Era una notte che pioveva…

Qui si parla di uno dei tanti giovani chiamati alle armi per “fare grande la Patria”, come al tempo era d’uso acclamare. È Giovanni Ghigonetto, nativo della Valle Po (Cuneo), cresciuto in un’amena borgata denominata Piana di Calcinere, nel Comune di Paesana. Ne riporto una vicenda drammatica occorsagli all’antivigilia del Natale 1942, per ricordare questa figura di Alpino, vero Eroe di un episodio di resistenza all’ultimo sangue, Combattente misconosciuto e abbandonato all’oblio come molti altri Eroi della Grande Guerra.

Aveva da poco compiuto i diciannove anni, una ventina di giorni appena, che dovette lasciare la propria Valle e caricarsi degli effetti personali adatti per fare la guerra. Era il 7 gennaio 1941 e Gian d’la Piana, questo il nome con il quale era conosciuto in terra natìa, venne arruolato nelle fila del Battaglione Saluzzo, 2° Reggimento Alpini. Sottoposto con molti suoi coetanei e gente anche molto più anziana a un periodo di addestramento intenso e pressante, nel giro di tre mesi era pronto per essere inviato sul fronte greco-albanese a dare man forte alle nostre truppe impegnate nella campagna per l’occupazione della Grecia.

Per buona sorte di tutti quei giovani giunse il giorno dell’armistizio, era il 17 aprile 1941. Direzione Cuneo, allora, dove il 2° Alpini verrà insignito con l’onorificenza della Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Gian d’la Piana segue le sorti del proprio battaglione, con spostamenti frequenti fra le varie vallate delle Alpi Marittime, che si concludono con una lunga sosta nella località di Demonte in Valle Stura. Giovanni appartiene alla 23a Compagnia comandata dal Capitano Enrico Pennacini che, nei fatti della ritirata dal Don, cadrà sulle distese della steppa russa ottenendo il riconoscimento con la Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Entrava il mese di agosto del 1942 quando il comandante la Compagnia annunciò ai suoi Alpini che presto avrebbero preso la strada per la Russia. Il 3 agosto, infatti, tutti inquadrati per un’ispezione generale e per accertare la perfetta tenuta degli equipaggiamenti.

Poco dopo la truppa si trova a Borgo San Dalmazzo, all’imbocco delle Valli Stura, Gesso e Vermenagna, dove già è sistemata sui binari la tradotta che dovrà affrontare un viaggio lungo e snervante. Il convoglio si muove, tanti e calorosi i saluti, gesti di commozione, fazzoletti che sventolano. Poco dopo, sosta alla stazione di Costigliole di Saluzzo. Qui si ha da procurare i rifornimenti delle biade per i muli e il carico di materiale che servirà in guerra. Ancora folla a salutare i partenti, mani che si sporgono per offrire in dono qualcosa di utile o semplici generi di conforto, voci acclamanti e altre grevi di apprensione come volessero esprimere l’avvento di tristi presagi.

Gli Alpini sono privi delle minime comodità, stipati in carri bestiame e rinchiusi dall’esterno con sbarre che non consentono alcuna via d’uscita, pare quasi un trasporto di prigionieri verso campi di sterminio. La tradotta percorre centinaia di chilometri, entra in Ucraina, raggiunge Kiev, il centro abitato che subirà l’azione devastatrice dei Tedeschi.

Racconta Giovanni Ghigonetto:

“Ancora avanti e raggiungiamo il fiume Donetz che scorre non lontano da Harkov e da Izjum un po’ più a sud. I ponti sono stati fatti saltare da chi è venuto prima di noi. Ne rimane uno solo per la ferrovia. Raggiungere l’altra sponda del corso d’acqua è un problema, perché il ponte ferroviario dà tutta l’impressione di non reggere. Tant’è che siamo costretti a scendere dai carri bestiame e lasciare che il convoglio, così sgravato, possa azzardarsi a passare sulle precarie arcate. In quanto a noi Alpini, ci tocca fare gli equilibristi e servirci di un ponte di corda che superiamo con attenzione a uno a uno per ritrovare la tradotta ormai dall’altra parte del fiume.

“Ancora due giorni di sussulti sui binari, poi addio servizio ferroviario: gli scartamenti dei binari russi hanno una misura diversa, superiore a quella adatta ai nostri vagoni, sicché non resta altro da fare che riprendere armi e bagagli, scendere e ripartire “autoscarponati”.

