Identità (Patior, ergo sum) puntata 2/16

Élenchos

Siamo ancora con Emanuele Severino. Il termine élenchos, spiega il filosofo, indica questa manifestazione autentica dell’autonegazione della negazione dell’identità-opposizione. L’apparire dell’identità-opposizione è essa stessa la verità assolutamente originaria.

Definire con chiarezza e in modo esaustivo che cosa Aristotele intendesse con il termine élenchos non è impresa facile. Proviamoci comunque.

Élenchos, dunque, è un concetto e la sua trasposizione di significato nella prassi quotidiana si risolve nel movimento così detto elenctico che ha la funzione privilegiata di difendere il principio più saldo di tutti ossia il “principio di non contraddizione”. Aristotele, dal proprio punto di vista afferma, a questo proposito, l’impossibilità che la stessa cosa, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga a una medesima cosa, “secondo lo stesso rispetto”. Ossia non potrebbe darsi il caso che uno stesso significato si attagli e insieme non si attagli alla stessa cosa, ma Aristotele si riferisce anche all’impossibilità che i contrari sussistano insieme in un identico soggetto e che nello stesso tempo una cosa sia e non sia. Ne deriverebbe un truismo: gli enti individualmente considerati non possono essere e, nello stesso tempo, non essere.

Aristotele, inoltre, sostiene l’impossibilità che, in uno stesso istante, la stessa persona possa ammettere in verità che una cosa esista e che non esista ossia si dà l’impossibilità che affermazioni contraddittorie siano vere contemporaneamente (per inciso: nel caso della politica in generale, abile in ingannevoli giochi di prestigio concettuali, questo postulato, sappiamo, decade).

Siamo sul piano di un principio che non offre la possibilità di una dimostrazione apodittica (tale che la contraddizione sia impossibile), ma si apre comunque la via allo spostamento da un piano apodittico a un piano elenctico e a un’apertura ad alternative che gli interlocutori possono incontrare sul piano pratico. Tenendo per certo che il principio saldissimo sia rappresentato come garante del carattere determinato di ogni significato, Aristotele fa notare che l’élenchos è possibile, ma solo se il nostro interlocutore inizia a parlare perché, se tace, diventa ovviamente inutile la ricerca di un’argomentazione da opporgli. Noi, infatti, abbiamo di fronte un avversario soltanto nel caso in cui il nostro interlocutore si esprime per negare ciò che noi riteniamo saldissimo, ma in questo caso egli dovrà esporre le proprie controdeduzioni. Qualora non sia in grado di esprimere qualcosa di significante, il nostro avversario non potrebbe neppure interloquire, né con sé né con gli altri. Se, al contrario, usa un parlare significante, allora rende possibile la nostra confutazione nel momento stesso in cui pone un argomento determinato dimostrando che c’è qualcosa di determinato. Negatore di un principio che afferma la determinatezza, fa ricorso a significati determinati e si pone a garanzia della univocità di tali significati. Potrebbe comunque cercare la scappatoia secondo la quale una parola racchiude in sé una molteplicità di significati, ma se si accetta questa posizione si deve anche affermare che, allora, nessun discorso potrebbe reggere, né tra sé né con gli altri (cosa che invece si realizza di norma negli scontri verbali politici). Ma, infine, resta da dire che soltanto in presenza di una gamma infinita di significati ci troveremmo di fronte a un problema senza soluzione: sarebbe il momento in cui non solo saremmo nell’impossibilità di parlare, ma anche di usare il pensiero.

Fatta questa precisazione per poter meglio procedere, torniamo a Emanuele Severino. L’affermazione che l’élenchos è un’identità e non può essere una non identità, comporta che il contenuto di tale affermazione deve essere esso stesso un’identità. L’affermazione che tale affermazione è un’identità deve essere a sua volta l’affermazione di una identità, e così indefinitamente. In questo modo non si deve forse concludere che l’originarietà dell’originario (lo stare del destino) è indefinitamente differita e quindi definitivamente perduta? (In qualche modo, l’idea del cercare Dio).

