RELIGIONE – RELIGIOSITÀ (in quattro puntate)

4.    Secoli bui
Corruptio in fidĕi domo

Giù la spada, meglio il potere finanziario

Secoli bui, veramente: la corruzione nella casa della fede. Lo Stato Vaticano, meglio sarebbe dire la Santa Sede, pensò di dare vita a una sorta di società sacerdotale, nella fattispecie denominata “della Santa Croce” e più comunemente conosciuta come “Opus Dei”. È un istituto secolare di diritto pontificio, fondato a Madrid nel 1928 da J.M. Escrivá de Balaguer (beatificato il 6 ottobre del 2002) e approvato dalla Santa Sede nel 1950. Lo scopo statutario era quello di diffondere i principi della perfezione cristiana all’interno della società contemporanea, accordando attenzioni di privilegio agli ambienti più spiccatamente intellettuali. Vi lavorano non soltanto persone consacrate alla Chiesa, ma anche laici, uomini e donne.
Un’organizzazione del genere necessitava di una sede internazionale, talmente grande e complessa da poter ospitare il confluire della gran mole di attività intraprese. Il luogo per erigere tale monumento architettonico fu individuato negli Stati Uniti d’America. L’Opus Dei, che è considerata a tutti gli effetti una prelatura vaticana, ha trovato locazione materiale nella Murray Hill Place, sede e centro delle conferenze tenute dall’organizzazione.
Molto si potrebbe discutere attorno all’Opus Dei, la prelatura personale che risponde direttamente al papa, così come molto ancora sarebbe da chiarire sulla figura di Calvi il quale si era trovato a dover risolvere, probabilmente contro le sue stesse aspettative, tutto l’enorme problema dell’indebitamento che ruotava attorno all’attività dello IOR. C’è chi sostiene che gli imponenti flussi di denaro del Banco Ambrosiano fossero andati a finire, in conclusione, nel mondo della loggia P2 e che lo stesso Calvi fosse stato un finanziatore di un Banco che sopravviveva nell’orbita della P2.
In questo genere di affari ebbe buon agio d’azione il chiacchieratissimo cardinale Marcinkus incriminato nel 1982 per via del fallimento ammontante a tre miliardi e mezzo di dollari nelle casse del Banco Ambrosiano, ma che rimase al proprio posto per ben altri sette anni.
Al Vaticano toccò la mazzata fra capo e collo dei 241 milioni di dollari da risarcire ai creditori, essendo lo IOR il maggiore azionista del Banco Ambrosiano.
Veniamo a sapere dai mass media diffusi nell’autunno 2010 che lo IOR non ha smesso di far parlare di sé: si porta ancora al centro dell’attenzione a proposito di un maneggio illecito di valuta per qualcosa come 143 milioni di Euro, manovra per la quale certi vescovi si dichiarano disponibili a fungere da prestanome.
Già, non diciamo di più, ma come è possibile se a ogni piè sospinto vieni a sapere di altri intrallazzi che chiamano in causa il sacro Istituto? Primavera dell’anno 2012, i mass media ne danno una nuova: Vaticano, Consiglio IOR sfiducia il presidente. “Sulla destituzione di Ettore Gotti Tedeschi dalla presidenza dello IOR, oltre alle carenze nella governance dell’istituto, avrebbe pesato anche un suo presunto ruolo nel caso Vatileaks ossia la vicenda dei documenti riservati usciti dal Vaticano”. La notizia veniva da autorevoli fonti vaticane. L’estromissione del “banchiere del papa” non avrebbe avuto a che fare tuttavia, affermavano ancora le fonti, con l’attuazione delle nuove normative vaticane in materia di anti-riciclaggio. “Il Consiglio di sovrintendenza dell’Istituto per le opere di religione (IOR, Banca Vaticana) ha sfiduciato il presidente Gotti Tedeschi raccomandando la cessazione del suo mandato”. Lo comunicava la sala stampa della Santa Sede, sottolineando che, per il futuro, “Il Consiglio di sovrintendenza dello IOR guarda avanti, al