L’Italia chiamò – Parte 2 di 3

Considerazioni sulla “fede” dei soldati nei confronti della guerra

(Da Josef Aichinger, “Le Alpi Giulie e Carniche durante la Grande Guerra
a cura di Davide Tonazzi, traduzione di Cristina Francini, Edizioni Saisera
Udine 2004 – Originale: Die Julischen und Karnischen Alpen im Krieg):

Gli italiani avevano perso l’occasione di invadere la Carinzia in direzione di Villach (Villaco) e quindi di appropriarsi dell’importante nodo ferroviario che avrebbe consentito di interrompere il collegamento Maribor-Fortezza. Invece lasciarono agli austriaci tutto il tempo di fortificare e potenziare la linea di confine.

Il Rombon impediva il nostro accesso al Passo del Predil e quindi alla Carinzia. Artiglierie austriache erano ben piazzate in caverne sotto la Cima Predil e sulla Cima Mughi.

Sotto la cresta del Monte Cragnedul c’erano le trincee italiane tra la Forcella del Vallone e la Forcella Lavinal dell’Orso: si vedevano sei croci di legno, un piccolo cimitero con un’iscrizione dedicata ad Alpini caduti nell’agosto 1915 presso Cima Castrein: “Caduti per la Patria” – “Sono caduti veramente per la patria quei temerari o hanno immolato le loro giovani vite inutilmente per la voglia di conquista di un gruppo di politici avidi di potere?”.

Le truppe austriache avanzanti erano costituite da Jungschützen, giovani di 14/18 anni, dai Landersturmmänner, più anziani, dagli ungheresi Honved che si confrontarono “con l’esercito completo e intatto del Regno d’Italia, specialmente con i ben addestrati Alpini e Bersaglieri.”

(Da Mario Bruno, La Grande Guerra. Accadde 100 anni fa, IBN Editore, Roma 2019):

Ebbe molta eco negli anni successivi al conflitto la vicenda degli Alpini del battaglione Monte Arvenis. Era la sera del 23 giugno 1916 allorché tutta la 109a compagnia (8° reggimento Alpini) si ammutinò. Che cosa era successo? Il capitano comandante di compagnia aveva progettato un’azione di improbabile esito per la conquista della cima orientale del Monte Cellon, occupata dagli Austriaci, soprastante il valico di Monte Croce Carnico. Una parte degli Alpini, perfetti conoscitori della zona per aver più volte praticato in escursioni le cime e le creste di casa, fecero notare al capitano che, seguendo le indicazioni da lui decise, l’operazione sarebbe andata incontro a sicuro fallimento e molti Alpini avrebbero sacrificato inutilmente la propria vita. Indicarono, anzi, al capitano, le soluzioni migliori per effettuare quell’attacco, più sicure e garanti di successo. A nulla servirono i suggerimenti degli Alpini che, per di più, furono incolpati di rivolta, tanto che un’ottantina di loro furono deferiti al Tribunale Militare straordinario di guerra. Il caso ebbe seguito nell’abitato di Cercivento, più a valle nel Canale di San Pietro che conduce a Tolmezzo. Il processo iniziò il 29 giugno 1916 e terminò il successivo 1° luglio. Il tribunale di guerra era presieduto dal maggiore generale Felice Porta. Doveva emettere un verdetto di condanna contro 80 Alpini appartenenti al II plotone della 109a compagnia Alpina. Si parlò di proteste clamorose e di rifiuto a eseguire l’ordine di uscire dalla baracca, ordine impartito dal sottotenente Pietro Pasinetti e proveniente dal capitano Armando Ciofi, di avviarsi per un’azione offensiva sulla cima del Cellon.  Nessuna comprensione per i detenuti, nessuna attenuante, nessuna pietà: furono condannati alla fucilazione quattro di loro, tre caporali e un Alpino, oltre a una serie di condanne minori ossia 29 militari con pene variabili dai sei ai dieci anni di reclusione; le assoluzioni furono soltanto cinque. I quattro Alpini condannati a morte, caporale maggiore Silvio Ortis di Paluzza, caporale zappatore Giovanni Battista Corradazzi di Forni di Sopra, caporale Basilio Matiz di Timau, soldato Angelo Massaro di Maniago subirono il martirio appena trascorse due ore dall’emanazione della terribile sentenza: caddero fulminati da piombo amico nei pressi del Cimitero di Cercivento. Episodi come questo furono poi indicati con la denominazione di “giustizia sommaria” nel senso che, per ordine del generale Cadorna, gli ufficiali che spingevano i soldati a uscire dalla trincea al momento dell’attacco avevano il potere e l’obbligo di sparare a bruciapelo a coloro che avessero tergiversato e si fossero rifiutati di esporsi al pericolo mortale del fuoco sviluppato dalle mitragliatrici nemiche. Non solo, ma succedeva anche qualcosa di altrettanto orrendo: se qualche pavido, scavalcati i parapetti della trincea, dopo un tratto di corsa si fosse volto indietro per sfuggire all’ecatombe creata sotto il suo sguardo atterrito, sarebbe stato abbattuto dai colpi delle armi italiane appostate con lo scopo preciso di annientare qualsiasi tentativo di defezione in combattimento.

