Nowo Postojalowka

Di concerto con il generale tedesco che si trovava a capo del gruppo Rheingold, il gen. Battisti, al comando della 4ª Divisione alpina Cuneense, valutò migliore soluzione una diversione di marcia, scegliendo come destinazione immediata la località di Valujki. Il 2° Alpini sarebbe dovuto ripartire da Popowka nella notte del 19 gennaio, ma un improvviso attacco di reparti russi impegnò parte dei battaglioni Borgo San Dalmazzo e Val Po in un aspro scontro armato quasi rovinoso per i nostri Alpini che lasciarono sul campo di battaglia trenta caduti, se non che intervenne provvidenzialmente la 21a compagnia del battaglione Saluzzo la quale, con l’ardimento di sempre, riuscì a neutralizzare l’offensiva dei russi. Fu un sacrificio durissimo, quello della 21a, ma tanto valse a consentire alla colonna di sganciarsi dall’insidia di accerchiamento e di ripiegare verso Nowo Postojalowka. Nel pomeriggio del 19 gennaio le nostre truppe potevano sostare nell’abitato di Podgornoje, a nord di Popowka. Da Popowka, nonostante la sfinitezza, dopo breve sosta gli Alpini furono costretti a ripartire per sfuggire alla furia di un attacco di partigiani russi. Ancora la 21a compagnia che si scagliò al contrattacco, con il doloroso sacrificio di cinquanta dei suoi Alpini. Il generale Battisti, intanto, convocava a rapporto i comandanti dei tre reggimenti della Cuneense, i colonnelli Manfredi, Scrimin e Orlandi, rappresentando loro la situazione di estrema difficoltà in cui si era venuta a trovare la divisione.

Il mattino del 20 gennaio ebbe inizio quella triste fase del ripiegamento che doveva segnare il sacrificio immenso della Julia e della Cuneense, trovatesi sbarrato il passo da trenta carri armati russi nei pressi di Nowo Postojalovka. Con quel poderoso sbarramento di fronte a Nowo Postojalovka fu il gen. Battisti a prendere in mano la situazione. Alle ore 13 del 20 gennaio il magg. Carlo Boniperti con il battaglione Saluzzo e il magg. Amedeo Raselli con il battaglione Borgo San Dalmazzo erano sul punto di avanzare. Mentre la 21a compagnia del cap. Chiaffredo Rabo, verso le ore 14, dovette far fronte a un reparto russo che occupava un gruppo di isbe, le due compagnie mandate avanti si preparavano all’attacco: il battaglione Saluzzo sulla destra e il battaglione Borgo San Dalmazzo sulla sinistra. A fungere da collegamento fra i due battaglioni stavano appostate la 15a compagnia del Borgo San Dalmazzo (cap. Danilo Astrua) e la 23a del Saluzzo (cap. Enrico Pennacini). L’azione fu dunque resa possibile dal concorso parallelo dei battaglioni Saluzzo e Borgo San Dalmazzo che, facendo fuoco a volontà, avevano in qualche modo costretto i russi a restarsene defilati ai tiri esplosi dagli Alpini. Lo scontro si verificò nei pressi di Kopanki. Mentre i battaglioni Borgo e Saluzzo si disponevano all’attacco, il Dronero stava di retroguardia. Fu il Borgo, verso le quindici del 20 gennaio 1943, a sferrare l’attacco: tattica a sbalzi rapidi, con disposizione a scacchiera, fra le asperità del terreno e qua e là fra i cadaveri degli Alpini caduti in scontri appena precedenti. Poi l’entrata in Kopanki, con terribili corpo a corpo e irruzioni arditissime. Sotto i fuochi di copertura delle mitragliatrici degli Alpini, le punte in attacco stavano guadagnando rapidamente terreno, fin quando si mise in azione l’artiglieria russa gettando lo scompiglio fra i nostri e causando perdite ingenti, soprattutto alla 21a del Saluzzo. Il sacrificio di questa azione pesò moltissimo sulla 21a compagnia la quale, dopo aver sostenuto alcuni scontri ravvicinati, pagò il prezzo più alto in vite umane spente dai colpi dell’artiglieria russa. Fra i caduti veniva annoverato il tenente Giuseppe Abello, decorato in seguito con Medaglia di Bronzo al V.M. Da parte nostra si provò a controbattere con i colpi del gruppo di artiglieria Pinerolo (tenente col. Ugo Lucca), ma la disparità di efficacia fu sconcertante. Nell’insieme quattro carri armati russi riuscirono a provocare seri danni tra le compagini delle compagnie comando e 22a del battaglione Saluzzo. Cessati i tiri di artiglieria si affrontarono le truppe appiedate in una lotta furibonda nella quale caddero da eroi il tenente Signorati, il sottotenente Cesare Fumagalli (che otterrà la Medaglia di Bronzo al V.M.) e il sottotenente medico Giuseppe Mobili, tutti della 22a compagnia. Della compagnia Comando rimasero feriti il cap. Enrico Giannelli, comandante di compagnia (che terminerà i suoi giorni in prigionia) e caddero sul campo il tenente Pierino Moretti (Medaglia di Bronzo al V.M.), il tenente Roberto Savoino, i sottotenenti Giovacchino Giovacchini e Conticini.

