RELIGIONE – RELIGIOSITÀ (in quattro puntate)

3. Secoli bui

L’uomo puntò gli occhi al cielo molto presto, da quando ebbe un cervello e una mente per ragionare e per fantasticare. Possiamo retrocedere a cinquantamila anni prima di Cristo. È a quell’epoca che risalgono le prime tracce attestanti rudimentali calcoli fatti dall’uomo di Neanderthal nei confronti dei cicli astronomici. L’uomo visse lungo tempo su questo pianeta prima di accorgersi che stava sulla superficie di una sfera. Gli stessi poemi omerici, mentre ci riportano il susseguirsi di vicende accadute dieci secoli prima di Cristo, ci lasciano indizi probanti del fatto che la reale forma della Terra fosse sconosciuta alla gente di allora. Soltanto seicento anni prima di Cristo fu di Talete di Mileto l’intuizione che la luna fosse più vicina a noi di quanto lo fosse il sole, mandando dunque in briciole la convinzione che tutti i corpi visibili fossero infissi su una volta celeste per fare bella mostra di lassù ai poveri mortali. Talete giunse così a dare ragione della dinamica che sottostava al fenomeno delle eclissi, sino anche a tuffarsi in calcoli che gli permisero di prevedere l’eclisse solare che si verificò il 28 maggio del 585 avanti Cristo e che ebbe un forte risvolto politico perché segnò l’alt perentorio alle persistenti vicende belliche scoppiate tra i Medi e i Lidi. Fu Pitagora, vissuto tra il 570 e il 496 circa avanti Cristo, ad avanzare l’idea della rotondità della Terra e del suo essere immersa nel vuoto spaziale. Attorno al 450 si fa vivo un certo Filolao il quale sostiene che la Terra non è altro che un pianeta in rotazione su se stesso, fenomeno questo che dà origine all’alternarsi del dì e della notte. Ora siamo a cavallo fra il quinto e il quarto secolo avanti Cristo e, ai precedenti, si aggiunge Platone con l’idea che il nostro pianeta sia veramente rotondo, molto esteso – oltre, quindi, il “mondo conosciuto” che si riduceva a poco più di una porzione del Mediterraneo – ma tutto solo e immobile come centro di tutto ciò che c’è. In pieno quarto secolo Aristotele può confermare senza dubbio la forma sferica della Terra come logica deduzione dall’ombra che appare sulla luna durante un’eclissi. Poi troviamo una serie di tentativi protratti per misurare la circonferenza della sfera – diremo noi la lunghezza dell’equatore terrestre – dovuti ad Archimede, a Eratostene, a Ipparco di Nicea, a Posidonio, tra il terzo e il secondo secolo avanti Cristo, tentativi che si avvicinano con sorprendente approssimazione a quei quarantamila chilometri e poco più di cui sappiamo oggi. Il secondo secolo dopo Cristo vede il convergere di tutte le osservazioni attorno al sistema geocentrico coniato da Tolomeo. Poi, più nulla, o soltanto flebili voci, quasi un gigantesco colpo di spugna avesse cancellato dalla scena della conoscenza scientifica quella direzione di pensiero che si stava dimostrando molto promettente sull’onda delle sempre rinnovate scoperte. In fin dei conti successe come se si fosse trattato di buttare a mare tutto quel ch’era successo prima e non parlarne più, mai più. Si deve attendere sino al nascere del quattordicesimo secolo dopo Cristo per assistere a un graduale risveglio dell’Europa verso la conoscenza dell’Universo. Come se fossero passati milleottocento anni e più senza che l’intelletto umano provasse il desiderio, la spinta, l’impulso o anche soltanto la curiosità, come quella che aveva animato i primi ricercatori, di coltivare ipotesi e idee innovative. Ma il risveglio dal lungo letargo doveva arrivare, un risveglio che portava una luce nuova. Fu così che un duro colpo alla concezione tolemaica della struttura celeste venne inferto, attorno al 1543, con l’adozione pienamente consapevole del metodo induttivo sperimentale. Ed è da questa rinnovata energia che si creò un vivaio di menti fervidissime, basti ricordare Leonardo, Copernico, Ferrel, Tycho Brahe, Keplero. Poi venne Newton il quale, siamo arrivati al 1687, realizzò il calcolo relativo allo schiacciamento dei poli terrestri. A grandi passi ci avviciniamo alla nostra epoca, costellata da alcune tappe di tutto riguardo: la prima misurazione della distanza di una stella, a dieci anni-luce nella costellazione del Cigno, avvenuta nel 1840 a opera di Bessel; l’enunciazione del concetto di conservazione dell’energia, attribuito a Meyer e Joule due anni appresso; la scoperta del pianeta Nettuno, dichiarata da Urbano Le Verrier nel 1844; il pendolo di Léon Foucault, del 1851, prova incontestabile del moto rotatorio terrestre.