“Siamo nel periodo di ferragosto del 1942, trascorriamo le nostre vacanze in marcia, piegati sotto il peso di uno zaino piuttosto carico, oppressi da una calura pressoché insopportabile. I nostri piedi devono coprire distanze di centinaia di chilometri nella interminabile distesa della pianura russa.

Al termine della giornata, dopo aver calcato un’infinità di strade e tratturi impolverati, siamo ridotti ciascuno a una maschera, quasi la caricatura di noi stessi, il volto coperto di un velo scuro che lascia intravedere soltanto più gli occhi e i denti se spalanchiamo la bocca.

“Una desolazione continua ci accompagna durante l’avanzamento: enormi lande deserte e, di tanto in tanto, qualche villaggio o qualche paese diruto, triste testimone del passaggio prepotente dei Tedeschi; pochi anziani e alcuni bambini per le vie e fra i casolari. Povera gente, ne devono aver subite tra privazioni e vessazioni dagli invasori germanici! Arriviamo infatti nei pressi di un’isba dalla quale escono un uomo e due donne, tutti già avanti nell’età, con le mani alzate in segno di resa, hanno dipinto sul volto il terrore di chi teme nuove rappresaglie. Veniamo a sapere che i nostri alleati avevano fatto razzia sistematica di generi di sussistenza; a loro avevano lasciato soltanto quattro oche.

“Proseguiamo. Una dopo l’altra sfilano davanti a noi alcune località che diventeranno purtroppo tristemente famose: Millerovo, Topilo, Rossosch. In quest’ultimo centro ci viene concessa una breve sosta durante la quale il Comando tedesco che vi ha sede emana gli ordini di schieramento per la nostra Divisione Alpina. Poco dopo siamo di fronte al Don, con la Divisione Cosseria alla nostra destra e il fiume Kalitwa, affluente del Don, che scorre fra mezzo alle due Divisioni.

“Ora siamo agli ultimi giorni di agosto, per noi si fanno pressanti i lavori di scavo delle trincee e di costruzione dei bunker. Tutto questo ci fa presagire che di qui non ce ne andremo tanto presto, ma che quanto stiamo facendo servirà a sferrare confronti armati di non rapida soluzione. Ci affrettiamo a sistemare le postazioni di tiro, a stendere reticolati con filo spinato, a identificare quali potrebbero essere le più probabili vie di infiltrazione dei nostri avversari sulla nostra linea.

“La posizione che ci è stata assegnata occupa una conca priva di rilievi importanti, ma anche favorevole ai Russi che vi possono scorgere buone possibilità di venirci addosso. Ciò che temiamo in particolare è un attacco da parte dei T34, i temibili semoventi russi che non sappiamo come potremmo riuscire a fermare. Per questo ci viene ordinato, dal nostro Comando, di scavare una fossa frontale fra le posizioni che teniamo e il corso del Don. Quella fossa raggiunge un’altezza grosso modo di due metri e mostra nella nostra direzione la parte verticale. Gli zappatori scaricano il materiale di risulta in avanti, a ulteriore rinforzo dello sbarramento. L’opera è piuttosto estesa, segue per un lungo tratto la destra orografica del Don.

“C’è, intanto, chi a turno monta di sentinella occupando un posto sopraelevato ricavato fra i rami di un pioppo selvatico. Non è comodissimo, ma adatto allo scopo: vi si accede arrampicandosi per una scala di corda sino a sistemarsi su un pianale formato da quattro tavole. Di qui, scrutando attraverso le lenti di un binocolo, si possono tenere sotto controllo eventuali movimenti di truppe che decidessero di guadagnare la sponda del Don prossima alle nostre postazioni.

“Potrebbe sembrare di non essere in guerra, perché non ci sono reazioni da parte dei Russi. Sappiamo benissimo che ci vedono e che sono al corrente delle nostre mosse, ma quelli se ne stanno tranquilli, non sparano manco un colpo verso di noi. Qualcuno si pone una domanda: che significa? che cosa attendono? staranno preparando qualche indesiderabile sorpresa che noi non siamo in grado di immaginare?

