Sprazzi di luce sulla Grande Guerra
Analisi e riduzione di Mario Bruno – dalla Collana
Frat.i Treves Editori, Milano 1932
Il testo, composto da tre corposi volumi e articolato in quindici capitoli, fu donato a Mario Bruno dal collega del XXIII Corso A.U.C. 1959, Generale Antonio Laruccia, e dal ricevente consegnato al Gruppo Alpini di Paularo (UD), Sezione Carnica, il mese di Agosto 2025 per essere inserito nella Biblioteca del Gruppo A.N.A. di Paularo.
La descrizione dei fatti di guerra risente in modo particolare dell’enfasi con la quale nel momento storico, quello del Ventennio italiano, era d’uso rivestire di significati e con evidenti sottolineature gli atti di eroismo dimostrati dai nostri soldati. Nel complesso, dalla lettura si possono ricavare informazioni talvolta inedite, ma molto dettagliate e approfondite, con il ricorso alla citazione dei Bollettini di guerra e ad articoli di testate giornalistiche in voga al tempo, pertanto molto indicato per gli appassionati della Storia italiana del ’900.
Parte XVI di 20
L’offensiva tedesca
Il 5 gennaio 1918, a Londra, Lloyd George, al Congresso dei sindacati degli operai inglesi, affermò: “Noi non facciamo una guerra di aggressione contro il popolo tedesco… L’assestamento della nuova Europa deve essere fatto su basi ragionevoli e giuste, che le assicurino garanzie di stabilità… restaurazione completa politica, territoriale ed economica del Belgio… riparazione per la distruzione delle sue province e delle sue città… restaurazione della Serbia e del Montenegro, dei territori occupati in Francia, in Italia, in Romania… Sino a che continuerà la possibilità di conflitti tra le Nazioni, cioè sino a quando uomini e donne saranno dominati da una sfrenata ambizione e la guerra sarà la sola soluzione di questi conflitti, tutte le Nazioni saranno costrette a vivere sotto gli oneri della necessità non soltanto di dover fare la guerra esse stesse di quando in quando, ma anche di prepararsi per una guerra possibile”. La necessità, dunque, di creare una organizzazione internazionale che permettesse di contrapporre alla guerra un’altra alternativa come mezzo di risolvere i conflitti internazionali. Secondo Lloyd George, allo scopo di accettare la pace, la Gran Bretagna avrebbe dovuto vedere rispettate tre condizioni: la reintegrazione della santità dei trattati, il diritto delle Nazioni all’autodeterminazione, la creazione di un’organizzazione internazionale per limitare gli armamenti e le probabilità di guerra.
Al Congresso di Washington dell’8 gennaio il presidente americano Wilson tenne un discorso: ai negoziati di Brest-Litowsk si incontrarono gli Imperi centrali con la Russia. Gli Stati in guerra furono chiamati a ponderare la possibilità di arrivare a una Conferenza generale sul tema della pace. Ma gli Imperi centrali non volevano rinunciare alle conquiste fatte in guerra e si sottraevano all’obbligo di dare “una definizione precisa dei loro obiettivi di guerra”. Così, soggiungeva Wilson: “La fine di questo terribile conflitto per la vita e per la morte dipende da questa definizione degli scopi di guerra… ciò che noi domandiamo in questa guerra… è che il mondo sia reso sicuro e che sia possibile viverci e, in particolare, che sia resa sicura ogni Nazione amante della pace, la quale, come la nostra, desideri di vivere la propria vita, determinare le proprie istituzioni ed essere certa della giustizia e dei procedimenti leali degli altri popoli del mondo, contro la forza e le aggressioni egoistiche”.
