Identità (Riflessioni in progressione) puntata 3/16

Emanuele Severino ha dispiegato l’ingresso a una ridda di nuove riflessioni discendenti dalla disquisizione, dotta e insieme percepibile a fatica, sul concetto di identità. Ora vorrei lasciare il contenuto delle sue lezioni per azzardarmi a fare un tuffo nella mia mente dove cercare di capire, alla luce di quanto appena appreso, quale piega potrebbe prendere il discorso all’interno delle problematiche che andrò sollevando.

Dire identità, individualità, consapevolezza di sé è volersi riferire a tre termini utilizzabili per sondare il profondo mistero che sta alla base della domanda: “Chi sono io? Perché sono? Quale significato ha il mio esistere?”. Interrogativi del pensiero vecchi come il mondo, che da sempre hanno occupato le elucubrazioni mentali degli esseri raziocinanti.

Considerare l’Io come struttura fisica, fisiologica, può rientrare in una spiegazione scientifica che tuttavia, in sé, risulta incompleta e insoddisfacente in quanto non dà ragione del come si vada creando un essere umano, e anche di ogni altra specie animale e persino vegetale, dal seme all’individuo formato. Come i vari organi, a partire dalle cellule primarie, emergano nella loro forma e funzione, come si dispongano in un circolo sinergico intelligente per dare luogo a una struttura autoregolante, tutto ciò è misterioso.

Così il nostro nutrirci per mantenerci in vita e disporre di energie. Ingeriamo sostanze proteiche, lipidiche, vitamine, carboidrati, acqua, sali minerali e tutto quanto finisce all’interno dello stomaco dopo aver deliziato le papille gustative del nostro palato. Nello stomaco e dallo stomaco in poi queste sostanze vengono elaborate, spostate, trasformate, rese assimilabili e separate fra elementi costitutivi per il mantenimento dell’organismo e prodotti di rifiuto: i primi vengono utilizzati secondo le richieste della nostra economia vitale, i secondi, nocivi all’organismo, sono decisamente espulsi. Gli uni e gli altri, dunque, debitamente inquadrati come reggimenti di soldati, sono destinati e spinti a seguire successivamente vie diverse. L’evacuazione, ad esempio, elimina i rifiuti che sarebbero di grave nocumento se continuassero ad albergare fra i tessuti corporei; così la minzione e la sudorazione cutanea.

Le sostanze nutrienti, per altro verso, fanno il loro ingresso in una stazione di smistamento, l’intestino, e subiscono trattamenti di manipolazione chimica e di filtraggio, come avviene attraverso l’attività del fegato, per poi diventare qualcos’altro, qualcosa che veste divise diverse atte a consentire loro di aggregarsi ai vari sistemi e apparati dotati di organi in continua attività. Così una parte di quanto abbiamo ingerito diventa sangue, una parte tessuto epiteliale, una parte tessuto osseo, una parte energia-lavoro e così via. La domanda si ripete: come fanno i nutrienti a formare le parti diverse dell’organismo vivente? Come funziona la macchina misteriosa che dirige certe sostanze in determinate direzioni e le trasforma nel tessuto al quale esse sono state richiamate? Che cos’è che ordina e dirige tale dinamica? Un accostamento molto banale potrebbe essere quello del motore dell’auto: un sistema di parti che, alimentate e spinte da un ordine, compiono tutta una serie di lavori per imprimere movimento alle ruote dell’auto, e persino sistemi informatici che ci suggeriscono che cosa dovremmo fare e quale sia il comportamento del motore in quel dato momento. Nel caso considerato sappiamo come avviene: le ruote girano perché un albero di trasmissione dà loro un impulso rotatorio; l’albero motore è la parte terminale di un sistema di ingranaggi e di riduzioni di moto sollecitato a sua volta da un volano in rotazione; il volano, per mettersi in movimento, sfrutta un sistema così detto di biella-manovella capace di trasformare un moto rettilineo in un equivalente rotatorio; il moto rettilineo proviene da un pistone che scorre velocemente nell’anima interna di un cilindro; chi gli dà la spinta per scorrere verso il basso è un rapido aumento di pressione dei gas contenuto nella camera di scoppio del cilindro aumentati di volume perché incendiati, allo stato di miscela nebulizzata, da una scintilla scoccata da una candela; la scintilla, poi, proviene da un accumulatore di corrente continua e, una volta che il sistema sia stato avviato, da una dinamo azionata dallo stesso motore a combustione interna. E tutto va avanti, Ecco, in parole povere e un po’ raffazzonate ce lo siamo spiegato, sappiamo come funziona, tant’è che quando si verifica un guasto di non difficile intervento si procede alla sua diagnosi e alla susseguente riparazione. Niente, tuttavia, da mettere a confronto con il nostro organismo o con una semplice piantina di prezzemolo che cresca nell’orto. Il mistero non si risolve.

