Identità (Patior, ergo sum) puntata 1/16

Premessa

Le riflessioni riportate in queste 16 puntate vogliono affrontare un tema assai arduo, quello dell’eterno interrogarsi dell’uomo sui principi e fini filosofici che reggono il suo esistere. Ognuno di noi, immagino, giunto a un certo punto della propria vita comprende di non poter fare a meno di interrogarsi sulla propria essenza ontologica dell’ora e qui. I tentativi che seguono affrontano a piene mani questo tipo di problemi, nella consapevolezza che risposte esaurienti agli incessanti interrogativi nessuno le troverà mai. Tuttavia è lo stesso percorso, faticoso e tortuoso per arrivare a una conclusione sempre sfuggente, il motivo capace di animare il ricercatore infondendo nuovi e più solidi aneliti a procedere.

Queste prime due puntate appariranno abbastanza nebulose alla comprensione perché si affidano a speculazioni filosofiche di indiscutibile profondità e rigore inquisitivo. Dalla terza all’ultima puntata il discorso si farà più abbordabile, più scorrevole, più leggibile e accattivante.

Patior, ergo sum

Amo iniziare con questa parafrasi da Cartesio (René Descartes, 1596-1650) autore dell’espressione Cogito, ergo sum con la quale ritenne di poter trovare una sola realtà capace di sottrarsi al dubbio, ossia il pensiero.

Nel momento in cui una persona dubita e, pertanto, pensa, trova anche la prova inconfutabile del proprio esistere.

Le riflessioni che seguono vanno a percorrere, alla luce dell’intuizione cartesiana, un itinerario speculativo simile ma di una coloritura variegata in ragione della sostituzione del termine “cogito” – penso – con quello più adeguato al contesto, “patior” – soffro – perché mi pare di poter capire che possiamo assurgere ai più alti gradi della conoscenza del mondo e della nostra implicazione nelle sue dinamiche e nella sua storia soltanto attraverso esperienze accompagnate dal dolore.

Pensare chi siamo, se effettivamente esistiamo, perché ci vediamo esistere con il seguito di mille altri interrogativi è lo scenario mentale che ci rende consapevoli del nostro esserci e dello scorrere della nostra esistenza.

Mi lascio dunque trasportare, sulle ali veraci del pensiero, verso lidi improbabili e lande oscure dove è facile incespicare e ruzzolare in anfratti scabrosi, ma voglio e scelgo di procedere sulla strada intrapresa perché credo che uno dei modi migliori e più promettenti di approdare infine a qualche risultato incoraggiante sia quello di provare, senza mai perdere il passo, ad avanzare, senza timore per gli ostacoli che potrò incontrare, senza armi affilate per tenere a bada l’angoscia del non conosciuto.

Mi cimenterò allora in alcuni argomenti speculativi, non nuovi certamente al pensiero di coloro che amano tenere viva la propria mente, ma selezionati per la loro carica emotiva e per la facilitazione all’introspezione che emanano. Aprirò le mie dispute elucubrate con me stesso nel tentativo di sviluppare il concetto del “divenire”, iniziando con il poggiare la cadenza del mio debole passo sugli enunciati magistrali del filosofo Emanuele Severino (TAUTÓTĒS, Adelphi Ed.i, Milano 1995).

Mi inoltrerò, per introdurre l’argomentazione centrale, nel nozionismo di “continuità” curandone il collegamento ai parametri della nostra esistenza sul Pianeta e alle supposizioni che talvolta amiamo formulare su che cosa ci attende dopo il nostro itinerario terreno.