Quindi Wilson proponeva i suoi 14 punti: (1) Convenzioni di pace palesi… la diplomazia agirà sempre palesemente e in vista di tutti. (2) Libertà assoluta di navigazione sui mari… (3) Soppressione… di tutte le barriere economiche e creazione di condizioni commerciali eguali fra tutte le Nazioni… (4)… gli armamenti nazionali saranno ridotti all’estremo limite… (5) Libera sistemazione… di tutte le rivendicazioni coloniali… (6) Sgombero di tutti i territori russi… per dare alla Russia il modo di determinare… l’indipendenza del proprio sviluppo politico e della propria politica nazionale… (7) Quanto al Belgio, esso dev’essere sgombrato e restaurato senza alcun tentativo di limitare la sovranità di cui gode… (8) Tutto il territorio francese dovrà essere liberato e le regioni invase dovranno essere restaurate. Il torto fatto alla Francia dalla Prussia ne 1871 per quanto riguarda l’Alsazia-Lorena… dovrà essere riparato… (9) La sistemazione delle frontiere dell’Italia dovrà essere effettuata secondo le linee di nazionalità chiaramente riconoscibili. (10) Ai popoli dell’Austria-Ungheria… si dovrà dare più largamente occasione per uno sviluppo autonomo. (11) La Romania, la Serbia, il Montenegro dovranno essere sgomberati e i territori occupati dovranno essere restituiti. Alla Serbia dovrà accordarsi un libero e sicuro accesso al mare… (12) Una sicura sovranità sarà garantita alle parti turche dell’Impero Ottomano attuale; ma le altre nazionalità che si trovano in questo momento sotto la dominazione turca dovranno aver garantita una indubbia sicurezza di esistenza… I Dardanelli dovranno essere aperti permanentemente… (13) Dovrà essere stabilito uno Stato polacco indipendente… si dovrà assicurare un libero e sicuro accesso al mare e la cui indipendenza politica ed economica, al pari dell’integrità territoriale, dovrà essere garantita… (14) Un’Associazione Generale delle Nazioni dovrà essere formata in base a convenzioni speciali, allo scopo di fornire mutue garanzie di indipendenza politica e di integrità territoriale ai grandi come ai piccoli Stati”.
Wilson affermava ancora che gli Stati Uniti non serbavano alcun rancore per la Germania né avrebbero voluto la sua distruzione, ma chiedevano che essa si allineasse con i popoli del mondo, in parità e senza mire di dominio. Ribadiva infine l’essenzialità del “principio della giustizia per tutti i popoli… su un piede di eguaglianza in condizioni di libertà e di sicurezza… Se non ha per base questo principio, nessuna parte dell’armatura della giustizia internazionale può sussistere”.
L’11 gennaio 1918, a Edimburgo, il ministro inglese degli Affari Esteri, Balfour, commentava il discorso di Wilson: “Neppure una parola di egoismo, Neppure una parola di meschina vanità nazionale. Tutte le sue parole esprimono nel modo più largo alta moralità, amore sincero per la libertà, nobile simpatia per la lotta di tutte le Nazioni, grandi e piccole”.
Il Bollettino del Comando Supremo emesso il 13 gennaio 1918 riportava notizie riguardanti la guerra aerea: “Magazzini e accampamenti a Primolano furono efficacemente colpiti dai nostri apparecchi da bombardamento con 1800 chilogrammi di proietti… Nostri aviatori fecero precipitare due velivoli nemici a Campo San Pietro e a sudest di Asiago; aviatori britannici ne abbatterono un terzo aereo in Val di Seren”. Guelfo Civincini scriveva: “Il bilancio di tre giorni… undici apparecchi nemici abbattuti – sei da aviatori nostri e cinque da aviatori inglesi… altri tre apparecchi che da varie parti del fronte si afferma aver visto cadere… Da parte nostra nessuna perdita di apparecchi; un solo mitragliere ferito… Il tenente Ferruccio Ranza ha avuto… la sua tredicesima vittoria”.
Mentre riprendevano i combattimenti in zona Monte Asolone – Monte Solarolo, nelle battaglie aeree i nostri aviatori facevano precipitare al suolo quattro aerei nemici a nord di Monte Melago, a Foza, in Val Stagna e sul Grappa; un altro aereo presso Ormelle e due presso Dodogné (Conegliano) per opera di aviatori britannici.