Non necessariamente comunque, perché almeno in parte e nelle sue fasi iniziali il processo misterioso potrebbe andare incontro a qualche fortunosa traccia di soluzione. È del 24 maggio 2018 la notizia sensazionale che un’équipe di studiosi della Rockfeller University avrebbe scoperto l’organizzatore che modella gli esseri umani ossia il regista d’embrione che decide se e quando cellule indifferenziate formeranno pelle o cervello. La ricerca, descritta su Nature, per motivi etici è stata condotta su una versione di embrione umano con poche cellule, fatte evolvere in embrione di pollo. L’esperimento permette di sapere come l’organismo è assemblato e di conoscere gli errori che possono essere all’origine di malattie.

Certo si tratta di un’esperienza strabiliante che, insieme alla concomitante scoperta che attribuirebbe una massa ai neutrini, raggiunta al CERN del Gran Sasso, aprirebbe una nuova pagina alla teorizzazione scientifica dell’Universo post einsteiniano e al posto che in esso l’uomo è chiamato a occupare.

Banalmente si affaccia alla mente subito un chiedersi “ma chi glielo comanda, a tutto quel trambusto di va e vieni, di trasformazioni, di direzioni da prendere, chi glielo comanda di fare ciò che fa e di replicarsi nel proprio essere identico in ogni nuovo organismo chiamato a esistere?”. Bene, la scienza ci ha rivelato molti lati nascosti di tali dinamiche, ci ha insegnato che questo avviene così perché segue una certa direttiva e che quest’altro procede in quest’altro modo perché risponde a un ordine specifico e persistente. Dunque fornisce mirabili e rivelatrici risposte al che cosa del divenire, ma nulla ci dice rispetto al come più recondito; non parliamo poi del perché; ma da tutto questo siamo ancora lontani anni luce. Allora ecco che veniamo informati sul fatto che nel guarire da una ferita ci sono parti che si rimarginano e cellule che si rigenerano in misura adeguata a sopperire al bisogno. Sappiamo bene che avviene così, sempre restando ai casi più auspicabili, ma nessuno ci dice come fanno le cellule ematiche ad accorrere leste leste proprio là dove s’è venuta a creare un’emergenza e a rabberciare alla meglio il danno, a interrompere tosto la riproduzione localizzata a compito terminato, lasciando persino un segno del loro intervento, la cicatrice, in combutta con le cellule epiteliali, per esempio.

Ma c’è di più: guardiamo all’intero nostro organismo, formato da miliardi di cellule organizzate in compartimenti adibiti a espletare funzioni specifiche, una meraviglia della Natura che ci riporta a una scoperta attribuita al biologo molecolare Gunter Blobel, deceduto a 81 anni di età il 19 febbraio 2018. Nel 1999 Blobel vinse il premio Nobel per la medicina dopo la scoperta da lui effettuata di certi segnali intrinseci delle proteine che in tutta autonomia governano la propria posizione e il proprio trasportarsi all’interno della cellula. Gli esperimenti del caso hanno rivelato un comportamento che le proteine assumono come se possedessero e seguissero una sorta di codice postale virtuale che le guida esattamente nel punto in cui è necessaria la loro presenza, nella vasta rete di organi e tessuti.

