Sprazzi di luce sulla Grande Guerra
Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana
Frat.i Treves Editori, Milano 1932
Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.
La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.
Parte XVII di 20
Eroiche vigilie di battaglia
Il 21 marzo le forze armate italiane avevano resistito all’offensiva austro-tedesca. Il 18 aprile l’on. Orlando comunicò la decisione di inviare un contingente armato in Francia, dove già collaboravano inglesi, belgi, americani e portoghesi, contro la Germania.
L’11 maggio si diffondeva la notizia della riconquista del Monte Corno in Vallarsa, nella notte del 10, con la cattura di oltre cento prigionieri austriaci, oltre a due cannoni, quattro mitragliatrici e molto materiale da guerra, mentre si ottenevano successi di pattuglie in Conca Laghi, in Val Frenzela e nella Valle dell’Ornic. Monte Corno, in mano agli austriaci dal maggio 1916, è il Monte di Cesare Battisti.
L’invasione del giugno 1918 fu arginata dalla resistenza del Pasubio e della Valsugana. Era stato il battaglione alpini Vicenza a lanciare l’assalto sul Monte Corno, impadronendosi della prima guglia a 1765 metri, quando la cima di 1801 metri rimase in mano agli austriaci, Fu qui, a occidente di Monte Corno, che caddero prigionieri il capitano Cesare Battisti e il tenente Fabio Filzi. L’importanza del Monte Corno per gli austriaci stava nella possibilità di controllare i movimenti delle truppe italiane nella Vallarsa, in funzione di buon osservatorio. L’assalto prodotto dai nostri fu opera degli arditi e dei fanti della brigata Murge, due compagnie in tutto che presero di sorpresa gli austriaci con un movimento aggirante, facendo un centinaio di prigionieri fra gli Jäger e requisendo due cannoni, quattro mitragliatrici, un centinaio di fucili, munizioni e bombe a mano.
Ripresero scontri al Col dell’Orso, sul Solarolo, sull’Asolone, sul Montello, in Val Lgarina e in Val Brenta. L’Austria-Ungheria possedeva, sul mare, la Viribus Unitis (1911), la Tegethoff (1912), la Prinz Eugen (1912) e la Szent Istvan (Santo Stefano, 1914) della serie “dreadnoughts”, tutte di 20 mila tonnellate, armate con 12 cannoni da 305, 12 da 152, inoltre 6 o 4 lanciasiluri, con 960 uomini di equipaggio.
Nella notte del 15 maggio 1918 i nostri colpirono e affondarono la Viribus Unitis nel porto di Pola e procurarono seri danni alla Erzhezzog Franz Ferdinand del tipo Radetzky, che poi affondò. Il comandante la spedizione, capitano di corvetta Pellegrini, e i suoi compagni Antonio Milani, Francesco Angelini, Giuseppe Corrias rimasero prigionieri degli austriaci.
La sera del 20 maggio, mezza compagnia di un battaglione d’assalto, i cosiddetti “130 fiamme rosse”, con un’incursione si impadronirono della testa di ponte sulla Piave Vecchia. La notte del 15 un nostro reparto d’assalto, fiamme nere e arditi, conquistò posizioni sull’Asolone e un altro reparto d’assalto fu vittorioso in regione Solarolo, decorati sul campo dal generale Giardino comandante dell’Armata.
In zona Tonale gli Alpini, il 25 maggio, con proseguimento nella notte sul 26, attaccarono la Cima dello Zigolon a 3040 metri riuscendo a impadronirsi del costone delle Marocche, de Passo di Monticello, della Cima Presena a 3069 metri. Si distinsero nell’impresa i battaglioni alpini Cavento, Edolo e Mandrone. Fecero 870 prigionieri, di cui 14 ufficiali e catturarono 12 cannoni, 14 bombarde e mortai da trincea, oltre a 25 mitragliatrici e a numerose centinaia di fucili con grande quantitativo di materiale bellico. Inutile fu l’attacco sferrato dagli austriaci il giorno 26 in Vallarsa per cercare di sottrarre ai nostri il possesso del Monte Cornone. Anche in Val Posina e al Sasso Rosso i nostri ebbero ragione di alcune pattuglie austriache.
