci pensiamo a fondo, non riusciamo a trovarvi un nesso con quanto risiede nelle nostre aspettative. Siamo nati un giorno, siamo venuti al mondo, come il luogo comune, oppure il mondo è venuto a noi, secondo la valutazione di altri. Sino a una certa età eravamo l’idolo degli adulti che ci accompagnavano, tutti si davano un gran da fare per renderci felici, per evitare di vederci soffrire, di vederci piangere. Ci riempivano di attenzioni e di regali – non per tutti e non sempre – immergendoci nell’illusione che fossimo venuti al mondo per essere felici, sempre. Abbiamo trascorso le prime settimane senza sapere alcunché di noi stessi, psicologicamente ed emotivamente eravamo parte integrante di una dualità monotropica e indifferenziata all’interno della diade madre-bambino.

Un bel giorno, poi, ci rendemmo conto di esserci, di esistere, di essere un Io distinto e sempre più autonomo sia nel movimento sia nella volontà, finché ci siamo accorti che la nostra stessa volontà ci rendeva arbitri delle nostre scelte e persino dell’influenza esercitata sulle scelte altrui. Comprendemmo che il mondo non era fatto soltanto per il nostro godere, ma che ci stava preparando spazi di confronto e di battaglia che ci avrebbero visti protagonisti nel bene e nel male. E conoscemmo viso a viso il male. Fu un’esperienza che capovolse la nostra idea del mondo, dopo aver dissolto la nostra ingenuità, la nostra fiducia, la nostra fede in qualcosa di incorruttibile. Ci sovrastarono giorni cupi, latori di sofferenze fisiche, mentali, affettive, assurte talvolta a intensità persino insopportabili. Ci si parò dinanzi agli occhi la paura della morte, il terrore del non esserci, del non essere mai esistito, della beffa madornale che trasformò le prime lievi illusioni in disperazione profonda. Allora incominciammo a domandarci, come se volessimo rivolgerci ai nostri genitori o al Demiurgo in prima persona: “Perché mi avete fatto nascere?”. Un interrogativo che, come un’eco, infittiva in mille altre angosciose questioni: chi sono io? che ne sarà di ciò che percepisco di me ora e qui quando il mio piede non poserà più su questo terreno? a che cosa è servito questo mio viaggio nel corso della vita che mi è stata data? c’è uno scopo in tutto questo andare e venire di esseri viventi e del loro affaccendarsi nella ricerca di realizzazioni inconcludenti, incomprensibili? Mentre mi arrovello nel mare profondo delle mie incertezze so anche che la mia mente elabora il contenuto dei miei pensieri perché sono dotato di consapevolezza. Anche questo termine, invero di problematica definizione, fa parte della mia natura, è sorto a un certo punto della mia esistenza, prima non c’era, non sapevo di esistere, lo sapevano soltanto gli altri che mi stavano blandendo. Il corso della mia evoluzione nel mondo degli altri mi introdusse in esperienze di varia natura che richiesero, in ogni caso, che mi rendessi conto materialmente del mio esistere e della mia capacità di modificare certi aspetti della realtà.

“So di essere”. Io sono la mia stessa consapevolezza. Se la mia consapevolezza mi viene tolta, io non sono più. Se cessa la mia vita organica, anche la consapevolezza di me svanisce. Mi sovviene Arthur Schopenhauer che, attorno al 1818, scriveva “la persona non è Volontà come Cosa in sé, bensì fenomeno della Volontà anch’essa sottomessa alla necessità, ossia al principio di ragione”. Dunque alla morte del corpo, al di fuori del principio di ragione, anche la mia consapevolezza non c’è più, in quanto scaraventata al di fuori dello spazio-tempo e della riflessione-meditazione. Resterebbe dunque il mondo, tutto quel che c’è senza di me. C’è però chi sostiene che il mondo esiste in quanto sono io a rendermi conto della sua esistenza. Quando non sarò più, neppure il mondo esisterà, in assoluto. Difficile e improbabile metabolizzare un concetto di tal fatta, quasi fossimo noi, ognuno di noi che, alla nascita, creiamo il mondo destinato a ospitarci.

Dunque se io non fossi mai venuto al mondo, anche tutto questo po’ po’ di roba che costituisce l’Universo dovrebbe non esistere? Ma questa è roba all’infuori di me. Ciò che più mi preme è pensare alla mia autoconsapevolezza, nata e cresciuta al seguito della mia comparsa su questa Terra.

Ciascuno di noi percorre un arco di vita, apprende, costruisce, scopre, inventa, sbaglia, corregge, viaggia, conosce e fa un mucchio di altre cose nel volgere della propria esistenza; in altri termini contribuisce con le proprie individuali competenze e possibilità a dare un volto diverso ad alcuni dei molteplici aspetti della realtà in cui si trova immerso. Non temo la morte, non temo la privazione di questo mio supporto organico che, voglia o non voglia, verrà fagocitato dagli ingranaggi della Natura e a sua volta scomposto, trasformato, rimandato in ciclo sotto mutate apparenze. Un supporto che è così perché lo vedo allo specchio, lo riconosco nelle fotografie e nei filmati, ma che potrebbe aver assunto fisionomie del tutto diverse.