Un aspetto di tutta la disquisizione, emergente per via della sua incisività sul valore e sulla descrizione della persona sarà quello dell’identità che distingue ciascuno di noi nel ben mezzo delle similitudini che ci accomunano agli altri lungo e verso un destino comune. Su questo filone di ricerca speculativa andrò a sondare il significato occulto del come e del perché inscritti nella creazione dell’essere umano. In una parte della dissertazione troverà posto il senso che possiamo attribuire a quella consapevolezza che ci fa sentire “noi in noi”, lungo un percorso sofferto e tortuoso che termina con l’approdare a un interrogativo tormentoso “perché io, ora e qui?” e alla sua prosecuzione nel dubbio onnipresente del “dovevamo nascere?”. Il pensiero, qui giunto, avrà l’ardire di librarsi più in alto, cercando altri campi di conoscenza, per sfiorare il concetto insondabile di eternità, di un essente eterno, necessario, dell’eternità del tutto, sulla scia, ancora, del pensiero di Severino, eco altresì del senso di dolore, del tedio universale di leopardiana memoria.

Guardandomi attorno non posso fare a meno di intravedere, nel gran caos e nel vuoto immenso di cui si compone l’Universo, una sorta di programma finemente pensato e architettato per dirigere con perfetta sincronia il divenire e il trasformarsi di tutte le cose: dunque un programma e, in assoluta precedenza, un programmatore dotato di precise intenzioni. Di questo passo finisco per immettermi in un complesso di argomentazioni rimbalzanti dalla religione alla religiosità all’antidogmatismo. Potrò altresì scomodare alcune figure del pensiero speculativo, come Kant, Hegel, Schopenhauer, Leopardi per la validità dei contributi ai quali attingere nella prosecuzione del presente tentativo di avvicinarmi almeno a un simulacro seppure pallido della Verità. Potrò, per questa via, avvalermi anche di una terminologia per certi versi esoterica, ma di necessità richiesta nel contesto, come quella che si aggira attorno al termine Élenchos di aristotelica fattura.

Nel regno del divenire

Il divenire, in ogni forma di cultura, è sempre stato inteso come trasformazione da qualcosa che era all’inizio a qualcosa di diverso quando il processo del divenire fosse ultimato.  Già Platone sosteneva che la cenere non può essere identica alla legna da cui proviene ossia non si può dire che la legna sia cenere ovvero altro da sé. La legna, diventata cenere, è cenere. Il risultato del diventare cenere, da parte della legna, è l’esser cenere da parte della legna. Il diventare altro è il diventare identico all’altro.

Il divenire è identificazione dei “contrari”. Per il pensiero occidentale la legna diventata cenere è svanita, non c’è più, è nulla. Anche per la speculazione scientifica qualcosa può diventare altro da sé solo se si annulla. Per rendere possibile l’affermazione che la legna diventa cenere si può sostenere che il divenire non è altro che la successione in cui prima c’è la legna e poi, quando la legna non c’è più, c’è la cenere. In questo modo, propriamente, la legna non diventa cenere. Però diventa nulla. E il nulla, in cui la cenere in quanto tale si trovava prima dell’annientamento della legna, diventa cenere. La successione, dunque, non può non essere un divenire altro da parte di qualcosa. Se si esclude che la successione sia un divenire, si deve allora escludere che il mondo includente la legna divenga nulla. Ma se nessuna cosa diviene nulla si nega il divenire. Così non si può comprendere che cosa sia una successione che non sia divenire.

L’altro come risultato del divenire è l’altro che qualcosa è divenuto ossia l’altro a cui il qualcosa si è identificato, in cui si è immedesimato.

Pensare il divenire è pensare l’identificazione di qualcosa al proprio altro ossia è pensare il contraddittorio, l’impossibile, il necessariamente non esistente. Per pensare che la legna è diventata cenere è necessario pensare la relazione tra legna e cenere, perché l’esser cenere da parte della legna non si presenti per quello che essa in verità è ossia come identità dei diversi (identità dei non identici; contraddittorietà; necessaria inesistenza, impossibilità: “La legna è cenere”), è necessario pensare come separate la legna e la cenere, astrarre dalla loro relazione e porre soltanto la cenere come risultato del divenire.

