“L’Italia che va male a scuola” – 4) I paradossi

Gea: Mi pare che qui da noi si faccia a gara per arrivare primi a rovescio, nelle carenze voglio dire, e in fondo alla scala nelle eccellenze.
Geo: Siamo il Paese dei miracoli. Con tutto ciò, e con altro ancora, riusciamo a tirare avanti.
Gea: E a far finta di niente. Sarà questo che ci salverà dall’andare a fondo?
Geo: Fin che dura. Io prevedo un brusco arresto.
Gea: E poi? Che faremo?
Geo: Poi non so e non lo voglio immaginare. È ora, qui e subito che ci sarebbe da fare qualcosa.

Ci sono alcune cose, almeno a dar credito alle voci di popolo, che concorrono a fare di una scuola una buona scuola, e sono cose di taglio tecnico, quelle che vengono disposte al meglio da una solida politica dell’istruzione. Eccole: un buon rapporto numerico alunni/insegnanti, tale da consentire la costituzione di gruppi di apprendimento facilmente gestibili e da contrastare la formazione di classi pletoriche; la destinazione di finanziamenti in una misura che sia adeguata a garantire il buon funzionamento dell’attività didattica insieme ad una sufficiente dotazione di mezzi, strumenti, materiali d’uso per la realizzazione dei progetti scolastici; la previsione di impostazioni organizzative modulari a tempo prolungato e a tempo pieno per favorire una completa e approfondita elaborazione dei contenuti programmatici insieme al conseguimento di obiettivi di successo.

Sono solo alcuni aspetti di quella che ci si presenta come la complessa macchina del sistema-scuola, e non si tratta neppure dei più determinanti, come avremo modo di vedere, ma per ora limitiamoci all’esame del loro incidere sul buon funzionamento di una scuola.

Per iniziare diremo che, stando ai dati pubblicati, benché di qualche anno addietro, il numero degli alunni di scuola elementare era diminuito del 37%, mentre il numero degli insegnanti era aumentato del 40%. Nella scuola media il numero degli studenti era aumentato del 50% e il numero degli insegnanti più che raddoppiato. Nella secondaria superiore il numero degli studenti era quadruplicato e il numero degli insegnanti più che quintuplicato.

La distribuzione della popolazione scolastica, nei termini che ho appena riportato, produce inevitabili ripercussioni sulla determinazione del rapporto alunni/insegnanti che rappresenta uno dei motivi forti di rivendicazione nel novero della formazione di quelle classi problematiche per gestione, che non scarseggiano neppure tanto in casa nostra. È vero, qualche volta i docenti non sanno dove battere la testa nell’onere gravoso di far fronte a gruppi-classe che si approssimano alla trentina di iscritti, fra i quali vanno sovente annoverati alunni extracomunitari non parlanti la lingua della Nazione che li ospita; alunni diversamente abili bisognosi di sostegno specializzato che quasi sempre specializzato non è per carenza di personale formato alla bisogna e che viene concesso con un contagocce sempre più avaro per esiguità di fondi in bilancio; alunni, ancora, gravati da difficoltà di apprendimento, di attenzione, di adattamento scolastico, da iperattività, da problemi emotivi e relazionali. Tuttavia, mi vien da pensare, siamo pur sempre in Europa e, da quanto se ne sa, i nostri vicini più o meno prossimi d’oltralpe e d’oltremare non sono esenti da tali preoccupazioni e non pare se la passino molto meglio di noi in quanto a problemi da risolvere. Vediamo allora la questione in una prospettiva comunitaria. I dati, tuttavia, ci informano che il rapporto insegnanti/alunni, nelle nostre scuole, è stato tra i più bassi sia all’interno dell’Unione Europea sia nell’OCSE. I dati, riferiti al 2001, riportavano un rapporto di 10,8 studenti per insegnante nella scuola primaria in Italia contro il 15,2 della media U.E. e il 17 della media OCSE. Per la secondaria il rapporto di 10,2 alunni per insegnante si contrapponeva al 12,5 per la U.E. e al 13,9 per l’OCSE.