“Il lavoro è intenso e pesante, a quella età si ha bisogno di reintegrare rapidamente le energie spese e la fame la fa sempre da padrona. Quando suona l’ora del rancio, però, c’è poco da rallegrarsi, invariabilmente la solita brodaglia di cavoli, rape e pochi maccheroni sapientemente misurati. Il rancio ci viene distribuito due volte al giorno e al mattino sorbiamo un caffè del cui sapore dobbiamo accontentarci; solo qualche volta, non sempre, accompagnato da un tozzo di pane. I cucinieri preparano il rancio in marmitte che nulla hanno del materiale d’ordinanza: sono più che altro i voluminosi bidoni che hanno contenuto il gasolio per i mezzi di trasporto. Se, poi, un ufficiale di servizio passa in rassegna il reparto cucina e procede all’assaggio delle vivande, sei sicuro che gli è sufficiente una sola sorsata, non ripete il gesto, ma subito sentenzia sulla bontà del prodotto e dà l’ordine di distribuzione alla truppa. Sto pensando, ora, alle differenze di trattamento nel vettovagliamento fra noi e i nostri ufficiali, differenze che poi svaniranno quando si sarà sottoposti tutti ai duri trattamenti della prigionia.

“Qui, sul fronte russo, io sono fra i più giovani, essendo nato nel 1921. I giovanissimi sono del 1922, qualcuno non ha ancora compiuto i vent’anni. Ma ci sono anche “Veci” di trentadue anni, quelli che hanno fatto le Campagne d’Africa, di Francia, della Grecia. Sono quelli che hanno ormai acquisito una lunga esperienza di guerra e non esitano a giudicare il fronte del Don decisamente inadatto a operazioni per truppe alpine. Infatti noi, in un primo tempo, eravamo stati destinati alle alture del Caucaso, ma poi gli alti Comandi hanno deciso di dirottarci su questo settore di pianura e qui pare che gli Alpini del Corpo d’Armata abbiano qualcosa come duecentosettanta chilometri di linea da tenere a bada lungo le sponde di destra del Don.

“Intanto il tempo passa e noi riceviamo un nuovo ordine: rinforzare tutta la linea stendendo un sistema fitto di reticolati. È la guerra di trincea, è chiaro, come era già successo nel primo Conflitto. “Ci buttiamo a schiena curva con pale e picconi ma ormai, siamo arrivati al giorno dei Santi, i nostri sforzi risultano vani perché picchiamo su un terreno indurito dal gelo. Dobbiamo ricorrere all’uso del martello pneumatico per praticare i fori in cui spingere i paletti di legno che non vogliono penetrare.

“Ogni giorno che volge al termine ci viene da dire: è andata!, ma viviamo sempre nel timore di un attacco da parte dei Russi. Io e alcuni compagni di lotta ci affrettiamo a prendere posizione nella prima postazione per mitragliatrice, quasi ai bordi della riva sinistra del Kalitwa. Di là del corso d’acqua abbiamo, a vista d’occhio, i nostri commilitoni della Cosseria.

“Io appartengo alla 23a Compagnia del Battaglione Saluzzo. A un certo punto un tenente entra nel bunker per prelevare tre Alpini: sorte avversa vuole che tocchi al caporale Fogliacco di Revello, a un toscano del ’22 e a me. Veniamo mandati a prendere possesso dell’ultima postazione per mitragliatrice sull’estrema destra della linea. Siamo costretti in uno spazio angusto nel quale triboliamo non poco a trovare il modo di sistemare tre pagliericci nel ricovero che ci ospita. “L’apertura all’esterno ci espone ai venti gelidi dell’inverno incipiente e noi proviamo a industriarci nel sistemare una coperta da campo affiggendola con tre chiodi: sarà la porta d’ingresso della nostra abitazione.

“Impossibile avere un po’ di caldo, tuttavia: più il tempo scorre e più il freddo incrudelisce, persino il poco pane che ci serve per toglierci la più grossa è sempre gelato, duro come un sasso. Resistiamo come possiamo ai 25-30 gradi sotto lo zero, ormai in sosta permanente, nessuno viene a darci il cambio.