Un richiamo molto terra-terra su processi di questo tipo può facilmente riportare alle teorie comportamentiste cosiddette S-R (Stimolo-Risposta). Ossia si dà uno stimolo, nel caso sopra riportato l’ingerimento di cibo, al quale segue una risposta adeguata, sempre la stessa in condizioni normali di efficienza fisica. Però non basta, è necessario sapere che cosa è quell’attivatore presente nel mettere in moto la dinamica trattata. Fu così che all’interno del binomio venne introdotto l’attore protagonista “organismo” e si parlò di stimolo-organismo-risposta (S-O-R). Forse ciò che sta per organismo può essere stato recentemente individuato proprio in quell’organizzatore (O nel S-O-R) che riveste la carica di regista e dispensatore di ordini a livello embrionale, con la facoltà di smistare le cellule ancora indifferenziate verso una loro collocazione e funzione, secondo la loro vocazione naturale o secondo una rete di pianificazioni i cui presupposti non ci sono ancora noti. È su tale figura di organizzatore che si va focalizzando la curiosità dei ricercatori, sulla sua natura, sui suoi requisiti comportamentali, sui mezzi e sulle forme di energia che utilizza per dirigere ciascun gruppo di cellule indifferenziate verso una loro individuazione, assegnando loro una fisionomia tutta particolare e la capacità di riprodursi secondo la natura e la funzione inscritte nel loro essere parti attive dell’organismo.

Tutto procede senza che noi ce ne rendiamo conto, che lo vogliamo o no. Un automatismo perfetto, qualora l’organismo sia sano e non compromesso da impedimenti gravi che ne limitino le capacità di risposta. Ebbene, noi diciamo “è la Natura, avviene così, in tutti, come è sempre stato; c’è qualcosa da meravigliarsi?”. Meravigliarsi, direi proprio di sì, alla semplice constatazione che il nostro organismo, a livello di pura fisicità, si comporta come un organizzatore intelligente; e non sbaglia, segue una prassi consolidata e dà luogo a risultati eccellenti. L’intelligenza nostra personale, quella mediante la quale operiamo razionalmente, logicamente, deduttivamente, non entra propriamente in questo circolo di attività; il suo compito è soltanto quello di osservare e di cercare di comprendere, non di dirigere l’insieme delle dinamiche fisiologiche alle quali siamo quotidianamente soggetti. Altrimenti potremmo cacciare i mali che ci provengono dall’esterno, potremmo scongiurare il contrarre infezioni virali o altri malanni se ciò fosse sottoposto alla nostra volontà decisionale, ma potremmo anche incorrere in fatali dimenticanze.

Non è così, noi siamo succubi di insulti da patologie che ci piombano addosso e sappiamo difenderci soltanto con l’impiego di sostanze che la scienza medica ha individuato quali possibili antidoti al male che ci sovrasta. La nostra libertà è pertanto limitata, il nostro volere o non volere è racchiuso in confini assai ristretti. Innegabile che sia un bene l’esistenza di una siffatta limitazione. Pensiamo soltanto all’eventualità che potessimo influire con la nostra volontà e coscienza su tutto il gran lavorio che il Sistema Gran Simpatico svolge in perfezione di automatismi per mantenere il nostro organismo in vita. Non potremmo neppure pensare di addormentarci perché, scordandoci di ripetere ordini alla respirazione e alla circolazione sanguigna, saremmo in men che non si dica giunti alla fine della nostra parabola esistenziale.