Contro l’Asolone, in mano agli austro-tedeschi, si mossero i nostri il 15 gennaio, irrompendo e facendo 283 prigionieri per la maggior parte del 47° reggimento di fanteria austriaca.
“Verso nordest, fra Monte Valderna e il Solarolo, a sinistra di Val Calcino… la titanica resistenza degli alpini e dei fanti ha arrestato l’invasione nemica”. Attorno alla giornata del 16 gennaio i nostri assalirono forze ungheresi sul Vecchio Piave, su Capo Sile e sul Taglio del Sile, ricacciando il nemico su tutto il fronte.
Il fragore della guerra era diminuito di molto e il Bollettino del Comando Supremo il 23 gennaio affermava: “Da Nervesa al Ponte della Priula pattuglie nostre tennero a distanza quelle avversarie. Scambio di tiri d’artiglieria lungo tutto il fronte, a volte più intenso nelle Valli dell’Adige e del Brenta e su vari tratti delle opposte rive del Piave”. Da Nervesa al mare, l’Esercito di Boroevic “mantiene uno schieramento imponente di divisioni scelte. Pareva che la sorte imposta dall’inverno favorisse gli austro-tedeschi per una preparazione con obiettivo Venezia.
In Val Lagarina c’era movimento di armi. La Val Lagarina. Infatti, era la sola Valle, dopo la Val Brenta, collegata da una ferrovia con i centri strategici di concentramento nemico ossia Trento, Bolzano e Innsbruck. La Val Lagarina, pertanto, insieme al basso Piave, era uno dei due punti vulnerabili che per gli austro-tedeschi avrebbero costituito una tenaglia capace di ridurre all’impotenza le nostre truppe.
Nei cieli gli scontri non diminuivano. Aerei italiani, in regione Monte Zebio e in Valsugana, abbatterono due aerei nemici; i britannici ebbero ragione di altri due aerei nemici a San Pietro Feletto e a San Fior. Gli austro-tedeschi risposero infierendo su Treviso e su Mestre uccidendo tre donne e un bambino, ferendone altre tre. Su Treviso si accanirono in sei incursioni con il lancio di un’ottantina di bombe. A Mestre i bombardamenti si protrassero per oltre dieci ore con il lancio, anche qui, di un’ottantina di bombe che causarono morti e feriti. Gli austro-tedeschi bombardavano le città con il pretesto che esse fossero basi di operazioni militari e centri di raccolta di mezzi per la guerra. Colpirono così anche una serie di ospedali (nulla di cambiato oggi, con gli stermini sulla Striscia di Gaza).
Il 28 gennaio i nostri operarono un subitaneo assalto nella parte orientale della conca di Asiago, facendo 1.500 prigionieri, di cui 62 ufficiali, mentre nel cielo dieci aerei nemici, colpiti dai nostri aviatori, e altri due colpiti dai francesi, si abbatterono al suolo. I nostri eroi dell’aria erano il sergente Cerrutti, il sergente Reali, il sottotenente Scaroni e il sottotenente Ferrarin. Le nostre artiglierie flagellavano le zone di Val Frenzela, delle Portecche, della Val di Nos, della Val di Campomulo, della Val Galmarara, del Portale e della Val d’Assa.
Alle ore 9,30, in seguito a un bombardamento durato tre ore, prese l’avvio l’attacco. Nella seconda metà di dicembre 1917 gli austriaci avevano preso la Cima Echele, il Monte Valbella e il Col del Rosso, nel tentativo agognato di raggiungere la pianura, ma furono presi di sorpresa: erano rimasti al riparo nei ricoveri nella certezza che i bombardamenti italiani sarebbero durati più a lungo. I nostri si scontrarono con la 106a divisione Landsturm e con la 6a e 21a Schützen. Si combatté persino corpo a corpo: fanti, bersaglieri e alpini. In fondo alla Val Brenta, intanto, reparti alpini tenevano impegnati gli austriaci per impedire loro la risalita della Valle sino a portare aiuto alle proprie truppe in lizza.