Dio, amore e persecuzione

“Dio è Amore”. Se ne sente l’eco in ogni omelia, in ogni esortazione: l’uomo ha bisogno di amore, ne ha sempre avuto bisogno, ma mai come oggi si trova a camminare su un filo sospeso, quello dell’esistenza minacciata da insidie sempre più vicine, un filo che può spezzarsi da un momento all’altro; ed egli ne è via via più consapevole. Cerca l’amore nelle sue apparenze ingannevoli e fallaci, non vede altra alternativa all’angoscia che pervade il suo viaggio quotidiano lungo un percorso al quale egli stesso non sa dare una definizione, una spiegazione, una motivazione soddisfacente.
Eppure il mondo trabocca di odio, che è la manifestazione polare rispetto all’amore. Ma anche l’odio non è neppure di per sé una forza contrastante nei confronti dell’amore; esso è piuttosto una conseguenza che segue ad altri atteggiamenti umani, è il precipitato fatalistico della spinta feroce che sommerge l’uomo in una ridda di sentimenti distruttivi, quali l’ingordigia, l’avidità, lo sfruttamento, la corsa ad accumulare ricchezza, l’uso dell’altro come oggetto di soddisfazione narcisistica, l’assuefazione ai crimini, l’indifferenza assoluta per le sorti infelici di molti dei propri simili. Atteggiamenti, dunque, che separano, che rendono il sé individuale unico, esclusivo, dominatore, avido nel voler trasformarsi in un dio, costantemente proiettato alla ricerca illusoria dell’onnipotenza e dell’immortalità.
L’amore, per converso, unisce, vuole empatia, richiede scambio, donazione, rinuncia, consapevolezza e accettazione dei limiti.
Gran cosa quella di abbinare i due termini: Amore e Dio. È la meta alla quale tutti aspiriamo. Anche l’essere umano più spietato, più crudele, più diabolico, quello che fa della propria vita un’espressione superlativa di odio e distruzione.
Amore e odio sono intimamente connessi, procedono insieme ed entrambi formano una configurazione inscindibile. Come incedere con passo guardingo lungo il filo di una cresta rocciosa assai sottile di una catena montuosa: l’acqua piovana che vi cade può dileguarsi per un versante o per l’altro, dipende da poche contingenze; ma il piede che vi si posa avanzando con cautela è guidato da qualcuno che conosce bene quali rischi possano presentarsi a ogni passo.
L’uomo non può farne a meno, cerca l’amore con una bramosia senza confini, a momenti alterni crede di averlo trovato, ne assapora il profumo ammaliatore e presto, troppo presto, si accorge di ritrovarsi solo, a mani vuote. Perché, allora, la insistente presenza manichea di amore fugace, ingannatore e odio distruttivo? Quale grande divinità ha permesso questa terribile coesistenza? Su tale questione ci fu anche chi ipotizzò la presenza di due ere, o di due mondi, l’uno sotto la mano benedicente di un Dio tutto amore, l’altro come dominio di un Dio del male, Satana.
Chi la pensava così, con buona approssimazione, erano i Catari. Il mondo nel quale viviamo, secondo costoro, è il regno del male. Dunque tutto ciò che dal mondo proviene è originato dal male. È Satana che governa questo mondo, è lui che vuole il moltiplicarsi della progenie umana, per farne strumento di perversità.
Ambientiamoci per un momento a un’Europa, quella del secolo ottavo, che annovera probabilmente una popolazione complessiva di ventisette milioni di persone. Per la maggioranza della popolazione, i lavoratori della terra, c’erano la fame, le miserie, le malattie, la sofferenza, la morte precoce. Fu in questo gran mare di desolazione popolana che fece il proprio ingresso lo stuolo degli eretici, tutte persone che, animate da amore e compassione, non rifuggivano chi languiva nel malessere; anzi, si prodigavano per farsi vicino e portare un qualsiasi tocco di sollievo, fosse stata anche soltanto una buona parola di sostegno e di conforto.