Nel corso di un gioco a quiz mi si chiede di rispondere alla domanda: qual è il triplo di 147? Potrei non rispondere e andarmene, in fondo, che m’interessa rispondere a quella stravaganza? Potrei servirmi di una calcolatrice, ma la situazione non me lo consente. Propendo allora per fornire la risposta esatta. Da questo momento faccio il punto sulla richiesta e trasmetto istantaneamente al cervello l’ordine di eseguire l’operazione. Ma che cosa succede nella mia mente in quel frangente? Che cos’è, in sostanza, quel “dare ordine al cervello”? Forse che io sia qualcosa di disgiunto, nel mio atto volitivo, dal mio cervello che, a guisa di un computer, deve eseguire un’operazione testé impostagli? Eppure, mentre seguo rapidamente il formarsi dell’immagine computazionale che mi darà il numero richiesto, ho la sensazione che dentro di me si attui un lavoro, di breve durata, un lavoro in sequenza, quello che viene attribuito alla memoria di lavoro appunto, quasi si mettessero in moto una serie di ingranaggi mentali che inducano alla soluzione del problema. Così per ogni atto di pensiero, così per lo sforzo che produciamo nel tentativo di far affiorare alla memoria qualcosa che percepiamo premere a una certa soglia di consapevolezza e che ci dia, come desideriamo, una visione del contenuto per qualche arcano motivo rimosso nel profondo della nostra economia mentale. Anche qui si verifica tutto un lavorio occulto che non sappiamo in quale forma proceda, che, comunque, richiede un lasso di tempo per perfezionarsi; infine ci giunge la risposta o la soluzione o l’immagine rievocata, come il tagliando della spesa al negozio di commestibili.

Ma dove voglio arrivare con queste osservazioni? Per il momento, lo so, da nessuna parte. Solo mi do da fare per dibattermi in uno spazio psicologico di improbabile comprensione ma nel tentativo, comunque, di scavare per vederci un po’ più chiaro.

Dunque, allora, in determinati frangenti il nostro organismo procede con intelligenza, non c’è dubbio; esso sa come districarsi in situazioni critiche e ottiene quasi sempre risultati gratificanti. Se è così, mi chiedo, noi come mente raziocinante e libera siamo surclassati da un non ben inteso tipo di intelligenza organica? Andiamoci piano, la nostra, come ho appena affermato, è un’intelligenza libera e come tale possiede ali vigorose che le consentono di spaziare in lungo e in largo, senza vincoli estremi, senza pesanti restrizioni.

L’intelligenza del nostro organismo, se vogliamo continuare a chiamarla così, non è affatto libera; essa segue schemi determinati di funzionalità, immutabili nel tempo e nelle generazioni. Lavora alla perfezione, scevra da errori e riesce a condurre una lotta spietata contro i nemici dell’organismo stesso, puntando senza soluzione di continuità all’obiettivo onnipresente, quello della salvaguardia del complesso vivente. Vedi il computer: non sbaglia mai, esegue gli ordini alla perfezione, corre su binari sicuri, ma è privo di creatività. È stato programmato da un’intelligenza creativa e può fare cose mirabili in tempi da record, perché così agiscono i suoi requisiti operativi. È anche in grado di correggere autonomamente gli errori ortografici se nei suoi data-base sono stati inseriti input alla bisogna. Ma non conosce, all’interno della propria memoria, un nome che non gli sia stato codificato in precedenza, avviene allora che non ne voglia sapere e per nessuna ragione al mondo accetterà quella parola, riservandosi di modificarla, magari, all’infinito. Una nota, fatto l’esempio, scritta al sig. Nicola Margaria veniva riportata con il termine “Margarina” perché quella prima forma lessicale la “mente” del computer non la riconosceva e, conformemente alle rigide sequenze dei processi informatici, si piegava di tutto punto all’ordine di cercare la parola dotata di senso stipata in memoria e più somigliante a quella non riconosciuta. Così era stato programmato: mai avrebbe rispettato la volontà del digitante che intendeva scrivere non già “Margarina”, ma correttamente “Margaria”.