Per l’Occidente è necessario pensare che la legna è diventata nulla, ma che è diventata nulla anche la relazione tra la legna e la cenere, per cui c’è soltanto cenere e basta. Per rendere pensabile quel divenir altro da parte di qualcosa, che nel pensiero pre-ontologico mostra immediatamente il proprio carattere contraddittorio, il nichilismo (cioè l’ontologia dell’Occidente) afferma che nel divenir altro il qualcosa diviene niente. Il pensiero di Hegel appartiene in modo eminente al nichilismo. L’apparire della contraddizione del divenir altro si mantiene al di fuori della storia e della preistoria dell’Occidente, al di fuori della alienazione della verità. L’apparire di questa contraddizione è l’apparire che l’essente – e cioè ogni essente – è eterno.

Per Hegel il divenir altro è così poco la contraddizione impossibile e necessariamente non esistente, che anzi essa è il costituirsi stesso della non contraddizione. Al di fuori del pensiero che afferma il divenir altro al di fuori della alienazione della verità – il divenir altro appare come l’impossibile, il necessariamente non esistente, il nulla: appare come l’identità dei non identici. Se la legna diventa cenere, la legna è cenere: l’esser diventata cenere non è il semplice esser cenere della legna e nemmeno il semplice incominciare a essere cenere. È la legna che, diventata cenere, è ormai cenere. E l’incominciare a essere cenere non è il semplice non esser più legna.

Aggiungerei qui una mia osservazione tanto ingenua quanto un po’ idiota, ma lo voglio fare lo stesso. In seguito alla combustione la legna, nella sua fisionomia e consistenza fisica, non è più percepibile. La combustione ha messo in moto un vettore, che è il calore ad alta temperatura, responsabile dell’ardere della legna. Lungo tale processo fisico e chimico il calore, per così dire, scompone la legna: una parte si presenta come cenere, l’altra è gas, monossido di carbonio, anidride carbonica e, ancora, calore che si disperde nell’atmosfera. Diciamo che queste componenti, tutte assieme con il termine di legna, non si incontreranno più nel corso della loro esistenza, ognuna di esse se ne andrà per conto proprio e addio per sempre. Dire, pertanto, che la legna è cenere e la cenere è legna risulta un’affermazione che tiene conto soltanto di una delle tre componenti cui ho accennato. Si dovrebbe dire che la legna è cenere-gas-calore e che il trinomio cenere-gas-calore è legna, ma non si considera l’atto disgiuntivo che crea una situazione irreversibile per cui come possiamo parlare ancora di legna? Così il corpo di un’antilope cacciata e divorata dai leoni: pur connotandosi come un eterno, le sue sembianze saranno scomposte in cibo metabolizzato nello stomaco dei predatori, in parti di materiale organico tornate alla terra sotto forma di sali minerali, in energia che i predatori acquisiscono grazie all’ingestione di parti dell’organismo abbattuto, in ossa che potrebbero essere frantumate e divorate dalle iene o dai licaoni, sino alla formazione di feci rilasciate sul terreno e destinate a scindersi in composti minerali utili a far germogliare e crescere i viventi vegetali. Una trasformazione complessa e senza fine, nell’insieme. Il problema si fa più arduo, non tanto per quanto ho appena cercato di esporre, quanto più all’ombra delle teorizzazioni offerte dal pensiero del Filosofo.

Identità e Consapevolezza

Se si pensa che, per diventare cenere, la legna debba, in quanto tale, diventare nulla, allora, per il pensiero che afferma l’esistenza del divenir altro, da un lato è pur sempre la legna, e non il nulla, a diventare cenere; dall’altro lato è la legna a diventar nulla. Il nulla, in cui la legna si annulla, non è un nulla “immediato”: nel nulla in cui la legna si porta, la legna è (ormai) nulla; nella cenere in cui la legna si porta, la legna è (ormai) cenere. Ma se il nulla e la cenere sono l’esser nulla e l’esser cenere della legna, la legna, per esser nulla e cenere, deve conservarsi nel suo divenir altro, e cioè l’altro (la cenere, il nulla) deve contenere la legna. Il conservarsi del qualcosa che diviene altro, e cioè il suo essere “contenuto” nell’altro, è l’essenza della dialettica hegeliana.