Nel frastuono della battaglia, intanto, la 21a riusciva ad avanzare ancora e, con indicibile coraggio e forti perdite, verso le ore 16 sfondava lo sbarramento russo ed entrava in Nowo Postojalovka riunendosi così alla 23a. La volontà disperata di proseguire per trovare un cunicolo di salvezza spingeva frattanto la 106a del battaglione Saluzzo a portare avanti i pezzi da 47/32 e gli Artiglieri del gruppo Pinerolo ad attivare le proprie batterie, insieme anche a quelle della 104a del Borgo San Dalmazzo, con il bel risultato di mandare fuori uso ben quattro carri armati russi. Seguivano ripetuti attacchi all’arma bianca con la sofferenza di inevitabili numerose perdite, ma il risultato finale non si fece attendere oltre: Nowo Postojalovka fu presa.

Furono la 22a e la compagnia Comando a farsi massacrare dai carri armati avversari. La 21a compagnia, infine, entrò per prima in Nowo Postojalovka, sebbene decimata dai tragici eventi della giornata; i suoi Alpini vi penetrarono con l’ardore di chi non guarda più in faccia il pericolo, vi si butta incontro e basta, ricorrendo all’arma bianca per sbaragliare senza via di scampo le difese avversarie. Quel tragico apocalittico 20 gennaio 1943 aveva trascinato gli Alpini del Saluzzo, del Borgo San Dalmazzo, del Ceva e del Mondovì in un turbine di fuoco e sangue che, in una trentina di ore di combattimento, si portò via le giovani vite di milleduecento Alpini.

Pone bene in risalto, Maurizio Meinero, l’aura di gloria di cui il battaglione Saluzzo si coprì in quel terribile pomeriggio del 20 gennaio 1943 quando i nostri Alpini, con una volontà e una determinazione sovrumane, sacrificarono un ingente numero di giovani vite per neutralizzare i tentativi delle forze russe che stavano cercando di stringere in una morsa di fuoco e acciaio l’intera divisione Cuneense, riuscendo con il proprio sacrificio ad aprire un varco di deflusso e imponendo agli schieramenti avversari una sosta forzata che consentì alla nostra divisione di approdare all’ultima àncora di salvezza rimasta. A poche centinaia si contavano i sopravvissuti del battaglione Saluzzo, circa quattrocento in tutto. Nei soli primi tre giorni della ritirata la divisione Cuneense aveva perso circa 8.000 Alpini, restando con una forza di soli 4.000 combattenti.

Altre fonti di informazione sostengono che l’inferno di fuoco scatenatosi tra il 19 e il 20 gennaio 1943 causò fra i nostri ranghi la distruzione di quattro battaglioni alpini, di un battaglione di fanteria, di un gruppo di artiglieria da 75/13 e di una batteria da 105/11. Al generale Battisti, la sera del 20 gennaio, non restavano che il battaglione Dronero, il gruppo di artiglieria Pinerolo, il battaglione genio e i resti degli altri battaglioni smembrati, fra i quali il Saluzzo. Stando a queste voci si viene a sapere che la marcia riprese con appena duemila Alpini della Cuneense e altri mille provenienti da reparti sbandati, per il doloroso bilancio di quegli ottomila Alpini persi in tre giorni.

Quanto costò questo sforzo immane! Si era nel pomeriggio inoltrato, verso le ore 17,30 quando il fuoco appiccato dai russi alle isbe fece luce da giorno sui nostri Alpini che, presi agevolmente di mira, caddero in numero impressionante sotto i colpi di aerei e carri armati. Del battaglione Saluzzo cadevano il cap. Enrico Pennacini della 23a e il cap. Roberto Barbarani della 106a armi di accompagnamento. Entrambi decorati con Medaglia d’Argento al V.M. Cadevano il cap. Chiaffredo Rabo della 21a, ferito e tratto in prigionia, e il serg. Medaglia d’Oro al V.M. Vincenti di Piazza al Serchio (Lucca), colpito a una spalla mentre difendeva e tentava di recuperare il proprio pezzo da 47/32. Al capitano Chiaffredo Rabo fu decretata la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Quel 20 gennaio di Nowo Postojalovka aveva decretato la decimazione di interi battaglioni della Cuneense riducendoli a circa la metà della forza originaria, compreso il battaglione Saluzzo. La battaglia di Nowo Postojalovka fu la più lunga e la più sanguinosa fra tutte le battaglie che le divisioni alpine dovettero sostenere durante la marcia di ripiegamento. (da Mario Bruno, Il Battaglione Saluzzo, 2013)