Il regressus in indefinitum è la conseguenza della separazione dell’élenchos dal suo essere un’identità.

Regressione all’infinito: un manifesto pubblicitario rappresenta la foto di copertina di un libro che, a sua volta, contiene la riproduzione fotografica di sé medesimo nell’angolo in basso a destra; questo rimpicciolimento, essendo copia dell’originale, riporta altresì se stesso, ancora in dimensioni ridotte, sull’angolo inferiore destro; ma sull’immagine, ormai ridotta alla grandezza di un piccolo francobollo, persistono tutti i particolari che compongono la copertina. Nel piccolo francobollo, poi, sul suo lato inferiore destro, troviamo ancora una successiva riproduzione, ma non riusciamo più a vederla; forse ci aiuterebbe una potente lente, se mai la filigrana del supporto cartaceo lo consentisse. Ora, pensiamo, l’immagine della copertina si ripresenta, ridotta nelle sue dimensioni originarie, conservando sempre i propri caratteri costitutivi. Fino a quando potremo inserirvi ulteriori riduzioni? Ci sarà un limite? Virtualmente no, è come se procedessimo a immaginare di vedere riproduzioni della copertina sempre più piccole, all’infinito. Regge a questo confronto anche la posizione di una persona con un grande specchio verticale di fronte e uno simile a tergo. La riflessione della riflessione della riflessione… che ci viene data non avrebbe teoricamente fine. Così per un concetto di regressione all’infinito.

Ancora, al di là delle mie episodiche digressioni, riprendiamo il filo speculativo usato da Severino. Il positivo, sostiene il filosofo, si oppone al proprio negativo e tale opposizione è la determinatezza del positivo. La determinatezza del positivo è l’esser sé, da parte del positivo, è l’identità dell’essente e il suo non essere l’altro da sé. L’identità-opposizione appartiene alla struttura originaria del destino della verità; e solo il destino della verità è il necessario, ossia ciò la cui negazione è autonegazione. Appunto per questo il de-stino è lo stare, lo stante. Il destino è l’apparire dell’identità dell’essente, nel suo esser determinato nelle identità degli essenti.

La determinatezza dell’essente si distingue formalmente dall’eternità dell’essente. L’essente è determinato ossia è identico a sé e opposto al proprio negativo. Se la determinatezza dell’essente si distingue formalmente dall’eternità dell’essente, essa implica necessariamente l’eternità dell’essente. L’essere sé e non l’altro da sé, da parte dell’essente, si distingue formalmente dalla negazione che l’essente non sia, cioè dalla sua eternità. L’élenchos mostra che l’essente è determinato, ossia è identico a sé e opposto al proprio negativo. Questa implicazione è l’inclusione dell’eternità nella determinatezza dell’essente.

La determinatezza, come mostra l’élenchos, conviene necessariamente all’essente ed è lo stesso essente. La determinatezza dell’essente implica necessariamente l’eternità dell’essente, perché la non eternità dell’essente è lo stesso non essere dell’essente, ossia la stessa nientità dell’essente, ossia è la stessa identità dell’essente e del niente, e tale identità è una negazione della determinatezza, ossia della opposizione del positivo e del negativo e pertanto, come appare nell’élenchos, è un’autonegazione. È cioè necessario affermare che l’essente è eterno, perché l’eternità dell’essente è un’opposizione del positivo e del negativo, ossia la determinatezza universale dell’essente.

La necessità di affermare l’opposizione del positivo e del negativo implica necessariamente l’affermazione di quell’opposizione specifica, del positivo e del negativo, che è l’eternità dell’essente. L’opposizione dell’essente al niente, e quindi l’eternità dell’essente, è una forma specifica, una “individuazione” della opposizione universale del positivo e del negativo.