L’Agenzia Stefani emetteva un comunicato: “Aspre rocce, ghiacciai perenni e nevi formano il terreno della brillante operazione svolta dai nostri alpini tra la Sella del Tonale e l’alta Valle di Genova”. L’impresa affrontata dagli alpini si realizzò in due fasi. Nella prima era l’artiglieria nostra a sorreggere le azioni dimostrative di pattuglie avanzate, che permisero a nostre colonne leggere di attraversare la Conca di Lagoscuro e di raggiungere la Conca di Presena a quota 3069, sgominando le difese del Passo di Maroccaro, prendendo possesso di quota 3052 e del Passo di Presena (quota 3011). Nel medesimo tempo altri nuclei di alpini prendevano la cima dello Zigolon a 3040 metri e del costone roccioso delle Marocche proteso verso la Val di Genova. Gli alpini, successivamente, conquistarono la cima di Presena. Di qui prendeva corso la seconda fase dell’impresa. Sempre avanzando, i nostri alpini conquistavano i Passi del Paradiso e d del Monticello, le quote 2609 e 2558, sfidando il fuoco sviluppato dai Kaiserchützen e travolgendone le difese”.
Ecco la descrizione fornita da Arnaldo Fraccaroli: “La conca dei laghi di Presena e i torrioni di rocce nell’arco fra Cima Presena e il Passo del Monticello erano una successione di ridottini armatissimi. Gli alpini dovettero assalirli uno per uno, vincerne la disperatissima difesa, mentre da tutte le altre posizioni ancora austriache arrivavano colpi di mitraglia e fucilate. Sino alla notte del 28 i nostri sostennero numerosi scontri a Capo Sile, riducendo all’impotenza gli avversari”.
Si diffondevano voci sulle minacce di un’offensiva in grande stile dell’Austria contro l’Italia, “Le nostre rapide e fortunate azioni di Monte Corno, del Tonale e di Capo Sile erano magnifici episodi che provavano la ricostituita compattezza del nostro Esercito e lo spirito aggressivo della nostra truppa; ma queste azioni, se avessero migliorato notevolmente alcune nostre posizioni locali, non avrebbero potuto disturbare o distrarre i piani dell’offensiva nemica.
Sull’Altipiano di Asiago, intanto, a detta di un comunicato del Comando Supremo emanato il 9 giugno, continuava il fermento di piccole azioni locali, come quella austro-tedesca in Vallarsa, in Val Posina, sul Col Caprile e allo Spinoncia, tutte ricacciate dai nostri.
L’11 giugno un comunicato dello Stato Maggiore della Marina italiana dava notizia dell’affondamento avvenuto alle ore 3,25 sul 10 in mare aperto, di due navi austriache all’uscita dal porto di Pola, da parte di siluranti italiane al comando del capitano di corvetta Luigi Rizzo. La nave affondata da Rizzo con il getto di due siluri era la Santo Stefano. Rizzo era già stato decorato con MOVM per l’affondamento della Wien nell’impresa di Trieste. Il giornale inglese Manchester Guardian scrisse: “Occorre infatti una grande abilita marinaresca e una grande audacia per passare attraverso una scorta di cacciatorpediniere ed entro il loro cerchio silurare due corazzate e poi ritirarsi incolumi”. La Marina italiana aveva attaccato a Trieste, a Pola, a Cattaro, a Durazzo.
Nella seduta della Camera del 12 giugno 1918 fu l’on. Battaglieri a commentare le imprese della Marina italiana: nel maggio 1916 la torpediniera del comandante Gravina violava il porto di Trieste; il comandante Goiran forzava il Canale di Fasana. Il comandante Pagano penetrava nel porto di Durazzo e affondava una serie di piroscafi. Il comandante Ciano, a Buccari, affondava un piroscafo nemico. Il 9 dicembre 1917 il comandante Rizzo e il timoniere Ferrarini facevano irruzione in Muggia dove affondavano la Wien e colpirono un’altra nave austriaca del tipo Monarch. A Cortellazzo il comandante Ciano e il tenente di vascello Berardinelli mossero l’attacco a due navi austriache da guerra scortate da numerosi cacciatorpediniere.
