Con l’alleato tedesco in Russia 1942-1943

Sin dal 20 dicembre 1942 Stalin aveva preparato, affidandone l’incarico al gen. Golikow, il piano dell’offensiva sul Don. L’inizio delle operazioni era stato fissato per il 15 gennaio 1943. Le forze messe in campo erano circa il doppio di quelle italo-tedesche: 11 divisioni russe, 2 brigate, 3 corpi d’armata corazzati con 500 carri e un corpo di cavalleria contro 6 divisioni di fanteria italo-tedesche e 2 divisioni corazzate, una sola delle quali dotata di carri. L’offensiva ebbe inizio il 13 gennaio, sferrata dalla 40a armata del gen. Moskalenko che attaccò con successo la 7a divisione della 2a armata ungherese.

Fu a questo punto che il generale Battisti (nella foto qui a destra, da Wikipedia), comandante della 4a divisione alpina Cuneense, avvertì il formarsi di una trappola mortale attorno ai nostri contingenti. Egli richiedeva e non otteneva dall’alto Comando tedesco l’autorizzazione a ripiegare, nel tempo stesso in cui i russi stavano penetrando in altri punti della linea e facevano irruzione su Rossosch compiendo strage orrenda degli Alpini colà giunti.

La situazione, fattasi insostenibile sul fronte del Don, si era venuta a creare nel momento in cui il gen. tedesco Eibl, alle ore 22 del 14 gennaio 1943, aveva comunicato al comandante della divisione Julia il ritiro delle truppe tedesche schierate nel settore Kriničnaja – Nowo Kalitva. La Julia si era trovata con un vuoto di 25 chilometri di fronte da difendere con le forze rimaste a disposizione. Si dovette industriare in questo senso il gen. Umberto Ricagno, comandante la Julia, il quale fece del proprio meglio per colmare i vuoti e far fronte alle due armate russe schierate sul fronte avverso. Ne provenne un prevedibile crollo di tutto il sistema difensivo apprestato dall’8a armata italiana. Faceva unica eccezione il tratto di fronte tenuto dal corpo d’armata alpino. Il disastro si affacciava sulla scena dei combattimenti in tutte le sue mostruose sembianze.

Non c’era altro da fare: ripiegare, cosa che fu decisa il 15 gennaio 1943. Il gen. Gariboldi, comandante l’8a armata, si assunse questa responsabilità e diede disposizioni per l’immediato arretramento, pur contravvenendo ai precisi ordini di Hitler. Il giorno appresso erano entrati in Rossosch i carri armati russi, avanzando e lasciando sul terreno 36 vittime del nostro 2° reggimento Alpini.

La situazione delle forze contrapposte si presentava ora in questi termini: 754 semoventi russi, tipo T34 di 28 tonnellate, armati con mitragliere pesanti e cannone da 76 mm, rinforzati dai più temibili KV di 50 tonnellate, armati con un cannone da 152 mm, contro i 47 carri armati italiani da 10 tonnellate; un’artiglieria russa composta da 810 bocche da fuoco, comprendente 300 pezzi di grosso calibro, contro le 132 bocche da fuoco italiane, ivi inclusi 66 cannoni; armamenti individuali russi costituiti da parabellum automatici contro i moschetti a sei colpi dei nostri combattenti.

Alle ore 16,30 del 15 gennaio 1943 il Comando dell’8a armata aveva autorizzato l’ala sinistra del corpo d’armata a ripiegare in direzione di Ternovka e Meshonki sulla sinistra del fiume Kalitva per saldarsi con alcuni reparti del battaglione Saluzzo e, con essi, assicurare un fianco difensivo nella marcia che si sarebbe dovuta intraprendere alla volta di Rossoš (Rossosch). Qui giunti, non si poté fare a meno di constatare, tra il 15 e il 16 gennaio, l’alto numero di dispersi: fra questi risultava il nome del sottotenente Tommaso Di Loreto della 21a compagnia del battaglione Saluzzo.

