Papà in guerra

Con la fine della guerra scoppiata il 24 maggio 1915 fra Italia e Austria voglio ricordare mio Padre, Tenente di Fanteria, classe 1898, molto amato dai suoi sottoposti per la sua umanità, la sua volontà, correttezza e decisionalità. Orfano di madre in giovanissima età, crebbe e studiò in orfanotrofio dal quale uscì diciottenne per portare il ’91 in spalla e andare a combattere il “nemico”. Aveva seguito il Corso Ragionieri e per questo fu prescelto per la frequenza alla Scuola Ufficiali di Complemento di Parma che frequentò dal 15 ottobre 1917 al 3 aprile 1918, dopo aver militato dal 3 luglio al 14 ottobre 1917 nel 62° Reggimento della Brigata Sicilia, quasi sicuramente nella guerra di Macedonia. Rammento che raccontava di un episodio allorché, di ritorno da un’operazione, con il suo plotone si trovò nel mezzo di un improvviso fortunale e fu uno dei suoi soldati a privarsi del proprio cappotto e a porgerlo al suo tenente, mio padre, perché si riparasse dalla pioggia.

Papà non fu insignito del Cavalierato di Vittorio Veneto perché, come mi illustrò la risposta alla mia domanda, pervenutami dall’Ufficio dell’Onorificenza di Vittorio Veneto in Roma, non esistevano i requisiti; per ottenere il Cavalierato, si disse, occorreva aver svolto un anno intero in prima linea ossia in trincea e perché, così testualmente, gli ultimi presidenti non avevano più firmato i decreti di conferimento. Il Cavalierato dell’Ordine di Vittorio Veneto era stato istituito con Legge 18 marzo 1968, n° 263 e prevedeva, per ottenere l’onorificenza, l’aver compiuto un anno intero in zona di guerra oppure essere stato ferito in zona di guerra. Lo stato di servizio di mio padre parlava di un periodo pari a 5 mesi e 18 giorni trascorso alla Scuola Militare A.U.C. di Parma, per cui questo tempo venne detratto dal conteggio totale e a mio padre furono riconosciuti soltanto 9 mesi e 10 giorni in zona di guerra; fu questo il parametro che escluse il diritto a essere insignito della Croce al Merito di Guerra. Non era sufficiente, occorrevano almeno 12 mesi. Tuttavia si legge in Enzo Forcella e Alberto Monticone (Plotone di esecuzione. I processi della prima Guerra mondiale, Introduzione di Alberto Monticone, pag. LXXXIV, nota n° 2): “… dopo Caporetto quasi tutta l’Italia settentrionale entrò a far parte della zona di guerra; furono infatti aggiunte le province di Bergamo, Como, Milano, Modena, Novara, Parma, Pavia e Reggio Emilia”. Dunque i 9 mesi e 10 giorni del Corso A.U.C. sarebbero dovuti essere conteggiati. La mia ampia teoria di lettere inviate nelle sedi opportune per ottenere il Cavalierato spettante a mio padre furono inutili e le mie speranze naufragarono: forse era trascorso troppo tempo e alla ricerca dei dati utili erano subentrati la confusione e l’oblio. Otterrà, in data 16 settembre 2013, la Medaglia ricordo in Oro per Meriti combattentistici nella guerra 1914-1918.

Mio Padre non raccontava quasi mai delle sue esperienze di guerra, o forse ero troppo piccolo per comprendere e, più tardi, assorto in altre occupazioni e interessi per porre domande. Dal poco che ultimamente sono riuscito a reperire so che dopo il Corso AUC entrò nelle fila del 33° Reggimento della Brigata Livorno (25a Divisione, II Corpo d’Armata, salvo errori). Il 16 aprile 1918 credo fosse irreggimentato nel battaglione di marcia Livorno che svolse operazioni sul Col d’Echele, sul Pizzo Razzea, sul Col dei Nosellari. Era il tempo della seconda battaglia dei “Tre Monti” (Col del Rosso, Col d’Echele, Monte Valbella): nel tardo pomeriggio del 30 giugno 1918 tutta la zona del Col del Rosso fu occupata dalle truppe italiane.  Dal 19 agosto 1918 al 4 novembre papà era nella Brigata Padova, 118° Reggimento. Credo si trattasse della 33a Divisione, comandata dal Ten. Generale Carlo Sanna e facente parte del XIII Corpo della 3° Armata di Emanuele Filiberto di Savoia, secondo Duca d’Aosta. Nell’agosto del 1918 quasi per certo partecipò agli attacchi parziali sferrati dal XIII Corpo d’Armata sui Tre Monti. A muovere dal Col d’Echele alcune pattuglie del 118°, voglio pensare che in quelle ci fosse mio Padre, si spinsero sino a Stoccareddo (siamo sull’Altopiano di Asiago) e riuscirono a trarre in prigionia una decina di Austriaci. Terminata la guerra, mio Padre fu ancora di stanza in servizio a Gabrje (presso Tolmino), dal 1° al 27 gennaio 1919 nel 2° Reggimento Fanteria mobilitato. Il 27 gennaio passava a far parte del 71° Reggimento della Brigata Puglie con sede a Venezia. Congedato il 1° dicembre 1920, dal suo Stato di Servizio risulta tuttavia essere stato inquadrato ancora nel battaglione complementare della Brigata Padova il 2 luglio 1923. Sarà richiamato, benché con quattro figli a carico, il 6 giugno 1940 per il secondo Conflitto mondiale, nel 33° Reggimento Fanteria. Fu collocato in congedo l’8 settembre 1943.