Per altro verso nella Chiesa cattolica, a muovere dall’undicesimo-dodicesimo secolo, già andava dilagando in una diffusa corruzione. Il costume di vita in cui si era gettato il Vaticano si distingueva per commercio di cose sacre, avidità, manifestazioni fastose e ricerca di potenza secolare.
Il movimento eretico, per contrasto, si proponeva di purificare la Chiesa dallo stato di corruzione dilagante, ponendosi come esempio e stimolo per una revisione totale dei costumi e per un ritorno decisivo alle origini genuine della cristianità.
Pare che le origini del fenomeno cataro siano da far risalire alle regioni d’Oriente, più precisamente alla Bulgaria dove, verso la fine del primo millennio, imperversava fra il volgo la disperazione per la fame e la miseria. Fu un prete, di nome Bogomil, a farsi carico del malessere in cui sprofondava il popolo, con il prodigarsi per diffondere tra le sue fila una dottrina rivoluzionaria, quella che sosteneva essere Dio il vero signore di tutta la realtà che per l’uomo è invisibile, perché appartenente a una dimensione spirituale. Sul versante opposto, sosteneva Bogomil, stava il maligno, Satana, l’angelo ribelle cacciato dal cospetto di Dio. Evidente dunque l’impossibilità, da parte dei Catari – e non solo – di accettare come Dio misericordioso, fonte di amore e di comunione d’anime, quella miscellanea di sterminio, odio e gelosia in cui s’incarnava la guida del popolo ebreo. Da quanto ci lasciò scritto Anselmo di Alessandria, verso il 1270, si viene a sapere che il germe del Bogomilismo sarebbe stato importato da alcuni militi francesi al seguito della seconda Crociata. Impegnati nella conquista di Costantinopoli attorno al 1147 costoro, venuti a contatto con le nuove idee eretiche, si sarebbero convertiti a una corrente bogomilista di provenienza bulgara e ne avrebbero esportato e diffuso i princìpi e le ragioni di vita, al loro ritorno, nella Francia meridionale.
I Catari definivano il Dio protagonista della storia ebraica narrata nei Testi dell’Antico Testamento, null’altro che il diavolo in persona. Il temuto e venerato Sabaoth, allora, si riduceva a una sbiadita imitazione del Dio della Luce, oppresso dall’invidia e dall’odio perché incapace di un qualsivoglia atto creativo ma grande maestro di seduzione e di perdizione ai danni delle anime prigioniere nei corpi degli uomini.
Dunque noi, progenie umana, figli di un Dio minore, figli del demonio, eredi del male che ci circonda.
Davanti a noi un Gesù che del corpo possedeva soltanto l’apparenza e che, in realtà, era anch’egli un Angelo, il più splendente, annoverato come secondo figlio del Dio dello Spirito, dopo Satanael che era il primo; un Angelo che partecipava pienamente della vita materiale, con l’eccezione che ogni atto o comportamento da lui generato altro non era che, ancora, apparenza, una pura rappresentazione simbolica dell’elemento sensibile.
Il movimento eretico, nonostante certi caratteri e comportamenti che tradivano un fanatismo esasperato negli atti di fede professati, o forse proprio a causa di questa particolarità, in compresenza di un tenore di vita encomiabile sotto ogni aspetto, ebbe grande diffusione dalla Francia settentrionale alle Fiandre, alla Provenza, all’Italia settentrionale, alla Dalmazia. Si dice che un vescovo cataro, tale Raniero Sacconi, fosse giunto a presiedere, attorno al 1250, qualcosa come sedici Chiese, dalla Francia sino a Costantinopoli.
I Catari, d’altra parte, non si scagliavano affatto contro il bisogno di credere in un Dio creatore; semplicemente non accettavano quel che ne avevano fatto i papi e i vescovi dell’epoca, i quali avevano ridotto Dio a un semplice spettatore indulgente della scena umana nel mondo. La gravità del peccato cataro fu ravvisata non tanto per le critiche che si sarebbero riscontrate contro la verità rivelata, quanto invece per la ribellione all’autorità costituita, ribellione che minacciava di mettere in forse gran parte di quell’ascendente e di quella supremazia che l’autorità ecclesiastica esercitava sulle folle e, attraverso queste, sulle potenze regnanti. A tal punto che un papa, Alessandro III, pronunciò contro di loro l’anatema per eresia e un successivo papa, Innocenzo III, nel 1199 bollò l’eresia con l’aggravante di delitto pubblico.
