Giordano Bruno e Baruch Spinosa – Quando si è vicini alla Verità a costo della propria vita

Due menti coraggiose nel marasma dell’idolatria cattolica

Giordano Bruno (Nola 1548 – Roma 1600), contemporaneo di Galileo, filosofo, docente universitario, produttore di un’ampia bibliografia, non puntò verso la profondità dei cieli uno strumento ottico, ma bensì la propria perspicace capacità speculativa che lo condusse ad affermare l’esistenza di una pluralità di mondi, l’infinità dell’Universo e l’unità panteistica di pensiero e materia con la presenza di una Divinità che è al tempo stesso Natura divinizzata. Il concetto di Dio trascendente e immanente, dunque.

Detto per inciso, 32 anni dopo la morte di Giordano Bruno (1600) nasceva un altro grande pensatore, Baruch Spinoza, il quale percorse strade parallele a quelle del pensiero di Giordano Bruno, postulando, con l’aforisma “Deus sive Natura” (Dio ossia la Natura) l’identità di Dio, inteso come la sostanza infinita da cui tutti gli enti dipendono per la loro esistenza e per la loro essenza, con la Natura, considerata come l’insieme di tutto ciò che c’è. Con tale prospettiva Spinoza annullava la distanza che, nella tradizione teologica e filosofica giudaico-cristiana, era stata posta tra Dio e il mondo da Lui creato.

Foto da goodreads.com

Un’identità non perfetta, tuttavia, o almeno non incondizionata, dal momento che, nel pensiero spinoziano, l’essenza di Dio è la sostanza con i suoi attributi (Natura naturans), mentre l’insieme delle modificazioni, finite o infinite, della sostanza tramite gli attributi (Natura naturata) è soltanto una derivazione dell’essenza di Dio, pertanto non la stessa cosa. La Chiesa cattolica dell’epoca lo accusò, per queste sue deduzioni profonde, di empietà e di blasfemia, sino alla scomunica che lo raggiunse nell’anno 1656.

Tornando a Giordano Bruno è da dire che egli si distingueva, in modo ammirevole si direbbe oggi, per una spiccata indipendenza di pensiero e per una manifesta insofferenza verso tutto ciò che era ignoranza, cultura scadente, fede nei dogmi. Si poneva sempre domande nuove alle quali seguiva l’emergere di puntuali dubbi. Ebbe persino a dubitare del concetto teologico rappresentante la Trinità divina, nella considerazione tutta personale che il Figlio e lo Spirito Santo non fossero persone distinte dal Padre, ma semplicemente manifestazioni dell’essenza divina.

Il filosofo nolano viaggiò moltissimo. Sovente era costretto a spostarsi perché inseguito da pressanti accuse di eresia. In un momento in cui il colosso teologico imperante ancora sosteneva, sulla scorta delle Sacre Scritture, essere l’Universo finito e la Terra posta al centro di tutto il creato, Giordano Bruno osava controbattere con il sostenere che l’Universo era in realtà infinito, quale effetto di una causa infinita, e che pertanto non si potesse dare la centralità di alcunché, mentre tutto ciò che esiste avrebbe ubbidito a un principio formale coincidente con l’intelletto. L’Universo da lui concepito, in sostanza, doveva essere uno, infinito, immobile, non soggetto a essere compreso, incorruttibile, immutabile.

Il filosofo nolano confutava apertamente la teoria aristotelica delle stelle fisse e sosteneva esserci una distanza variabile fra esse e il loro spostarsi nello spazio. Quest’ultimo, egli pensava, deve essere infinito per comprendere in sé l’immensità degli innumerevoli mondi, così come avevano intuito molto tempo prima Eraclito, Epicuro, Pitagora, Parmenide, Melisso.

Ecco quale fu il passo biblico che fece scontrare le idee di Giordano Bruno con le verità di fede: nel libro di Giosué si dice che Dio fermò il sole per consentire al popolo eletto di sterminare gli Amorrei in battaglia (Dal Libro di Giosué, 10°, 12-13: “«Sole, fermati su Gabaon. E tu, luna, sopra la valle d’Aialon!». E il sole e la luna si fermarono finché il popolo non si fu vendicato dei suoi nemici… E il sole stette dunque fermo nel mezzo del cielo, e non s’affrettò a tramontare per lo spazio d’un giorno”). Dunque per la Chiesa cattolica era il Sole a compiere il suo viaggio intorno alla Terra, centro dell’Universo. Capovolgere la situazione voleva dire negare la verità di un’affermazione leggibile sui Libri sacri, quindi eresia.

Giordano Bruno, per altro verso, andava a individuare una serie di valori che rinnegavano autorevolmente la corrotta morale del secolo, intravedendo nel cristianesimo la fonte responsabile del deprecato decadere dei costumi. Era una nuova serie di valori che annoverava, per ordine di importanza, la verità, la prudenza, la conoscenza, la legge, la fortezza, la filantropia, la magnanimità e che non si discostava punto dagli insegnamenti di Gesù ai suoi discepoli sennonché proprio la prima virtù, e la più incisiva per l’esistenza umana, la verità, sarebbe stata al centro di acceso dissenso fra punti di vista differenti: chi è garante della verità in terra?