processo di ricerca di un nuovo ed eccellente presidente”. La sala stampa vaticana rendeva noto che la sfiducia era arrivata per non “aver svolto funzioni di primaria importanza”. Interpellato dall’Ansa, Gotti Tedeschi non commentò: “Preferisco non parlare, altrimenti dovrei dire solo brutte parole” (da Televideo del 25 maggio 2012). All’incriminato subentrava ad interim il vicepresidente allora in carica, Hermann Schmitz al quale veniva ratificata l’attribuzione dei poteri per mano della Commissione cardinalizia. “Sono dibattuto tra l’ansia di spiegare la verità e il non voler turbare il Santo Padre” – disse all’Ansa il presidente dello IOR, Gotti Tedeschi – “Il mio amore per il papa oggi prevale su ogni altro sentimento, persino sulla difesa della mia reputazione che vilmente viene messa in discussione”. La “trasparenza” in questa vicenda è un valore su cui “dobbiamo convenire e tutti gli attori in gioco” vogliono “questo e perseguono questo” commentava il cardinale Bertone che spiegava di non conoscere “gli elementi fondamentali” dei fatti. La persona ritenuta responsabile della fuga di carte dal Vaticano e “trovata in possesso di documenti riservati” si diceva fosse Paolo Gabriele, “aiutante di camera” del Papa, posto immediatamente in stato d’arresto e a disposizione del promotore di giustizia vaticano, Picardi, che in mattinata lo aveva ascoltato. Lettere riservate e personali, indirizzate al Papa o a suoi collaboratori, finite in un libro, furono in seguito riprese da alcuni organi di stampa: il Vaticano denunciò il furto e la ricettazione dei documenti, oltre alla violazione della privacy del Santo Padre e del suo diritto alla libera corrispondenza. Il Papa – in tutta la questione – apparve “addolorato e colpito” per l’arresto dell’aiutante di camera nell’ambito dell’indagine sui documenti trafugati (da Televideo del 26 maggio 2012). Trascorsero altri sei mesi e l’inchiesta sull’ex maggiordomo del Papa, Gabriele, imputato per il furto di carte riservate, andava avanti. La vicenda doveva poi trovare conclusione con la condanna di Gabriele, motivata dal furto di carte riservate, reato che si configurava come azione lesiva, nell’ordinamento vaticano, nei confronti della persona del pontefice, dei diritti della S. Sede, di tutta la Chiesa cattolica e dello Stato della Città del Vaticano. Considerate le attenuanti, Gabriele si vide comminare una pena pari a diciotto mesi (da Televideo del 26 maggio 2012). Notizie dai mass-media dell’11 novembre 2012 riportavano la comparsa di una figura nuova nella vicenda di Gabriele: un tecnico informatico della Segreteria di Stato vaticana, certo Claudio Sciarpelletti, che venne condannato a due mesi di reclusione per reato di favoreggiamento nella questione dei documenti vaticani riservati trafugati. Nell’udienza conclusa con la condanna di Claudio Sciarpelletti è emerso che dietro le quinte si sarebbe celato un discusso “monsignor x”, una delle possibili fonti a cui attinse il tecnico informatico. Ma quale “inciucio”! Chissà che cosa mai, viene da pensare, avranno contenuto quei documenti di tanto segreto o compromettente? E per quale scopo sarebbero stati sottratti? Altro mistero, di taglio molto materiale, che si va ad aggiungere alla ridda facoltosa di misteri spirituali della Santa Fede! Fatto sta che la cosa era destinata a concludersi con un nulla di fatto. Vale a dire che il papa finì per graziare il “corvo” Paolo Gabriele recandosi personalmente nella gendarmeria vaticana per portare la notizia al detenuto. Benedetto XVI firmò, all’occasione, la grazia anche per Claudio Sciarpelletti, il tecnico informatico condannato per favoreggiamento nell’ambito dell’inchiesta Vatileaks (da Televideo del 22 dicembre 2012).