“Ci avviciniamo alla festività del Santo Natale, ma, quale festività, non la godremo mai, per noi sarà l’inferno! Due giorni prima, la notte del 23 dicembre 1942, sono i reparti russi a muovere contro di noi. È l’una, s’ode la detonazione di una mina e appare di fronte a noi una falange di Russi scatenati, ben disposti ad annientarci. Hanno atteso che i forti rigori invernali rassodassero gli strati ghiacciati del Don per poter guadagnare senza intralci la sponda opposta. In quel momento pare scatenarsi la fine del mondo, un vero e proprio scenario da Apocalisse. In un batter d’occhio l’aria cupa della notte si illumina di una luce sinistramente accecante: sono razzi che solcano il cielo incendiandosi, sono mitragliatrici che crepitano rabbiose, cannoni e mortai che sputano ordigni dal potere devastante, katiusce che lanciano in serie decine di micidiali proietti. Il terrore s’impadronisce di tutti e dilaga furioso su quella distesa martoriata. I tentativi per difenderci da quella tremenda forza d’urto ci costringono a uscire dalle trincee e a batterci all’arma bianca, perché i Russi sono già a ridosso dei nostri reticolati. Nonostante la fossa anticarro, i reticolati, il terreno minato, nonostante il nostro fuoco incrociato e intensissimo, continuano a sopravanzare, pare che tanti ne cadono e altrettanti risorgano per buttarsi contro di noi.

“Le nostre artiglierie arretrate ci vengono in soccorso, è una benedizione, sanno fare bene il proprio dovere in quel momento critico, colpiscono con precisione e costringono gli avversari a retrocedere. Eccoli, sono dubbiosi, provano sgomento, perché alle loro spalle cade una tempesta di ferro e fuoco, pensano cosa saggia rinunciare nel tentativo di portare a termine l’assalto e a mano a mano spariscono dai nostri reticolati, lasciando sul campo uno sterminio di loro vittime. Per noi l’incubo è svanito, ma non si sono dissolti gli echi della furibonda battaglia né si è allontanata la paura che ci ha colto da vicino nel vedere ripetutamente la morte in faccia.

“Giunge finalmente il mattino e, con le prime luci dell’alba, si dispiega di fronte ai nostri occhi una scena pietosa, raccapricciante: sono forse duecento i caduti abbattuti dai nostri colpi, e alcuni fra loro gemono negli ultimi attimi di vita rimasti; forse, come tutti i morenti in tutti i conflitti armati di questo tormentato mondo, invocano la mamma, chiamano la moglie, i figli in un estremo anelito di allucinata speranza.

“Passa nella nostra postazione un tenente, non lo conosco, non è del mio reparto, ma mi chiama al suo seguito. Devo andare, non so bene perché, sono ancora frastornato dal tremendo fragore dello scontro consumatosi nella notte. Ci incamminiamo verso la zona a noi antistante, ci inoltriamo fra i caduti russi, io ricevo l’ordine di accertarmi se c’è ancora qualche combattente in vita. Qualcuno lo troviamo, ma ormai prossimo alla morte. Non resta più nulla da fare, se non alleviare un’agonia straziante ponendo fine a quelle disperate tribolazioni senza via di scampo. Il tenente dirige un colpo di grazia al capo di quelle vittime. Sono undici vite troncate per pura pietà.

“Torna il silenzio, più cupo e nero, sul campo di lotta. I Russi, poco distanti da noi, hanno lasciato fare, forse abbiamo risparmiato loro un ingrato ufficio, forse non avrebbero potuto esporsi nel timore di essere colpiti dalle nostre armi.

“Più tardi siamo noi ad assistere, in silenzio e con senso di mestizia, al recupero dei cadaveri e alla loro inumazione poco oltre la nostra linea di difesa, forse soltanto sessanta-ottanta metri da noi. Io stesso sono sfinito, mi reggo a mala pena in piedi, soffro di lancinanti sintomi da congelamento alle estremità.

“Arriviamo a un punto che sia io sia l’amico Fogliacco avvertiamo le forze venirci meno, vogliono abbandonarci. Il nostro stato di prostrazione si aggrava, tanto che si fa urgente la necessità di un ricovero all’ospedale di Rossosch. Questo accade a partire dal 7 gennaio del 1943 e la nostra degenza si protrae per lunghi sei giorni. Pare che anche le speranze di guarire vadano assottigliandosi. Si fa impellente un nostro trasferimento all’ospedale di Harkov che ci accoglie nel pomeriggio del 15 gennaio. Qui abbiamo occasione di ascoltare il bollettino di guerra radiofonico che annuncia l’accerchiamento di Rossosch da parte dei Russi. Quelli proprio non perdono tempo, agiscono a tenaglia, spingendosi sui due lati del dispiegamento delle nostre truppe. È fin troppo evidente, cercano di chiuderci in una enorme sacca, poi saranno loro a darci il colpo di grazia.