L’insulto che la Chiesa cattolica aveva avvertito abbattersi su di sé proveniva dall’avere i Catari rifiutato la maggior parte dei sacramenti, delle preghiere, dei dogmi, della croce aborrita perché strumento di morte, della trasformazione del pane e del vino in corpo e sangue di Gesù Cristo, ma forse ancor più dall’aver condannato sfacciatamente la gerarchia e la struttura ecclesiastica per essersi persa sulla strada mondana del potere e della ricchezza, cosa che per i Catari equivaleva al male.
Pare di poter ravvisare in queste divergenze di fede religiosa il punto di maggior distacco fra i Catari e le gerarchie cattoliche: i primi volgevano lo sguardo in alto, verso una dimensione di speranza, verso una realtà sublime, sovra-umana in tutti i sensi; le seconde puntavano piuttosto a incoraggiare il prolungamento di antichi usi antropologici, assecondando primitive tendenze ritualistiche che avrebbero innestato le loro radici nell’anima, nella mente conscia e inconscia, nella cultura complessivamente degli uomini, sicure di una necessaria garanzia di successo. Premiando comportamenti che ricalcavano le orme di rituali tribali atavici: la comunione e il vino-sangue per il divoramento delle carni del re-sacerdote, vedi l’uccisione del dio-re; le scene espiatorie dettate da un bisogno di salvezza che non può essere soddisfatto se non da un Dio onnipotente, a fronte della dipendenza di ogni essere umano, nella propria infanzia onto e filo-genetica, da un padre buono e dominatore, amorevole e severo, protettivo e punitivo; la morte terribile e umiliante per croce come condizione indispensabile per nutrire la sete di ferocia che gli uomini immancabilmente albergano in sé sin dalla loro nascita, tenuta faticosamente a freno dai canoni di un’educazione rigida e dai codici di una legislazione ferrea, ma ugualmente pronta a scatenarsi con inaudita violenza al presentarsi di situazioni socialmente e storicamente scatenanti, le sopra citate gerarchie cattoliche arrogavano infallibilmente a sé il dominio sulla natura istintuale, forse bestiale o demoniaca, che l’uomo recava in sé come eredità maledetta. Erano pienamente consapevoli, così penso, della bramosia di assistere e partecipare alla consumazione di riti cruenti che alberga nel fondo del cuore umano, da sempre; lo ha confermato e lo conferma la storia che poggia le proprie ragioni d’essere quasi esclusivamente su immani statistiche di atrocità perpetrate ai danni di deboli e inermi e sull’effetto che lo sfogo della violenza diretta o indiretta ha sempre avuto sulle masse spettatrici e sulla possibilità di tenerle soggiogate.
Nella ridda di persecuzioni cattoliche verso gli eretici anche i tanto chiacchierati “Templari” custodi del Santo Graal e gli “Ospedalieri” si astennero dal prendere parte alla Crociata contro gli eretici. Anzi, pare che si schierassero a loro favore, per lo meno con il prodigarsi in opere di pietà, come il dare sepoltura cristiana agli uccisi. Queste cose facevano, a dispetto dell’ala più oltranzista dell’Inquisizione la quale, se veniva a sapere di qualcuna delle avvenute sepolture clandestine, immediatamente procurava di ordinare la riesumazione delle salme e, non potendo infierire su di esse col ferro, perché ormai prive di vita, le gettava a consumare su roghi improvvisati alla bisogna. E per lo spirito di carità cristiana dimostrato verso i perseguitati, anche i Templari avrebbero dovuto pagare caro prezzo.
Filippo il Bello, nipote di San Luigi, divenuto fedele paladino crociato, dopo essere salito al trono regale di Francia nel 1285, e dopo aver offerto il proprio personale favore all’ascesa al seggio pontificale di Clemente V, si avvalse della complicità di costui per organizzare su larga scala una lotta ai Templari i quali, a loro volta, cacciati e tratti in catene, furono sottoposti a torture le più atroci e umilianti. Questo succedeva all’inizio del secolo quattordicesimo. Il sadismo si autoalimentava a tal punto da generare tormenti al massimo grado dell’immaginazione, come si verificò con l’assassinio del gran maestro dei Templari, Giacomo De Molay, il quale fu mandato al rogo e arso vivo senza fumo, con lo scopo preciso di far durare più a lungo l’atroce agonia.