Una notizia divulgata dai mass-media il giorno 8 marzo 2013, in seguito alle dimissioni del papa che lasciava la sede vacante a partire dal 28 febbraio 2013, diceva: “Vatileaks, ex vescovo informa: Il maggiordomo del papa non è l’unico corvo del Vaticano, ma tanti, più di venti persone, tutte legate alla Santa Sede, donne e uomini, laici e prelati. ‘Abbiamo fatto uscire i documenti dall’appartamento del papa per compiere un’operazione di trasformazione nella Chiesa’. Ora, dopo la rinuncia di Benedetto XVI e alla vigilia del Conclave, il Vatileaks continua a tenere banco. ‘È il momento di tornare a parlare’. Così un “ex corvo” al quotidiano La Repubblica. Nel rapporto segreto, compilato da tre cardinali, ‘c’è la storia delle lobby gay e questioni finanziarie legate allo IOR’, dice l’ex corvo che segnala altri documenti non pubblicati”.
Ma veramente questo nuovo papa, Francesco, vuole fare pulizia in Vaticano!? Sentiamo questa: “Papa, nuove leggi antiriciclaggio”, così si legge sui mass-media del 9 agosto 2013. “Il Pontefice ha emesso un ulteriore ‘motu proprio’ per la prevenzione e il contrasto al riciclaggio, al finanziamento del terrorismo e alla proliferazione di armi di distruzione di massa. È quanto ha reso noto la Sala Stampa del Vaticano. Questo nuovo documento istituisce il Comitato di Sicurezza Finanziaria e rafforza il sistema di vigilanza ‘prudenziale’, riconducibile all’Aif, l’Autorità finanziaria introdotta da Benedetto XVI con il Motu Proprio del 2010. Con la sua iniziativa Papa Francesco estende il controllo ai Dicasteri della Curia e agli enti, organismi e organizzazioni della Santa Sede, come lo IOR e l’Apsa”.
Vado ancora indietro con il pensiero: anche Gesù Cristo aveva bisogno del supporto finanziario di una grande banca, di sovrintendenze, di promotori di giustizia, di preoccupazioni per il riciclaggio e di documenti segreti e di un aiutante di camera per aprire le porte del Cielo alle povere anime disperate in terra?
Trascorrono i giorni e la questione, anziché placarsi, dimostra di accentuare i toni: i mass media di fine maggio 2012 parlano di poteri, retro poteri, poteri occulti nella vicenda che avrebbe coinvolto faccendieri, massoni e cardinali. Poi, riferendosi allo IOR, ne descrivono alcune caratteristiche fra le quali il capitale di cinque miliardi di Euro su cui la Banca di Dio fonda le garanzie di continuità di tutta l’organizzazione. Contemporaneamente, vedi l’originale coincidenza, la TV annuncia che cinque miliardi di Euro sarebbe la somma necessaria per far fronte ai danni causati dal terremoto del 20 e 29 maggio 2012 in Emilia Romagna, che causò 24 morti e 15 mila sfollati. Cosa mi viene da pensare? La soluzione più banale che potrebbe saltare agli occhi: la Chiesa cattolica rinuncia allo IOR e ne devolve l’intero capitale per restituire condizioni di normalità alle popolazioni colpite. Che se ne fa di cinque miliardi di Euro una Chiesa che è nata e si proclama “povera”? Ma, poi, donato quel denaro, dunque dopo aver dato un concreto esempio di “amore” nei confronti di chi soffre anziché persistere a spingere gli altri a prestare aiuto, rimanendo ben radicata nella sua ricchezza tutta terrena, non è forse vero che le rimarrebbero comunque altre immense fonti di ricchezza, l’imponente patrimonio artistico, immobiliare e delle donazioni-esenzioni, tanto per farne cenno?

Ma già al tempo del terremoto, dei tanti “terremoti”, la Chiesa Cattolica pensava di abbandonare la cura degli interessi finanziari in ambito europeo e di rivolgersi a Istituti bancari americani per meglio collocare le proprie fortune (da Mario Bruno, Regno celeste, Impero terreno – Volumi I – II – III, IBN Editore, Roma 2019-2020).