Un centinaio di aerei italiani, francesi e inglesi cooperavano dall’alto, abbattendo 13 aerei nemici. Nei giorni 27 e 28 gennaio la nostra antiaerea riuscì ad abbattere 17 apparecchi avversari.
La lotta riprese il 30 gennaio con vittorie italiane in Val Frenzela, sul Col del Rosso, sul Col d’Echele e sul Monte di Valbella. Gli austriaci dovettero cedere duemila uomini, più di cento ufficiali, oltre a 6 cannoni, un centinaio di mitragliatrici, molte bombarde, migliaia di fucili e abbondanti munizioni e materiali di guerra. Nelle azioni dei giorni 28 e 29, insieme all’eroica brigata Sassari, alla IV brigata bersaglieri, furono i battaglioni alpini Val d’Adige, Stelvio, Monte Baldo e Tirano a distinguersi per eccellenza combattiva.
Sul farsi di queste battaglie l’Agenzia Stefani comunicava: “Alle 3,30 del mattino del 28… le nostre fanterie muovevano contro il fronte Cima Valbella, Col del Rosso, Col d’Echele, Croce di San Francesco, Sasso Rosso… spingendosi verso la Val d’Assa e il Monte Sisemol… Verso le ore 5 nostri reparti alpini avevano già raggiunto la chiesa di San Francesco, nonostante l’accanita difesa opposta dal nemico… a sera la chiesa, il Monte Cornone e quota 1109 di Sasso Rosso erano in loro possesso.
“La brigata Sassari conquistava il Col del Rosso e il Col d’Echele… la mattina del 29, alle ore 9,30 tutta la Cima di Valbella fu espugnata dai bersaglieri della IV brigata. Sul Corriere della Sera appariva un articolo che riportava il seguente commento: “L’importanza della battaglia (del 28 gennaio) ha un notevole valore locale, perché la riconquista di Monte Valbella, del Col del Rosso, di Cima Echele e del Monte Cornone migliora le nostre posizioni sull’Altipiano, assicurandoci una più salda difesa della Val Frenzela; ma la vera importanza consiste nel suo valore morale, che è grandissimo. Dopo il prodigio della difesa sul Piave, sul Grappa, sugli Altipiani, che arrestò il nemico ormai sicuro del suo trionfo, è questo il primo vero sintomo della riscossa”.
Ancora il Corriere della Sera: “Tutta la preparazione di questi combattimenti è stata curata dal Comando della 1a Armata. È noto che prime puntate contro il nemico furono mosse dagli alpini dal fondo della Val Brenta nella direzione di Foza. Gli alpini uscirono assai prima dell’alba, ancora al lume di luna, si inerpicarono su per le scogliere di Sasso Rosso e di San Francesco. Era una scalata vertiginosa fra rocce e burroni, ma gli alpini del battaglione Stelvio e del battaglione Val d’Adige vi salirono rapidamente, portando le mitragliatrici sulle spalle, e i primi prigionieri del battaglione furono sedici vedette austriache… gli alpini, dopo di aver conquistata, perduta e riconquistata la posizione della Croce di San Francesco, passarono avanti, vinsero la feroce resistenza austriaca, puntarono su Cima Cornone (1048 metri) e l’occuparono, puntarono su Sasso Rosso e vi conquistarono la quota 1109; e vi sono restati e rafforzati. Hanno avuto stanotte contrattacchi furiosi, ma gli alpini non si sono mossi”. Nell’azione si distinguevano ancora la brigata Sassari e la IV brigata bersaglieri.
Nelle giornate del 28 e 29 i nostri aviatori abbatterono 17 apparecchi.
Il Times tributava elogi alla 1a e alla 4a Armata italiana per aver arrestato la minaccia di sfondamento sul settore fra Brenta e Piave.