Il principio di non contraddizione non esprime semplicemente l’identità dell’essenza con se medesima, ma l’identità dell’essenza con l’esistenza [Deus sive Natura, B. Spinoza].

Il non esser non essere, da parte dell’essere, è l’universale che include come individuazione l’identità dell’essenza e dell’esistenza (ossia l’eternità dell’essente), dove l’essenza è la stessa determinatezza dell’essente.

L’affermazione necessaria dell’eternità dell’essente è l’affermazione che l’essente non è un niente, ossia non è qualcosa di cui si possa affermare che, prima o poi, non sia, e sia un niente.

L’essente non è nel tempo. L’essere dell’essente è il non essere nel tempo. L’essere non è tempo. L’eternità dell’essente è la “necessità” dell’essente in quanto essente.

L’essente è “necessario” nel senso che è eterno (non “contingente”), non esce dal niente e non vi ritorna, non è nel tempo. La negazione che l’essente sia eterno è essa stessa un’autonegazione.

Quando il pensiero ontologico-metafisico dell’Occidente dice che è necessario affermare che Dio è l’essere necessario, intende anch’esso distinguere la “necessità” di questa affermazione dalla “necessità” che compete all’essere divino. Ma Dio è evocato dall’alienazione della verità. Al di fuori della alienazione che ogni essente è eterno e, in questo senso, “divino”, anche se l’eternità alienata di un Dio privilegiato rispetto agli enti perituri differisce qualitativamente, essenzialmente, dall’eternità autentica che compete all’essente in quanto essente [con l’affermazione dell’identità dell’essente penso che Severino non voglia riferirsi al corpo come sembianza conosciuta da una cerchia di persone nel tempo in cui era in vita, ma bensì richiami in qualche modo quello che andrò trattando e ribadendo come “consapevolezza”]; sì che nella non alienazione non si tratta semplicemente di “estendere” a ogni essente quello che il pensiero ontologico-metafisico attribuisce a Dio.

Tutto è eterno, anche l’errore. È eterno in quanto errare; in quanto convinzione, persuasione, affermazione, pensiero, coscienza, linguaggio. Ciò che l’errore pensa è un nulla; ma l’errore non è un nulla, è un positivo, un essente, e in quanto essente è eterno come ogni essente. Anche l’errore, dunque, è “necessario”; ma è “necessario” nel senso che è eterno.

L’élenchos è il rilevamento della determinatezza della negazione dell’opposizione (dove per determinatezza si intende appunto la proprietà del positivo di opporsi al proprio negativo).

Il “positivo” è l’essente. Il “negativo” è il non positivo ossia tutto ciò che non è il positivo considerato e che quindi, da un lato, è gli altri positivi, dall’altro lato è il nulla.

La distinzione tra un primo e un secondo senso della “necessità” è la distinzione di due identità, di due forme dell’identità-opposizione dell’essente. La prima forma è la stessa identità-opposizione universale; la seconda è quella specificazione dell’identità-opposizione universale che è l’eternità degli essenti.

Sono identità sia l’identità universale sia l’esser se stesso da parte di ogni essente. È identità anche quell’esser sé dell’essente, che è il suo non essere niente [il binomio “non-niente” non sta qui nel senso di “nulla” come nell’accezione della parlata comune, ma nel senso di negazione di una negazione ovvero di un’affermazione che risponderebbe al termine “qualcosa”], cioè il suo essere eterno.

Solo l’identità-opposizione dell’essente è l’innegabile, l’incontrovertibile. Solo l’identità-opposizione è necessaria. L’eternità dell’essente è un’identità-opposizione e consiste nel non essere un niente e cioè nell’essere eterno da parte dell’essente che è individuazione dell’identità-opposizione universale.

Immagine di copertina tratta da <a href="http://<a href="https://www.vecteezy.com/free-photos">Free Stock photos by VecteezyVecteezy.

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