Mentre sosto a pensare alle gravi sofferenze dei nostri Soldati, Alpini e altri, nella steppa russa fino al sacrificio immane di Nowo Postojalovka, voglio dedicare il ricordo a chi più ci è e ci è stato vicino. Racconta mia moglie che a Paularo (Udine) aveva uno zio materno, Olinto Menean, partito per la Russia con il battaglione Tolmezzo dell’8° reggimento Alpini e mai tornato. Classe 24 agosto 1921, in prigionia fu trasferito, per lavoro, dai climi più rigidi a quelli più focosi della sterminata Russia. Contrasse una serie di malattie gravissime e morì il 10 ottobre 1943 presso l’Ospedale 3655 di Kasan Arsk in Tartaria. Mia moglie ricorda che la nonna Maria Valesio (Nonna Chibia per i familiari), madre dell’Alpino Olinto, visse i suoi ultimi anni in un dolore incolmabile e, quando proprio non ne poteva più, era solta esclamare; “Il gno fi…par chês Russies…” (“Mio figlio…per quelle Russie…”). Possiamo soltanto lontanamente immaginarci lo strazio di quelle povere mamme i cui patimenti non furono inferiori a quelli dei propri figli in battaglia, e reclinare il capo in mesta preghiera. Ho citato questo esempio soltanto, perché grazie a mia moglie ne sono a conoscenza, ma che cosa potrei dire di quegli Alpini, giovani poco più che ventenni, scaraventati contro le falangi russe sulle rive del Don, dei quali uno su dieci soltanto fece ritorno “a baita”? Il riferimento ora e qui, è per la divisione Cuneense che, partita fra il 5 e il 6 agosto 1942 dal Piemonte con una forza di circa 16 mila uomini, tornò in Italia con appena 1.607 Combattenti. Ed è per questo che desidero ricordare l’immane sacrificio dei nostro Alpini e Soldati di altre Armi, riportando le fotografie di quattro fa loro, tratte dal Viale della Rimembranza del Cimitero di Barge (Cuneo), partiti con la baldanza della gioventù e caduti sulle zolle gelide della Russia negli anni 1942-1943.

Anche gli Alpini in congedo delle nostre località si troveranno per ricordare la tragedia di Nowo Postojalovka. Per noi della Sezione ANA di Saluzzo l’appuntamento è per la domenica 16 gennaio 2022 a Mondovì (Cuneo), con la partecipazione alla sfilata commemorativa e alle cerimonie. Qui giunto mi viene spontaneo e vorrei dire d’obbligo esprimere una mia riflessione. Ossia, quando si organizzano ritrovi di questo genere, il programma si conclude sempre con un pranzo in compagnia di tutti i convenuti. Sennonché leggo sull’invito consegnato ai soci iscritti all’ANA: Pranzo in ristorante con un ricco menù tipico piemontese, cinque antipasti, primo, Gran Trionfo di Bollito (7 tagli) con salse e contorno, bis di dolci, acqua, vino, caffè e digestivo.

Ebbene, non farà piacere a molti ciò che sto per dire, ma non posso farne a meno. Credo che, nel caso di una commemorazione di un atto storico funesto ed estremamente devastante, come quello di Nowo Postojalovka, tutti i partecipanti dovrebbero vestire la propria coscienza a lutto, benché si tratti di un evento risalente a 79 anni fa, lontano dunque ma ugualmente memore di vite distrutte per una guerra disgregatrice. Terminare il ciclo di commemorazioni con un pranzo luculliano, dove si mangia e si beve a strippapelle non mi sembra sia un modo molto intonato per onorare i Caduti in guerra. Credo sarebbe molto più umano che, terminata la cerimonia, ognuno facesse ritorno alla propria dimora e consumasse in famiglia il solito pasto quotidiano. Per trovarsi insieme a tavola a fare allegria c’è sempre spazio presso la propria Sede associazionistica in altre occasioni nelle quali non si ricordino momenti di lutto e di sofferenza.

Non solo, ma vado constatando che oggi come oggi, nonostante le crisi di tipo sanitario ed economico che premono da ogni lato, per una parte almeno di noi vige l’abitudine di recarsi la domenica al ristorante e farsi servire un pranzo con i fiocchi. Facciamolo pure, direi, non arrechiamo del male ad alcuno, ma ricordiamoci che nel tempo stesso in cui riempiamo i nostri visceri con prelibatezze e specialità gastronomiche, in altre parti del mondo e forse neppure molto lontano da noi ci sono moltitudini di persone che soffrono la fame, sino anche alla morte. Potete provare a contare con una sequenza di numeri ordinali, uno al secondo; ecco che cosa accade: ogni cinque secondi della vostra conta, in qualche parte del mondo muore di fame un bambino. Non ci sorprende? Se, invece, fosse nostro figlio? Allora una proposta: devolvere pari cifra, di quella pagata al ristorante, per la lotta alla fame nel mondo. Sarebbe già una bella conquista sul fronte dell’umanità.

(Passi tratti da Mario Bruno, Il Battaglione Saluzzo. Dalla nascita ad oggi)

Immagine di copertina tratta da Comune Cairo Monenotte

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