Innocenzo III si investì con gran premura del compito di organizzare una campagna in grande stile contro gli eretici. Furono mobilitate, a tale scopo, le compagnie dei frati domenicani e francescani.
Papa Innocenzo, tuttavia, doveva accorgersi che, almeno all’inizio, i suoi fedeli frati non sapevano comportarsi da aguzzini; anzi, cercavano con l’esempio e con la parola di convertire coloro che ritenevano in odore di eresia. Da politico disincantato qual era, Innocenzo non fece che dare un taglio netto alla situazione di stallo che impediva all’Inquisizione di progredire nel modo che egli si sarebbe aspettato. Giocò d’astuzia: nel 1208, a Saint-Gilles, era stato assassinato, non pare per opera dei Catari, il legato papale Pietro di Castelnau. Per Innocenzo fu questa la scintilla da prendere a pretesto per indire a gran voce una Crociata contro quei Catari che, dal nome della città di Albi (ai piedi delle Cévennes, nella Guienna, sulle sponde del fiume Tarn) furono poi detti “Albigesi”.
La notizia non giunse indifferente alle orecchie di una vasta nobiltà dei territori del nord, la quale, allettata dalla promessa di facili conquiste territoriali in quel di Linguadoca, pensò bene di stringere alleanza con il pontefice, andando così a dare vita a un effettivo esercito crociato di ventimila cavalieri e duecentomila fanti combattenti circa.
Le ostilità presero le mosse l’anno 1209, con la caduta della città di Béziers. Fu di questo evento che andò diffondendosi una scena passata al libro nero delle memorie storiche: conquistata la città, si trattava di epurarla della presenza dei Catari, nel modo più semplice, passandoli cioè a fil di spada. Ma, nell’atto di accingersi a eseguire così spietata consegna, qualcuno dei comandanti avrebbe chiesto al legato papale Arnaud Amaury, abate di Citeaux, quale fosse il modo di discernere i Catari fra i cittadini, per non incorrere nell’errore di colpire qualcuno anche fra i fedeli cattolici. E l’abate di Citeaux avrebbe risposto pressappoco così: “Ammazzate tutti quelli che incontrate. Ci penserà poi il Padreterno a prendersi i suoi e a togliere di mezzo gli eretici”. Ne seguì un vero massacro, una carneficina di dimensioni inaudite.

A fil di spada furono sterminate qualcosa come ventimila persone, compresi donne e bambini (da Mario Bruno, Regno celeste, Impero terreno – Volumi I – II – III, IBN Editore, Roma 2019-2020).
Certo che la voglia di strage era grande, come sempre nella storia dell’uomo se non vado errato, e quella sadica, macabra informazione fu l’autorizzazione a massacrare una ventina di migliaia di persone. In modo non dissimile toccò alla città di Carcassonne.
Intanto la Crociata doveva farsi onore con la conquista di oltre venti città i cui abitanti, Catari o quel che fosse capitato, venivano sottoposti a torture, a mutilazioni raccapriccianti, infine arsi vivi sulle pubbliche piazze. Si racconta che in uno di quei centri, la città di Minerve, centoquaranta Catari si gettarono di propria spontanea volontà fra le fiamme del rogo, pur di non tradire la propria fede.
Correva l’anno 1211 allorché, caduta la roccaforte di Lavaur, gli ottanta armati che l’avevano difesa subirono la forca e, per buona misura, vennero sgozzati. Quattrocento Catari che vi dimoravano furono presi e arsi vivi.
Poi toccò a Les Casses, dove furono gettati al rogo sessanta “perfecti”, mentre le soldataglie davano alle fiamme i raccolti prossimi alla mietitura. Dal resoconto di M. Hopkins e Coll. (Il codice segreto del Graal, cit.) si ha notizia di cinquemila fra uomini, donne e bambini trucidati, ridotti a brandelli nelle loro carni in seguito alla presa di Marmande, avvenuta nel 1226.
Negli anni che seguirono, la sorte arrise al conquistatore, il re di Francia che vedeva cadere nelle proprie mani territori di dimensioni insperate. Le vicende belliche assunsero allora le caratteristiche proprie di una guerra d’invasione, consenziente il papa Onorio III e paladino belligerante il re Luigi VIII, sino alla stipula di una pace, nel 1229, tra il re e il signore di Tolosa, Raimondo VII.