Luigi Barzini scriveva il 31 sul Corriere della Sera, circa l’esito delle battaglie: “Alla conclusione dell’azione le nostre perdite… si può stabilire approssimativamente che per ogni nostro soldato messo fuori combattimento, l’avversario deve aver perduto da quattro a sei uomini, compresi i prigionieri”. “Le alture si presentavano così: a destra il Col d’Echele, sul bordo precipitoso di Val Frenzela, tutto pieno di annidamenti di mitragliatrici… più a sinistra il Col del Rosso… più a sinistra ancora, il Monte Valbella, più alto degli altri. Al di là di queste cime da espugnare passa la strada delle Portecche, l’arteria dei rifornimenti nemici. Lungo la Val Frenzela scende la strada di Stoccareddo, altra via di affluenza avversaria sul Col d’Echele… bisognava bloccare queste strade… A destra questo compito fu affidato agli alpini, che hanno fatto prodigi. Già da qualche settimana sottili reparti alpini avevano ripassato la Val Stagna, e inerpicatisi sulle rocce paurose del bordo del Sasso Rosso, avevano ripreso le scogliere fantastiche del Cornone, che strapiombano sulla Val Brenta. Alla vigilia dell’azione, un reparto alpino, insinuatosi in fondo a Val Frenzela, si era arrampicato sui dirupi quasi inaccessibili del profondo burrone arrivando a rannicchiarsi sotto al ciglione, presso una balza a picco che si chiama Pizzo Razea a poche centinaia di metri a oriente del Col d’Echele, per cooperare con un attacco di fianco all’assalto del Colle. Assai prima dell’alba, lunedì alle tre del mattino, a notte fonda, alcuni elementi di un battaglione alpino scalavano il versante opposto di Val Frenzela, di fronte al Pizzo Razea, e attaccavano risolutamente, in direzione nord, il costone di San Francesco che è un prolungamento delle alture di Foza, cioè verso le Melette. La conca di Foza era un centro di ammassamento austriaco, e gli alpini si gettavano audacemente a impegnare le riserve nemiche per inchiodarle. Il loro slancio fu così risoluto e rapido che, quando giunsero alla sommità del costone, alla cappelletta di San Francesco, essi avevano catturato più nemici di quanti essi non fossero. Mentre gli alpini dei battaglioni Tirano, Sette Comuni, Stelvio agivano così all’estrema destra, un’analoga azione era compiuta alla estrema sinistra della linea di battaglia del 20° reggimento bersaglieri della famosa IV brigata… Il Col del Rosso fu definitivamente occupato… il Col d’Echele cedette subito dopo… investito da tre lati, dagli alpini che si erano arrampicati dalla Val Frenzela, e dai sardi della brigata Sassari che assalivano di fronte e di fianco”.
Il Val Bella, difeso da un reggimento ungherese, cadeva per ultimo alle ore 10 del martedì. “Intanto gli alpini all’estrema destra, assalivano dal Cornone il Sasso Rosso e si impossessavano del bordo meridionale di quella grande spianata rocciosa”.
Il 31 gennaio 1918 il Comando austriaco riprese il contrattacco. A partire dalle ore 8,30 gli austriaci bombardarono fortemente le nostre posizioni della Val Bella, con granate e shrapnel. Seguì l’assalto degli Standschützen. Un secondo assalto austriaco fu sferrato alle 10,30, ma fallì, come il primo. Il bottino di guerra per i nostri fu di centinaia di mitragliatrici, 8 cannoni, un centinaio i fucili e decine di cassette di munizioni.