Foto da wikiwand.com

La sua vita in veste di insegnante incontrò ostacoli notevoli in alcuni ambienti accademici, avendo egli reso sin troppo manifeste le proprie posizioni culturali avverse all’aristotelismo che, invece, costituiva lo zoccolo duro degli insegnamenti di impronta cattolica impartiti alla Sorbona e altrove.

Sul piano confessionale espresse sempre la propria indifferenza per questa o per quella corrente religiosa. Non si può certo dire che fosse un buon cattolico, anzi non lo era affatto se giunse persino a disprezzare le sottigliezze degli scolastici, la realtà dei sacramenti e anche dell’eucaristia. Per la sua particolare indipendenza da qualsiasi impostazione dogmatica e per la liberalità delle proprie idee incorse fatalmente nella scomunica che gli piovve addosso non soltanto dall’autorità ecclesiastica cattolica, ma anche da quelle luterana e calvinista.

Fu così che finì per cadere in disgrazia di coloro che dettavano le norme del comportamento, non solo, ma anche di chi lo aveva ammirato e addirittura ospitato, come fu il caso di quel Mocenigo, patrizio veneziano il quale, avvicinatosi a Bruno, mosso dai propri interessi in ambito mnemotecnico e magico, arrivò al punto di presentare all’Inquisizione una denuncia per blasfemia a carico del proprio ospite. Era il 23 maggio 1592 e Giordano Bruno fu messo agli arresti nelle carceri di Venezia.

Nel febbraio dell’anno successivo fu trasferito in catene nelle carceri del Sant’Uffizio a Roma. Subì pesanti interrogatori, sopportò la tortura, ma non ritrattò. Affronterà il rogo, il 17 febbraio del 1600, in Campo dei Fiori a Roma dove oggi sorge, innalzato 289 anni appresso, il monumento a ricordo del suo eccidio e a onore della sua grandezza. Fu il cardinale Bellarmino a istruire la pratica che sarebbe culminata con la condanna di Giordano Bruno al rogo. Sicuramente il comportamento di statista ossequiente valse a Bellarmino puntuali benemerenze, se nel 1930 Pio XI lo proclamò santo e l’anno successivo persino dottore della Chiesa universale, insignito della mansione di protettore dei catechisti.

21 Febbario 1677. Cade l’anniversario della morte del filosofo Baruch Spinoza.
Spinoza si presenta con questa rivoluzionaria affermazione: Deus sive Natura (“Dio ossia la Natura”) ovvero l’identità di Dio con la Natura. Conciliò il dualismo mente-corpo facendo di Dio la causa immanente della natura (Deus sive Natura), che escludeva il creazionismo e una visione antropomorfa della divinità. Per Spinoza il mondo è Dio, e ha realtà solo in Dio e non in se stesso. Nella prima parte dell’Etica Spinoza definisce la sostanza come ciò che è in sé (cioè è ontologicamente autonomo) e che è concepito per sé (cioè non necessita di altro per mezzo del quale debba essere conosciuto). Il filosofo dimostra che la sostanza, causa di se stessa in virtù della sua totale autosufficienza, è unica e infinita e coincide con Dio e pertanto annulla la distanza che, nella tradizione teologica e filosofica giudaico-cristiana, esiste tra Dio e il mondo che Dio crea: a un Dio che è causa trascendente del mondo se ne sostituisce uno che è causa immanente. Spinoza era convinto che il suo modo di intendere Dio fosse l’unico veramente legittimo, e che tutte le concezioni provvidenzialistiche di un Dio antropomorfo, libero e buono, derivassero dalla superstizione e dall’immaginazione. Tuttavia egli fu accusato, da Pierre Bayle e poi da altri, di aver modificato il senso della parola “Dio” fino a tradirlo completamente e di essere quindi, di fatto, un ateo. In difesa di Spinoza contro l’imputazione di ateismo, contro l’accusa cioè di aver identificato Dio con la Natura in un panteismo incompatibile con una nozione ben intesa di Dio, accorse più tardi Georg Wilhelm Friedrich Hegel secondo il quale Spinoza, lungi dal negare Dio, aveva divinizzato l’intero cosmo.

Le accuse di empietà e blasfemia.
La pubblicazione del Tractatus theologico-politicus (1670) suscitò notevole scandalo negli ambienti ecclesiastici, tanto cattolici quanto protestanti, e da essi si diffuse la cattiva fama di un empio e blasfemo Spinoza.
La Chiesa cattolica inserì le sue opere tra i libri proibiti nel marzo del 1679 e confermò la condanna nel 1690. Cominciò così a formarsi quel mito di Spinoza ateo che trovò conferma, agli occhi dei suoi detrattori, con la pubblicazione (postuma) dell’Ethica, la cui prima parte, De Deo, sulla divinità, propone la definizione di Dio come l’unica e infinita sostanza. Il suo panteismo era espressione di un profondo sentire religioso che rigettava ogni possibile autonomia del mondo rispetto a Dio, concepito perciò come immanente.
Spinoza morì di tubercolosi, il 21 febbraio 1677 a 44 anni.