A pensarci bene, tuttavia, la nostra mente non sembra del tutto libera. Se l’intelligenza automatica, per così dire, quella attinente al Sistema Gran Simpatico, può essere paragonata a un dispositivo montato alla perfezione, ma sempre adibito a compiere un certo prestabilito numero di operazioni in modalità anch’esse fissate in precedenza in una precisa ma limitata gamma di comportamenti, è da osservare parimenti che la nostra intelligenza creativa e deduttiva ossia “libera”, benché dotata di potenzialità probabilmente senza limiti, è comunque costretta a muoversi in uno spazio ristretto, come un volatile in gabbia, una gabbia d’oro ma dalle pareti invalicabili. In quel contesto che le è stato assegnato può librarsi in voli acrobatici, azzardati persino, ricchi di variabilità e di inventiva, ma non potrà sfondare i limiti che ne impongono i gradi di libertà.

Diciamo anche qualcosa sulla specificità dell’intelligenza umana, sul suo apparire nel comportamento e nella facoltà di immaginazione in misura diversa da un individuo a un altro. Ovvero c’è chi diventa un cervellone della scienza, della letteratura, dell’arte, della meccanica ingegneristica e c’è chi si accontenta di condurre un’esistenza senza sprazzi di energia, sempre uguale, quasi rassegnata a posare le ali a un livello modesto di innovazione. Come dire che per noi, nel complesso, la gabbia che limita il volo della nostra intelligenza può essere contenuta in margini ristretti o più dilatati, e tutto ciò può derivare da una dotazione originaria genetica e dalle occasioni di percorrere esperienze stimolanti per lo stesso sviluppo delle facoltà intellettive e creative. Possiamo immaginare sfere dalle pareti dilatabili sino a misure strabilianti, ma pur sempre a guisa di barriere nel frenare l’espansione oltre i limiti raggiunti a un certo punto del percorso. Altrimenti l’uomo sarebbe Dio.

Torno ora a capofitto al nostro organismo: possiamo allora credere che esso agisca in tutte le sue funzioni al pari di un computer, una sorta di robot biologico. E noi che usiamo la ragione, quel “noi” che ci turba alquanto perché offuscato da un alone di mistero, dove troviamo collocazione? Le civiltà egiziane e pre-egizie facevano risiedere la mente umana nei visceri, nel cuore, negli intestini, mai nel cervello. Noi ora crediamo che ogni nostro atto, ogni nostro pensiero, ogni nostra emozione, ogni nostra decisione vengano elaborati dal cervello.

Il cervello: eccolo qua l’organo più complesso e più incompreso. Funziona sia per dirigere la nostra volontà e la nostra coscienza sia per disciplinare, con le parti più antiche della propria struttura, le varie funzioni necessarie a mantenerci in vita: due piloti, dunque, ai comandi della nostra esistenza e del nostro comportamento, non sempre coordinati fra loro e negli scopi da raggiungere, ma comunque indispensabili e onnipresenti. Valga pure a riprendere un concetto già incontrato, pensiamo solo alla respirazione, così indispensabile, tanto da non arrestarsi mai, neppure durante il sonno allorquando non siamo affatto coscienti di quanto accade in noi. Dunque due funzioni in qualche modo distinte: una programmata in anteprima, legata a vincoli inattaccabili, e l’altra dotata di libertà e imprevedibilità.

Uso con una certa disinvoltura il termine “programmato” e qui si apre il baratro buio al fondo del quale si getta a precipizio la mia mente perdendosi. Se una qualcosa è programmata, certamente esiste un programma al quale essa sia sottoposta. Se esiste un programma, questo di per sé esige l’esistenza di un programmatore intelligente. E se questo programmatore ha creato un programma e l’ha adibito a un qualche scopo, allora deve aver manifestato un’intenzione ossia un motivo che ha spinto a tanto, come pure la visione perfetta di un obiettivo da raggiungere.

Sto ora inciampando nel tentativo ardito quanto vano di trovare una risposta al “come” e al “perché”. Programma, programmatore, intenzione: un bell’inghippo davvero!