Un aereo austriaco veniva abbattuto a colpi di moschetto. Gli austro-tedeschi il 2 febbraio 1918 con bombardamento aereo colpirono Treviso e i centri abitati fra Brenta e Piave. Il 3 febbraio furono gli aviatori italiani e inglesi ad abbattere due aerei avversari nella Valle del Brenta; altri presso Primolano, Vittorio Veneto e Nervesa, mentre un altro aereo austriaco fu abbattuto presso Marano dalla nostra contraerea. Nella notte del 3, aerei nemici bombardarono Venezia, Padova, Treviso e Mestre: a Treviso persero la vita otto cittadini e dieci rimasero feriti, mentre fu colpito anche l’ospedale civile. Una trentina di bombe su Treviso e una dozzina su Mestre provocarono la morte di 18 cittadini, fra cui una donna e quattro bambini, oltre a 17 feriti.
Nel gennaio 1918 furono 15 i giorni che permisero l’alzarsi in volo, durante i quali i nostri aviatori abbatterono 34 aerei nemici; noi perdemmo tre aerei. In gennaio, 41 nostri aerei si produssero in 11 azioni, con il lancio di 9030 chilogrammi di ordigni esplosivi, senza perdite da parte nostra. Dal 24 maggio 1915 fino al 31 gennaio 1918 i nostri aviatori abbatterono 283 aerei nemici e 5 drachen austriaci, mentre noi perdemmo 77 aerei. Dal 1° maggio 1917 al 31 gennaio 1918 i nostri si lanciarono in 177 azioni con 1688 aerei e un carico di 380 tonnellate di esplosivo lanciato a terra. Perdemmo 11 aerei.
Gli austriaci tornarono a bombardare Padova il 5 febbraio con il lancio di oltre 50 bombe, ma nei pressi di Valstagna 5 aerei italiani abbatterono, nella stessa giornata del 5 febbraio, 13 aerei nemici. Nel periodo tra il 26 gennaio e il 6 febbraio avevamo abbattuto, appoggiati dagli Alleati, 56 aerei nemici. Nella notte del 7 febbraio furono bombardate da aerei austriaci Calvisano nei pressi di Brescia, Bassano, Treviso e Mestre. Nei cieli di Piovene e della Valle dei Signori, il tenente Ferruccio Ranza, coadiuvato dal tenente Bacula, fece precipitare due Albatros nemici. Il tenente Ranza era quarto nella classifica degli eroi dell’aria, con 16 abbattimenti, dopo Francesco Baracca, Piccio e Ruffo. Nel cielo di Bertigo fu abbattuto un altro aereo austriaco.
Gli austriaci peraltro non rinunciavano ad abbandonare le posizioni perdute nelle battaglie di fine gennaio: si rifecero vivi con cannoneggiamenti a est e a ovest della Val Frenzela, in zona Val Bella e Col del Rosso, fino al Sasso Rosso, ma furono sempre respinti. Il 10-11 febbraio fu realizzata la “Beffa di Buccari”.
Gli austriaci insistettero con intrusioni dall’11 al 13 gennaio a oriente della Val Frenzela, contro il Sasso Rosso, ma sia in quella zona sia in Vallarsa e nella Valle dell’Ornic, sia a Col Caprile, sia a Zenzon e a Cortellazzo, vennero sempre respinti dai nostri.
In quanto all’artiglieria, la nostra era aumentata dai 3986 pezzi disponibili al 15 novembre 1917, raggiungendo il numero di 5015 pezzi al 15 gennaio 1918. Il concorso degli Alleati alla fornitura di pezzi di artiglieria all’Italia era dell’11,7% fino al 15 aprile, per scendere al 9,9% al 15 maggio e al 5,3% al 15 ottobre 1918. A questa data avevamo disposte al fronte 6995 bocche da fuoco. Prima dell’ottobre 1917 avevamo 18.000 stabilimenti per costruzione di materiale da guerra, con 685 mila operai, 200 mila donne, 9 mila prigionieri e 6 mila coloniali.