“Sappiamo che la Tridentina, e subito dopo la Julia, iniziano a retrocedere per non cadere in quell’agguato dalle dimensioni mostruose. Ma per la Cuneense le cose non vanno allo stesso modo: deve rimanere in linea, e resistere, questi sono gli ordini. L’ultima decisione viene dai Comandi tedeschi che hanno decretato dover essere la nostra Divisione a fare da tampone, quel che significa estremo sacrificio di Penne nere nel tentativo disperato di arginare, fino a quando sarà possibile, la pressione dell’avversario. La tragedia si consuma fino al 17 gennaio, allorquando anche la Cuneense può prendere la via della ritirata, ma a costi enormi, centinaia, migliaia di vite spezzate. La fame e il vestiario inadatto a riparare dai morsi del freddo, veramente insopportabili, fanno uno spropositato numero di vittime fra i nostri Alpini. Se le forze ti abbandonano, guai a fermarti in quei momenti: il gelo ti prende e ti inchioda nella steppa, a baita non ritorni più.

“Veniamo poi a sapere quel che di tragico e di estremamente eroico è accaduto a Popowka, a Nowo Postojalowka, a Nikolajewka. Sappiamo dei possenti carri armati, degli aerei che mitragliano dall’alto, dei pochi Alpini che sono riusciti a sopravvivere a quell’inferno di ghiaccio e morte. Io seguo le sorti di quelli che, come me, vengono trascinati fuori dalla sacca della steppa nella flebile speranza di riprendersi un cantuccio di vita.

“La mia degenza nell’ospedale di Harkov dura fino al 24 gennaio, quando giunge l’ordine di evacuare l’edificio che ci ospita. Un’operazione affrettata ci porta verso un treno che sta in sosta. Siamo un esercito di moribondi e feriti gravi, restiamo per poco tempo in attesa, seduti sul terreno gelido, con il beneficio di una sola coperta. Trascorrono alcuni minuti e ci troviamo accalcati l’un l’altro sui carri bestiame. Soltanto chi pare dare gli ultimi segni di vita viene adagiato su una brandina.

“Il treno finalmente si muove, si va verso casa, ma, appena superate alcune centinaia di chilometri, vengo a sapere che due di noi non ce l’hanno fatta, la loro vita li ha lasciati su quell’ultimo viaggio della speranza. Nessuno pensa alla loro sepoltura. Le salme resteranno sul treno sino al nostro arrivo in Patria.

“Mi torna in mente un Alpino della Julia: sta per andarsene anche lui. Prima dell’ultimo respiro riesce a sussurrare al cappellano che cerca di confortarlo e a chi gli sta più vicino: «Avevo la febbre, avevo sete e mangiavo la neve».

“Con me c’è un commilitone di Villar Bagnolo. Ci guardiamo e non troviamo parole per esprimere ciò che ci passa per la testa. A un certo punto il treno si ferma per consentire la distribuzione di tè caldo. Chi, come me, può usare ancora le gambe, è fatto scendere, ma mi accorgo di aver perso la sensazione corporea dei miei arti inferiori che con gran fatica riescono a reggermi. Il mio compagno di Villar Bagnolo sta molto peggio di me, non è riuscito a muoversi, allora mi occupo io di portare sul treno la razione di tè che gli spetta. Qui finalmente posso sfilarmi le calzature dai piedi.

“Ancora lunghi spostamenti sui binari sino a superare il confine che ci introduce in territorio tedesco dove sostiamo per quattro o cinque giorni, il tempo necessario per essere sottoposti ai trattamenti igienici indispensabili: un bagno completo, il taglio dei capelli, la disinfestazione degli effetti personali per liberarci dai pidocchi. Osservo il mio vicino di viaggio, l’Alpino bagnolese: i suoi piedi sono diventati neri per via del congelamento che impedisce la normale circolazione del sangue. Sarà destinato a perdere le dita dei piedi.

“Il 4 febbraio 1943 siamo per nostra ventura in Italia. Il treno ci porta a Ravenna da dove veniamo smistati verso gli ospedali della zona. Io finisco a Lugo, non molto distante da Ravenna. Mi fermerò due mesi, sofferente di congelamento a entrambi i piedi. Ricordo di aver perso la pelle per ben tre volte dai piedi fino a metà gamba, si potevano quasi vedere le mie ossa.