  L’arretratezza dell’istruzione in Italia

Gea: Non è che per così dire la stiamo denigrando?
Geo: Chi?
Gea: L’Italia, la nostra bella Italia, non ti sembra?
Geo: No, a meno che la leggiamo al contrario. E, poi, parlarne non è un disprezzo, benché ci tocchi la sorte amara di annaspare fra tanti mali ormai endemici. Parlarne, trovarne i difetti, per soccorrerla, apprezzarla, rispettarla e amarla di più.
Gea: Al contrario? Che significa?
Geo: Se la leggi al contrario diventa “ai lati”. Comprendi? Come dire alle corde del quadrato, ai margini dell’organizzazione mondiale in rapido progresso.
Gea: Comprendo, allora facciamo del nostro meglio per rimetterla in piedi, in modo da poterla leggere per dritto.

Come spesso è mio costume, vado appoggiando le analisi in divenire a una raccolta di dati che vantano il massimo rigore statistico, vista anche la fonte dalla quale mi pregio attingerli: sto parlando delle pubblicazioni – Seminari e Quaderni – diffuse con grande competenza di merito dall’Associazione TreeLLLe (Long Life Learning) di Genova, che qui torno a menzionare per stima e per dovere di tributo. Detto per inciso, l’Associazione TreeLLLe si pose un grande e lusinghiero obiettivo: quello di migliorare la qualità dell’istruzione e della formazione, non disdegnando di intraprendere percorsi di vasta portata conoscitiva, come può essere un puntuale indirizzo di lettura e di monitoraggio attorno al modo in cui funzionano i sistemi educativi e in cui procede lo sviluppo di esperienze innovative in altri Paesi. Ora veniamo ai dati che ci interessano, dedicandoci a un’analisi per così dire storica.

Anni dopo queste prime rivelazioni possiamo davvero affermare di aver dato un colpo di timone risolutivo perché la rotta del nostro sistema di istruzione volgesse ad acque meno perigliose? A quanto è possibile attingere dal vivo pare che molti restino gli elementi che giocano a sfavore delle nostre stime più ottimistiche.

I dati parlano chiaro, con voce sgradevole per nostra disgrazia: ce n’è abbastanza da restarne frastornati e non poco confusi. I dati citati, nell’insieme, sono veri segni di un marasma così grave da rendere infruttuosi i deboli, seppur presenti, tentativi di stabilire un orientamento verso una adeguata comprensione del fenomeno. Eppure non si può rinunciare a provarci: star fermi a contemplare, simulando falsa indifferenza o scetticismo incurabile a nulla servirebbe; anzi, ci coprirebbe della colpa di non aver assunto precise responsabilità nella valutazione della situazione in atto e di non essere ricorsi ai provvedimenti che il profilarsi di tale situazione avrebbe dovuto consigliare.

Dunque è momento di guardare in faccia la realtà, con quel sano pizzico di “timore e tremore” che ci consente di farci preoccupati per il futuro che stiamo preparando ai nostri figli: la realtà e i suoi meandri oscuri, le sue incoerenze, le sue contraddizioni interne, il suo doppio volto di apparenza plausibile e di modello esistenziale sostenibile, nella seria consapevolezza che a monte di questi, e altri, segni di arretratezza stanno numerosi nodi irrisolti, e sono quelli che dovrebbero seriamente impegnare le forze politiche di fronte al problema della debolezza del sistema scolastico nel suo insieme. Ma, suvvia, lasciamo il discorso politico ai Signori della dialettica, a ognuno il suo mestiere; non per questo fermiamoci qui, tuttavia, e guardiamo oltre, cogliendo ancora l’opportunità per rivisitare alcune considerazioni centrali e ricorrenti nell’argomento che ci riguarda.

Gea: Veramente tu sei per una maggiore severità nella Scuola?
Geo: Serietà, il che è un po’ diverso.
Gea: Perché, come si sta facendo oggi non è nel rispetto della serietà?
Geo: Calando una serie di sipari di fronte ai problemi reali dell’istruzione, sì. Ma se vuoi fare chiarezza devi metterci di più.
Gea: Sarebbe?
Geo: Pane al pane, vino al vino, cultura alla cultura. Che se n’è fatto della Cultura sino a oggi, di quella con la “C” maiuscola?

Vi aspetto alla prossima puntata che avrà per titolo “Una rivoluzione annunciata”.

Mario Bruno

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