L’intenzione della dialettica è che il divenir altro sia l’autoproduzione del non essere l’altro da parte del qualcosa, e del non essere il qualcosa che parte dal suo altro; ma questa intenzione nasconde che nel risultato del divenir altro il qualcosa è altro [la legna è cenere]; nasconde che il divenire (il divenir altro) è l’impossibile, il necessariamente non esistente, il nulla.

Il pensiero dialettico, come ogni pensiero che afferma il divenir altro, nasconde questa identità impossibile [l’impossibile identità dei non identici]. Isolando, nel divenir altro, il qualcosa e il suo altro – annullando la loro relazione – si evita cioè di riconoscere che, diventando il proprio altro, il qualcosa è il proprio altro [la legna è cenere] e che il divenir altro è l’identità dei non identici.

La coscienza dell’universale è la coscienza del permanente: l’universale è il “semplice che nell’esser-altro [cioè nel divenire] resta ciò che esso è”. In quanto è coscienza di ciò che nel divenire permane, la coscienza nel divenire è essa stessa permanente, indiveniente. E tuttavia la coscienza del divenire è in Hegel (e in tutto il pensiero occidentale) risultato del divenire.

Il tempo non può essere per sé percepito, ma è la dimensione permanente in cui avviene ogni cambiamento.

Kant afferma che la coscienza del divenire non diviene. La coscienza del divenire è infatti coscienza del permanere che è sotteso al cambiamento, e la coscienza del permanente non è coinvolta nel cambiamento. Come “tutto ciò che muta resta” – come cioè la sostanza permane nell’alternarsi dei suoi stati – così permane la coscienza della sostanza.

Quando il pensiero dell’Occidente si convince che, per diventare cenere, la legna deve diventare innanzitutto un niente e che, a sua volta, è il niente della legna e della cenere in quanto tali a diventar cenere, anche in questo caso, nel diventare niente da parte della legna il niente diventa il predicato della legna [la legna è niente] e la legna diventa il soggetto del niente; e, nel diventar cenere da parte della nientità della legna e della cenere in quanto tali [nella relazione del diventare la legna e la cenere non sono], la cenere diventa il predicato del niente e il niente il soggetto della cenere [la cenere è niente].

Identità è sinonimo di unità del tutto. L’identità tra l’ombra e il suo essere insieme alla parete su cui è posata implica l’eternità della relazione tra l’ombra e l’essere insieme alla parete su cui è posata. Affermare che un essente (una qualcosa) non sia insieme agli essenti con i quali esso è insieme (la lampada con gli altri oggetti presenti nella stanza) significa affermare che l’essente è niente. L’impossibilità che questa relazione sia niente è la stessa impossibilità che un essente esca dal tutto e si separi dalle altre parti. Uscire dal tutto significa infatti essere niente. Se ogni essente è un essere insieme agli altri essenti, pensare che un essente non sia insieme agli essenti con i quali è unito significa pensare che l’essente è niente. Ogni essente è il suo essere insieme alla totalità degli essenti. Negare questo essere insieme significa affermare che l’essente è niente. Il significato in cui consiste l’essente considerato è identico al significato in cui consiste l’essere insieme alla totalità degli essenti.

L’eternità dell’essente implica l’identità tra l’essente e il suo essere insieme agli altri essenti. L’identità tra l’essente e il suo essere insieme agli altri essenti appartiene alla struttura originaria della verità. Come ogni identità, l’identità tra qualcosa e il suo essere insieme alle altre determinazioni del tutto è originaria.