L’11 giugno era ancora giornata protagonista di battaglie presso il Tonale dove gli austriaci tentarono di forzare le difese italiane del Passo, attaccando la posizione nostra di Cima Cady e del costone del Monticello, punti di partenza per l’invasione in Val Camonica e per la conquista di Ponte di Legno. L’attacco si svolse nei giorni 12 e 13 giugno. Gli attaccanti, dopo dura lotta, furono respinti ma pare che stessero preparando un attacco ben più poderoso, da effettuarsi in grande stile. Era sullo sbocco della Val Camonica, per poter penetrare nell’alta Lombardia, che il generale Conrad von Hötzendorf puntava, appoggiato dal collega generale Krobatin. All’assalto le formazioni austriache avevano lanciato i battaglioni 5°, 31° e 61° di Feldjäger con reparti di Sturmtruppen, ottenendo parziali successi sulle difese di Cima Cady, nonostante la resistenza dei nostri ne sbarrasse l’avanzata. Nostri reparti alpini si spinsero subito al contrattacco e riuscirono a impedire l’ulteriore avanzata degli austriaci verso le nostre difese del Tonale.
Arnaldo Fraccaroli il 15 giugno scriveva sul Corriere della Sera: “Verso sera gli alpini contrattaccarono nuovamente, si gettarono alla baionetta contro i piccoli posti, perduti a mezzogiorno, e ne riconquistarono due, facendo una ottantina di prigionieri e catturando alcune mitragliatrici leggere. Poi, in un impeto successivo, riconquistarono anche il terzo piccolo posto, asserragliando altri prigionieri e prendendo altro materiale”. Medesima reazione svilupparono respingendo un attacco austriaco mosso nelle ore notturne. Il numero complessivo dei prigionieri catturati dai nostri fu di 11 ufficiali e 185 soldati.
Alla Camera, il presidente del Consiglio Orlando comunicava: “Quasi tutto il nostro fronte è impegnato poiché l’offensiva si estende con eguale grandissima violenza dall’Astico al Brenta, dal Brenta al Piave e lungo il Piave, impegnando dunque l’Altipiano di Asiago, il settore del Grappa e la pianura. Il bombardamento, violentissimo, è cominciato alle 3 di notte e alle 7 cominciò l’attacco delle fanterie su tutta la linea”.
Alle ore 20 alla presidenza del Consiglio perveniva un’informazione del Comando Supremo: “La battaglia continua violentissima. La pressione nemica è sempre egualmente forte su tutti i punti del fronte attaccato, cioè dall’Altipiano di Asiago al mare. La resistenza delle nostre truppe, sempre validissima, non ha consentito al nemico di varcare le linee di maggiore resistenza”.
Arnaldo Fraccaroli il 15 giugno scriveva sul Corriere della Sera: “L’Italia sta per vivere uno dei suoi momenti più grandi. Questa notte alle ore 3 è cominciato su vastissima scala il fuoco dell’artiglieria nemica, intenso, violentissimo. Il bombardamento va dall’Altipiano di Asiago al Grappa, al Montello e, lungo il Piave, fino alla Laguna. È la grossa offensiva che si delinea… Si sapeva che le artiglierie austriache avevano l’ordine di aprire il fuoco questa notte alle ore 3 e cinque minuti. Il Comando italiano diede ordine di prevenirle… Le nostre batterie aprirono un concentramento di fuoco fortissimo a mezzanotte precisa… sulle artiglierie austriache, sulle prime linee… e sulla retrovia” dove si stavano concentrando le truppe per l’assalto definitivo. Le nostre batterie spararono per 20 minuti. “Poi, alle 2 e mezzo, le nostre batterie riaprirono nuovamente il fuoco su tutta la linea, e lo continuarono violentissimo per altri 20 minuti… Questo sforzo è senza paragone il più grande che l’Austria abbia preparato, dal principio della guerra, contro qualsiasi dei suoi avversari… Sul solo fronte di una nostra Armata, che guarda il Trentino, l’Austria ha concentrato un migliaio di cannoni… sul solo fronte dell’Altipiano di Asiago, dall’Astico al Brenta, il Comando austriaco mette in azione un migliaio e mezzo di bocche da fuoco”.
Nella previsione dell’attacco l’Austria avrebbe dovuto fruire dell’aiuto della Germania se questa, sul fronte francese, fosse riuscita a conseguire i successi sperati, ma ciò non avvenne e l’Austria agì da sola. I tedeschi avevano pensato di spingere un’Armata, alla guida di von Below, in Italia attraverso le Giudicarie e un’altra Armata agli ordini di von Botmer, per la Val di Brenta, progetto che andò in fumo.
Riferisce ancora il Fraccaroli: “Il bombardamento austriaco cominciato stanotte investì particolarmente le nostre linee dall’Astico al mare. Nella regione dell’Adige il tiro delle artiglierie ha conservato un ritmo normale verso le Giudicarie, e nella regione del Tonale il fuoco delle batterie non ha assunto nessun carattere notevole. Ma dall’Astico al Piave è stato furiosissimo”.