29 Giugno 2013: i mass media annunciano ad alta voce “IOR, arrestato monsignor Scarano”. L’alto prelato è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma sullo IOR. Si tratta di mons. Nunzio Scarano, ex responsabile del servizio di contabilità dell’Amministrazione che gestisce il patrimonio della sede apostolica. Scarano è coinvolto a Salerno in un’altra indagine per ricettazione. Gli altri arrestati sono Giovanni Maria Zito, ex agente di Aisi, servizio segreto interno, e Giovanni Carinzio, broker (agente, mediatore) finanziario. L’inchiesta riguarda una serie di atti di corruzione per fare rientrare in Italia dalla Svizzera venti milioni di Euro, operazione nell’interesse degli armatori Paolo, Cesare e Maurizio D’Amico. Corruzione e truffa i reati contestati. La Procura di Roma ha avviato una serie di accertamenti sulle origini delle ingenti disponibilità finanziarie di mons. Scarano. Il prelato, che prima di prendere i voti è stato funzionario della Deutsche Bank, è titolare di due conti correnti presso lo IOR, uno personale, l’altro per la raccolta di donazioni. Scarano avrebbe movimentato ingenti somme. In un caso, ha prelevato 560 mila Euro in contanti, li ha distribuiti a Salerno tra una quarantina di fiduciari che poi li hanno riconsegnati in assegni, sotto forma di donazioni. Un espediente, questo, sottoposto all’esame degli inquirenti. Mons. Scarano era stato sospeso dal servizio presso l’Apsa (Amministrazione patrimonio sede apostolica).
Non finisce qui. Il 2 luglio 2013 i giornali parlano di un terremoto all’interno dello IOR. Si dimettono i vertici: il direttore generale dello IOR, Paolo Cipriani e il suo vice, Massimo Tulli hanno rassegnato le dimissioni, accettate dalla Commissione dei cardinali e dal board di Sovrintendenza. Le funzioni di dg dell’Istituto sono state assunte ad interim dal presidente Ernst von Freyberg. Intanto mons. Scarano, accusato di concorso in corruzione e calunnia, nel tentativo di riportare in Italia dalla Svizzera venti milioni di Euro degli armatori D’Amico, respinge le accuse.
Pare che il 2013, con l’avvento al soglio pontificio di Papa Francesco (Bergoglio) voglia dare segno di una svolta all’interno degli affari ecclesiastici. I mezzi di informazione comunicano infatti, il 4 luglio 2013, che l’Autorità di informazione finanziaria (Aif) vaticana è stata ammessa nel gruppo Egmont che riunisce le unità di informazione finanziaria di oltre centotrenta Paesi. Per il direttore dell’Autorità di vigilanza vaticana, Bruelhart, è il riconoscimento “degli sforzi della Santa Sede nell’identificare e combattere il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo”. La partecipazione al gruppo Egmont rappresenta, spiega la sala stampa vaticana, “un nuovo passo nella partecipazione a questo impegno internazionale”. Che sia la volta buona? Intanto i mass media del 6 luglio 2013 annunciano: IOR, PM (Pubblico Ministero); archiviazione per Gotti Tedeschi. La Procura di Roma, a conclusione dell’indagine che nel settembre 2010 aveva portato al sequestro di ventitré milioni di Euro dallo IOR, chiede al gip (Giudice per le indagini preliminari) l’archiviazione della posizione di Gotti Tedeschi, ex presidente della banca della Santa Sede. Notificato, invece, l’avviso di chiusura inchiesta – che di norma precede la richiesta di rinvio a giudizio – per l’ex direttore dello IOR, Cipriani e per il suo vice, Tulli. Si contestano trasferimenti di denaro da parte dello IOR, in violazione delle norme antiriciclaggio.
