La fine di un anno in Macedonia

Nel corso della Grande Guerra era stata inviata in Macedonia la 35a divisione, composta dalle brigate Cagliari, Ivrea, Sicilia, dal 2° reggimento Artiglieria da montagna, dal 1° squadrone di Cavalleria Lucca e da una serie di reparti mitraglieri e mortaisti.

La brigata Sicilia, in particolare, sistemò i suoi quadri in trincea, nell’ansa della Cerna, a partire dal 30 dicembre 1916. Ebbe a fruire per la prima volta di un periodo di riposo il 4 agosto 1917, vale a dire dopo oltre sette mesi vissuti in prima linea. La guerra in Macedonia si protrasse per 27 mesi e 6 giorni e la brigata Sicilia, nel 1917, trascorse 9 mesi e 27 giorni in trincea, altri 2 mesi e 3 giorni adibiti al riposo.

L’intero complesso dell’Armata d’Oriente era costituito da 29 divisioni che disponevano di 286 battaglioni, 574.000 effettivi, 157.000 fucili con 1.600 bocche da fuoco, 2.680 mitragliatrici e 200 aerei.

La 35a divisione italiana fu destinata al settore Kruscia-Balcan a est del lago di Doiran, una zona molto impegnativa, dispiegata su una linea di 48-50 chilometri, caratterizzata da un ambiente ostile per la presenza di rilievi difficoltosi ai piedi dei quali si allargavano per ampio tratto paludi maleodoranti e portatrici di malaria, responsabili peraltro della perdita di numerosi nostri Fanti contagiati dall’ameba malarico. Più precisamente troviamo la nostra divisione schierata a difesa dell’ansa della Cerna sulla direttrice che grosso modo univa i centri di Novak e Makovo (Mekovo).

Il settore italiano si stendeva su una fronte di una quindicina di chilometri coprendo spazi disagiati per via del terreno confusamente irregolare, per la difficoltà a far giungere rifornimenti a motivo della mancanza di adeguate vie di comunicazione, ma concorrevano a rendere la permanenza difficile quando non drammatica anche la facilità con cui si potevano contrarre malattie e la ristrettezza nella concessione di licenze. Non era solo la distanza a generare difficoltà al rimpatrio temporaneo, erano soprattutto i pericoli sempre in agguato che i navigli venissero colpiti dai siluri nemici, come accadde al piroscafo Stampalia che, per buona sorte, nel momento dell’impatto non trasportava militari e come fu per il Minas che per sorte avversa fu colpito da siluri nel corso dei tre giorni richiesti per la traversata da Taranto a Salonicco, con la triste fine in mare di numerosi soldati italiani.

Le nostre truppe avevano stabilito gli accampamenti su quel terreno quasi completamente privo di difese. Dovettero darsi molto da fare, i Fanti della 35a divisione, per organizzare la propria fronte scavando più di cento chilometri tra trincee e camminamenti, oltre a cinquecento caverne, stendendo quindi qualcosa come centoventi chilometri di reticolati. Questo fu il territorio gestito dalla 35a divisione a partire dal dicembre 1916 fino allo scatenarsi dell’offensiva generale nel settembre del 1918.

A costituire il presidio della zona stava il 62° reggimento della brigata Sicilia, con una compagnia a Gornji Poroi alle falde dei monti Beles. Già qui, all’inizio, la 6a compagnia si trovò a fare i conti con un battaglione e mezzo di Bulgari. Doveva resistere perché alle rimanenti tre compagnie fosse garantita la possibilità di ripiegare, ma dovette sacrificare in quel frangente centottanta uomini. Le forze antagoniste incutevano timore: sei reggimenti bulgari sui monti Beles con un’intera divisione al fianco. Ci troviamo poco a oriente del centro abitato di Monastir, dove si erge un complesso montuoso sovrastato dalla quota 1050 che diventerà teatro e simbolo di aspri combattimenti deflagrati in questo punto del fronte macedone. Fu da qui che la brigata Sicilia si assestò occupando le trincee scavate fra il fiume Cerna e la vallata di Meglenci. Ed è qui che il 29 dicembre 1916 le nostre truppe rimpiazzarono quelle francesi e serbe per un tratto che si snodava lungo diciassette chilometri all’incirca tra la Cerna e il Pitòn Rocheux. Su questa fronte la 35a divisione italiana operò dal dicembre 1916 sino al settembre 1918.

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