Qui si inserisce un evento che mi ritorna in mente quando penso a mio padre in divisa militare. L’anno in cui fu richiamato, il 1940, io non avevo compiuto ancora un anno e nove mesi di vita. La mia famiglia era composta, oltre ai due genitori, da quattro figli, due femmine e due maschi: l’ultimo arrivato ero proprio io. Mio fratello, a quell’epoca, frequentava la terza classe Elementare; un giorno si trovò ad affrontare il compito di svolgere un tema sulla sua famiglia, ed è in quel componimento che apparve qualcosa di sensazionale per l’epoca, profondamente radicata nella filosofia del Sistema a cui il contesto scolastico aderiva inevitabilmente. Fra le righe dello scritto si leggeva un passo che piacque molto al maestro e al direttore della Scuola, tanto che la frase fu segnalata alle autorità gerarchiche le quali, entusiaste per la documentazione riportata, decisero di assegnare un premio a mio fratello, o forse un encomio, questo di preciso non lo ricordo. Veniamo alla declamazione del componimento; era questa: “Quando c’è qualcuno che chiede a mio fratello, che non ha ancora due anni, dov’è il papà, lui risponde deciso «Papà cioldato!»”.

In tempo di pace papà si dedicò, oltre ai doveri familiari, all’arte, al collezionismo filatelico, a letture, a escursioni nei boschi di collina: amava dipingere e ritraeva scorci naturali che riproduceva su pannelli con colori a olio; suonava con maestria il clarinetto e il saxofono come membro di un’orchestra itinerante e impartiva lezioni di solfeggio e di musica a giovani volenterosi; rammento ancora alcuni nomi dei suoi colleghi nelle esibizioni musicali, di cui papà parlava in casa: Muletti, detto “Mület” e “la Coggiola”, una figura avvenente rimasta nel mio immaginario di ragazzino; ho ancora presente la scena raccontata da mio padre nell’esecuzione della “Migliavacca”, mazurka di notevole fama: uno dei suoi colleghi, dopo alcuni minuti dell’esecuzione al clarinetto, incorse in un errore, forse una stonatura vistosa: dal disappunto e dal furore che al momento lo aveva accecato spaccò in due il suo strumento con un colpo secco sulle ginocchia. Mio padre amava molto la pesca alla trota, che esercitava nei corsi d’acqua del Cuneese, il torrente Gesso e il fiume Stura di Demonte; era interessatissimo a perfezionare la sua collezione di francobolli che era assurta a un valore commerciale considerevole; non disdegnava di partecipare a gare amichevoli di bocce, nel contesto delle quali dai suoi amici era chiamato “Capitano”. Infatti in periodo di congedo ricevette la nomina a Primo Capitano, della quale andava molto fiero. Dalle memorie lasciateci lo rivedo ancora giovanissimo, quando giocava nella squadra di calcio del “Cuneo”, un’esperienza sportiva che gli valse gli appellativi di “agile, veloce, scattante” come ho letto su un trafiletto di giornale dell’epoca conservato da mia madre. Lo ricordo nei suoi allenamenti di corsa podistica, disciplina nella quale raggiunse il gradino di campione della provincia di Cuneo; cariche di fascino erano le passeggiate con lui, noi bambini, nelle campagne prospicienti la città la domenica mattina.

Papà aveva militato come tenente nell’Esercito fascista, ma odiava i tedeschi; quando qualcuno di noi bambini ne combinava una grossa ci sgridava autorevolmente, ma quando inveiva contro di noi lanciandoci con rabbia la parola “tedesck!” che per lui era il massimo degli insulti, allora capivamo che era il momento di darcela a gambe. Conservo vivo nella mia memoria un avvenimento occorsogli durante l’occupazione tedesca: papà si recava al lavoro, era contabile presso la SARB (Società Anonima Radiatori Bongiovanni) di Cuneo e vi si recava abitualmente in bicicletta coprendo la distanza di bei due chilometri e oltre, per tornare a mezzogiorno con un gavettone di minestra prelevato dalla mensa aziendale; gli capitò un giorno che un’auto con tedeschi a bordo lo speronasse e lo facesse cadere a terra; gli si era avvicinato il responsabile della pattuglia il quale, guardandolo neppure tanto sorpreso domandò a voce alta: “Morto? Morto?”; quasi che mio padre, se lo fosse stato davvero, avesse dovuto rispondere: “Sì, morto!”.

Nelle foto: mio Padre in procinto di partire per una nuova avventura di guerra nel 1940 e due dei suoi ritratti naturalistici.

Quanto vorrei ci fossi ancora, caro Papà, ora con il grado meritato di Primo Capitano dopo aver percorso l’esperienza sofferta di due guerre mondiali, e chiederti un mare di informazioni sulle vicende attraversate in quei mesi di guerra!

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