Non tornerò a ricordare le brucianti parole di Gesù Cristo sul Regno di Dio e sul superfluo nella detenzione di beni terreni. Ma una cosa la voglio ribadire, ed è una domanda ricorrente: dove sta la fede? La Chiesa cattolica è veramente sostenuta dal “Dio degli Eserciti” o, meno anacronisticamente, dal “Dio delle multinazionali”? Togliamo lo IOR, gli investimenti finanziari, le operazioni commerciali di lucro della Chiesa cattolica, le ricchezze in proventi e donazioni di varia natura e provenienza, il patrimonio artistico e immobiliare; togliamo ancora gli sfarzi, le pomposità, le manifestazioni faraoniche di sontuosità negli apparati, gli ingenti sprechi. Senza tutto ciò, che cosa rimarrebbe della Chiesa cattolica, del suo prestigio politico e della sua influenza sulle genti? E, in quanto al suo Dio, quale cantuccio nel mondo gli sarebbe riservato?
Ma non è la posizione del suo Dio che alla Chiesa cattolica possa interessare un gran che. Le leve del potere non stanno nella divina Provvidenza, sono mosse da ben altre dita che molto meno hanno di spirituale e tutto hanno di potere terreno. Una osservazione, questa, che apre un’altra pagina nella storia evolutiva del potere temporale, tutt’altro che edificante. Ce la racconta Pietro Grasso, Procuratore nazionale Antimafia, in una delle sue “Lezioni di mafia” dove va a indagare il peso sostenuto nelle vicende italiane con l’intreccio formatosi fra mafia e religione. Quanto va a seguire nel testo è l’estratto di una Lezione di mafia – Mafia e Religione tenuta dal dr. Pietro Grasso nel mese di ottobre 2012 sul canale radiotelevisivo italiano “RaiStoria”. Siamo all’interno di una tradizione profondamente radicata nel tessuto italiano del meridione e non solo del meridione, dove la mafia riveste il ruolo di cordone ombelicale dell’organizzazione sociale. Una mafia devota alla Santa Madre Chiesa, che spinge i propri accoliti a portarsi in chiesa dopo aver ammazzato persone, a fare il segno della Croce e a chiedere perdono. Senza un gran senso di colpa, per giunta, come specificò un mafioso allorché, interrogato, rispose di essere osservante benché avesse commesso centinaia di omicidi, ma, badiamo bene, mai per interesse personale. Lo faceva perché ne era stato comandato. Cose da indagine psichiatrica, aggiunge Pietro Grasso, come se uccidere perché comandati adombrasse la colpa.
I mafiosi si avvalgono di un’esteriorità fatta di riti, di sacralità, ritualità vistose sorte attorno alla figura del Santo Patrono osannato dal popolo. Le cerimonie religiose sono per lo più gestite da organizzazioni mafiose che hanno il controllo su un determinato territorio. Un religioso degli anni ’80, certo fra’ Giacinto, poi soprannominato fra’ Lupara, collegato alle cosche mafiose, fu accusato di aver protetto Luciano Liggio. Ma poi, all’interno della sua cella, furono rinvenuti valori in cifre di milioni e un modesto arsenale d’armi. Don Agostino Coppola, cugino del famoso boss, celebrò il matrimonio di Totò Riina. Legato a Luciano Liggio, amministrava i beni della diocesi di Monreale. Arrestato nel 1964, non poté impedire il ritrovamento, nella sua abitazione, della somma di cinque milioni provenienti da un sequestro perpetrato dai Corleanesi nel Nord d’Italia. Fu naturalmente sospeso dal sacro ufficio e condannato.
Con tutto ciò la Chiesa cattolica mai si sognò di scagliare anatemi contro certi riti di iniziazione che facevano uso di una commistione di immagini sacre, di sangue e di fuoco. Il suo silenzio non faceva altro che legittimare il dilagare della violenza nelle mani della mafia.
Antonino Calderone, prosegue nella sua disquisizione Pietro Grasso, rammentava che il proprio fratello Pippo sosteneva di essere eletto da Dio. Il pentito Leonardo Messina sottolineava la convinzione degli uomini d’onore nella propria fede cattolica, tanto che Cosa Nostra faceva risalire i propri adepti addirittura a San Pietro.