Il programma è qualcosa di indescrivibile. Assai complesso, ben congegnato. Viene consegnato da chi l’ha concepito a un organismo che dovrà produrre azioni. Le singole componenti di questo organismo obbediranno agli ordini del programma, quindi devono essere a loro volta recettive, porsi in configurazione potremmo dire, sapendo, in qualche modo, che non possono rifiutarsi di riconoscere gli ordini emessi dal programma e di metterli in pratica. Lo fanno e basta, così sono state a loro volta programmate.

La programmazione è l’incontro fra il contenuto del programma e le parti dell’organismo alle quali il programma è stato dedicato, è l’inserimento della volontà, intrinseca alle prescrizioni del programma, all’interno dell’organismo in attesa di funzionare. Se il programma è un contenuto, la programmazione è l’atto che trasmette tale contenuto all’interno del soggetto necessitante di ordini e disposizioni. Nel computer è la fase di montaggio delle varie schede che, opportunamente inserite e assemblate fra loro, consentiranno al computer di funzionare secondo le aspettative previste dal programmatore.

Ciò che resta ancora da spiegare è come, nell’essere umano, il cervello riesca a generare consapevolezza alla condizione che quest’ultima si presenti, nel medesimo istante, dettagliata nei suoi minimi particolari e anche ben organizzata nel suo significato di interezza. Per una macchina elettronica le cose si susseguono un po’ diversamente. Un apparato elettronico, se vogliamo avvalerci di un linguaggio tecnico, lavora in serie, facendo scattare ogni singola operazione solo dopo che la precedente sia stata attivata. Questo sistema di funzionamento, rigido per così dire, offre il vantaggio di un’ottima possibilità di riproduzione dei comportamenti. Il cervello, sul versante opposto, lavora in parallelo, mettendo in agitazione, simultaneamente, tutte le componenti neurali dell’area corticale interessata in un determinato procedimento. Tutto ciò comporta un minore potere di riproducibilità, rispetto alla macchina, ma anche, ed è quello che più interessa, la disponibilità di gradi di libertà sorprendentemente copiosi, con tutto il seguito di variabilità, flessibilità, versatilità, creatività che è dato immaginare.

Rimane sempre aperto il problema della consapevolezza, di come, del perché siamo consapevoli, di quale differenza si pone fra il tuo essere consapevole e il mio.

Andiamo allora agli albori dell’esistenza dell’individuo, alla sua nascita fisiologica dunque. Siamo nelle prime fasi della formazione di una consapevolezza soggettiva attorno a una incipiente capacità di agire sul mondo, di modificare il contesto attraverso una semplice emissione sonora. Il bambino si rende conto di aver conseguito uno scopo, non di genere comunicativo-concettuale, ma investito di una valenza narcisistica, l’equivalente cioè dell’aver creato una situazione che di per sé, suscitando l’ammirazione dei grandi, produce immediato piacere e gratificazione. Il suo apparato psico-emozionale è programmato – userò, devo usare questo termine – a dare risposte siffatte alle modificazioni prodotte sull’ambiente circostante. Intimamente si agitano, nel profondo dell’apparato psico-affettivo del bambino, forti bisogni di veder rispecchiato il proprio modo di essere, il proprio esistere nell’immagine, quale essa sia, che gli viene restituita dagli adulti. In sostanza è come se vedesse che un proprio fondamentale desiderio ha avuto piena soddisfazione.

Certo non fa tutto questo ragionamento analitico, ma ne assapora il precipitato, che è sensazione pura. Con il provare e riprovare, il bambino non può fare a meno di avvedersi che certi segnali vocali si legano a distinti significati e inducono determinate risposte. Gli si apre la possibilità di scegliere fra una gamma di alternative che si presentano come altrettanti modi e mezzi per raggiungere scopi di varia natura, ovviamente sempre legati alla soddisfazione del narcisismo primario. Come le aspettative e le intenzioni di primo grado erano rivolte all’ottenere gratificazioni attraverso la semplice azione, queste – che si potrebbero chiamare aspettative di secondo grado – sono indirizzate a comunicare per raggiungere il medesimo scopo attraverso l’azione e il segnale linguistico finalizzato. Si risveglia dunque una funzione di ordine cognitivo estremamente importante per il successivo sviluppo dell’apparato mentale e delle competenze sociali, cioè la comunicazione mediante il linguaggio.