Fu in questo scenario di ferro e fuoco che fecero alfine il loro ingresso i servi domenicani e francescani della santa Inquisizione, ingresso ufficialmente riconosciuto dal nuovo papa, Gregorio IX, successo a Onorio III. E le scorrerie vergognose dell’Inquisizione infestarono quelle terre per un intero secolo, sollevando, fra l’altro, l’indignazione e l’odio delle popolazioni a motivo delle atrocità imposte dai metodi di tortura sia fisica sia psicologica agli inquisiti. Le violenze erano diventate il segno distintivo della lotta agli eretici. Sin dall’inizio, da quando cioè nel 1209 papa Innocenzo III aveva mosso guerra ai Catari, la sua Crociata, lasciata fra l’altro in mano ad avventurieri sadici e senza scrupoli, assunse le sembianze sempre più concrete e definite di una sorta di licenza a uccidere, razziare, violentare, tanto da suscitare reazioni anche di una certa gravità da parte dei cittadini nei confronti dei responsabili delle efferatezze compiute.
Reazione chiama reazione, si sa. Così fu che, come era accaduto a Saint-Gilles, un’imponente forza d’urto venne questa volta sollevata contro i Catari che si erano rifugiati nella fortezza di Montségur. Con la caduta di Montségur, avvenuta nel 1244, fu domata anche ogni rivendicazione ideologica professata dai Catari. Il prezzo pagato fu il rogo a cui vennero destinati duecentoventisei Catari.
Il quattordicesimo secolo, che doveva vedere l’estinguersi del movimento cataro, non fu esente da recrudescenze legate all’Inquisizione: altri roghi destinati agli eretici a Moissac, dove persero la vita duecentodieci condannati; a Villerouge-Termenes nel 1321; a Carcassonne nel 1328. Erano, quelli messi in uso, metodi da Gestapo: guai a chi avesse dato aiuto agli eretici o avesse mantenuto rapporti con loro. Per sette tenebrosi secoli l’Inquisizione imperversò nelle contrade d’Europa.
Le cronache dei tempi, per tornare di getto ai secoli bui, riferiscono del divampare di massacri e distruzioni che causarono la morte di più di mezzo milione di persone. Neppure pensano di sottacere alcuni particolari macabri, come quelli che narrano della riesumazione di cadaveri per essere arsi in quanto riconosciuti eretici in vita e della distruzione dei luoghi ove detti eretici avevano trascorso i loro ultimi anni. Nella migliore delle ipotesi poteva accadere che i vescovi inquisitori si accontentassero di riscuotere un’ammenda in denaro sonante dagli eretici che non si fossero sottoposti pienamente ai loro mandati; in alternativa sarebbe subentrata la confisca dei beni.

Questo avveniva oltralpe. Ma anche in Italia la lotta al Catarismo non fu un fatto indifferente. A muoversi, spinti da bramosia di conquista furono, attorno al 1278, i Signori della Scala. A pagarne le spese fu la rocca di Sirmione che aveva accolto numerosi Catari; centosettantaquattro di loro furono arsi sul rogo.
Pochi anni prima, si era nel 1233, per iniziativa di tale fra’ Giovanni furono mandati al rogo, fra uomini e donne, sessanta Patarini, come venivano chiamati talvolta gli eretici, da un termine milanese che stava a indicare individui pezzenti, ma più precisamente una parte della popolazione che manifestava apertamente la propria avversione e condanna per gli abusi ai quali la società ecclesiastica dell’undicesimo secolo aveva ceduto, in particolare la simonia e il concubinato del clero.
Le cose andarono avanti per anni, senza cambiare di molto. Si narra che l’ultimo dei Catari a subire il martirio del rogo fosse un certo Guilhèm Belibaste, nel 1321 presso Villerouge.