(Da Guido Poggi, Un anno di guerra a Pal Piccolo, a cura dell’Associazione “Amici delle Alpi Carniche”, Andrea Moro Editore, Tolmezzo 2009):

“I quattro poveri condannati a morte vennero fucilati verso le ore 5, appena due ore dopo la sentenza, in un prato adiacente al cimitero di Cercivento” Il motivo rinforzante la condanna: “Il 29 giugno 1916 (giorno in cui iniziò il processo alla 109a compagnia) la 114a del Val Pellice conquistò di sorpresa la cima est catturandovi l’intero presidio composto da 156 uomini di cui 10 ufficiali… Si sa, per certo, che i quattro fucilati erano degli ottimi coraggiosi soldati e ben voluti da tutti”. “…il ragazzo Flora Mario, pronipote del caporale Ortis Gaetano, inoltrò al Ministero della Difesa istanza di riabilitazione. L’assurda risposta pubblicata anche dal Corriere della Sera, fu che la domanda doveva essere fatta dagli interessati… Sono anche sparite le pagine del Diario Storico della compagnia (la 109a) di appartenenza degli inquisiti relativi a quei tragici fatti… il comandante cap. Ciofi, e il suo vice ten. Pasinetti vennero trasferiti in alta Val Dogna, dove il 7 luglio il Ciofi e pochi giorni dopo anche il Pasinetti vennero uccisi, ufficialmente in combattimento ma invece crivellati da misteriosi colpi sparati da presunti cecchini, che l’inchiesta successivamente avviata ha mai potuto appurare da dove i colpi fossero partiti”.

(Da Alvise Fontanella, sito Internet, 4 ottobre 2014):

Nel marzo 1990 il pronipote dell’alpino Ortis inoltrò alla Corte militare d’appello istanza di riabilitazione del suo parente, fucilato 74 anni prima, allegando documenti raccolti in un lavoro ventennale. La risposta, da Roma, fu sublime: «Istanza inammissibile, manca la firma dell’interessato». Ci riprovò il ministro della Difesa Ignazio La Russa nel 2010, ma la giustizia militare, 94 anni dopo i fatti, bastonò anche il ministro: «Le testimonianze non sono verbalizzate dall’autorità giudiziaria». I protagonisti devono risorgere dai morti per firmare il verbale.

Ma in Carnia i montanari sono testardi come i muli degli alpini. A Cercivento s’è costituito un comitato per la riabilitazione di Ortis e degli altri alpini. La Provincia di Udine indirizza un appello direttamente al presidente Napolitano. E chissà mai che nel centenario della fucilazione dei quattro eroi della Carnia, che disobbedirono a un ordine folle nel vero interesse del loro Paese, salvando da morte certa ed inutile la loro Compagnia, chissà che laggiù a Roma qualcuno non senta il dovere, tra le mille occasioni di memoria e di retorica sulla Prima guerra mondiale, di venire quassù a Cercivento a chiedere perdono a nome dell’Italia.

(Da Francesco Cecchini, sito Internet, 18 novembre 2019):

I fusilâz di Çurçuvint, detto in friulano, vennero uccisi all’alba del primo luglio del 1916, con la faccia rivolta al nemico, davanti al muro di cinta del cimitero di Cercivento, Udine.