Ancora alle ore 6 del 17 gennaio al Comando del corpo d’armata alpino era pervenuto l’ordine emesso dal gen. Gariboldi, comandante l’8a armata italiana, di resistere a oltranza sulla linea del Don. Tuttavia la notizia del ripiegamento delle grandi unità ungheresi sconsigliò l’attuazione del piano di resistenza. L’ordine di abbandonare le posizioni pervenne al Comando del corpo d’armata alle ore 12,30 del 17 gennaio 1943.

Il ripiegamento sarebbe stato disposto su due colonne, con partenza il 17 gennaio. Si trattava, come àncora di ultima salvezza, di aprirsi al più presto una strada verso ovest, prima che vi giungessero i russi con l’intenzione, ormai quasi una certezza, di accerchiare i nostri contingenti e di annientarli sul posto. Il Comando della Cuneense diramò l’ordine di ripiegamento alle ore diciassette di quel medesimo 17 gennaio. Verso le ore 18 iniziò il movimento.

La colonna della Cuneense, con a capo il gen. Emilio Battisti, doveva seguire l’itinerario Lotschina-Topilo-Solonzj-Annowka-Ciapajewka-Popowka, con il col. Scrimin al comando del 2° reggimento Alpini e il magg. Carlo Boniperti al comando del battaglione Saluzzo. Quest’ultimo fungeva da reparto di retroguardia. La sera del 17 dal comando di corpo d’armata perveniva la sollecitazione ad accelerare il passo perché la colonna potesse agevolmente portarsi al di là di Postojalij. Ormai tutto il grosso contingente si dirigeva verso la zona di Popowka – Podgornoje.

Per ultimo prendeva il passo il battaglione Dronero, lasciandosi alle spalle le temute anse del Don. Si sarebbe dovuto provvedere ad assicurare un rapido assestamento nel settore che si estendeva tra Valujki e Rowenki, allo scopo di puntare successivamente in direzione di Popowka. Trascorse appena due ore di marcia, il procedere si fece assai difficoltoso e impose lunghe e sfibranti soste nella neve e al gelo, persino di notte, a motivo dell’inserimento di grossi contingenti tedeschi sul percorso, dell’incrociarsi con alcune colonne della Julia e del transito di artiglierie e di slitte con materiali.

Fu nella zona che s’interpone fra Soloznj e Annowka che si riunirono verso le 19, partiti da posizioni diverse sul Don, i tre battaglioni del 2° reggimento Alpini, il Borgo San Dalmazzo, il Dronero e il Saluzzo a conclusione di una estenuante marcia prolungatasi per tutta la notte del 18 gennaio.

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Il battaglione Saluzzo, in particolare, era partito per primo, alle ore diciassette del 17 gennaio, dalla località di Staro Kalitva, raggiungendo Annowka il mattino del giorno seguente, verso le undici: erano occorse 18 ore per superare quei 25 chilometri di marcia. Il trasferimento si verificò tra disagi e sofferenze indicibili, neve altissima, gelo implacabile, piedi che congelavano, riparati da scarpe slabbrate, sgualcite, avvolti spesso in pezze di tela per sostituire le calzature che non c’erano più, una sfilata di poveri cenciosi vaganti con le vesti a brandelli. Ormai non si poteva portare con sé che l’indispensabile. Tutto il resto veniva distrutto: viveri, fusti di benzina, attrezzi e armi inservibili. Cattiva sorte volle che si perdessero persino le riserve di munizioni e di viveri stipate in camionette ormai irreperibili. Ad Annowka, tuttavia, gli Alpini potevano finalmente rifornirsi di viveri essenziali.