In un frammisto di scenografie dove appaiono qua e là i Beati Paoli, il boss Pietro Aglieri aveva istituito nella propria residenza un’aura di religiosità. Michele Greco asseriva di dedicarsi alla preghiera ogni ora del giorno, portava con sé la sacra Bibbia e, nella sua arringa difensiva in aula, nominava con disinvoltura il papa stesso e augurava a tutti pace, ricordando che quelle non erano parole sue, ma di nostro Signore. Bernardo Provenzano, latitante per 43 anni, portava abbondanti riferimenti al volere di Dio e della divina provvidenza. Gli fu trovata una Bibbia che conteneva fra le pagine appunti strani, quasi indecifrabili.
Per fortuna, a un certo punto, dopo la lunga fase di complice prudenza coltivata dalla Chiesa cattolica, le cose volsero a cambiare nella mentalità della gente e degli stessi uomini di chiesa. All’inizio degli anni ’90 si levarono in piedi alcuni religiosi, i cosiddetti “Preti coraggio” che lanciavano parole di fuoco per avversare il dilagare delle politiche mafiose. Le stragi di Capaci e di via D’Amelio inducevano il cardinale Pappalardo, alla presenza di alcuni politici, a tuonare in chiesa con espressioni di denuncia nei confronti della mafia, e papa Giovanni Paolo II a ergersi con estrema determinazione contro le organizzazioni del terrore.
Un altro prete coraggio, don Peppino, si prodigò per sottrarre i giovani ai reclutamenti nei clan mafiosi: nel 1994 fu assassinato dai Casalesi. Padre Giuseppe Puglisi dedicò le proprie energie nel tentativo di togliere i ragazzi dalla strada e dalla sua logica di povertà, miseria, assoggettamento, violenza, omertà. Cadde sotto la mannaia della mafia il 15 settembre 1993 a soli 53 anni.

Ho tenuto un po’ in sospeso il discorso sullo IOR. Bene, vediamo, dopo che papa Benedetto XVI ha lasciato, che cosa se ne dice in Vaticano? La primavera del 2013 porta al soglio pontificio Francesco I, papa Bergoglio. Ecco cosa ne pensava papa Francesco: “La Chiesa non è una Ong, è una storia d’amore”, e lo IOR come altri organismi vaticani sono necessari “come aiuto a questa storia d’amore, ma fino a un certo punto”. Così si esprimeva papa Francesco nella messa del 24 aprile 2013 alla Domus Santa Marta, “Quando l’organizzazione prende il primo posto, l’amore viene giù e la chiesa, poveretta, diventa una Ong, e questa non è la strada”. A parte quel sospetto vocabolo “poveretta”, che si tratti del sentore di una svolta nella politica economica del Vaticano? Forse il Regno di Dio è vicino?
Povero Papa Francesco, davvero gli sono toccate belle gatte da pelare! Con lo IOR, per esempio, è una storia infinita. Arriviamo ad autunno inoltrato, il 5 novembre 2015 e i comunicati stampa recitano: l’Autorità di Informazione Finanziaria del Vaticano ha rivelato ai magistrati italiani e svizzeri un episodio di “eventuale riciclaggio di denaro, insider trading [coinvolto nel commercio] e manipolazione di mercato” in cui sarebbe stata usata l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica che ha ora il ruolo di Banca centrale della Santa Sede. L’informativa riguarda gli anni 2000-2011. Evidenziato un “portfolio” relativo a Giampiero Nattino, presidente Banca Finnat Euramerica s.p.a., di “oltre 2 mln” di Euro trasferito in Svizzera.
E va bene, anzi no, ma diciamo pure che si tratta sempre di uomini e da quando l’uomo è uomo la voglia di imbrogliare nessuno gliela cava più dalla pelle. Cosa grave, gravissima in quanto accaduta in ambito clericale, quando i preti, per vocazione e per dettato evangelico, dovrebbero disprezzare e rifuggire le ricchezze, abbracciare la povertà, l’umiltà, la semplicità e lavorare per la salvezza delle anime. Poi ti fanno capire chiaramente che alla salvezza delle anime non potrebbero crederci men di zero e neppure confidano nel Dio che predicano, ma adorano soltanto lo sterco di Satana. Non tutti, è vero, ci sono anche i religiosi virtuosi e, a onor di Dio, sono molti.

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