“Il 17 marzo, in conclusione delle cure prodigatemi, posso raggiungere il mio borgo natìo dove trascorrerò due mesi di convalescenza. Trascorsi i quali vengo sottoposto a visita di controllo presso un centro sanitario di Savigliano che delibera di prolungare la mia convalescenza di un altro mese.

“Arriva l’estate e il 17 giugno sono pronto per rientrare nei ranghi. Vengo infatti richiamato in servizio effettivo a Cuneo dove si sta ricostituendo il dissanguato Battaglione Saluzzo con le Compagnie 21a, 22a, 23a e la Compagnia Comando.

“Entrato il mese di agosto, eccoci inquadrati sul Brennero. Il mio battaglione è dislocato come presidio a Ora, nei pressi di Bolzano. Ci avviciniamo al giorno fatidico, quello che decreterà la cessazione delle ostilità contro gli Alleati, ma non della guerra, che continua, come recita il comunicato del Generale Pietro Badoglio. Questo significa che avremo i Tedeschi, nostri camerati fino a oggi, come nuovi nemici da combattere. La sera del 7 settembre, infatti, il nostro comandante, il Capitano Villa della 23a, riunisce la Compagnia e ci dà ordine di dormire vestiti. Comprendiamo: nulla di buono ci aspetta. L’armistizio è già stato firmato, ma soltanto l’indomani verrà reso pubblico. Prevediamo il sopravvenire di rappresaglie da parte dei nostri ex alleati germanici. Questi, peraltro, non fanno attendere a lungo la loro reazione alla defezione delle Forze italiane.

“Noi ci troviamo accampati ancora nei dintorni di Ora, siamo in una conca di limitata estensione, al nostro fianco corre la ferrovia e di fronte abbiamo la dorsale montuosa. Dietro la ferrovia si sono appostati i Tedeschi con tutta l’intenzione di darci contro. Non passa infatti molto tempo che, all’una di notte, aprono il fuoco dirigendo su di noi i colpi intermittenti di mitragliatrice pesante. Quattro raffiche ravvicinate, più precise delle precedenti, spingono il nostro Capitano a diramare l’allarme e il susseguente ordine di ripararci verso l’erta montuosa.

“Ci mettiamo in cammino, senza soste per tutta la notte, sino a raggiungere la cima più elevata del saliente montuoso. Ora scocca il mezzogiorno. Restiamo in attesa, siamo storditi, sbigottiti, non sappiamo di preciso cosa stia accadendo, così per tutta la giornata. All’alba del dì successivo il Capitano Villa forma un drappello di sette-otto Alpini, con l’ordine di recarsi in paese per raccogliere notizie sullo sviluppo della situazione. Ancora un’angosciosa attesa per noi, lassù, resa più lunga e penosa dal forzato digiuno che ormai ci perseguita da due giorni.

“Giunge infine la sera ed ecco, i nostri commilitoni appaiono da lontano, sono di ritorno se Dio vuole, ci raggiungono, ma non hanno più le divise militari, sono tutti in abbigliamento borghese. Allora il nostro Capitano ci raduna per un ultimo consiglio di guerra. Ci dice che gli Alpini rimasti in Ora sono stati fatti tutti prigionieri. A noi rimane la scelta: restare armati ed esporci così ai probabili imprevisti che potrebbero farci cadere nelle mani dei Tedeschi con destinazione Lager in Germania oppure imitare le nostre staffette, lasciando le armi e cercando noi pure di rifornirci di abiti borghesi. Non ci vuole molto a capirlo: è lo sbando più completo, ordini non ne arrivano, soltanto circola la frase di ricorrenza, assai triste: “Si salvi chi può!”.

“Ci guardiamo l’un l’altro in viso. Che cosa sta accadendo? Cosa dobbiamo fare? Dove andare? Io mi trovo con il mio compagno di lotta Antonio Picca, siamo fra i più anziani, ormai possiamo definirci veterani di guerra. La soluzione più accettabile è quella di levarci da quei luoghi ormai infestati dai Tedeschi. Però è arduo decidere, nessuno che ci dia qualche utile indicazione. Allora facciamo la cosa più logica, alla moda dei vecchi montanari: c’è il sole che sta per tramontare, quella è la direzione che ci condurrà in Piemonte ed è verso quella che puntiamo con decisione.