Considerato l’insieme degli accadimenti sotto un profilo microanalitico, anche perché ne vanno di mezzo i miei interessi di indagine storiografica, dal momento che sono io stesso abitatore di territori attigui alla Valle Po, reputo interessante focalizzare per quanto possibile l’attenzione su ciò che avvenne, nei tempi fin qui descritti, nell’ambito geografico della Valle Po e dintorni a danno degli “eretici”. Non si può dire che il clero cattolico se ne sarebbe stato con le mani in mano al suono oltremodo sgradevole di declamazioni del tipo “La Chiesa Romana è la sede della falsità… Elemosina e suffragi per i defunti non hanno utilità per le anime dei credenti, ma solo per le tasche dei sacerdoti cattolici… La Chiesa Romana è una meretrice e non la Chiesa di Cristo… I Sacramenti della Chiesa sono stati inventati a scopo di lucro… I sacerdoti della Chiesa romana non hanno diritto a decime, redditi, primizie, né elemosine coercitive…”. – È chiaro che metri di valutazione di simile portata venissero bollati di blasfemia e di sacrilegio dalle autorità cattoliche, poiché da essi discendeva una minaccia assai seria che si sarebbe insinuata alla base degli stessi pilastri che reggevano l’ideologia cattolica. Ma gli effetti indesiderati non si limitavano all’aspetto religioso; essi andavano a interessare altresì l’assetto politico-amministrativo in mano all’autorità civile. Si sa, infatti, che i Valdesi del territorio di Paesana (Valle Po) consideravano la Chiesa cattolica detentrice addirittura del potere che passava per le mani delle autorità comunali, ribadendo tale convinzione sino a propugnare il diritto di disobbedienza all’autorità civile stessa.
Fu così che la reazione a queste posizioni estreme non si fece attendere. Nel 1510 troviamo un editto emanato da Margherita di Foix, vedova del marchese di Saluzzo, Ludovico II, e reggente del marchesato: vi si legge l’indizione di una Crociata contro i Valdesi di Paesana. Le persecuzioni, da allora, imperversarono per lungo tempo. Si dice che nel XVII secolo (1634) ben 235 capifamiglia vennero eliminati o cacciati, quanto potrebbe equivalere, nel computo delle famiglie contate per intero, a circa un migliaio di Valdesi, un numero che già di per sé superava quello dei residenti cattolici. L’iniziativa ebbe facile esito in forza dell’istituzione di un Tribunale dell’Inquisizione nella città di Saluzzo da cui si mosse l’inquisitore Angelo Ricciardino per portarsi tosto in Valle Po. Con una scorta di circa duecento armati il padre domenicano operò un vero e proprio rastrellamento perlustrando ogni anfratto, sino alle sperdute baite e borgate, ma non ebbe grande fortuna dal momento che i braccati avevano da tempo evacuato le proprie abitazioni. Non mancarono tuttavia i roghi per i pochi caduti sotto gli artigli degli aguzzini: sul greto del Po si videro sollevare alte fiamme e si udirono grida disperate per la lenta terribile morte di alcuni eretici arsi vivi. Seguirono confische immediate di tutti i beni e l’incendio delle dimore abitate dai Valdesi, allo scopo di scoraggiarli da eventuali progetti di ripresa di possesso.

La notte di San Bartolomeo

24 agosto 1572, data della festività di San Bartolomeo. Siamo in Francia, secolo sedicesimo, precisamente a Parigi. La vicenda prende forma dalle ambizioni di Caterina de’ Medici, alla quale si contrapponeva la politica altrettanto ambiziosa di un certo ammiraglio di Coligny, capo dei calvinisti. Caterina, allora reggente del regno di Francia, per neutralizzare i piani dell’ammiraglio pensò bene di farlo sopprimere, ma il suo intento non andò a buon fine, per lei ovviamente.
Tanto fece, l’astuta Caterina, che dal re, il suo secondogenito Carlo IX, riuscì a ottenere il consenso per sterminare gli Ugonotti che avrebbero costituito il punto focale della minaccia al trono regale. Fu così che all’alba di quel tragico 24 agosto gli armati del duca di Guisa, che aveva offerto la propria collaborazione alla regina, rinforzati dalla plebaglia accorsa al richiamo delle campane a martello della parrocchia di Saint Germain-l’Auxerrois, invasero le contrade di Parigi menando fendenti terribili che procurarono la morte a più di tremila protestanti. Con grande soddisfazione di Caterina perché, in mezzo a quella strage, perse la vita pure lo stesso ammiraglio di Coligny.
Dopo quattro giorni di terrore i massacri ebbero fine, ma vennero osannati come una grande vittoria sia da Filippo II di Spagna che vedeva facilitata la propria politica espansionistica verso il nord Europa, sia dal papa Gregorio XIII, sempre presente e attivissimo nell’ideare progetti di lotta ai protestanti.

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