Io vedrei volentieri il profilarsi di una gerarchia di consapevolezza. L’uomo, da un po’ di tempo, s’è dato affannosamente a cercare di costruire macchine capaci di simulare l’attività mentale, nell’ambizione remota di dare vita a macchine simili a se stesso. Ha perfezionato generazioni di robot in questo senso. Ma, da che mi risulti, ancora non è stato in grado di attribuire ai propri robot stati intenzionali. Le sue creature automatizzate non possiedono convinzioni, desideri, intenzioni; non sanno immaginare o inferire che cosa si stia svolgendo in un preciso momento nella struttura elaborativa intima di un altro individuo; non possiedono, in sostanza, una “teoria” della mente. Nel programmare l’Intelligenza Artificiale, l’uomo non ha fatto altro che seguire e applicare istruzioni formali per la manipolazione di simboli formali. Viene da pensare: l’uomo può costruire una macchina intelligente, è vero, ma comunque sempre e soltanto una macchina dotata di un’intelligenza che non arriverà mai – questa è una mia congettura del momento – a eguagliare quella del suo creatore. E questo per propria natura, per funzionalità, per limiti consentiti all’espansione, per espressione di coscienza, per facoltà di arbitrio e decisionalità. Allora può trattarsi dell’esistenza di una gerarchia, ecco il punto.

Posto che su una scala di trascendenza noi stessi vogliamo attribuire il nostro essere ora e qui a un creatore, noi, secondo la mia logica, non potremmo mai eguagliare l’intelligenza del nostro creatore, sebbene la nostra intelligenza si collochi a un livello qualitativamente e strutturalmente del tutto diverso da quella dei robot. E questo, anche, per una semplice derivazione dalle leggi dell’entropia: se A vuole trasmettere energia a B, sussistendo A esso deve detenere un’energia di potenza superiore. C’è dell’altro. Mi chiedo ancora: se gerarchia è, dove culmina questa gerarchia? E dove ha o ha avuto inizio? C’è un inizio? C’è stato? C’è un culmine? E oltre, prima, dopo, che cosa vi si trova? Ci sono un oltre-prima-dopo? È una regressione all’infinito oppure qualcosa come la spirale che si autoavvolge, il serpente mandalico che si morde la coda?

Un robot va incontro a usura; col tempo si logora e, quando non funziona più, va al macero. Anche i suoi programmi. Un disco rotto va a macero, con tutti i suoi solchi. Sto richiamandomi a una tematica ricorrente, dunque vado a interrogarmi: se il disco musicale viene distrutto, la musica che in partenza vi era incisa quale sorte seguirà? Rimarrà nella propria struttura e resisterà in qualche forma occulta? Dove? In quale forma? Avrà una forma? Oppure devo sottomettere la mia mente a prefigurarsi qualcosa trasformata in una semplice dimensione impercettibile che si attarda in attesa di un canale, di un veicolo appartenente a un’altra dimensione, con essa compatibile, per manifestarsi? E, dunque, perché non si dovrebbe concedere maggior credito alla precedente concezione circolare/spirale?

Questa considerazione mi riporta di getto ai concetti elaborati da Emanuele Severino attorno alla definizione di “identità” come sinonimo di “unità del tutto”, al significato di “molteplicità di identità” che, essendo identiche, si esprimono come un’unica identità, all’asserzione che ogni “essente” è eterno e, in quanto “essente finito”, è “il suo essere insieme all’altro” perché appartiene alla “struttura originaria della verità”.

Immagine di copertina tratta da Sharper.

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