Il Dio di Spinoza.
Si racconta che, quando Einstein teneva lezioni nelle numerose università degli USA, la domanda ricorrente che gli facevano gli studenti era: “Credi in Dio?”, al che egli rispondeva ogni volta: “Io credo nel Dio di Spinoza”.
Questo sarebbe il Dio o la Natura di Spinoza e lo stesso Dio si sarebbe lasciato andare a queste affermazioni: “Smettila di pregare e dandoti colpi al petto! Quello che voglio che tu faccia è che tu vada al mondo a goderti la tua vita. Smettila di andare in quei templi lugubri, scuri e freddi che tu stesso hai costruito e che dici che sono la mia casa! La mia casa è sulle montagne, nei boschi, nei fiumi, nei laghi, nelle spiagge. Lì è dove vivo e lì esprimo il mio amore per te. Smettila di incolparmi della tua vita miserabile; io non ti ho mai detto che c’era niente di sbagliato in te o che eri un peccatore, o che la tua sessualità fosse qualcosa di cattivo. Il sesso è un regalo che ti ho dato e con il quale puoi esprimere il tuo amore, la tua estasi, la tua gioia. Quindi non dare la colpa a me per tutto quello che ti hanno fatto credere. Smettila di leggere presunte sacre Scritture che non hanno nulla a che vedere con me. Se non riesci a leggermi in un’alba, in un paesaggio, nello sguardo dei tuoi amici, negli occhi del tuo figlioletto… Non mi troverai in alcun libro! Fidati di me e smettila di implorarmi. Hai intenzione di dire a me come devo fare il mio lavoro? Smettila di avere tanta paura. Io non ti giudico, né ti critico, né mi arrabbio, né punisco. Io sono puro amore. Smettila di chiedermi perdono, non c’è niente da perdonare. Se io ti ho fatto… io ti ho riempito di passioni, di limiti, di piaceri, di sentimenti, di bisogni, di incongruenze… di libero arbitrio come posso biasimarti se rispondi a qualcosa che io ho messo in te? Come posso punirti per essere come sei, se sono io quello che ti ho fatto? Pensi che potrei creare un posto per bruciare tutti i miei figli che si comportano male, per il resto dell’eternità? Che razza di Dio può fare questo? Dimentica qualsiasi tipo di comandamenti, qualsiasi tipo di legge; questi sono inganni per manipolarti, per controllarti, che creano solo colpa in te. Rispetta i tuoi simili e non fare quello che non vuoi sia fatto a te.
L’unica cosa che ti chiedo è di porre attenzione nella tua vita, che il tuo stato di allerta sia la tua guida. Mio diletto, questa vita non è una prova, né una salita, né un passo sulla strada, né un esame, né un preludio verso il paradiso. Questa vita è l’unica cosa che c’è qui e ora e l’unica cosa di cui hai possesso. Ti ho reso assolutamente libero, non ci sono premi né punizioni, non ci sono peccati né virtù, nessuno porta un marcatore, nessuno porta un registro. Sei assolutamente libero di creare nella tua vita un cielo o un inferno. Non ti potrei dire se c’è qualcosa dopo questa vita, ma ti posso dare un consiglio. Vivi come se non ci fosse. Come se questa fosse la tua unica possibilità di godere, di amare, di esistere. Così, se non c’è niente, puoi godere delle opportunità che ti ho dato. E se c’è, abbi per sicuro che non ti chiederò se ti sei comportato bene o male, ti chiederò: Ti è piaciuto? Ti sei divertito? Cosa ti è piaciuto di più? Cosa hai imparato?… Smettila di credere in me; credere è supporre, indovinare, immaginare. Non voglio che tu creda in me, voglio che tu mi senta in te. Voglio che tu mi senta in te quando baci la tua amata, quando porti a nanna la tua bambina, quando accarezzi il tuo cane, quando ti bagni in mare. Smettila di lodarmi, che razza di Dio egocentrico pensi che io sia? Mi annoia chi mi loda, mi sono stufato di essere ringraziato. Ti senti grato? Dimostralo prendendoti cura di te, della tua salute, delle tue relazioni, del mondo. Ti senti osservato, meravigliato?… esprime la tua gioia! Questo è il modo di lodarmi. Smettila di complicare le cose e di ripetere come pappagallo quello che ti hanno insegnato su di me. L’unica cosa sicura è che sei qui, che sei vivo, che questo mondo è pieno di meraviglie. A cosa ti servono altri miracoli? Per cosa tante spiegazioni? Non cercarmi fuori, non mi troverai. Cercami dentro… eccomi, sono qui che pulso in te”.

Immagine in evidenza: Flowers Stock photos by Vecteezy

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