Un occhio verso lo spazio

Il 26 dicembre 2021, giorno di Santo Stefano, si apprende la notizia che è stato lanciato nello spazio il più grande e potente telescopio mai realizzato fino a oggi. Il suo nome è James Webb Telescope, costruito grazie alla collaborazione tra le agenzie spaziali americana, europea e canadese, al costo di 12 miliardi di dollari. È stato lanciato dal Kourou Space Centre nella Guyana francese. Una delle sue particolarità è quella di aprire le proprie componenti in modo graduale, una volta raggiunto il punto di osservazione, dopo di che la sua superficie può apparire simile a quella di un campo da tennis. Impiegherà quasi due settimane a raggiungere la sua massima dimensione. Si tratta di un oggetto di ricerca e osservazione, nonché di trasmissione dei dati ai laboratori terrestri, adibito a uno scopo da sempre inseguito dagli umani; quello di possedere nuovi dati per fare un passo in più nella corsa a comprendere quali siano state le nostre origini cosmiche e per rispondere all’altro grande interrogativo: la nostra Terra è l’unico pianeta abitato da esseri viventi e intelligenti? Avremo, in qualche remoto angolo dell’Universo, mondi abitati da esseri simili a noi oppure siamo costretti a rassegnarci della nostra solitudine siderale? Sono obiettivi veramente ambizioni da raggiungere e speriamo che la spesa di quei 12 miliardi valga la pena di essere stata deliberata, nell’ambiziosa attesa di ottenere risposte soddisfacenti. È vero, escogitiamo strumenti sempre più potenti per sondare le vie del cielo che ci sfuggono lontano, ma non viene meno la considerazione che ci porta a stimare la piccolezza del nostro punto di ricerca e dei nostri strumenti di osservazione di fronte alla grandiosità dell’Universo percepito.

Siamo così piccoli!

Provate a spingervi in altura, in un momento di tranquillità, con il cielo notturno limpido e in assenza di fonti di illuminazione. Adagiatevi comodamente e volgete lo sguardo verso l’alto. Lasciatevi andare con il pensiero, immaginate di farvi trasportare verso gli spazi profondi. Siete a bordo di un’astronave che viaggia alla velocità della luce. Sì, perché con mezzi più lenti impieghereste un’eternità a spostarvi nei meandri siderali.

La luce, sappiamo, in un secondo percorre qualcosa come 300.000 chilometri, più di sette volte il giro dell’Equatore terrestre, ossia 9.460 miliardi e 800 milioni di chilometri in un anno. Lasciamo a parte le teorie della Relatività che ci porterebbero in altra direzione e vediamo quali realtà potremmo vedere nel nostro viaggio.

Dunque, si parte. Dopo appena un secondo leggermente abbondante sfioriamo la Luna e in otto minuti raggiungiamo il Sole, a debita distanza, per non farci incenerire. Uno sguardo alle nostre spalle: la Madre Terra diventa sempre più piccola, come un palloncino che si stia rapidamente sgonfiando. La nostra bella dimora, ormai vessata da guerre, violenze, sopraffazioni, ingiustizie, inganni, conflittualità perenni e a ogni livello, quell’angolo di orto galattico che impiega ormai un anno a produrre quanto i suoi ospiti consumano in soli otto mesi, dove cresce a ritmo battente il bisogno di cibo, la “fame”. Ecco, un puntino, sempre più piccolo, ora sparisce nel buio immenso, non la vediamo più, la lasciamo nelle sue contraddizioni di sempre.

La nostra astronave prosegue imperterrita: un’ora circa per superare Giove e, poco dopo, eccoci in prossimità di Saturno. Poi cinque ore di vuoto, eppure stiamo correndo a 300 mila km al secondo! Ora eccoci presso Plutone. In 6 ore lasciamo l’ultima frontiera del nostro Sistema Solare. Vuoto, ancora vuoto, per quattro lunghi anni e due mesi, tanto occorre per raggiungere le stelle più vicine al Sole, Proxima e Rigil Centauri.

Facciamo due conti: siamo fuggiti alla bella velocità di oltre un miliardo (1.080.000.000) di chilometri l’ora e abbiamo coperto una distanza di quasi 40 triliardi di chilometri. Una bella corsa, eh? Niente, non è ancora niente. Per un’ipotesi puramente fantastica immaginiamo di mettere in fila i corpi celesti che potremmo visitare: una strategia cervellotica che renderà comunque più comprensibile il computo che andiamo elaborando. Un altro po’ di pazienza e in sei anni arriviamo nei pressi della stella di Barnard, in otto e sette mesi approdiamo alla luminosissima Sirio; 16 anni per Altair, 27 per Vega, 40 per Arturo, 68 per Aldebaran, 88 per Mizar.

Sarà l’ora ormai che ci ingegniamo nel trovare qualcosa di cui occuparci, perché gli spazi si stanno dilatando sempre più e ci tocca superare attese via via più lunghe. Dobbiamo correre senza fermarci per 275 anni, dopodiché raggiungiamo Spica.

Già, dimenticavo, sempre sul filo dell’immaginazione ipotizziamo di poter godere di un’esistenza lunghissima, il viaggio lo richiede!

E quella stella lassù, che dalla nostra amata Terra indicava il Nord, eccola venirci rapidamente incontro dopo appena (si fa per dire!) 350 anni.

Ora puntiamo verso la costellazione di Orione e inoltriamoci fra le luci spettacolari della sua grande galassia M42: sono trascorsi dalla nostra partenza ben 1.600 anni, e non abbiamo rallentato né ci siamo fermati in soste intermedie.

Siamo ai confini dell’Universo? Ma che dico, ci troviamo ancora nella nostra galassia, la Via Lattea, i cui limiti riusciamo a toccare in 20.000 anni.

Ma ora lo stress dell’attesa si sta facendo davvero pesante: procediamo nel vuoto assoluto sino a quando la nostra astronave punta sulla galassia di Andromeda che reca il nome di M31, di uno splendore spettacolare, ma ci sono voluti quasi due milioni e mezzo di anni. Non andiamo oltre, avremmo comunque molti altri miliardi di galassie da visitare, decidiamo pertanto di invertire la rotta: a casa ci stanno aspettando, cosa ci diranno per il ritardo che abbiamo accumulato? Ecco, è tempo di chiudere gli occhi e pensare al destino degli oggetti che abbiamo avuto la ventura di osservare. Proprio là, attorno alla Stella Polare, si snoda la costellazione del Drago della quale fa parte una stella molto particolare: Etamin, l’occhio del Drago, non molto distante dalla superba Vega. Etamin, detta altresì Eltanin, nome che deriva dall’arabo “al Ras al Tinnin” (ossia la Testa del Drago), è un affascinante astro di color arancione, 50 volte più grande del Sole e 600 volte più luminosa. Nel nostro ipotetico viaggio l’avremmo potuta incontrare dopo appena 145 anni. Una stella particolare, ho accennato, sì, perché non vuole proprio farci scomodare più di tanto: è lei stessa che pensa ad avvicinarsi a noi e lo sta facendo alla discreta velocità di 28 chilometri al secondo; discreta, ma relativamente lenta rispetto alla nostra astronave se pensiamo che fra un milione e mezzo di anni si sarà avvicinata alla Terra per l’80% dell’attuale distanza e apparirà ai nostri posteri come la stella più luminosa del cielo. …Siamo così piccoli…

Immagine di copertina: Andromeda tratta da <a href="http://<a href="https://www.vecteezy.com/free-photos">Free Stock photos by VecteezyVecteezy

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