L’ordine pervenuto dal Comando tedesco era, infatti, di resistenza a oltranza, in altri termini olocausto di penne nere. Il tenente Pietro Menada, comandante la 22a del battaglione Saluzzo, procedeva di retroguardia con il compito di proteggere la colonna sino a quando fosse stata completamente evacuata dal paese. Fece appostare tre plotoni all’esterno del centro abitato. La 22a compagnia del battaglione Saluzzo sostenne dunque il compito di creare un baluardo al ripiegamento del grosso della truppa; attaccata da contingenti russi, con indomito valore riuscì a evitare di essere travolta e, guadagnato terreno, poté approssimarsi alla coda della colonna in ritirata, lasciando con gran dolore alle proprie spalle trenta caduti e trascinando con sé una quindicina di feriti. La direzione a cui tendeva il battaglione Saluzzo era nord-ovest, verso Annowka. I nostri alleati tedeschi erano ormai molto più avanti, avevano anticipato i tempi ben sapendo dell’imminente offensiva russa e avevano pensato bene di lasciare indietro le nostre armate a far da barriera all’incalzare dei russi.

Il Saluzzo, con tutto il 2° Alpini, aveva raggiunto la località di Minaj il mattino presto del 18 gennaio e qui sostò per il rancio. Appena un’ora, poi di nuovo in marcia, sotto la guida del comandante di reggimento, Luigi Scrimin. Si mosse per primo il battaglione Saluzzo, comandato dal maggiore Carlo Boniperti. Da Minaj, verso ovest, si sarebbe dovuto raggiungere Podgornoje. Seguirono il Dronero e, in coda, il Borgo San Dalmazzo. Già verso mezzogiorno gli Alpini del Doi (pron. Dui, nella parlata piemontese significa Due, ossia come veniva chiamato spesso il 2° reggimento Alpini.) furono costretti a far fronte alle insidie a tergo sferrate dai russi. Il Saluzzo, con la 22a compagnia, fu schierato in attesa dell’irruzione nemica. E fu la formidabile 22a a puntare le proprie armi pesanti a nord di Wassilkoff riuscendo a respingere gli attacchi di semoventi e fanti russi. Molte purtroppo, le vittime di questo evento bellico.

Il battaglione Saluzzo era venuto a trovarsi nella posizione più svantaggiata rispetto al resto della colonna in ritirata. Se la Cuneense, infatti, fu l’ultima divisione a mettersi in marcia, a chiudere la lunga fila fu il 2° Alpini che, per l’appunto, si trovò a fare i conti più da vicino con i russi che scendevano da nord-est e risalivano da Rossosch per preparare quella tenaglia micidiale che avrebbe consumato una tragedia di immani proporzioni. Fu anche per questo che il Doi dovette mutare frettolosamente la direzione di marcia, da ovest-nordovest verso ovest, per puntare su Popowka.

In mezzo a difficoltà di ogni genere – gelo, vento, fatica – la lunga fila di Alpini raggiunse dunque, nella notte di quel terribile 18 gennaio 1943, la località di Popowka, ma andare oltre stava diventando un terribile enigma perché i russi erano riusciti, come si temeva, a sopravanzare i nostri reparti e li attendevano come per una fatale imboscata. Niente Rossosch, allora; la sofferta peregrinazione sarebbe dovuta proseguire per Walujki, ma anche lì si andava incontro all’imprevisto, nulla consentiva di credere la località ancora libera dall’occupazione di forze russe e nessuno poteva sapere che vi si stava profilando un agguato di dimensioni non meno disastrose.

Gli Alpini erano completamente isolati, sola compagna di viaggio la disperazione oppure la speranza folle nell’avverarsi di un miracolo: la vasta distesa di neve gelida rapiva a momenti alterni e incatenava a sé un numero sterminato di quei ragazzi partiti un giorno con nel cuore la baldanza della gioventù e il coraggio dei forti.

(Estratto da Mario Bruno, Il Battaglione Saluzzo. Dalla nascita ad oggi)

Immagine di copertina tratta da Turismo FVG.

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