Il Bollettino del 20 febbraio segnalava il bombardamento effettuato da aerei italiani sull’aerodromo di Casarsa, sul campo di aviazione di La Comina e sulla stazione ferroviaria di Innsbruck, con l’abbattimento di un Gotha austriaco. Gli austriaci bombardarono Padova per tre volte con una settantina di bombe, poi Vicenza, Mestre, Venezia e Trebaselghe (Padova), provocando alcune vittime civili. Il bombardamento austriaco su Venezia causò tre morti e cinque feriti, anche donne e bambini. Gli aviatori nostri e inglesi bombardarono i campi di aviazione di La Comina, di Aviano, di Visnadello, di Motta di Livenza.
Il comunicato del Comando Supremo in data 25 febbraio descriveva l’abbattimento di 4 aerei nemici per opera di aviatori italiani e francesi, attorno al Monte Grappa e Bassano; un aereo veniva abbattuto dalla contraerea italiana presso il centro di Borso di Bassano, mentre aerei austriaci bombardavano ancora Castelfranco, Mestre e Venezia dove il mattino del 24 una cinquantina di aerei nemici scaricarono il quantitativo di 300 bombe. Venezia subì il sacrificio di cinque morti e quindici feriti. L’Agenzia Stefani comunicava, da parte italiana, l’abbattimento di 114 velivoli avversari a far conto dal mese di gennaio, 56 per mano degli italiani. Così sul Piave l’aviazione italiana e inglese provocò ingenti danni a quella austro-tedesca.
In quanto alle atrocità commesse ai danni dei prigionieri, il milanese Quirico Croce, vicepresidente dell’Associazione Liberale Giovanile, prigioniero a Mauthausen, il 9 marzo raccontò al Corriere della Sera una serie di feroci sofferenze patite dai nostri caduti in prigionia: fra le tante, quella del sottotenente degli alpini Gautier che riuscì a fuggire, dopo essere stato ricoverato a causa delle ferite infertegli dai soldati austriaci che lo avevano ripreso.
Il comunicato del 13 marzo lasciava intravedere una possibilità della ripresa offensiva austro-tedesca contro l’Italia, basandosi sui movimenti in corso al Colle della Berretta, a est del Monte Cristallo, nella regione Tonale, a est del Garda, in Val d’Astico presso Fener e lungo tutto il corso del Piave. La 10a Armata del maresciallo Krobatin, infatti, venne trasferita dal Piave al Garda e all’Adige. Era l’Armata che aveva concorso, insieme alla 14a di von Below, all’offensiva sui monti del Friuli. Le nostre autorità militari allontanarono dalle prime linee ufficiali i soldati irredenti per sottrarli alla feroce vendetta austriaca qualora fossero caduti in prigionia. Gli irredenti si contavano in oltre 2.700, dei quali mille ufficiali. Ne erano morti 250 e rimasti feriti quasi un migliaio. Sette di loro furono decorati di MOVM e molti altri con Medaglia d’Argento e Medaglia di Bronzo.
L’8 aprile 1918 a Roma si riunì una Confederazione delle nazionalità soggette all’Austria-Ungheria: cechi, iugoslavi, polacchi, romeni e italiani. Lo scopo fondamentale dell’Austria-Ungheria era stato quello di dividere e creare contrasti fra le nazionalità comprese nella Monarchia, riuscendo così a mantenere il proprio sistema politico dove una minoranza di poco più di 20 milioni di tedesco-magiari governava e teneva in possesso una maggioranza di oltre 30 milioni di slavi e latini. Le risoluzioni votate dichiaravano, fra l’altro: “Ciascuno di questi popoli proclama il suo diritto a costituire la propria nazionalità e unità statale, a completarla e a raggiungere la piena indipendenza politica ed economica”. I rappresentanti italiani e iugoslavi, in particolare, stipulavano, nell’insieme degli accordi raggiunti: “che la liberazione del Mare Adriatico e la sua difesa contro ogni presente ed eventuale nemico è un interesse vitale dei due popoli”. Il giorno 11 aprile, in Roma, alle ore 11,30, il presidente del Consiglio, Orlando, ricevette le delegazioni che avevano partecipato alla Conferenza delle nazionalità oppresse dall’Austria.
Immagine di Copertina tratta da Wikipedia.