La struttura originaria della verità è la struttura, cioè l’implicazione necessaria di una molteplicità di identità, che appunto per questa loro implicazione sono identiche, cioè sono un’unica identità. Separata – isolata – dalle altre, ogni identità è una contraddizione. La non separazione delle identità è il loro distinguersi. In quanto distinta dalle altre identità, ogni identità è distinta dal significato concreto che le compete in quanto essa è in relazione alle altre identità. Ognuna è in relazione al proprio significato concreto che è lo stesso di ogni altra identità e che è l’identità delle identità. Come distinte, le identità non sono l’originario: l’originario è la loro implicazione e, anzi, l’implicazione delle identità in cui si trova non soltanto un certo essente, ma ogni essente.

Ogni essente è eterno – anche il più irrilevante. In quanto l’essente è un finito, ossia non è significante come “totalità dell’essente”, questo significato finito è in quanto tale un essere insieme ad altri. L’essente è il suo essere insieme all’altro.

L’ombra è identica al suo essere insieme alla lampada, non solo perché questa identità è originaria, cioè appartiene, come identità particolare, all’originaria identità dell’essente in quanto tale, ma anche perché la negazione di questo suo essere insieme è l’affermazione che l’essente è niente.

Che quest’ombra sia il suo stesso essere insieme a questa lampada, cioè sia identica al suo essere insieme, appare originariamente, cioè appartiene alla struttura originaria della verità.

Al di fuori del nichilismo e dell’isolamento della terra, nel destino della verità, appare che il divenire non è divenir altro, ma è il comparire e lo scomparire degli essenti – cioè degli eterni.

Il pensiero dei mortali non pensa altro che la morte, cioè la nullità in cui consiste l’identità dei non identici.

La relazione tra questa lampada e il suo essere accesa o tra questa ombra e il suo essere insieme alle altre determinazioni, non può essere il risultato di un divenire – è un eterno. Il pensiero che questa lampada è accesa non è un divenire. Il pensiero pensa il necessario – ossia l’eternità dell’essente – solo se è pensiero necessario – ossia è pensiero dell’identità. La relazione è eterna solo se il pensiero è pensiero dell’identità.

Nello sguardo del destino della verità il divenire non è divenir altro, ma il comparire e lo scomparire dell’eterno. Il destino della verità vede che il “venire accesa” della lampada è il sopraggiungere di quell’eterno, che è la lampada accesa, nel cerchio dell’apparire (ogni azione che compio è un eterno nel cerchio dell’apparire). Il destino della verità è l’apparire finito del tutto e, poiché nell’apparire finito il tutto non appare, tale apparire è isolato dall’apparire infinito del tutto. Il sopraggiungere degli eterni nel cerchio dell’apparire mostra che il sopraggiungere esce dal non apparire, e che dunque quel cerchio, in quanto non includente ciò che sopraggiunge, è isolato da ciò che sopraggiunge (ha qualcosa a che vedere con l’idea di Dio?).

Solo apparentemente il divenire, inteso come comparire e scomparire dell’eterno, differisce dal divenire che il mortale intende come divenir altro. Ciò che incomincia ad apparire, quando la lampada accesa incomincia ad apparire, non è semplicemente la lampada accesa, ma la sua inclusione nel cerchio dell’apparire – non è semplicemente quell’eterno che è la lampada accesa, ma è quell’eterno che è il cerchio-dell’apparire-che-la-include. E il cerchio che eternamente la include è l’identità originaria del cerchio e del suo includerla.

L’esser sé dell’essente è negazione del suo essere altro da sé. L’identità con sé è insieme opposizione all’altro da sé. L’apparire dell’identità-opposizione è la struttura originaria della verità, il destino della verità. Il destino della verità è l’apparire della molteplicità degli essenti nel loro essere essenti, ossia nel loro essere un che (qualcosa, determinazione, significato) di identico a sé e opposto al proprio altro.

Immagine di copertina tratta da <a href=”http://<a href=”https://www.vecteezy.com/free-photos”>Free Stock photos by VecteezyVecteezy.

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