Ne ha scritto Paolo Rumiz in un articolo del 31 ottobre 2014 pubblicato sull’Espresso:

Quella di Cercivento è una storia che riassume le altre. È il giugno del ’16. Gli austriaci stanno sfondando su Vicenza con la Strafexpedition. Nella zona del Monte Coglians c’è il battaglione alpini Tolmezzo, considerato infido dagli ufficiali “forestieri” per via dei cognomi mezzi tedeschi dei carnici arruolati e dei tanti di essi che hanno lavorato da emigranti in terra d’Austria. Hanno una perfetta conoscenza del terreno, ma gli alti comandi non si fidano a sfruttarla e insistono a ordinare azioni suicide. Quando viene deciso un attacco alle rocce della cima Cellon in pieno giorno e senza supporto di artiglieria, alcuni soldati suggeriscono di compiere l’assalto col favore della notte. È quanto basta perché il comandante, un napoletano di nome Armando Ciofi, coperto dal tenente generale Michele Salazar, comandante della 26ª divisione, gridi alla “rivolta in faccia al nemico” e ordini la corte marziale. Il processo si svolge di notte, in una cornice lugubre, nella chiesa che il prete di Cercivento, terrorizzato, è obbligato a desacralizzare. Sul processo incombono le circolari Cadorna, che chiedono “severa repressione”, diffidano da sentenze che si discostino “dalle richieste dell’accusa” e ricordano il “sacro potere” degli ufficiali di passare subito per le armi “recalcitranti e vigliacchi”. Gli accusati sono decine, e ciascuno ha nove minuti per l’autodifesa. Un’ora prima dell’alba, la sentenza. Quattro condanne alla fucilazione. Tutti carnici: Giambattista Corradazzi, Silvio Gaetano Ortis, Basilio Matiz e Angelo Massaro, emigrante in Germania che ha scelto di rientrare “per servire la patria”. Mentre lo portano via grida: “Ecco il ringraziamento per quanto abbiamo fatto”. Il prete, don Zuliani, confessa i morituri. È sconvolto, propone inutilmente di sostituirsi ai soldati davanti al plotone. Dopo, non vorrà più rientrare nella chiesa “maledetta” e diverrà balbuziente a vita. La prima scarica uccide tre condannati, solo Matiz è ferito e si contorce urlando. Lo rimettono sulla sedia. Nuova scarica e non basta ancora. Perché sia finita ci vogliono tre colpi di pistola alla testa.

Un docufilm “Cercivento, una storia che va raccontata” (se ne consiglia caldamente la visione, vedi link qui sotto), realizzato dalla Regione Friuli – Venezia Giulia con il Comune di Cercivento, ricostruisce la fucilazione dei quattro Alpini, la cui presentazione e prima proiezione è avvenuta lo scorso 25 maggio a Tolmezzo. Il documentario è stato proiettato lo scorso 16 luglio a Roma, nella sala Caduti di Nassirya del Senato. Organizzatrice è stata la senatrice Tatjana Rojc che poco prima aveva dichiarato a Friuli-Sera: “Sono orgogliosa di contribuire a presentare al Senato un capitolo della nostra storia più dolente, vissuta sulla terra del Friuli Venezia Giulia durante la Grande Guerra. Il disegno di legge per la restituzione dell’onore ai cosiddetti ‘fusilaz’ di Cercivento è il pagamento di un debito ancora sospeso, per le vite strappate a giovani ingiustamente accusati di viltà”.

Il link con il trailer del documentario è il seguente: https://www.youtube.com/watch?v=2Y2iQQZtjC0

La senatrice triestina Rojc è prima firmataria del ddl “Disposizioni per la riabilitazione storica degli appartenenti alle Forze Armate italiane condannati alla fucilazione dai tribunali militari di guerra nel corso della Prima Guerra mondiale”. Il documento, chiede all’art. 1: “la restituzione dell’onore agli appartenenti alle Forze armate italiane che, nel corso della Prima Guerra mondiale, vennero fucilati senza le garanzie del giusto processo, con sentenze emesse dai tribunali di guerra” e promuove “il recupero della memoria” di tali caduti e in particolare iniziative di “ricerca storica volta alla ricostruzione delle drammatiche vicende del primo conflitto mondiale con specifico riferimento ai tragici episodi dei militari condannati alla pena capitale”.

Immagine di copertina tratta da verdeazzurronotizie.it

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