Maggiormente colpiti erano l’Altipiano dei Sette Comuni, la Val Brenta, il Grappa, il Montello; più a sud, la zona tra Ponte di Piave, Fossalta e San Donà. Cadevano numerose granate di gas e liquidi tossici. Colpite ripetutamente erano le Cime Echar, Costalunga, Valbella, Col del Rosso. Dall’Astico al Piave fronteggiava le nostre linee di resistenza l’11a Armata di von Scheuchenstuel, appoggiato dal luogotenente feld-maresciallo Kletter. Nella regione del Montello e del medio Piave i nostri dovevano sostenere l’urto delle truppe comandate dai generali Kirhbach, Wurm ed Henriquez. Il cannoneggiamento austriaco, iniziato nel primo mattino, si protrasse per quasi quattro ore.
Nella notte del 15 giugno, da Val Brenta, Guelfo Civinini scriveva descrivendo una “prova che è certo la più grave fra tutte quelle che l’Esercito d’Italia si sia trovato mai a sostenere in questi tre anni di guerra”.
Il Bollettino del nostro Comando il 16 giugno comunicava: “Lungo i 150 chilometri di fronte più intensamente attaccato, le potenti colonne d’assalto nemiche, nello sbalzo iniziale, occuparono soltanto alcune posizioni della prima linea in Monte Valbella, nella zona dell’Asolone e alla testata del saliente del Monte Solarolo. Alquante truppe riuscirono a passare sulla destra del Piave nella zona di Nervesa e nella zona da Fagarè a Musile. I nostri riuscirono a contenere la violentissima pressione avversaria e a riconquistare buona parte delle posizioni temporaneamente cedute. Il numero dei prigionieri accertati superava i 3.000, fra i quali 89 Ufficiali”.
Nel cielo venivano abbattuti 32 aerei austriaci.
Particolarmente accentuata divampava la lotta sul versante orientale del Montello e a occidente di San Donà di Piave. L’Agenzia Stefani, nella notte del 16, annunciava che la pressione nemica era concentrata a cavallo del Brenta e attraverso il Piave.
Gli austriaci disponevano di almeno 60 divisioni e di parecchie migliaia di cannoni, ma con tutto ciò non riuscirono a superare in alcuni punti le zone avanzate, anzi ne furono ricacciati dai nostri contrattacchi. Gli austriaci facevano anche uso di cortine di nebbia che li avrebbe assecondati nell’intento di raggiungere Treviso dal Piave. Lo sbarramento fu effettuato dai nostri con l’artiglieria e il fuoco delle mitragliatrici. Alla difesa e al contrattacco dei nostri concorrevano francesi e inglesi, mentre la 4a Armata riconquistava le posizioni avanzate dell’Asolone, del Pertica, del Solarolo e delle Porte di Salton. Un nostro reparto d’assalto, nel giro di dieci minuti, riprendeva il Col Moschin catturando 250 uomini, di cui 25 ufficiali, con 16 mitragliatrici. Il numero dei prigionieri austriaci caduti nelle mani dei nostri fu complessivamente di 958, mentre nella regione di San Donà il numero dei prigionieri austriaci ammontò a 1545, con 45 ufficiali, di cui tre di grado superiore.
Alle ore 15 del 16 giugno la Camera apriva la seduta pomeridiana, nella quale il ministro della Guerra, tenente generale Zupelli (fu il primo istriano a venire nominato generale del Regio Esercito italiano e a ricoprire la carica di ministro del Regno d’Italia), rendeva omaggio all’Esercito italiano.