Non è questo che ha importanza. Ciò che può riuscire a terrorizzarmi è l’idea di non possedere più la facoltà di sapere di esserci, della mia consapevolezza svanita per sempre, come se non fossi mai stato. Sì, perché la vera tragedia dell’essere umano è quella di essere condannato a vedere apparire a un certo punto, parallelamente al progredire della crescita fisica, quella vaga sensazione del sapere di esistere che è l’identità personale in formazione, per poi rendersi conto che questa sensazione, fattasi solida e adulta, svanirà del tutto nel sonno della morte organica. È un po’ come quando creiamo affetti profondi e duraturi nei confronti di una persona amata, l’amore che per lei nutriamo, un amore che ci viene strappato di violenza se quella persona ci lascia.

Quanto senno risiedeva nelle considerazioni di quel vecchio della montagna che, udendo le campane del villaggio rintoccare a morto, facendo riferimento al defunto, disse: “È come se non fosse mai nato”! Sono considerazioni di un pastore limitato nella cultura, ma quanto vanno in fondo al senso della vita e della sua scomparsa!

Mi è qui di conforto quanto teorizza a questo riguardo il filosofo Emanuele Severino là dove afferma – così ho già ricordato – che “ogni essente è eterno”. La morte, per quanto ne sappiamo, è cessazione di alcune prerogative dell’essere pensante, è trasformazione per altre, un misterioso “divenire”. Nella concettualizzazione del Filosofo, peraltro, “il divenire non è divenir altro, ma il comparire e lo scomparire dell’eterno”. L’essente, inoltre, godendo per sua natura dell’eternità, non risiede nel tempo: la sua caratteristica peculiare sarebbe l’essere “necessario”, in quanto esso non proviene dal niente e non vi ritorna, non essendo soggiogato al tempo. Certa è una cosa, ossia quella secondo cui Severino mi mette seriamente nei guai, a iniziare dalla terminologia che usa: eterno, necessario. Che cosa significano questi concetti, come possono essere descritti con gli elementi di raziocinio di cui siamo capaci, quali sono i caratteri che ne potrebbero giustificare la presenza? Ancora, se per “essente” si parla del mio corpo – e noi siamo propensi a pensare alla dimensione materiale, organica del nostro essere ora e qui – allora vada, qualcuno potrebbe anche intendere che cosa si cela nell’affermazione di Severino. Ma se per “essente” voglio intendere quella che ho chiamato “la mia consapevolezza, il mio sentire e sapere di esistere”, l’essere eterna questa consapevolezza attorno alla percezione che ho di me mi risulta ancora incomprensibile. Di concreto vi è solo che la mia terminologia “ora e qui” smarrisce il senso di fronte alla constatazione che anche la mia consapevolezza non sarebbe soggiogata al tempo. Che la legna diventi cenere conservando tuttavia sempre la propria identità di legna, se ho ben inteso dalla lettura attenta di Severino, e altrettanto avvenga della cenere per parte sua, l’idea può trovare spazio nella mia facoltà di concettualizzare, senonché devo constatare che i miei occhi, in seguito al processo completo di combustione della legna, non vedono né percepiscono più la forma e la natura della legna, ma bensì quella della cenere che, all’atto pratico, potrò usare per funzioni diverse da quelle che attribuivo alla primitiva legna. Succederà qualcosa di simile quando sarò “andato avanti”, come si usa dire per gli Alpini deceduti? Da quel punto in poi non avrò più occhi organici né sensazioni di natura psicologica per rendermi conto delle cose che staranno accadendo. Mi fermo, perché di questo passo sento che mi sto smarrendo.

Insiste tuttavia, impetuoso come non mai, l’interrogativo: dovevamo nascere? Soccorre ancora una volta, nel tentativo di affrontare un problema così spinoso, l’incedere del pensiero secondo la teorizzazione di Emanuele Severino nel riportare sulla scena l’èlenchos. Questo concetto di aristotelica memoria starebbe a indicare la determinatezza dell’essente, in quanto identico a sé e opposto al proprio negativo. Ora è da considerare una distinzione di base fra la determinatezza dell’essente e la sua eternità. È l’affermazione in base alla quale la determinatezza dell’essente finisce per implicare necessariamente l’eternità dell’essente stesso ossia l’eternità viene inclusa nella determinatezza dell’essente, tanto che se si postulasse la non eternità dell’essente ciò equivarrebbe a dire contemporaneamente il non essere assoluto dell’essente. Ne proviene, dunque, che l’essente è eterno, per lo stesso fatto che il suo essere eterno si pone come un’opposizione del positivo e del negativo, come dire la determinatezza universale dell’essente. È la stessa opposizione specifica del positivo e del negativo a rivelarsi come eternità dell’essente. Questa eternità dell’essente, manifesta nell’opposizione specifica del positivo e del negativo, appare come una forma specifica, come un’individuazione della opposizione universale del positivo e del negativo.