“C’incamminiamo discendendo per l’erta montuosa e non tardiamo a inoltrarci in una pineta oltre la quale si apre alla nostra vista una valle invero spaziosa. Ci guardiamo attorno e, nelle prossimità, non scorgiamo case, ma intravediamo una frazione sulla nostra destra. Siamo affamati, allora decidiamo di cercare soccorso presso una delle famiglie. Ci accolgono favorevolmente, ci preparano una bella polenta e trovano il modo di cambiarci i vestiti d’ordinanza con abiti borghesi. Hanno un bel da fare, perché noi siamo in otto. Una ragazza di quella famiglia ci dà il suo indirizzo e si raccomanda molto di scriverle per farle sapere quando ci fossimo trovati in salvo a casa nostra. In quanto a me, temevo le ripercussioni della censura che allora era ancora vigile e molto severa. Per quel motivo mi astenni dallo scrivere, ma ora provo un forte rammarico nell’aver mancato a quella richiesta.

“Grazie alle solerti indicazioni di quella brava gente riusciamo a trovare la stazione ferroviaria e tutti otto approfittiamo per servirci dei convogli che si fermano. Destinazioni diverse ci costringono a separarci. Chi riesce a prendere il treno per Torino raggiunge casa nel giro di tre giorni.

“Io mi trovo con due compagni, uno è Bonansea, l’altro il compaesano “Pierin d’la Mulinera”. Tocca però anche a noi separarci quando raggiungiamo la stazione di Mantova. Dobbiamo usare ogni accorgimento e molta attenzione per non tradire il nostro stato di militari, perché tedeschi e fascisti, che stanno all’erta e osservano minuziosamente i viaggiatori, una volta accertato chi siamo ci destinerebbero sicuramente alla deportazione nei campi di lavoro in Germania.

“Trascorro alcuni giorni nella bella città di Mantova, confortato da molti suoi generosi e gentili abitanti i quali non si astengono dall’informarmi sulla dislocazione dei posti di controllo tedeschi, tanto da evitarmi di andarci a incappare.

“Trovo finalmente un treno che va ad Alessandria, raggiunta la quale devo restare quattro ore in attesa per avere la coincidenza che mi condurrà ad Alba, in provincia di Cuneo. Là pullulano contingenti tedeschi. Mi devo dare un contegno disinvolto, indifferente, allora acquisto un giornale e, nell’atto di leggerne le notizie, cammino lentamente avanti e indietro, ma riesco a stento a trattenere la paura che mi si rivolta dentro. Per fortuna tutto va liscio e posso raggiungere Alba senza intoppi.

“Ritrovo il mio amico Pierin con il quale intraprendo, a piedi, il lungo tragitto che ci porterà a Paesana, nella nostra amata e tanto sospirata Valle Po.

Vedo avvicinarsi la mia casa paterna, è un momento di grande emozione, impossibile a descriversi. Il calendario, quel giorno, segna il 6 ottobre 1943: sono trascorsi dieci mesi di tribolazioni da quella terribile notte dell’antivigilia del Natale 1942, non pare vero, sono a casa! Trovo mio padre, rimasto in angosciosa attesa dal giorno in cui sono partito. La mamma ci ha lasciato, ormai sono trascorsi nove anni. Della mia famiglia eravamo partiti in due per il fronte, ma sono tornato io solo; mio fratello, catturato dai Russi, ferito in quegli scontri infernali di fine dicembre ’42, ha terminato i propri giorni in stato di detenzione, dopo aver patito le sofferenze indicibili della prigionia, per malattia, per fame, per maltrattamenti, per mancanza di tutto il minimo necessario. Penso a lui e ai numerosi, troppi, miei compagni di battaglia ghermiti dai colpi micidiali delle armi avversarie e dal gelo implacabile sulla via del ritorno. Nove Alpini su dieci sono rimasti nella steppa russa, sacrificando i migliori anni e le più floride speranze di una vita non goduta. Quelli che son tornati erano quasi irriconoscibili, per lo più feriti, mutilati, congelati, tutti, senza distinzione, brutalmente trasformati nel fisico e nel morale”.

Immagine di copertina tratta da —.

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