La sera del 16, Guelfo Civinini telegrafava al Corriere della Sera in merito agli eroismi dei Combattenti del 15 giugno: “Le nostre linee di Val Bella e di Col d’Echele furono quelle contro cui il nemico lanciò il suo massimo urto… Anche a Val Bella… la linea e il terreno non erano più che una vasta distesa di macerie… Altre ondate sopraggiunsero… riuscirono a giungere a Costalunga e a Col del Rosso. Alcuni reparti giunsero a Sasso e di lì attaccarono Pizzo Razea, alla testata della Val del Sasso, per assicurarsi da quello la discesa in Val Frenzela… Poco dopo mezzogiorno cominciavano i contrattacchi che scacciavano il nemico da Costalunga e costringevano a retrocedere gradatamente intorno a Col del Rosso… Dinanzi al Colle di San Francesco i nostri occuparono sul Cornone alcuni greppi orridi sottostanti alla Cima, che è occupata dagli austriaci. Nella mattina questi lanciarono dall’alto al basso attacchi furibondi… Ma le ansie maggiori furono per il Col Moschin e per tutto il pianoro che da esso si estende ai Colli Alti, a Col del Fenilon, a Col del Gallo, dominando l’ultimo tratto della Val Brenta, che sbocca dinanzi a Bassano… grosse masse austriache si lanciarono all’attacco in direzione del Col del Miglio… Rapidamente gli austriaci raggiunsero la cresta… raggiungere Fenilon, avvolgere la Cima del Col Moschin… Resistevano le Rocce Anzini, lo sperone avanzato sulla Valle di Col Moschin e il Col del Gallo… sul mezzogiorno… Fenilon è ripreso… Gli austriaci rimangono sul Col Moschin”.
La lotta proseguì per tutta la notte, ma infine, i nostri riconquistarono Col Moschin, sbarrando agli austriaci la via per Bassano. Intanto continuavano i combattimenti lungo il Piave, sulla parte orientale del Montello e nella Valle del Brenta.
In cielo furono abbattuti tre aerei nemici. Nei due ultimi giorni erano stati abbattuti 14 aerei nemici.
Il Bollettino ufficiale del 17 giugno accennava alla lotta che proseguiva duramente sul Piave, con gli austriaci che premevano per occupare il Montello e per aprirsi la via verso la pianura vicentina: “Le nostre truppe hanno impegnato fortemente il nemico sulla linea Ciano – Cresta del Montello – Sant’Andrea; tengono fieramente la loro posizione sul fiume da Sant’Andrea a Fossalta e contrastano efficacemente l’avanzata dell’avversario nella zona di fronte alle anse di San Donà. I prigionieri fatti dall’inizio della battaglia ascendevano a oltre 120 ufficiali e 4.500 uomini di truppa, catturati in parte dai francesi e dagli inglesi.
L’Austria-Ungheria poteva contare sulla forza di 92 divisioni delle quali 80 erano di fanteria e 12 di cavalleria. Disponeva poi di un arsenale di artiglieria pari a 7500 bocche da fuoco, tutte piazzate sul nostro fronte. Chi comandava le tre Armate austro-ungariche nell’offensiva del 15 giugno era il feld-maresciallo Boroevic von Bojna, comandante in capo sul fronte italiano. La disposizione delle forze era tra l’Astico e il Piave per l’11a Armata agli ordini del colonnello generale Scheuchenstuel; sul Montello per la 6a Armata agli ordini dell’arciduca Giuseppe; sul basso Piave per la vecchia Armata dell’Isonzo, comandata dal colonnello generale von Wurm. Gli ordini diramati per l’occupazione riguardavano il XVI corpo d’Armata che avrebbe dovuto forzare il Piave fra Nervesa e le Grave di Papadopoli per raggiungere la ferrovia Treviso-Montebelluna; il IV corpo d’Armata che avrebbe dovuto passare il Piave fra le Grave di Papadopoli e Ponte di Piave, per occupare Treviso; i corpi d’Armata VII e XIII, dislocati tra Ponte di Piave e il mare, avrebbero avuto il compito di appoggio all’avanzata e di spingersi sino alla ferrovia Treviso-Mestre.
A onore dei nostri Combattenti, la notte del 17 giugno Arnaldo Fraccaroli scriveva dal fronte: “La Patria benedica questi nostri indomabili figliuoli, che la voglion salvare a qualunque prezzo. Mai forse come ora il morale delle truppe è stato così alto, reso come sacro da un senso di austerità pensosa. Sentono la grandezza dell’ora sanno, che cosa difendono. Sono veramente dei figli che vedono nel pericolo la madre e offrono umilmente la loro vita per salvare la sua. La grande Madre li benedica!”.
L’Armata italiana del Piave aveva di fronte 12 divisioni nemiche, con altre 7 di riserva, pronte ad aprire le vie per Montebelluna, Treviso e Mestre. Si prevedeva che dall’Altipiano di Asiago e dal Grappa l’11a Armata del generale Scheuchenstuel avrebbe puntato su Bassano e su Asolo per poi proseguire in direzione di Castelfranco, Cittadella, Montebelluna e Treviso e riunirsi infine con il gruppo del generale Kirchbach che sarebbe sopraggiunto dal Piave.
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