Lo sviluppo, arduo a comprendersi, del concetto testé accennato mi riconduce al mondo della fisica astronomica dove si contrappongono, nella dinamica evolutiva del nostro Universo, due forze contrapposte apparse all’Era di Planck (l’Era di Planck ebbe inizio poco dopo il Big-bang, quando si separarono le forze primordiali: l’interazione forte che tiene i protoni “incollati” in un nucleo atomico e l’interazione elettrodebole o radioattività, quindi l’interazione forte e la forza elettromagnetica). L’Era di Planck ebbe inizio 10-43 secondi dopo il Big-bang, come dire il tempo trascorso dal Big-bang, pari alla frazione di un secondo espressa da 1 al numeratore e, al denominatore, 1 seguito da 43 zeri. Le dimensioni del Cosmo dovevano essere allora pari a 10-20 volte quelle di un protone. Oggi l’Universo conosciuto ha un raggio di 13 miliardi e 831 milioni circa di anni luce. Le due forze contrapposte di cui sopra erano e sono tuttora l’energia oscura e la materia oscura. La prima con il compito di presiedere all’espansione accelerata dell’Universo; la seconda, diffusa a guisa di fascia che avvolge ciascuna delle Galassie negli ammassi, adibita a contribuire alla stabilità generale dei corpi celesti, va a controbilanciare la potenza espansiva dell’energia oscura impedendo che a causa della forte rotazione delle galassie vengano lanciati nello spazio stelle e pianeti, disperdendosi. Le ricerche partite dall’Osservatorio Internazionale di Cerro Tololo in Cile hanno rivelato la presenza di materia oscura intorno a circa 12 mila galassie. Tutto si svolge come per generare un equilibrio favorevole all’espansione degli spazi intergalattici verso uno scopo che rimase e rimane tuttavia ignoto.

Torniamo rapidamente al problema centrale. Accettando l’ipotesi psicologica formulata da Emanuele Severino, l’opposizione fra queste forze avverse implicherebbe – vado congetturando – l’eternità dei mondi. Riportandoci all’essente, come lo teorizza lo Psicologo degli opposti, esso non si colloca nel tempo, il suo stesso essere è il non essere nel tempo, ma è eterno per necessità. L’essente è dunque necessario perché non proviene dal niente e in questo non fa ritorno.

È qui che mi sento portato a credere che Severino, sostenendo a spada tratta l’identità dell’essente nella sua implicazione al di fuori del tempo, voglia privilegiare, nel complesso dell’esperienza terrena individuale, quella componente intangibile della vita di una persona che in numerose occasioni vado trattando con il termine di “consapevolezza”. Dice Emanuele Severino che l’identità-opposizione dell’essente è innegabile e necessaria e questo postulato si adagia anche conformandovisi al concetto di “errore” di cui incontriamo copiosa serie di esempi nelle nostre vite e nell’Universo intero. Lo stesso errore è un essente e, in quanto tale, gode dell’essere eterno, ma anche necessario per via del suo essere eterno. 

E se non fosse così? Una bella beffa, se la vogliamo considerare sul piano fisico, una beffa che ci vede pedine del caso o strumenti ignari di un’Essenza sconosciuta. Se, peraltro, vogliamo volgere l’interesse in altra direzione, allora possiamo voler ammettere l’esistenza di una dimensione di altro tipo, e questo risolverebbe una mole di problemi. Ovvero, se ci affidiamo a una visione fideistica del ciclo vitale individuale e universale, allora sappiamo come disporre i tasselli che andranno a configurare il mosaico dell’esistenza. È il caso delle convinzioni religiose, ottime ed efficaci per trovare una risposta a ogni domanda, per trasformare in certezze le perplessità, per consolare e rassicurare chi è colto da sconforto o cade sotto i colpi spietati della disperazione: ottime, ancora, per impedire di scivolare nei tentacoli dell’angoscia e per trovare una soluzione di per sé convincente a tutti i problemi esistenziali.

Ma con la convinzione religiosa tutto si ferma lì, crediamo di essere arrivati mentre non siamo neppure partiti e la nostra voglia di conoscere, di progredire nella conoscenza viene affogata nell’oscuro.

Se mi chiedessero quale religione ho abbracciato, benché proveniente da un’educazione familiare e scolastica strettamente cattolica dai tempi dell’infanzia, direi in risposta che la mia non è una religione, ma potrei definirla “religiosità”, come dire un atteggiamento epistemofilico che mi spinge nella ricerca, continua e sofferta, nella consapevolezza che non arriverò mai alla meta definitiva. Quest’ultima, secondo il mio modo di pensare, una volta conquistata si risolverebbe nell’immobilità di chi ha terminato un percorso, il che si tradurrebbe anche nella inibizione di ogni ulteriore anelito alla ricerca, quasi fossi io arrivato a quel “Sancta Sanctorum” che è il tutto e non mi accorgessi più che, oltre quel recinto chiuso, si apre un’infinità di nuove possibilità di indagine e di scoperta. Per portare un po’ di chiarezza sulla distinzione semantica cui ho accennato credo sia il caso di aprire una parentesi. Ecco allora proporsi una serie di disquisizioni che gradirò rappresentare con la prossima puntata.

Immagine di copertina tratta da Gruppo Mineralogico Paleontologico Euganeo.

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